Le cinque saggezze e l'elemento dello spazio come base della liberazione
24.05.2026
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Nella sezione delle shakti-yantra è molto importante assimilare i principi dei cinque elementi. Nei «Precetti di Goraksha» si dice:
In che cosa può sperare lo yogin che non conosce i cinque spazi nel proprio corpo.
Si intende che finché non si conoscono i cinque spazi nel proprio corpo, la liberazione non arriva. Possiamo riflettere su queste parole per tutto il resto della nostra vita. Cinque chakra, cinque elementi, cinque spazi, cinque saggezze: tutto questo è manifestazione della stessa cosa. Nella dimensione più sottile, i cinque elementi sono cinque spazi di pura luce. Nel corpo fisico condizionato sono i cinque chakra principali. In generale, esistono sette elementi, ma poiché gli ultimi due sono troppo sottili per la comune percezione umana, non se ne parla, e si parla soltanto dei cinque.
Nel corpo fisico condizionato i cinque spazi puri rappresentano i cinque elementi, i cinque chakra con i karma in essi. Il processo di liberazione significa sciogliere i nodi nei chakra, sciogliere i karma. Se tutti i nodi sono sciolti e gli elementi si dissolvono, allora l’uomo ritorna di nuovo allo stato dei cinque spazi puri. E quando lo yogin ritorna allo stato dei cinque spazi puri, appaiono le cinque saggezze. Si può dire che le cinque saggezze agiscano anche ora, ma solo in una forma offuscata, non pienamente illuminata.
Ekarasa-vidya — la saggezza dell’unico sapore
La prima saggezza è legata all’elemento terra, al muladhara. È ekarasa-vidya, o saggezza dell’unico sapore, saggezza unica. Quando il muladhara è completamente purificato e l’elemento terra è illuminato, lo yogin acquisisce lo stato dell’unico sapore. Ciò significa che può vedere tutto in modo equanime. Bene o male, onore o oltraggio: tutto questo per lui appare come la stessa cosa. È così immerso nella contemplazione che per lui tutti i fenomeni appartengono allo stesso ordine e sono percepiti come una benedizione. Per un praticante inesperto, invece, il piacere è una cosa, mentre il dolore del corpo fisico è un’altra.
A volte un praticante può essere così attaccato a se stesso che, se si ammala, comincia a essere molto sospettoso al riguardo, e in lui nasce una fortissima inquietudine della mente: «Oh, è un tale problema! Ora infatti non potrò praticare e non raggiungerò la liberazione, tutto sta crollando! Tutto il mio cammino di vita è in pericolo, perché mi sono ammalato! Tutto è perduto!» Invece di essere nella presenza, liberare e rapportarsi in modo equanime, comprendendo che in questo mondo esistono diverse manifestazioni, comincia a cadere nel panico, allontanandosi così ancora di più dalla capacità di contemplazione. Invece di usare la sofferenza come sentiero, come prova, come allenamento, come verifica della propria forza contemplativa, fa di tutto per non usarla come sentiero, cadendo nella confusione a causa delle sofferenze. Ma questo non è affatto il sentiero insegnato dai santi.
Quando studiate presso il Guru, bisogna apprendere la sua maestria non solo in alcune pratiche tecniche, nella filosofia, nell’insegnamento, ma anche nella visione della vita e nella percezione del mondo in quanto tale. Per esempio, il principio del Guru è questo: «Questa è la cosa migliore che mi fa avanzare. Ora questo è il cammino più breve per me. La prova che mi è toccata ora è la cosa migliore. Le forze superiori mi conducono per la via più breve». Quando ci rapportiamo così a tutte le sofferenze, avversità, prove, malattie e così via, questo è il principio migliore, perché in tal modo vengono recise le nostre speranze e i nostri attaccamenti. E quanto più essi vengono recisi, tanto meglio è per noi, poiché rimane la nostra vera essenza, mentre tutto ciò che è falso e superficiale cade. Questo metodo permette di verificare se stessi. Proprio questo metodo di pratica seguivano i santi.
