Commento al testo «Sulla conservazione dello spirito e sull’allenamento dell’energia», Sun Simiao
«Le cinque fasi della comprensione della Via sono le seguenti:
Prima fase.
Nel cuore c’è molta agitazione e poca quiete, la coscienza è avviluppata dai pensieri, nel rapporto con le cose non c’è stabilità, e i pensieri corrono avanti senza freno, come un cavallo selvaggio. Tale è il cuore delle persone comuni».

Questo ricorda il nostro stesso stato quando ci accostiamo alla pratica dalla condizione di persone comuni. Come esseri viventi siamo costituiti da corpo, parola e mente, in altre parole, da corpo, energia e spirito (coscienza). All’inizio queste cose sono confuse e non purificate. Quando sono confuse e non purificate, la luce della Fonte originaria del nostro «Io» è visibile molto debolmente. «La coscienza è avviluppata dai pensieri» significa che la nostra consapevolezza viene oscurata dal pensiero; la consapevolezza è soppiantata dai pensieri e da varie emozioni, perciò la nostra coscienza è incostante, nel rapporto con le cose non c’è stabilità. Quando la coscienza è incostante, i pensieri balzano avanti senza freno.
Dalla condizione di persone comuni, grazie alla pratica dell’autodisciplina e della contemplazione, dobbiamo raggiungere il gradino successivo.
«Seconda fase.
Il cuore a poco a poco inclina alla quiete, ma è ancora disperso, ed è difficile tenerlo a freno. Ma ci sono già zelo e pensieri ragionevoli. Questo è l’inizio della ricerca della Via».

Al secondo gradino acquisiamo a poco a poco proprio quella quiete che deriva dalla contemplazione, ma abbiamo ancora dispersione; perciò, al minimo scostamento o influsso, perdiamo di nuovo la quiete interiore e l’equilibrio, perdiamo l’autosufficienza interiore. Ma, quanto meno, abbiamo la comprensione dello spirito dell’impeccabilità.
«Terza fase.
Nel cuore agitazione e quiete sono in pari misura, e la quiete nel cuore sembra ormai raggiungibile. Nel cuore quiete e dispersione sono in pari misura, e lo zelo nella comprensione della Via diventa abituale».

Nella terza fase abbiamo una piccola vittoria: abbiamo fatto sforzi per controllarci ed essere consapevoli, e finalmente riusciamo a stare nella contemplazione per metà del nostro tempo. Anche se la dispersione c’è ancora e le agitazioni accadono spesso, tuttavia sappiamo già dove si trovi questo stato; per metà dimoriamo già nella contemplazione costante. Allora la nostra vigilanza ci dà una tale impeccabilità nella pratica che ormai quasi non commettiamo errori. Quando non c’è vigilanza, possiamo comunicare in modo scorretto, adirarci o fare qualcosa alla buona; pensiamo: «Non è nulla di grave». Non abbiamo ancora la comprensione dello spirito totale dell’approccio, sia alla pratica, sia al servizio, alla comunicazione — a qualunque cosa. Non abbiamo ancora scoperto questo spirito di totalità. Quando invece lo abbiamo scoperto, in noi compare un’impeccabilità interiore, un asse interiore. Un tale yogin ormai non si piega più, non ha né emozioni, né agitazioni, né sofferenze. Anche se prende su di sé il karma altrui, la sua coscienza è completamente sotto controllo.
Quando questo gradino è realizzato, lo yogin passa alla quarta fase.
«Quarta fase.
Nel cuore c’è molta quiete e poca agitazione, il dominio del proprio cuore è diventato abituale. C’è già l’abilità della concentrazione mentale: quando l’attenzione si perde, può essere rapidamente ristabilita».

Qui possiamo stare costantemente nella contemplazione, sebbene ci siano ancora distrazioni. Queste distrazioni sono costanti, ma anche i ritorni sono costanti. Ci troviamo in una consapevolezza profonda e ininterrotta; tuttavia la coscienza, per abitudine, si distrae per due o tre secondi, ma subito ritorna. Ci siamo già abituati a dominare noi stessi e il nostro cuore. Che ci troviamo al mercato, tra amici, che viaggiamo in treno, che vediamo un poliziotto, che incontriamo un pericolo, dominiamo costantemente il nostro cuore. Ora nulla può più scuoterci. Dimoriamo costantemente in uno stato profondo di concentrazione mentale senza sforzo. A questo livello scompare il bisogno di desideri grossolani, l’interesse a comunicare attivamente con gli amici, a cercare sostegno in qualcosa di esterno. Sappiamo che esiste un solo sostegno. Quando poi l’attenzione sfugge, la vigilanza interiore ci costringe a tornare a questa attenzione; ora i sensi sono sotto controllo. La questione è continuare a sviluppare tale vigilanza.
«Quinta fase.
Nel cuore regna la pace. Compi un’azione ed è come se non facessi nulla. Anche sotto l’influsso dall’esterno, nel cuore non sorge turbamento. Vi è un pieno dominio del cuore, e non c’è spazio per la dispersione dello spirito».

