Motivazioni e obiettivi del cammino spirituale
Quando intraprendiamo il cammino spirituale, all'inizio siamo guidati da motivazioni poco chiare, obiettivi poco chiari e desideri poco chiari. In generale, non comprendiamo nemmeno fino in fondo perché all'improvviso abbiamo deciso di percorrerlo. All'inizio proviamo semplicemente interesse, un qualche ardente desiderio interiore di scoprire qualcosa, di migliorare qualcosa. Alcuni sono mossi dall'interesse, altri dal desiderio di felicità, altri ancora sono stanchi di soffrire; alcuni possono avere desideri egoistici di sviluppare sé stessi, acquisire forza, potere e conoscenza, elevare in qualche modo il proprio status nell'universo per trovarvi una sistemazione migliore.
Gradualmente, man mano che avanziamo, le nostre motivazioni e i nostri interessi si purificano. Cominciamo a formulare più chiaramente i nostri obiettivi, a comprendere più profondamente le motivazioni che ci spingono lungo il cammino spirituale e a capire il punto di vista delle scritture e dei santi su tutto questo. A poco a poco, tutto diventa più chiaro.
La motivazione iniziale che ci spingeva diventa più consapevole. Per esempio, viene riconosciuta come desiderio di sfuggire al ciclo di nascita e morte, come volontà di evitare qualcosa di spiacevole. Perché comprendiamo che le motivazioni, gli interessi e il desiderio di conoscere qualcosa sono un bene, ma la cosa più importante è come tutto ciò possa aiutarmi a risolvere il mio problema, a smettere di dipendere dal karma e dal samsara, a non essere più vulnerabile alle energie samsariche, a diventare più felice e a conseguire qualcosa di più eterno, indistruttibile e beato.
Tipi di dharma
La liberazione dal samsara è il moksha-dharma: un cammino particolare, un dharma particolare, proprio di coloro che hanno già esaurito gli altri cammini e gli altri tipi di dharma. Occorre comprendere quale rapporto intercorra tra moksha-dharma, rita-dharma, varnashrama-dharma e svadharma: sono tutti diversi tipi di dharma.
Il termine dharma deriva dalla parola «dhri», che significa sostenere: ciò che costituisce il fondamento, la base di ogni cosa. Il dharma è il cammino, il dovere di ogni essere vivente, la legge che ne determina l'esistenza nell'universo.

Rita-dharma
Per esempio, il rita-dharma è il cammino lungo il quale si muovono le galassie, le stelle, i pianeti, il tempo e lo spazio, esistono gli dèi e trasmigrano gli esseri viventi. Tutto ciò è una legge sostenuta dagli dèi.
Nel linguaggio della fisica, si tratta dei principi fondamentali, delle leggi e delle costanti alla base del tessuto dell'universo. Per esempio, vi sono il numero «pi greco», la costante di Planck, la temperatura dello zero assoluto nello spazio, la temperatura di ebollizione o di evaporazione dell'acqua, l'orbita terrestre, la ciclicità del moto del Sole e quella del movimento nella galassia. Le diverse costanti, i principi e le leggi, la legge dello scorrere del tempo che sono alla base del tessuto dell'Universo, la dimensionalità dello spazio: tutto questo è rita-dharma. Grazie a esso, in questo mondo il tempo scorre in un modo particolare, i pianeti si muovono lungo le proprie orbite, la dimensionalità dello spazio viene mantenuta costante e le leggi fisiche e quelle del mondo sottile operano ciclicamente.
Il rita-dharma viene attuato da Brahma il Creatore; Brahma il Creatore, quale grande artefice, grande architetto del nostro universo e grande Dio Primordiale, stabilisce l'architettura del mondo, il sankalpa fondamentale, la struttura fondamentale dell'universo, i ritmi e i cicli. Prima crea tutto ciò nella propria mente, quindi genera dal proprio interno i guna, i tattva e gli esseri viventi che lo assistono, ma non si occupa del loro mantenimento.
Del mantenimento si occupano gli dèi, gli esseri divini quali parti di lui stesso, coloro che vengono chiamati manasa-putra (nati dalla mente). Per esempio, gli dèi dei cinque elementi: Varuna, Vayu, Agni, Indra, Soma, Surya, Kuvera; sono tutti dèi emanati dal Dio Primordiale creatore. Persino Shiva emanò da Brahma, così viene descritto se consideriamo Shiva come guna-avatara e non come Assoluto originario.