Samarasa-vidya, o stato dell’unico «sapore», permette di vedere l’equanimità in tutte le manifestazioni. Ma questo non significa che non ci si debba prendere cura del proprio corpo fisico. In India ci sono asceti che pensano che quanto peggio sta il corpo, tanto meglio è per lo spirito. Non solo non si prendono cura del corpo, perché è temporaneo e muore, ma addirittura lo torturano appositamente. Per esempio, c’era un santo che aveva dei vermi in una ferita purulenta sulla gamba, e li raccoglieva con grande amore quando cadevano dalla ferita. Permetteva loro di mangiare il suo corpo, pensando così: «Offro il mio corpo a tutti gli esseri viventi. I vermi hanno fame, che mangino il mio corpo».
In India l’approccio di tale ascetismo e violenza sul corpo era molto diffuso. Tuttavia l’approccio del tantra è diverso: esso proibisce di trattare male il corpo e afferma che il corpo deve essere considerato uno strumento divino. Naturalmente, questo non significa avere attaccamento e praticare un approccio mondano alla percezione delle sofferenze. Significa uno stato equanime, in cui vi prendete cura del corpo come di una buona macchina, che curate, ma non cadete nel panico se qualcosa non va. Tale impassibilità è data dalla saggezza equanime, samarasa-vidya.
Pratibimba-vidya — la saggezza simile a uno specchio
Un'altra saggezza è legata all'elemento dell'acqua. Si chiama pratibimba-vidya, o saggezza simile a uno specchio. È la capacità di riflettere tutte le cose. Lo yogin che ha padroneggiato la saggezza simile a uno specchio può riflettere nella propria coscienza qualsiasi fenomeno dell'Universo.
Quando l'elemento dell'acqua è completamente sottomesso, in quest'area diventa uno spazio di colore bianco, uno spazio infinito di presenza della coscienza di colore bianco. E in esso vi è la saggezza simile a uno specchio, cioè la capacità di questo spazio di riflettere tutti i fenomeni dell'Universo. Una persona simile, vedendo anche la cosa più ordinaria, può rifletterla in modo molto divino, per esempio scrivere su di essa una poesia meravigliosa. Può vedere in modo molto divino il dettaglio più insignificante e rifletterlo.
Viveka-vidya — la saggezza discriminante
La terza saggezza è legata all'elemento del fuoco. È viveka-vidya, o saggezza discriminante. Lo yogin che ha padroneggiato la saggezza discriminante può comprendere chiaramente le sfumature più sottili di qualsiasi cosa nell'Universo, senza confonderle.
La saggezza discriminante significa la comprensione più sottile della differenza di sfumature tra le diverse energie nell'Universo. Una persona che non possiede la saggezza discriminante può confondere un metodo con un altro, un insegnamento con un altro; per lei è come se tutto fosse una cosa sola. Supponiamo che abbia un forte elemento dello spazio, vishuddha-chakra, ma una debole saggezza discriminante: avrà la tendenza a pensare che tutto sia uno, ma allo stesso tempo non distinguerà l'insegnamento. Cioè, per lui bhakti e jnana sono una cosa sola, kundalini-yoga e raja-yoga sono anch'essi una cosa sola, ma non può comprendere profondamente in che cosa consista la sottigliezza di ciascun insegnamento. Gli anziani, i giovani e in generale tutte le persone gli appaiono uguali, ma non sa orientarsi su come rapportarsi agli uni e agli altri. Quando manca la saggezza discriminante, è difficile cogliere le diverse sfumature o stati. Lo yogin che possiede la saggezza discriminante può mettere tutto al proprio posto, ordinatamente sugli scaffali, e al contempo non si attacca al proprio discernimento, sapendo che tutto ciò è una manifestazione dell'unico spazio della coscienza.
La saggezza discriminante è l'elemento del fuoco completamente purificato, è uno spazio di colore rosso nel corpo. Per esempio, se uno yogin si concentra a lungo sul manipura-chakra, grazie al samyama può vedere uno spazio di colore rosso ed entrarvi.
Le saggezze che tutto compiono e tutto abbracciano
L'elemento successivo nel corpo è il vento. Completamente purificato, esso viene percepito come uno spazio di colore verde nel corpo. L'elemento vento conferisce la saggezza che tutto compie, poiché il prana è il veicolo, la base di tutto. Si ritiene che la saggezza che tutto compie, o la capacità di compiere qualsiasi azione nell'Universo, arrivi per ultima; e se una persona non è diventata completamente illuminata, questo tipo di colore non si manifesta quando nel bardo si manifestano le saggezze perfette.
