Cinque qualità del fuoco come metafora del cammino spirituale dello yogi
26.07.2026
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Commento al testo «Le domande di Milinda. Libro 6. Capitolo 3»
«Venerabile Nagasena, hai detto che si dovrebbero adottare cinque qualità del fuoco. Quali sono queste cinque qualità?»
«In primo luogo, o sovrano, il fuoco brucia il fieno, le sterpaglie, i rami e le foglie secche. Allo stesso modo, o sovrano, lo yogi che pratica lo yoga dovrebbe bruciare con il fuoco della conoscenza tutte le afflizioni, siano esse esterne o interne e siano esse basate su oggetti dell’esperienza desiderabili o indesiderabili».
Il fuoco della conoscenza e la saggezza discriminante
Il fuoco della conoscenza è jnana. Quando in noi appare la luce di jnana, essa genera viveka, la saggezza discriminante. Viveka permette di vedere che cosa è benefico e che cosa è per noi nocivo, malvagio, e di separare l’uno dall’altro. Se in una tazza di latte finiscono impurità, polvere o pula, togliamo dal latte la pula, le impurità o la polvere e lo filtriamo affinché sia adatto da bere. Allo stesso modo, nel processo di sviluppo della saggezza discriminante scopriamo che cosa è nocivo, che cosa costituisce un’impurità per la coscienza, e, senza esitare, rimuoviamo questa impurità dal flusso della nostra mente. Ciò è paragonato al fuoco che brucia.
Come avviene questo nei prana e nel corpo? In voi sorge un’emozione oscurante oppure all’esterno si presenta una situazione sfavorevole, ma dentro di voi vi è un centro di consapevolezza e una saggezza discernente generata da questo centro di consapevolezza; voi, in qualità di testimone (sakshi), siete l’osservatore e osservate (drashta). Non siete partecipanti, ma, prima di tutto, osservatori. Questo stato di distacco, il rimanere nella condizione di osservatore, vi dà una distanza, uno spazio rispetto alla situazione in corso o alle vostre stesse klesha; sono proprio questa distanza e questo spazio a salvarvi.
Se prendiamo una persona comune, che non è testimone della situazione ma partecipe, essa non dispone di questo spazio. La klesha, la situazione, la coinvolge immediatamente, ed essa vi soccombe. Noi invece utilizziamo questo spazio per bruciare l’energia sfavorevole che è sorta. Allora, qualunque cosa sperimentiamo, qualunque cosa sorga, rimaniamo nello stato del centro della coscienza, e il centro stesso della coscienza diventa fuoco per la situazione negativa. Lo ripeto ormai da circa quindici anni, quasi ogni giorno, ma tutti sanno che, in pratica, non è facile farlo. Perciò penso che sia utile ripetercelo continuamente, affinché possiamo viverlo realmente, letteralmente.
La vera forza del centro della coscienza
Quando, dunque, questo centro della coscienza acquisisce una forza autentica? Non la acquisisce quando il nostro centro della coscienza è puntiforme o quando vi è un lieve stato di consapevolezza, di Atma-vichara, ma solo quando questo centro della coscienza aderisce a qualcosa di più grande dentro di noi: al Brahma-bhava, a Dio, all’Assoluto. Dire semplicemente: «Osserverò il respiro, sarò un po’ consapevole, e questo mi proteggerà da tutte le klesha e da tutto il samsara» è, come minimo, ingenuo e poco serio. Il samsara è vasto, molto potente e molto denso. In esso vi sono molte energie, e per coscienze così piccole è semplicemente inutile cercare di fare qualcosa contro di esso.
Questa è la prima lezione di umiltà che riceve l’ego. L’ego deve conoscere la propria misura, deve sapere che i suoi sforzi e la sua consapevolezza sono limitati, che da solo non può fare molto; deve disilludersi dei propri sforzi, del proprio percorso personale e individuale, e prima o poi deve fallire. Soltanto quando si sarà disilluso del proprio sforzo, del proprio percorso personale, comprenderà che cos’è la grazia, che la grazia è importante, che la resa di sé è importante, che è importante affidarsi a Dio invece di fare affidamento su se stessi.