Essi vigilano sul rita, affinché siano mantenuti i principi e le costanti dell'universo, affinché siano preservati la logica, la ciclicità, lo sviluppo e i cicli: tutto questo è rita-dharma. Vasishtha, Narada, Dattatreya, i Kumara, i sette rishi: sono tutte energie divine che sostengono il tessuto e l'esistenza dell'universo, inclusi tutti gli esseri viventi. Il dio Yama è colui che vigila sulla reincarnazione e sulla trasmigrazione degli esseri viventi, affinché ciascuno riceva esattamente il corpo corrispondente al proprio karma.
Svadharma
Nella fase iniziale del proprio sviluppo, l'essere umano non è consapevole del rita-dharma e ha una consapevolezza molto debole del proprio posto nell'Universo, nel cosmo, e del proprio dovere, perché possiede un karma, uno svadharma e inclinazioni proprie. Il karma determina lo svadharma. Lo svadharma è il desiderio di agire in conformità alle proprie inclinazioni. Se il rita è il dharma cosmico, la legge cosmica, il principio cosmico, lo svadharma è il nostro desiderio naturale di vivere in conformità alle nostre inclinazioni.
Quando ci sentiamo a nostro agio, bene, significa che agiamo naturalmente in conformità con lo svadharma. Quando siete insoddisfatti di qualcosa, significa che ciò non corrisponde alle vostre inclinazioni. Svadharma significa: se hai l’inclinazione a essere un padre di famiglia, un capofamiglia, adempi ai tuoi doveri familiari, sii felice, ma poi, naturalmente, non piangere se alla fine tutti moriranno e si dovrà rinascere. Un tale dharma non ti garantisce una felicità permanente; ti dice: «Nel mondo materiale puoi godere un po’ dello svadharma».
Se ami essere un artista o un musicista, adempi il tuo svadharma; come si dice, segui il tuo cuore, un cuore mondano, non l’Atman, ciò che si trova nel profondo di tutti i cuori (lo hridayam), bensì il corpo sottile. Dipingi, canta, danza; oppure, se sei un agricoltore, ara la terra; se sei uno kshatriya, prendi l’arco, le frecce, il fucile d’assalto Kalashnikov.
Segui il tuo dharma, ma poi non lamentarti se all’improvviso tutto è scomparso, se sono arrivate le sofferenze, se il karma è tornato e tutto questo è svanito. Non lamentarti, perché un tale dharma, se lo segui, non ti libererà dal ciclo delle rinascite e delle morti e non ti darà la saggezza. Per un certo periodo appagherà qualcosa in te, manifesterà qualcosa in te, donandoti per qualche tempo una piccola felicità. Lo svadharma afferma che chiunque segua la propria natura si trova in armonia interiore; tuttavia, questa non è ancora la conoscenza che libera.

Varnashrama-dharma
Esiste il varnashrama-dharma: è il dharma sociale che determina la posizione di una persona in base alle sue capacità e alla sua età. Il varna-dharma significa che sei un intellettuale, oppure un governante, oppure un guerriero, oppure un mercante-amministratore, oppure semplicemente un lavoratore senza grandi ambizioni. Da ciò è nato il sistema delle caste in India.
L’ashrama-dharma afferma che in ogni fase della vita sei o un brahmachari, uno studente principiante, oppure un capofamiglia. Quando sei invecchiato, sei un vanaprastha: ti sei ritirato dalle attività e devi condurre uno stile di vita appropriato. Infine, nell’ultima fase della vita, intraprendi il cammino del distacco dagli attaccamenti, il cammino del moksha-dharma, e diventi un sannyasi.
L’ashrama-dharma prescrive di comprendere il proprio status sociale, il proprio cammino nel mondo e nella società in conformità con l’età. Ciò significa che in gioventù devi studiare, nella mezza età devi condurre una vita familiare, sostenere gli altri status e la società. In età matura devi allontanarti dalle attività e dedicarti alla pratica spirituale. Un vanaprastha è colui che vive nella foresta, da solo o con la moglie, come gli antichi rishi; è colui che recita i mantra e medita, dopo aver abbandonato i doveri sociali quando il figlio maggiore si è sposato e gli affari familiari possono essere affidati a qualcun altro.