Infine, la saggezza che tutto abbraccia è legata all'elemento dello spazio. L'elemento dello spazio nella sua forma pura è simile a uno spazio infinito di colore blu. E la saggezza a esso collegata, la saggezza che tutto abbraccia, è sintetizzante, cioè unisce tutto in un'unica realtà. Per esempio, se in uno yogin la saggezza che tutto abbraccia è debole, egli non può ricondurre i diversi insegnamenti a un'unica coscienza, a un'unica base. Tutti gli insegnamenti gli appaiono frammentati. Se invece la saggezza che tutto abbraccia è forte, lo yogin vede l'unità in tutto. Questa saggezza è particolarmente importante per la pratica del laya-yoga, poiché lo stato naturale e la presenza si basano sulla saggezza dell'elemento dello spazio. La capacità di vedere l'uno in tutte le pratiche e in tutti i metodi, e l'abilità di unire tutto alla contemplazione, sono manifestazioni della saggezza dell'elemento dello spazio.
L'elemento dello spazio e lo stato naturale
Spazio.
Tutto nasce dallo spazio ed esiste nello spazio. Dentro di noi questo elemento sacro, lo spazio, si manifesta come stato naturale. L’esperienza è il contenuto dello stato naturale.
Esiste la consapevolezza. Essa è simile allo spazio. Il contenuto di questa consapevolezza è tutto ciò che sperimentiamo, cioè tutti gli oggetti esterni e le loro energie. Ma la base di qualsiasi esperienza è la mente, simile allo spazio. È molto facile stabilire se una persona abbia scoperto la mente simile allo spazio, la base di tutte le esperienze, oppure no. Se una persona ha scoperto la base di tutte le esperienze, allora può trovarsi nel mezzo di esse, ma esse non la afferrano e non la agganciano. Una tale persona può assorbire tutto, e tuttavia non viene colorata da nulla, cioè la sua coscienza non cambia. È sempre rilassata e serena, si orienta verso la base di tutto, cioè non verso ciò che viene percepito, ma verso colui che percepisce. In ogni cosa vede sempre un’unica base, e questa unica base è la consapevolezza, il percettore. Questo percettore è lo spazio puro, nel quale fluttuano tutti i fenomeni dell’Universo.
Se una persona non ha scoperto lo stato naturale, al contrario, è orientata verso la percezione e verso ciò che viene percepito. Il percettore le è ancora sconosciuto, perciò le oscillazioni interiori dell’anima possono catturarla. Una persona può essere catturata dalle emozioni. Ciò significa che non si è ancora liberata dall’influenza dei chakra inferiori. Un’altra può essere catturata non dalle emozioni, ma da certi desideri grossolani, per esempio desideri sessuali, cibo, sonno, cioè dalle qualità pashupatiche del muladhara. Se invece una persona si è liberata, non viene più catturata né dagli stati grossolani né dalle emozioni, ma può ancora non essere libera dall’intelletto, dalla chiarezza della mente: con la mente cerca di mettere tutto in ordine e di arrivare al fondo dell’essenza. In questo caso non usa la chiarezza della consapevolezza, ma usa la logica e l’intelletto, che sono limitati. Una tale persona è afferrata dai concetti. Colui invece che si è liberato da tutto questo non è afferrato da nulla e dimora costantemente nell’unità con lo spazio, con la base della propria coscienza. E allora giunge davvero la piena libertà. Una tale persona non si orienta verso nulla, se non verso la consapevolezza. Se lo yogin è inesperto, in lui può sorgere nichilismo nei confronti dell’esterno; se invece è esperto, tutte le esperienze che sorgono saranno da lui considerate inseparabili dalla sua consapevolezza. Non ha né attaccamento né rifiuto verso ciò che sperimenta.
Lo stato armonioso dell’elemento spazio
Se l’elemento spazio in noi è equilibrato, nella vita c’è posto per tutto. Qualunque cosa sorga, trova un rifugio. Abbiamo molto tempo, sufficienti capacità emotive, sufficiente tolleranza. Tutte le esperienze sono appropriate, non sono né troppe né troppo poche. Tutte le esperienze non sono separate da noi, ma neppure ci dominano. Non cerchiamo di ottenere esperienze, ma non le evitiamo nemmeno; ci appoggiamo piuttosto su noi stessi, cioè su colui che riceve le esperienze.