Nel momento in cui lo comprendiamo e in noi sorge la vera resa di sé, diciamo interiormente: «Sì, dopotutto non sia fatta la mia volontà; desideravo tanto che si compisse la mia, ma non ne verrà fuori nulla. Sia fatta piuttosto la Tua. Quando si compie la Tua volontà, tutto va meglio. Perché la mia volontà è piccola e spesso rovina molte cose». Quando diciamo così, entriamo nel processo del non-agire, ci arrendiamo davvero, e molte delle nostre attaccature e speranze vengono recise.
Solo allora il centro della consapevolezza diventa una vera forza. Non è più il nostro centro personale di consapevolezza, un certo punto nello spazio, ma è l’Essere infinito stesso, Dio stesso. Quando Dio stesso ci prende sotto la sua protezione con la forza della sua Anugraha, possiamo resistere all’assalto di qualsiasi klesha e dissolvere qualsiasi energia dell’Universo. Per quanto grandi possano essere queste energie, noi siamo ancora più grandi, perché agiamo secondo il principio: «Non appartengo a me stesso, appartengo a Dio». Non appena apparteniamo «a noi stessi», siamo già condannati alle limitazioni e all’insuccesso. Quando rinunciamo ad appartenere soltanto «a noi stessi» e cominciamo a sentirci appartenenti a Dio, dietro di noi si desta una forza immensa.
Spietatezza verso le afflizioni
«Questa è la prima qualità, o sovrano, che si deve apprendere dal fuoco. Inoltre, o sovrano, il fuoco è spietato e senza compassione. Allo stesso modo, o sovrano, lo yogi che pratica lo yoga non deve risparmiare né compatire alcuna afflizione. Questa è la seconda qualità, o sovrano, che si deve apprendere dal fuoco».
Perché non si devono risparmiare i klesha, gli stati oscurati? Perché sono davvero dannosi. Se non li si sradica durante la vita, in futuro questi klesha e stati oscurati potranno rovinarci seriamente l’esistenza.
Per esempio, dopo la morte molti spiriti cercano i cieli. Da vivi non li cercavano, ma una volta divenuti spiriti cominciano a cercarli. Si trovano in uno stato intermedio, si riuniscono in gruppi, discutono su dove andare e circolano varie voci: «I cieli sono là, là ci sono cieli di questo tipo» — ognuno ha le proprie idee. Alcuni ritengono che i cieli siano potere, dominio e lusso. Ma quando viene detto loro che i cieli sono amore, dedizione e devozione a Dio, ciò non piace loro e pensano: «Dove sono i cieli che vorremmo noi?», e se ne vanno: quei cieli non fanno per loro.
Altri pensano che basti attraversare un certo confine che separa il mondo degli spiriti dai cieli per entrare immediatamente in quel mondo, ma i guardiani dei cieli sbarrano loro la strada e dicono: «Non siete pronti per lo splendore dei cieli, dovete ancora purificarvi in questo mondo». L’aspetto degli spiriti dotati di una coscienza pura cambia gradualmente: essi assumono la forma di esseri divini e luminosi e diventano pronti per essere ammessi nei mondi superiori. L’aspetto di coloro che sono sopraffatti dall’avidità, dall’iracondia e da vari tipi di klesha si manifesta invece in diverse forme di deformità.
A volte sulla testa di uno spirito simile si trova una qualche creatura, forse con le corna, oppure simile a un uccello nero che lo becca. Può darsi che lo spirito stesso non riesca a vederla: semplicemente non vede la propria condizione, ma gli esseri divini (deva, angeli) vedono tutto questo. Quando uno spirito simile si trova davanti agli angeli, ogni punto della sua coscienza viene esaminato fin nei minimi dettagli: tutta la vita vissuta, ogni parola pronunciata, ogni pensiero formulato, ogni immagine visualizzata.
Oltre al fatto che il suo corpo astrale possiede una forma che esprime la sua essenza spirituale, avviene anche questa scansione, e vengono determinati con precisione il posto, lo status, il livello e la posizione gerarchica di ogni essere. Là non è possibile né nascondere né ingannare; la spiritualità vi si manifesta direttamente: chi è spiritualmente deforme ha un aspetto deforme; chi è spiritualmente bello, ricco e sviluppato ha un aspetto bello, ricco e sviluppato.