Infine, un sannyasi è colui che si è liberato da tutte le restrizioni e da tutte le convenzioni sociali, che ha rinunciato alla società e non si preoccupa della buona reputazione, delle convenzioni, dei dharma esteriori, della cultura, dei legami e delle relazioni. È colui che vive solo, dimora sempre nel dharma e medita sul mahavakya «Aham Brahmasmi», sulla propria identità con il Brahman.
I diversi ashrama prescrivono comportamenti differenti in base all’età. Perché molti anziani sono infelici nella società? Perché per loro è giunto il momento di assumere lo status di vanaprastha, e per alcuni è giunto il momento di assumere lo status di sannyasi; ma che cosa fanno? Cercano di rimanere grihastha, cercano di continuare a condurre lo stile di vita che avevano cinquant’anni fa. È forse possibile essere felici uomini di famiglia?
Ma non riescono nemmeno a essere felici capifamiglia. In sostanza, l’energia del loro corpo e la logica stessa della vita dicono loro che ormai non possono più farlo; ma allora diventano dipendenti dai parenti, dai figli, dallo Stato e diventano profondamente insoddisfatti e risentiti. Da dove vengono, dunque, gli anziani risentiti con i figli, con il governo per le pensioni e con il mondo intero? Dal mancato adempimento di questo dharma: ormai dovresti essere un vanaprastha.
Dovresti ormai recitare i mantra, meditare, pensare a Dio e risolvere le questioni fondamentali della tua vita. Cerchi di rimanere un grihastha, cerchi di avere vent’anni. Da dove viene, dunque, tutto questo desiderio delle persone di conformarsi agli standard, agli standard glamour della società patinata, quando gli anziani cercano di essere giovani? Dalla mancata comprensione del proprio dharma.

Devi meditare, cercare il senso della vita. Invece, una persona del genere scherza sul palco, brilla come una star. In altre parole, a settant’anni comportarsi come a vent’anni costituisce una violazione dell’ashrama-dharma, ed è sbagliato. Devi cioè cercare altri valori: quelli non sono più i tuoi valori. Se conoscessi l’ashrama-dharma, in questa fase cercheresti Dio, resteresti in solitudine, studieresti le sacre scritture, parteciperesti ai satsang, mediteresti, praticheresti la sadhana, perché a ogni fase della vita sono prescritti un proprio stile di vita, una propria mentalità e una propria cultura del comportamento, e allora sarai sempre felice.
I problemi della società moderna
Dunque, il varnasrama-dharma descrive il comportamento dell’essere umano nella società. Il rita-dharma descrive le leggi cosmiche, il rapporto dell’essere umano con l’universo cosmico. Lo svadharma esprime le inclinazioni naturali dell’essere umano, il fare ciò che desidera. Ognuno possiede un’inclinazione naturale contro la quale è molto difficile andare.
Per esempio, ci sono bambini che fin dalla nascita amano ballare, cantare e attirare l’attenzione su di sé: è un’inclinazione proveniente dalle vite passate; forse erano apsara, gandharva, kinnara, danzatori o cantanti. Non possono andare contro queste inclinazioni, perciò continuano a seguirle e diventano grandi star in questo mondo. Uno kshatriya, un guerriero, non può andare contro la propria inclinazione: il suo corpo e la sua mentalità sono fatti così. Tutto questo è svadharma.
Lo svadharma esprime il karma, vale a dire che a ogni karma corrisponde il proprio svadharma. Perciò si dice: «È meglio compiere male il proprio dharma che compiere bene quello altrui»; vale a dire, se possiedi una certa inclinazione, sarai più felice seguendola che cercando di assumere un destino altrui e realizzarlo bene.
Che cosa abbiamo oggi? La società non ha alcuna nozione del dharma, le persone sono separate dai fondamenti dell’universo, dai cinque elementi della natura. Da dove provengono i milioni di abitanti delle metropoli insoddisfatti della propria vita, delusi e ormai sazi di tutto? Da dove provengono le centinaia di migliaia di persone che costituiscono il cosiddetto «plancton da ufficio», che trascorrono il tempo senza uno scopo davanti ai computer, alle scrivanie, nelle aziende, e il cui unico svago consiste nel volare in vacanza da qualche parte, alle Maldive o a Bali, per scattare foto e selfie, oppure partecipare a feste aziendali e andare nei locali notturni? Da dove proviene questo stile di vita?