Di solito, quando si parla degli elementi, si dice che esiste una tale configurazione: lo stato in cui gli elementi sono armoniosi, lo stato in cui gli elementi sono in eccesso e lo stato in cui gli elementi sono in difetto. A seconda di quali elementi siano presenti nel corpo, così la persona percepisce se stessa. Si può dire che una persona in cui l’elemento spazio è armonioso si trovi in contemplazione fin dalla nascita; anche tutti gli altri elementi in lei sono equilibrati. Un tale yogin si orienta verso l’essenza sottile della coscienza, verso la base di tutto. Dietro tutti i fenomeni egli vede questa base.
Eccesso dell’elemento spazio
Una persona in cui predomina lo spazio non è di questo mondo. Non ha legame con il contenuto dello spazio, cioè con gli altri elementi. Questo stato non è un’unione con la natura della Mente. Una tale persona semplicemente perde il legame, avviene una perdita di senso. Ma non a causa della depressione, che si verifica quando predomina la terra, bensì a causa di un legame poco profondo con la vita, per cui diventiamo privi di radici. Il risultato dell’eccesso dell’elemento spazio è l’elemento della consapevolezza, l’elemento della presenza.
Se in una persona l’elemento dello spazio è in eccesso e non viene compensato dagli altri elementi, allora tale persona è smarrita, non sente la capacità di manifestarsi né attraverso l’elemento del fuoco né attraverso l’elemento dell’acqua. È alienata da qualsiasi manifestazione della vita. Non è di questo mondo, ma non si trova nemmeno nella presenza. È come sospesa tra cielo e terra. A volte in lei sorge il desiderio di una forte solitudine o di un vuoto non manifestato. Poiché non riesce a mantenere lo stato dello spazio unico e della base tra gli oggetti, non sa che cosa fare con questo Universo esterno. Lo stato del desiderio del non manifestato è una delle manifestazioni dell’eccesso dell’elemento dello spazio. Una persona del genere non riesce a costruire relazioni con gli altri, perché è smarrita in se stessa e in questo vuoto, non sa come manifestarlo all’esterno e che cosa fare con gli altri elementi. Non riesce a mettersi nella posizione di un’altra persona, a guardare la situazione da altri punti di vista. Non ha identificazioni con nulla, ma non ha nemmeno radici, non riesce a prendere sul serio nulla. Ha un atteggiamento superficiale verso tutto, non riesce a trarre energia da ciò che percepisce. Così si manifesta lo stato eccessivo dell’elemento dello spazio.
Domanda: Ascolto e non riesco a capire nulla. Visto che parlate del vishuddha-chakra e dell’elemento dello spazio armonizzato, tutti gli elementi si armonizzano automaticamente se il vishuddha-chakra viene armonizzato? Oppure bisogna sviluppare ogni elemento separatamente, per così dire?
Se una persona si trova al livello di un vishuddha-chakra sviluppato, ciò presuppone che anche gli altri elementi siano in uno stato piuttosto buono. Questo non significa che siano completamente sviluppati, ma, quantomeno, il livello di un tale yogin è alto, se è arrivato al vishuddha-chakra. Cioè, non è più proprio una persona comune, è al di sopra del mondo degli uomini. Se una persona non è arrivata al vishuddha-chakra, guarda il mondo con gli occhi dell’anahata, del manipura, non ha saggezza in quanto tale. Anche se intraprende la pratica, per qualità è completamente diversa da una persona del vishuddha-chakra. Queste persone possono svolgere la stessa pratica, ma la vedono con occhi diversi. Supponiamo che una persona del livello del vishuddha afferri istantaneamente lo stato della contemplazione, della presenza, della base unica, dell’auto-liberazione. Lo sentiva già dentro di sé, le sono stati semplicemente dati degli accenni, e lo ha afferrato rapidamente. Una persona del livello del manipura, invece, analizzerà tutto nei minimi dettagli, ma non riuscirà a unificarlo. Avrà chiarezza intellettuale, ma l’uscita dai concetti avverrà più tardi.