La differenza tra il mondo fisico e quello spirituale
Nel mondo umano è possibile nascondersi: ci si può vestire elegantemente, indossare gioielli e, anche se si è spiritualmente oscurati, esteriormente si può risplendere e nessuno lo capirà subito, finché non ci conoscerà meglio. Oppure, al contrario, esteriormente una persona può essere lacera e sporca, ma nella sua anima può essere molto santa, bella e pura. Nel mondo spirituale la forma esprime il contenuto: non vi è alcuna differenza tra forma e contenuto. Là è impossibile nascondere o falsificare alcunché. La santità si esprime sotto forma di splendore, luce e aspetto raffinato. Anche i klesha e gli oscuramenti si esprimono sotto forma di qualche immagine impura e terrificante. Gli spiriti che hanno molti klesha, afflizioni e stati oscurati manifestano volti nella propria aura, varie condizioni negative, deformazioni e immagini impure.
In base ai propri stati interiori, tali spiriti si raggruppano su diversi livelli e assumono il proprio status. Così viene determinata la vita futura. Tutte le inclinazioni presenti in questa vita passano in quella successiva.
La preziosità della nascita umana
Nelle dimensioni sottili è difficile evolversi, perciò si parla di «preziosa nascita umana». Possediamo determinati karma, un corpo e dei canali capaci di bloccare il sanchita karma e di separare il prarabdha karma; in questo modo viene isolata soltanto una parte della coscienza con cui possiamo lavorare ed evolverci. Esiste la mente concettuale. Nelle dimensioni sottili, quando l’anima è fuori dal corpo, il subconscio e la mente concettuale agiscono insieme. Tutti i fattori della citta, tutte le tendenze nascoste della mente, si manifestano simultaneamente.
In tali stati possono evolversi e progredire soltanto le anime altamente sviluppate, che si sono veramente purificate e hanno coltivato la contemplazione; le anime di livello basso e medio, invece, non possono evolversi adeguatamente, poiché è necessario utilizzare uno strato molto sottile della consapevolezza.
Tutte le inclinazioni, i tratti caratteriali, le abitudini, il modo di pensare e la mentalità, così come sono stati coltivati durante la vita, allo stesso modo si manifestano là. Se qualcuno aveva un’inclinazione per la filosofia, dopo aver attraversato il periodo del Bardo ed essere divenuto uno spirito, continua ad avere un’inclinazione per la filosofia e può partecipare a dispute e dibattiti. Chi aveva un’inclinazione per l’arte, la danza e la musica diventa uno spirito e appartiene a un determinato mandala legato alla musica e alla danza. Chi aveva un’inclinazione per la purezza spirituale continua a cercare e sviluppare questa purezza, diventando un devata di ordine elevato. Chi aveva un’inclinazione ad aiutare gli altri, con il tempo trova un mandala e un servizio in cui può aiutare gli altri, per esempio gli esseri umani sulla Terra o le anime che passano dalla realtà fisica a quella spirituale.
Tutte le inclinazioni presenti durante la vita si sviluppano, e ciascuno occupa il proprio posto in conformità con esse. Se durante la vita si coltivava qualche klesha o stato oscurato, anche questa klesha e questa inclinazione si dispiegano nel mondo sottile e creano intorno a tale essere un ambiente sotto forma di immagini corrispondenti. Queste immagini corrispondenti attraggono alcuni esseri e ne respingono altri. Perciò, quando sorgono tali klesha, il monaco impara seriamente non ad accettarle, bensì a purificarle, per esempio controllando la rabbia, autoliberandola o integrandola; in ogni caso, però, egli si addestra e non permette alle klesha di impadronirsi di lui.
«Inoltre, o sovrano, il fuoco scaccia il freddo. Allo stesso modo, o sovrano, lo yogi che pratica lo yoga deve accendere il fuoco ardente dello sforzo e scacciare le afflizioni. Questa, o sovrano, è la terza qualità che bisogna apprendere dal fuoco. Inoltre, o sovrano, il fuoco genera calore, essendo libero dall’attaccamento e dall’avversione. Allo stesso modo, o sovrano, lo yogi che pratica lo yoga deve essere libero dall’attaccamento e dall’avversione e rendere il proprio pensiero simile al fuoco».
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Autore Гуру
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