Si è persa la comprensione del proprio posto nell’universo; c’è l’insensatezza dell’esistenza che si cerca di colmare con qualunque cosa, il vuoto dell’«io» interiore, il vuoto dell’esistenza interiore, perché la società non è in grado di offrire alle persone percorsi di sviluppo, soprattutto la società dei consumi. La società dei consumi non è in grado di indicare obiettivi e modelli corretti verso cui tendere. Al contrario, ciò che fa la società è offuscare e celare tutto questo in ogni modo possibile.

L’anima vede che la propria esistenza è priva di uno scopo e, naturalmente, ne è insoddisfatta; è separata da se stessa, dalle proprie radici, persino dal proprio svadharma. Non può nemmeno fare ciò che desidera, perché è costretta a rispettare numerose convenzioni sociali, idee fisse, schemi e istruzioni, assecondando i modelli consumistici della cultura e conformandosi a essi. Così accade che una persona sia un manager prestigioso in un ufficio prestigioso, indossi una prestigiosa giacca firmata, guidi un’auto di un marchio prestigioso e viva in una casa prestigiosa acquistata a credito. A prima vista, tutto gli va bene, tutto è un successo, ma nell’anima prova una totale insoddisfazione.
Non sa dove sta andando né che cosa desidera; si è ridotto in schiavitù lasciandosi coinvolgere in tutti questi legami e rapporti. Conduce una vita del tutto innaturale e falsa. Non mangia il cibo che gli fa bene e non conduce uno stile di vita salutare per il suo corpo, la sua salute e i suoi prana. È separato dalla terra, dall’acqua, dal fuoco, dal vento, dallo spazio e dal sole. Conduce una vita artificiale. Come potrebbe derivarne soddisfazione? Quale felicità potrebbe mai derivarne?
Ciò significa che non viene adempiuto nemmeno lo svadharma; egli non percepisce il proprio posto nell’universo, non percepisce il rita-dharma.
Moksha-dharma: la via della liberazione
Ed ecco che entra in scena il dharma successivo: il moksha-dharma. Il moksha-dharma è la via della liberazione; il moksha-dharma è il più importante di tutti i dharma e dice: «Ora hai capito che esiste la possibilità, che hai l’opportunità di liberarti da tutto questo?»
Per quanto tu sia stato soddisfatto di tutti i dharma precedenti, per quanto lo svadharma ti abbia aiutato, per quanto tu sia consapevole del rita-dharma, per quanto tu sia in grado di seguire il varnashrama-dharma, tutto ciò non conta. Tanto più che tutti questi dharma funzionavano nella società vedica alcune migliaia di anni fa; oggi, in quanto tali, non esistono più. Persino nella stessa India difficilmente li troverete, perché il Kali Yuga ha lasciato la propria impronta su tutte le società.

Il moksha-dharma dice: «Puoi liberarti da tutto questo, puoi conseguire dentro di te la libertà completa e non hai bisogno di dipendere dal varna-dharma o dall’ashrama-dharma. Puoi semplicemente percorrere la via della libertà, e tutti gli altri dharma saranno realizzati. Scoprirai il tuo vero “Io” e il tuo svadharma sarà all’unisono con il moksha-dharma, perché il vero svadharma è la via della liberazione, quando la nostra tendenza principale è dimorare nella fonte divina.
Il rita-dharma sarà realizzato, perché l’unità con il cosmo, con l’Universo, con i cinque elementi e con la gerarchia degli esseri divini sopraggiunge naturalmente quando liberiamo la nostra mente e scopriamo l’Atman».
Un altro motivo, oltre al desiderio di liberarsi dal ciclo delle nascite e delle morti, è la comprensione del dharma, la consapevolezza del proprio cammino nell’Universo, nel creato, la comprensione dei diversi sentieri, del moksha-dharma e della grandezza del moksha-dharma, simile a un gioiello magico che realizza tutti i dharma ed esaudisce tutti i desideri.
Le quattro fasi del cammino spirituale
Quando intraprendiamo un simile cammino del dharma, inizialmente vi sono quattro fasi, chiamate charya, kriya, yoga e jnana. Possono essere riferite sia al tantra sia ai vari sentieri yogici.
Charya: condotta retta
Charya significa condotta retta: per esempio, visitiamo templi e luoghi di pellegrinaggio, cerchiamo di non mangiare carne, coltiviamo in noi determinati principi spirituali e cerchiamo di seguirli.