Carenza dell’elemento dello spazio
Se l’elemento dello spazio è troppo, ciò porta alla perdita delle qualità che sorgono in noi nello spazio.
L’eccesso dell’elemento dello spazio porta al fatto che lo yogin non riesce a connettersi con tutte le energie che si manifestano in lui. Nel migliore dei casi, è la perdita dei punti di riferimento nella dimensione relativa, cioè la perdita dell’azione nella visione, la perdita dell’azione nella consapevolezza. Ma a volte si può sentire parlare dei folli in Cristo. Questo è un tipico esempio della manifestazione dell’elemento dello spazio, quando la saggezza dell’elemento dello spazio non riesce a manifestarsi armoniosamente negli altri elementi; perciò la persona sceglie la via dell’ignorare la dimensione relativa e del diventare un uomo di Dio.
Ma se è troppo poco, allora tutto ciò che sorge comincia a dominarci, tutto sembra solido e impenetrabile. Piccoli ostacoli possono sembrare smisuratamente grandi.
Se l’elemento dello spazio è scarso, ciò significa che lo yogin è catturato da questa vita, gli oggetti materiali esercitano influenza su di lui. Non riesce a espandere la propria coscienza. Ciò che vede esercita influenza sulla sua mente e comprime la coscienza. Per esempio, si trova in cucina e vede dei piatti; la sua mente è assorbita dai piatti, dalla cucina, e questo si imprime in lui, comprime la sua coscienza. Comunica con coloro che vivono accanto a lui, e questo comprime la sua coscienza. Non riesce a trovare la base di tutte le esperienze; le esperienze esercitano influenza sulla sua coscienza, la mente vi si aggrappa e si attacca a esse. E gli attaccamenti, a loro volta, generano sofferenza. E la causa di tutto sta nel fatto che dietro le esperienze non si vede la base unica. Anche quando un tale yogin pratica, in lui c’è dualità: vede la statua, ma non vede ciò che c’è dietro di essa; sente le parole del sutra, ma non ne comprende il significato profondo. Per una persona del genere è difficile comprendere che cosa si celi dietro tutte le esperienze, perciò gli oggetti esterni esercitano influenza sulla sua mente, la condizionano. Così si manifesta la carenza dell’elemento dello spazio.
La carenza di spazio porta al fatto che un altro elemento inizi a prevalere e a determinare le nostre reazioni. Una persona con lo spazio equilibrato può lavorare tutto il giorno, meditare, dedicarsi alle pratiche spirituali e anche contenere tutto dentro di sé. Ha posto per ogni cosa. Un’altra persona, nelle stesse circostanze ma con una carenza di spazio, non sarebbe in grado di sopportarlo.
Manifestazioni dello squilibrio dell’elemento spazio
Ad esempio, ci sono persone che si smarriscono se viene loro affidato un servizio complesso. La loro mente comincia ad agitarsi fortemente. Perdono la meditazione, perdono la consapevolezza. Ci sono persone che possono svolgere un servizio complesso, ma allo stesso tempo hanno una coscienza stabile, mantengono perfettamente la consapevolezza e non incontrano alcuna difficoltà. Questo è dovuto al fatto che l’elemento spazio sia presente o meno.
Ad esempio, una persona è capace di governarsi svolgendo un servizio semplice, ma se il servizio diventa un po’ più complesso, in lei sorge confusione e smette di controllarsi. Al contrario, un’altra persona può svolgere un servizio complesso, praticare, prendersi cura di sé e degli altri. E allo stesso tempo non ha alcuna confusione, perché tutto trova posto nella sua coscienza come se fosse infinita. E poi se ne va tranquillamente in ritiro e pratica. Qualunque cosa faccia un simile yogin, vede sempre l’unico fondamento e l’essenza, e tutto ciò che si manifesta lo collega alla contemplazione. Questo è il fattore dell’elemento spazio dispiegato.
