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Dissoluzione della mente nel cuore: il cammino verso la conoscenza del Brahman

25.06.2026
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Dissoluzione della mente nel cuore: il cammino verso la conoscenza del Brahman

Commento al testo «Brahmabindu Upanishad»

L’abbandono dell’attaccamento agli oggetti della percezione

«Quando un uomo, in cui è stato abbandonato l’attaccamento agli oggetti della percezione e la ragione è racchiusa nel cuore, raggiunge l’elevazione al di sopra della ragione, allora questo è lo stato supremo».

Qui si dice: «È stato abbandonato l’attaccamento agli oggetti della percezione e la ragione è racchiusa nel cuore». Questa frase esprime l’essenza della pratica della contemplazione sul cammino del sahajayana della nostra tradizione: racchiudere la ragione nel cuore, abbandonando l’attaccamento agli oggetti della percezione. Per cuore qui si intende la natura vuota dell’«Io», la natura della Mente. Per abbandono dell’attaccamento agli oggetti della percezione si intende l’unione degli oggetti della percezione con la natura vuota della realtà (cioè considerarli nella contemplazione, e non con gli occhi ordinari).

Quando consideriamo gli oggetti non nella contemplazione, siamo simili a persone comuni, anche se ci riteniamo praticanti, e allora gli oggetti esercitano realmente un’influenza su di noi. Se invece consideriamo gli oggetti nella contemplazione, allora siamo simili ai buddha. Tutto comincia ad apparirci nella visione pura e a rivelare la propria vera natura.

Per esempio, se consideriamo gli oggetti della percezione con gli occhi ordinari, qualcuno, dicendoci qualcosa in cucina, può farci arrabbiare. Ma se guardiamo con gli occhi del contemplativo, e non abbiamo attaccamento agli oggetti della percezione, allora interpreteremo il suo discorso, anche se disarmonico, come una forma irata di lode, e lui stesso lo interpreteremo come l’energia della divinità o l’energia dell’Assoluto che gioca con noi, allenando la nostra presenza. E a seconda della nostra interpretazione si svilupperanno le nostre azioni successive, costruiremo una o l’altra linea del destino.

Il santo è colui che vede il mondo con gli occhi della contemplazione ed è distaccato dagli oggetti della percezione, colui che li interpreta esclusivamente nella visione pura. Un tempo ha preso questa decisione ed è entrato in tale visione, perciò interpreta qualsiasi oggetto della percezione a partire dalla non-dualità, sebbene ciò non gli impedisca di vedere il lato relativo, convenzionale delle cose. Tuttavia il lato convenzionale delle cose non oscura mai la sua autentica visione.

Il dominio della ragione e la dissoluzione nel cuore

«Perciò si deve domare la ragione finché essa non giunga all’annientamento nel cuore. Questo è conoscenza e liberazione. Tutto il resto è dotta verbosità».

Si deve domare la ragione ancora e ancora, finché non giunga alla dissoluzione nel cuore. Quando domiamo la ragione grossolana, sorge una forma sottile della ragione, che tende comunque a manifestarsi. Sorgono diversi tipi di sottili deviazioni, tentazioni, trappole e ostacoli. Perciò il monaco è colui che vigila instancabilmente su se stesso giorno e notte, notando e dissolvendo tutte queste trappole, tentazioni, deviazioni nel cuore dello stato naturale. E quanto più andiamo in profondità, tanto più elusive, sottili e invisibili sono queste trappole. Tuttavia, se l’insegnamento è compreso correttamente, riusciremo a dissolverle tutte e ad arrivare al centro stesso della realtà.

Dissoluzione della ragione nel cuore e dissoluzione delle sottili trappole mediante lo stato naturale

La natura paradossale del Brahman

«Il Brahman, impensabile e non impensabile, al tempo stesso impensabile e pensabile, libero dall’attaccamento, viene allora raggiunto.

Che l’uomo intraprenda lo yoga con l’aiuto del suono Om, che dimori nel supremo silenzio, poiché grazie al dimorare nel silenzio sorge l’Essere supremo, e non il non-essere».

Brahman «impensabile» significa che la sua natura è oltre il pensiero. Solo quando siete penetrati in questa regione paradossale al di là dei pensieri potete dire che questo è l’Assoluto, Brahman. Finché siete legati al dominio delle costruzioni mentali, non lo si può dire.