Per esempio, anche quando i cristiani vanno in chiesa la domenica, partecipano al culto e osservano i digiuni, ciò può essere ricondotto alla charya. Charya significa che cerchiamo di comportarci secondo determinati principi spirituali. In relazione agli yogi, charya significa che adottiamo la cultura dello yoga: non è ancora sadhana, non è ancora moksha-dharma, ma è una cultura, è il primo legame, quando cerchiamo di essere vegetariani, di praticare le asana, di condurre uno stile di vita yogico, di controllare la mente e il comportamento, di coltivare in noi determinate buone qualità e tentiamo un po’ di comportarci da yogi.

Kriya: pratica attiva
Poi giunge un periodo in cui riflettiamo su tutto questo e comprendiamo che non è sufficiente, che è tutto esteriore e che non basta essere portatori passivi di determinati valori. All’inizio, infatti, una persona sceglie semplicemente un certo sistema di valori e dice: «Sì, è fantastico, mi piace», mette un “Mi piace” sui social a qualche banner o pagina: «Forte, fantastico, approvo, vegetarianismo, oh Shiva, eccellente».
Passa un anno, ne passano due: yoga, asana. La persona pensa: «È fantastico, ma cosa viene dopo? Che cosa posso fare a questo scopo? Bisogna continuare a muoversi in questa direzione. Sono già stato sul Kailash, ho visitato in India un tempio, poi un altro e un terzo, un ashram, poi un altro e un terzo; ho ascoltato cose diverse, ho formato in me una linea di condotta, sono entrato in questa cultura, in questo ambiente e l’ho frequentato. Bene, fantastico, ma deve esserci qualcos’altro, qualcosa di più profondo», e questo qualcosa di più profondo forse non si trova affatto all’esterno, bensì dentro di noi.
A questo punto arriva il momento in cui cambiamo il nostro atteggiamento verso tutto ciò: sopraggiunge la kriya. Kriya significa azione, ossia: comincio a fare qualcosa personalmente. «Non mi basta più frequentare questo ambiente, non mi basta più recepire passivamente le informazioni; voglio essere un praticante, voglio formarmi come praticante. Comincio a recitare mantra, a compiere semplici rituali, visualizzazioni e alcune sadhana. Non è ancora propriamente yoga, ma comincio a fare qualcosa, partecipo, eseguo l’arati. Non lo comprendo del tutto, ma cerco di fare qualcosa»: questa è la kriya.
Al livello del kriya-tantra, la persona venera le divinità e visualizza i mantra: è una pratica sia esteriore sia interiore, in cui il rituale esteriore comincia già a trasferirsi all’interno. È la fase in cui la sadhana passa dal piano esteriore a quello interiore, in cui l’insegnamento da esteriore diventa interiore, la bhakti da esteriore diventa interiore e i rituali gradualmente si trasferiscono all’interno.

Il passaggio dall’esteriore all’interiore
All’inizio partiamo dalla comprensione del rituale esteriore, prepariamo fiori e offerte, e ci sembra che i rituali appagheranno Dio e le divinità e ci porteranno un buon destino. Poi comprendiamo che si può eseguire il manasika mediante la visualizzazione, che si può persino visualizzare se stessi e collocare le divinità nei canali: si possono fare molte cose, e sono tutti processi interiori. Si può recitare un mantra, e allora il rituale viene già percepito consapevolmente: il corpo compie esteriormente il rituale, mentre all’interno si svolgono anch’esse determinate sadhana.
Lo stadio dello yoga
Infine arriva lo yoga. Dopo il kriya, lo yoga significa che comincio a percepire i venti, i canali e i chakra, a separare il mio corpo energetico e sottile da quello fisico, a cogliere la consapevolezza. Comincio a praticare non più l’hatha yoga, perché anche l’hatha yoga può essere ricondotto al charya o al kriya, bensì forme di yoga più profonde: comincio a praticare dharana, pratyahara e dhyana, a eseguire varie sadhana e ad avere esperienze mistiche legate al mio yoga. Comprendo che lo yoga è uno stile di vita, è la via per conseguire l’esperienza mistica, e comincio ad avere esperienze mistiche.
All’inizio tali esperienze possono essere semplici, per esempio:
- vedere i prana del corpo sottile
- vedere la struttura dei chakra e la struttura del corpo energetico
- uscire nel corpo sottile attraverso un determinato chakra
- sperimentare visioni, il riempimento del canale centrale, il riempimento del sahasrara chakra
- purificare i canali, percepire la purezza dei canali
- avere esperienze di chiaroveggenza e chiaroudienza
Queste esperienze diventano gradualmente più profonde.