Di fatto, la capacità di collegare qualsiasi situazione alla contemplazione dipende proprio dalla comprensione di questo fondamento dell’elemento spazio. Se avete un elemento spazio forte e armonioso, non vi stancate. In generale, quando vishuddha è attivata, il corpo è sempre molto vigoroso e leggero, non c’è forte fame, stanchezza fisica, tamas. Occupandosi di qualche attività, una persona simile la compie come per gioco, con grande facilità. Non si attacca a nulla, poiché tutte queste attività sono immerse nello stato naturale. Per lui non sono più, per così dire, attività, ma pratica del gioco.
Eccesso dell’elemento spazio
Una persona con predominanza dello spazio semplicemente scorre con la corrente della vita. Il lavoro per lei non ha alcuna importanza.
Al contrario, se una persona ha un eccesso dell’elemento spazio, vi si perde. Si perde come personalità, il suo ego yogico si dissolve in questo spazio. Ad esempio, un monaco inesperto o un novizio che abbia ricevuto una forte esperienza, che lo ha scosso a tal punto da restarne costantemente immerso, non riesce poi a concentrarsi sul servizio, sulle corrette relazioni con gli altri, sullo studio dell’insegnamento relativo. È come se si perdesse in questo stato illimitato. Ha perso lo stimolo a compiere le pratiche nella dimensione relativa. Questo viene chiamato perdita dell’azione nella visione. La sua coscienza è più o meno questa: tutto è vacuità, tutto è illusione, tutto è inutile. Semplicemente scorre con la corrente, abbandonandosi a questo stato. Gli è difficile compiere sforzi per continuare correttamente la pratica. Se praticate, dovete avere un forte ego yogico relativo, che possa far fronte all’elemento spazio. Questo viene anche chiamato esperienza della vacuità nella meditazione.
Carenza dell’elemento spazio e continuità psicologica
Di solito ci identifichiamo con le circostanze esterne: il lavoro, gli interessi, le relazioni, il nostro corpo, cioè più con il contenuto dello spazio, con le esperienze, che con colui che fa esperienza. In questo caso, naturalmente, avendo perso qualcosa di quanto elencato, ci consideriamo perduti. Le relazioni cessano, le relazioni finiscono, e allora diciamo di sentirci perduti.
Se una persona ha una carenza dell’elemento spazio, cioè non ha ancora formato la propria continuità psicologica a livello della consapevolezza, essa si spezza facilmente. Il suo ego, la sua personalità non si fonda sull’elemento spazio, ma su alcune esperienze esteriori. E se accade qualcosa, allora tale continuità psicologica si disgrega, si disgrega l’illusione della sua integrità come personalità. Ad esempio, se una persona non ha consapevolezza legata all’elemento spazio, sente di essere perduta come personalità quando crolla un’ideologia, cambiano le relazioni, lo status, l’ambiente esterno. Allora deve ricostruire di nuovo se stessa e definire chi sia davvero.
Ma se una persona ha un forte elemento dello spazio, una cosa del genere in linea di principio non può accadere, perché, per quanto cambino le circostanze, essa ha sempre un centro interiore, connesso alla base di qualsiasi esperienza. Si orienta prima di tutto verso colui che sperimenta, e non verso ciò che viene sperimentato o verso l’esperienza stessa; perciò è capace di non perdere se stessa in qualsiasi situazione.
Quando lo yogin realizza la coscienza continua e la luce, la sua continuità psicologica non può essere distrutta da nulla, né nello stato di veglia, né nel sogno, né al momento della morte. Questo è lo stato supremo dell’elemento dello spazio.
Unione completa con l’elemento dello spazio
Se ci uniamo completamente all’elemento dello spazio, allora conosciamo la natura della Mente. Allora siamo liberi, perché non ci lega più ciò che sorge nell’esperienza. Comprendiamo la nostra vera natura, siamo uno con la nostra essenza e non cerchiamo all’esterno le cause dei nostri problemi.
Quando una persona non possiede l’elemento dello spazio, cerca sempre all’esterno vari problemi e appigli. Per esempio, nelle relazioni disarmoniche le sembra che la colpa sia di qualcun altro; per lei tutto è sempre legato agli eventi esterni. Una persona simile non comprende che tutto si trova nella sua coscienza, che tutti i problemi e le gioie provengono dalla sua coscienza, che può cambiare l’ambiente cambiando se stessa dall’interno. Una persona simile può credere erroneamente che esista qualcosa di esterno, indipendente dalla sua coscienza, ed entra in tali rapporti illusori con l’esterno.