Quando viviamo costantemente nello stato della quarta fase, la quinta arriva da sé: compare la serenità. Serenità significa che in noi scompare il profondo smarrimento riguardo a noi stessi, al mondo e alla vita, scompaiono tutte le domande e così via, e anche quando facciamo qualcosa, questa pace non si perde mai più. Per lo yogin non esistono più piani, speranze; gli attaccamenti cadono come foglie secche da un albero, il suo respiro diventa raro e superficiale, i suoi canali si purificano grazie alla forza della sola contemplazione. Sente leggerezza nel corpo, è costantemente gioioso perché percepisce la libertà interiore. La sua coscienza è molto equilibrata, ora più nulla lo turberà. Non conosce più alcuna agitazione: non c’è né domani né ieri. Sente un grande ardore nel cammino e una grande forza dello spirito nell’impeccabilità. Non ha mai più tamas, è capace di restare seduto molto a lungo in meditazione e di non perdere la contemplazione, qualunque cosa faccia. Qualunque cosa inizi a fare, la fa con piena concentrazione e dedizione. Non ha più né dubbi né oscillazioni della mente. La mente diventa molto forte e unidirezionale, non si stanca mai, i desideri mondani non lo preoccupano più.
Quando queste cinque fasi sono state attraversate, allora ci siamo davvero consolidati nella contemplazione, contempliamo la nostra Realtà originaria. Non si può dire che abbiamo compreso l’Assoluto, ma, per lo meno, ci siamo già avvicinati moltissimo a Esso. La quinta fase è lo stato che precede il risveglio.
Le sette tappe della comprensione del cammino
«Da questo momento occorre attraversare sette tappe.
Prima tappa.
Scompare ogni rigidità e malessere, il corpo è leggero e il cuore sereno, abbandoni il pensare, penetri nell’interiorità. Lo spirito e l’energia sono quieti, i sei sensi non conoscono turbamento. Penetri nell’Uno, ti mantieni nel mezzo, ogni giorno porta nuove gioie. Questo si chiama comprensione del cammino».

In questa tappa lo stato dello yogin è molto diverso dallo stato di una persona comune e persino di un praticante ordinario. I praticanti, anche se non sono persone comuni, tuttavia il loro livello di energia è simile a quello delle persone comuni. A volte hanno rabbia, a volte irritazione, a volte tamas; a volte praticano molto bene, ma la loro coscienza può ancora oscillare, in loro non c’è ancora la grande ispirazione del Dharma. Praticano semplicemente perché è il loro dovere o perché hanno la comprensione delle Quattro Consapevolezze. Hanno dedizione alla verità, ma tutto ciò è ancora mentale.
In questa stessa tappa, invece, la luce divina comincia ad ardere dentro di loro da sé. La loro pratica diventa la più grande ispirazione, ogni sessione meditativa ora porta l’esperienza del samadhi, ogni giorno diventa una profondissima intuizione. Un tale yogin vive meravigliandosi estasiato del mondo, contempla Dio in sé e Dio fuori di sé, senza vedere differenza tra interno ed esterno. Quando tale tappa della contemplazione è raggiunta, il Dharma comincia a rivelare tutti i suoi segreti uno dopo l’altro.
Per esempio, la sera un monaco si sedeva in meditazione mahashanti e in due ore realizzava lo “spazio infinito”. Alle sette si sedeva come una persona, e alle nove era già un’altra, più profonda. E il giorno seguente, sedendosi in meditazione, realizzava la tappa successiva: la “coscienza infinita”. E così la sua comprensione non si arresta: giorno o notte, egli penetra con la mente sempre più in profondità, i misteri della contemplazione gli si rivelano uno dopo l’altro. Qualunque cosa faccia, è assorbito nel dimorare ininterrotto nella non-dualità.
Le tappe successive sono tappe in cui la coscienza si unisce all’energia, in seguito a ciò avviene il dischiudersi di diverse capacità. Prima che queste tappe siano raggiunte, esistono vari ostacoli, molte oscillazioni, insicurezza, incomprensione e così via. Quando invece queste tappe sono attraversate, tutti gli ostacoli scompaiono.
Il superamento del periodo delle afflizioni
Ho letto le esperienze dei monaci cristiani. Lì spesso si scrive di come essi vivessero le afflizioni. Ogni monaco scrive di come entra in un periodo di grandi afflizioni. Che cosa significa il periodo delle afflizioni? Dicono che la grazia li abbandona, versano lacrime sulla propria “caduta”, perché non hanno più né grazia né ispirazione, ma solo afflizioni. Questo accade perché conducono una vita ascetica, i sensi non godono, allora l’energia smette di salire verso il sahasrara come avviene nelle persone comuni a causa dei desideri mondani, la chiarezza diminuisce e sorge uno stato di tamas, di oscuramento e così via. Perciò si dice: la grazia scompare e resta solo la lotta contro il diavolo. I chakra inferiori e i desideri mondani rimangono, perciò sorge una lotta con i desideri nei chakra inferiori senza lo stato di grazia. Colui che attraversa questa lotta poi si purifica e, dopo lunghi sforzi, acquisisce una tale grazia da smettere di soffrire.

Quando avete padroneggiato la contemplazione, siete continuamente aperti a una tale grazia, perché la contemplazione di per sé elimina tutti gli ostacoli e i problemi. Questo non significa che essi scompaiano tutti subito per voi: ci sono, ma ora li affrontate senza difficoltà.