Le esperienze possono essere numerose: si possono vedere i mondi infernali, gli spiriti affamati, gli asura, gli esseri divini; si può separare il corpo sottile, sperimentare diversi tipi di luce o vedere esseri che si preparano a incarnarsi: possono esserci esperienze differenti. Ma con il tempo neppure questo ci soddisfa e cominciamo a pensare: «Tutto questo è meraviglioso, la mia mente si è espansa, la mia percezione si è ampliata, ma ecco il problema: un mio amico che beve e assume LSD dice di avere le stesse identiche esperienze, solo senza praticare. Non capisco quale sia la differenza tra la sua esperienza e la mia: in che modo, allora, la mia esperienza sarebbe migliore, in cosa consiste la crescita spirituale?»
All’improvviso sentiamo un Guru affermare che il punto non sta affatto nell’esperienza, bensì nella libertà dall’esperienza. Il punto non è l’esperienza, ma colui che la vive; occorre comprendere chi è colui che vive l’esperienza. C’è sempre qualcuno che vive le esperienze, ed è con lui che bisogna fare chiarezza; tutte le esperienze non hanno poi un valore così grande. È come quando viaggiate in treno e davanti a voi, fuori dal finestrino, scorrono gli alberi: un albero, poi un altro, poi un terzo; sono tantissimi e continuano a scorrere. Gli alberi scorrono e scorrono. Allo stesso modo scorrono le esperienze: sì, scorrono. Sono visibili attraverso la finestra della vostra percezione, ma la domanda è: quale valore ricaverete da questo scorrere? Questa è un’altra questione.
Lo stadio dello jnana

Qui giunge il turno dello jnana. Jnana significa cambiare il proprio atteggiamento nei confronti delle esperienze, volgendo la percezione verso colui che vive l’esperienza. Di conseguenza, le esperienze hanno senso soltanto nella misura in cui ci rivolgono verso colui che le vive; non ci lasciamo più trascinare dalle esperienze, ma, al contrario, impariamo a liberarcene, perché lo jnana yoga insegna che ogni esperienza può diventare il tuo destino, può diventare il tuo karma. Qualsiasi esperienza sottile trascina l’anima, la incanta e prende il potere su di essa.
Il compito non è vivere un’esperienza, bensì liberarsene. Di solito le persone cercano di vivere un’esperienza per espandere la coscienza e dicono: «Almeno una qualsiasi esperienza». Io dico: «Aspetta, aspetta: vivrai ancora così tante esperienze che finirai per stancartene, non saprai più come liberartene e ti chiederai: come posso liberarmi da queste esperienze, visto che sono sempre con me?»
Ci sono persone nelle quali si dischiudono la chiaroveggenza, la visione spirituale o qualcos’altro, e ciò non dà loro pace, perché non possiedono la preparazione necessaria per esserne libere. Pregano e chiedono: «Che tutto questo si chiuda; per me è molto difficile vedere le sofferenze delle persone, è molto difficile leggere i pensieri, è difficile vedere il mondo sottile; non ne ho bisogno, voglio vivere una vita normale», così dicono, perché l’esperienza comincia inevitabilmente ad assoggettare l’anima se questa non è matura, se non è preparata.
L’esperienza comincia inevitabilmente a influenzare l’anima e a dominarla, perché può essere più sottile dell’anima stessa, e l’anima smette di ascoltare la propria essenza e comincia ad ascoltare l’esperienza. E dove tale esperienza la condurrà è ignoto: una buona esperienza può condurla nei mondi celesti, mentre un’esperienza legata agli spiriti affamati può condurla nel mondo degli spiriti affamati. L’esperienza può diventare la vita successiva; perciò i santi dicono: «Impara a essere libero dall’esperienza, impara a dissolvere qualsiasi esperienza; la tua natura è intrinsecamente trascendente rispetto a tutte le esperienze, è libera da tutte le esperienze, la tua natura è al di sopra delle esperienze».
Discernimento tra l’Atman e i cinque involucri

Qui inizia il periodo dello jnana. Jnana significa che una persona acquisisce viveka (il discernimento) tra le esperienze che avvengono negli involucri e l’Atman. Questo è chiamato anche pancha-kosha-viveka: il discernimento tra l’Atman e i cinque involucri. Il Guru gli dirà: «L’esperienza avviene nell’involucro; ogni esperienza è connessa a un involucro».