Se invece l’elemento dello spazio è completamente purificato, lo yogin si orienta interamente verso la consapevolezza, come se si assumesse la responsabilità di tutto. In realtà, come persona egli appare soltanto dal momento in cui si assume veramente la responsabilità di qualcosa. Se ha detto qualcosa, risponderà delle proprie parole, farà tutto ciò che è necessario.
Quando nel nostro ashram arrivò un monaco, gli diedi il compito di spazzare il pavimento, e quando non riuscì a farlo, conversai a lungo con lui. Si stupì: «Per il Guru la questione delle pulizie è così importante?!» Ma non è una questione di pulizie, bensì una questione di responsabilità per ciò che fai. Se la parte più alta di te ha preso una decisione, allora questa decisione deve essere totale, bisogna incarnarla nonostante tutto, anche se l’intero Universo dovesse crollare, perché questa decisione è stata presa dallo stato più profondo. Non è importante che cosa fare, è importante manifestare responsabilità per la decisione che hai preso. Ciò significa che se la parte profonda del tuo «Io» ha preso una decisione, né i sentimenti, né l’ego, né la mente, né le circostanze esterne possono scuoterla: tale è la forza yogica dell’esecuzione di ciò che è stato concepito. Nulla può opporsi alla tua intenzione, se hai preso una decisione. La tua mente possiede questa enorme forza grazie al fatto che tu realizzi la Sorgente della mente, lo stato più profondo. Uno yogin simile è incrollabile e può conseguire i siddhi, l’esaudimento dei propri desideri, ottenere esperienze mistiche.
La pratica dell’auto-liberazione
Sappiamo che qualsiasi difficoltà che incontriamo è semplicemente qualcosa che sorge nello spazio. Non abbiamo bisogno di diventare noi stessi questo problema; possiamo appoggiarci alla nostra propria esperienza dell’essere, e non al modo in cui gli altri ci vedono. Possiamo accettare con approvazione noi stessi e ciò con cui ci confrontiamo.
Qualsiasi esperienza che accade è qualcosa che sorge nello spazio della nostra coscienza. Auto-liberarsi significa spostare il fuoco della propria mente su questo spazio nel momento stesso dell’esperienza. Quando lo yogin compie la pratica dell’ascetismo, è come se si spronasse intensamente a spostare la propria coscienza dal corpo o dalle circostanze a questo spazio della coscienza.
Non abbiamo bisogno di diventare noi stessi questo problema.
Quando invece non abbiamo consapevolezza di questo spazio, allora sorge il problema. Si può dire che noi stessi diventiamo questo problema. Di fatto non possiamo liberarlo, e al suo posto esso si impadronisce della nostra mente. E qui c’è una sottile differenza: quando diventiamo il problema, comincia il samsara; quando, nel momento dell’esperienza del problema, lo liberiamo e diventiamo spazio, comincia il nirvana.
Possiamo appoggiarci alla nostra propria esperienza dell’Essere, e non al modo in cui gli altri ci vedono.
La propria esperienza dell’Essere significa che possediamo una grande fiducia nello stato interiore di presenza, che vi siamo già radicati, che esso non ci abbandona più. E il modo in cui gli altri ci vedono non è più così importante; ciò che conta è come realizziamo questo spazio. La visione karmica del mondo degli uomini smette di esercitare su di noi un’influenza simile. Possiamo cambiare la nostra visione karmica semplicemente con la forza del dimorare nella presenza simile allo spazio.
Per esempio, a un praticante che non ha ancora scoperto la consapevolezza servono amici semi-mondani, rapporti con i quali si costruiscono sulla base dell’attaccamento, cioè che possano consolarlo o sostenerlo. La sua coscienza può cadere nello sconforto o nella confusione, perciò deve essere incoraggiato nella pratica. Tutto questo accade quando la consapevolezza simile allo spazio non è stata rivelata. Un tale praticante può cambiare decisione, la sua fede è debole, non possiede ancora le qualità del vira-yogin, dell’eroe inflessibile, del sadhaka.