L’esperienza del corpo fisico in questa vita è, com’è evidente, connessa all’involucro del corpo fisico. L’esperienza del corpo energetico, per esempio la percezione dei chakra, della kundalini, dei cinque vayu, delle vibrazioni e della circolazione dell’energia attraverso i canali, è un’esperienza del corpo energetico. Potete perfino avere esperienze del corpo energetico quando esso esce dal corpo fisico e si muove per la stanza: ha una struttura e possiede le qualità del pranamaya-kosha; questa esperienza avviene nell’involucro energetico. L’esperienza del corpo astrale avviene nell’involucro astrale, l’esperienza del corpo mentale (vijnanamaya) avviene nell’involucro mentale, mentre l’esperienza del corpo causale avviene nell’anandamaya-kosha (nell’involucro causale).
Allora il Guru dice: «Ogni esperienza è connessa agli involucri; distingui l’Atman dai cinque involucri. Tu non sei gli involucri, tu sei l’Atman. L’esperienza non accade a te, non è la tua esperienza: perché ne hai bisogno, perché ti aggrappi a essa?». Da un lato, l’esperienza è necessaria per orientarsi negli involucri: è come una serie di gradini, di pietre miliari per proseguire, e non c’è nulla di male nel vivere un’esperienza. Se vivete un’esperienza, benissimo. Ciò che è male è l’attaccamento, il mancato riconoscimento dell’esperienza, l’incapacità di distinguere l’esperienza dai cinque involucri: questo è male, quando confondiamo l’esperienza con noi stessi.
Il sentiero dello jnana-yoga

Allora il Guru dice: «Tu non sei l’esperienza; l’esperienza avviene negli involucri, ma tu non sei gli involucri, tu sei l’Atman. Trova il puro Atman al di là degli involucri», e da qui inizia lo jnana-yoga. Nello jnana-yoga il discepolo deve comprendere l’essenza dell’Atman; dopo averla ascoltata e aver ricevuto la trasmissione, deve riflettere a lungo sulla propria natura: chi sono io, che cos’è il mio Atman, perché le mahavakya della tradizione vedica, le mahavakya delle Upanishad, affermano che il mio Atman è l’Assoluto (Brahman), che il mio Sé è Dio (l’Assoluto), come può essere, perché dicono: «Tat Tvam Asi» (Tu sei Quello), Ishvara. «Tat» significa Ishvara, «Tvam» significa tu, «Asi» significa sei: a quale livello io sono Ishvara, come posso essere Ishvara?
Esse dicono: «Aham Brahmasmi»: a quale livello posso essere Brahmasmi? E lo jnana-yoga significa che seguiamo il sentiero di shravana, manana, della riflessione, e poi, quando separiamo l’Atman dai cinque involucri, improvvisamente abbiamo un’esperienza trascendente e per la prima volta il Guru dice: «Ecco, questa esperienza è un grande tesoro; questa esperienza puoi riconoscerla come vera. Tutte le esperienze precedenti erano come vetro, mentre questa è un diamante: custodiscila come una gemma magica, puoi fare affidamento su di essa. Non puoi attaccarti a essa, perché non è legata a nulla; non puoi farne un sostegno per il tuo ego, perché è priva di sostegno».
Quando impariamo a distinguere l’esperienza dei cinque involucri dall’esperienza del vero «Io», siamo pronti a intraprendere il sentiero di nididhyasana. Il sentiero di nididhyasana è il sentiero della gestazione dell’esperienza dell’Atman, del Sé supremo. È così che si sviluppa lo jnana-yoga.
Il sentiero del moksha-dharma

Quando abbiamo attraversato queste fasi — charya, kriya, yoga e jnana — nella fase dello jnana entriamo veramente nel sentiero del moksha-dharma. Il moksha-dharma raggiunge il suo apogeo nello jnana. Esistono ulteriori percorsi di avanzamento lungo il sentiero del moksha-dharma, e questi percorsi sono descritti nelle sette terre della saggezza (nei sette jnana-bhumika). Le sette terre della saggezza e l’insegnamento sui sedici kala sono i principali criteri per valutare lo sviluppo della nostra maturazione spirituale e della nostra esperienza spirituale transpersonale, ma ne parleremo la prossima volta.