Al contrario, quando passa il tempo ed egli scopre la consapevolezza dello spazio, si libera dalla necessità di essere sostenuto dagli altri. Non ha bisogno di consolazione o incoraggiamento, può essere lui stesso a offrire una spalla a un altro. Non cambia decisione, la sua fede è incrollabile, può assumersi servizi più pesanti degli altri e considerarlo non un difetto, ma un vantaggio. Manifesta grande zelo nella pratica, possiede un’enorme forza spirituale. Non ha bisogno di alcun sostegno, perché ha un sostegno in se stesso, cioè si è già completamente formato come yogin. Non gli importa l’opinione della società mondana, dei genitori. Persino le esperienze non possono turbarlo. Che veda demoni o dèi nel corpo astrale, che nei suoi sogni si manifestino segni cattivi oppure, al contrario, puri, tutto questo non può affatto turbarlo, perché sa che tutto ha un’unica base: lo spazio della consapevolezza. Semplicemente unendo tutto ciò che viene vissuto allo spazio della consapevolezza, da qualsiasi situazione esce sempre come un vero vincitore.
Accettazione di tutte le energie
Siamo pronti ad accettare con approvazione noi stessi e ciò con cui ci confrontiamo.
Di solito la mente dello yogin è divisa, cioè in essa vi è una parte pura e una impura, una santa e una tamasica. Quando pratichiamo, nella meditazione c’è chiarezza, ma c’è anche tamas, ci sono le klesha, ma ci sono anche i meriti. E lo yogin percepisce questa divisione: nei momenti degli stati santi avverte esperienze profonde, mentre nei momenti in cui si manifestano le klesha si sente un essere inferiore.
Ma quando l’elemento dello spazio e la consapevolezza sono aperti, questa divisione scompare. Allora lo yogin può accettare qualsiasi energia nella propria mente, nel corpo o all’esterno. Può unirsi a esse, lavorare con esse e purificarle completamente. Persino le energie più tamasiche sono da lui considerate come unite alla presenza, e allora i desideri, le energie tamasiche si sottomettono, poiché non hanno più potere sullo yogin. Per esempio, prima dell’apertura della consapevolezza, durante il prasad nello yogin sorgeva avidità per il cibo, perciò perdeva la consapevolezza e poi si sentiva male. Quando lo spazio è aperto, che egli mangi molto cibo o poco, la consapevolezza non si perde, il livello di energia non si abbassa.
Espansione o contrazione della personalità
Per esempio, una persona che si identifica con questo o con quello, all’improvviso viene privata sia dell’uno sia dell’altro. In una situazione simile, a seconda del suo rapporto con lo spazio, può sia perdere se stessa sia rivelarsi. Le sofferenze possono generare sia un esito negativo sia uno positivo. Tutto dipende da come ci si rapporta a esse. Avendo perso un sostegno esterno, l’oggetto della propria identificazione, la personalità può contrarsi oppure espandersi oltre i propri confini abituali grazie all’unione con lo spazio in cui sorge l’esperienza.
Dunque, ci sono sempre due possibilità: la personalità può o contrarsi o espandersi. Chi ha scoperto il vero spazio sa sempre come espandere la propria personalità. Chi non lo ha scoperto ed è disattento, vede la propria personalità contrarsi davanti a qualsiasi esperienza.
In molti monasteri vi sono regole molto rigide. Per esempio, nei monasteri cristiani o in quelli dove si praticano le arti marziali. Lì si pone intenzionalmente il novizio o il monaco davanti a una scelta: o la sua personalità si contrarrà definitivamente, oppure egli supererà se stesso, e allora avverrà l’autotrascendenza, cioè passerà a un livello più sottile, la sua personalità si espanderà notevolmente. Attraverserà molte prove, ma trasformerà se stesso.
L’arte della contemplazione consiste nel permettere costantemente alla propria personalità di espandersi, percependo qualsiasi esperienza come qualcosa che favorisce tale espansione.
Nella pratica della meditazione, il risultato dello squilibrio dello spazio è la mancanza di concentrazione e di presenza. La mente si distrae facilmente con qualunque cosa sorga, perché il praticante si identifica con l’esperienza e non con la base dell’esperienza.
Stato naturale
consapevolezza
Chakra
Auto-liberazione
Cinque saggezze
Cinque elementi
Tattva-vidya
Cinque spazi
Elemento spazio
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