Qui si usa anche un altro termine: «non impensabile». Ciò significa che il Brahman ha anche la natura dei pensieri. Per gli ignoranti questo è un paradosso, mentre per le persone che sanno non vi è nulla di difficile. Ciò significa che, sebbene l’Assoluto abbia una natura completamente oltre il pensiero, trascendente rispetto alle costruzioni mentali, tuttavia i pensieri, il movimento delle energie non vengono respinti, ma sono parte di esso.

L’essenza assoluta possiede anche la capacità di manifestarsi sotto forma di energie. Questa energia si manifesta come pensieri, suoni, parola, forma sottile del prana, come elementi dei cinque elementi, come l’universo esterno visibile. E questa energia non è separata dall’essenza assoluta, perciò, sebbene l’Assoluto sia oltre i pensieri, tuttavia ha la natura dei pensieri. Al tempo stesso i pensieri sono il suo gioco creativo dinamico, la sua manifestazione.

L'energia dell'Assoluto si manifesta come pensieri, suono, prana, elementi e universo

Perciò qui si dice che esso è allo stesso tempo pensabile e impensabile. Lo stato naturale si trova simultaneamente oltre le costruzioni mentali, in uno stato completamente vacuo e non manifestato, ma al tempo stesso permea, si unisce e si mescola con la mente ordinaria, con i movimenti del pensiero. Quando avvengono tale comprensione e tale unione, si dice: «Allora si raggiunge il Brahman libero dagli attaccamenti».

La conoscenza della vera natura dell’«Io»

«Questo è Brahman, privo di parti, immutabile, incontaminato. Sapendo: “Io sono questo Brahman”, l’uomo raggiunge senza dubbio il Brahman.

Riconosciuto l’Immutabile, l’Infinito, privo di causa e di somiglianza, incommensurabile e senza principio, egli conosce anche il bene supremo».

C’è una fiaba tibetana. Un giorno una lepre sedeva sotto un albero sulla riva di uno stagno e contemplava la superficie liscia del lago. All’improvviso, per il vento, un ramo si spezzò e cadde in acqua con grande fragore. La lepre, senza capire e spaventata dal forte rumore, si mise a correre a gambe levate. Mentre fuggiva, la videro dei topi e le chiesero: «Da chi stai scappando?» Ma correva così veloce che non fece in tempo a dire loro nulla. I topi pensarono che anche loro dovessero mettersi in salvo. Mentre i topi fuggivano, li videro gli scoiattoli e altri animali. E i topi correvano così velocemente che gli animali non riuscirono a chiedere nulla con chiarezza, ma semplicemente si misero anch’essi a correre. Dopo qualche tempo tutto il bosco correva in grande scompiglio, salvandosi da chissà chi. Infine, quando raggiunsero il leone, egli chiese: «Da chi state scappando?» La lepre gli rispose che sotto l’albero aveva sentito un rumore terribile. Il leone disse: «Bisogna semplicemente andare a vedere quale fosse la fonte di quel suono, se valesse davvero la pena fuggire».

Parabola della lepre e del leone come immagine della verifica della fonte della paura

Allo stesso modo, quando esaminiamo la natura dell’«Io», vediamo immutabilità, infinità, incommensurabilità, scopriamo questo bene supremo. E bisogna riconoscerla. Poiché non la riconosciamo, nasce lo smarrimento della samsara; quando invece la riconosciamo, tale smarrimento non sorge.

L’Essenza suprema oltre la dualità

«Qui non vi è né distruzione né origine, né ciò che è degno di lode né punizione, né aspirazione alla liberazione né liberazione: tale è questa Essenza suprema.

Si deve pensare l’Atman come unico nello stato di veglia, nel sonno leggero e nel sonno profondo. Per colui che ha superato questi tre stati non vi è più nascita nel mondo».

Creazione, distruzione, crescita, conservazione, origine: tutte queste cinque fasi, proprie delle trasformazioni della samsara, sono visibili alla mente duale. Ogni cosa attraversa la nascita, la fase di crescita, la fase di mantenimento, il declino e la distruzione. Se la mente è duale, esistono il passato e il futuro, esistono queste cinque fasi. Ma quando, grazie alla contemplazione, penetriamo nell’unica natura, tutte queste cinque fasi vengono riconosciute come irreali.

In realtà si tratta di un gioco di energie, che si manifesta in modo molteplice e simultaneo. Sembra che il tempo scorra dal passato al futuro; tuttavia passato e futuro esistono simultaneamente. Solo quando la mente duale nota una certa parte del gioco delle energie, la vede come una fase di nascita, crescita, permanenza, conservazione e distruzione. Quando invece la mente, grazie alla visione non duale, è entrata nell’unica Sfera, allora non vede tutte queste cose, oppure le vede diversamente: come gioco dell’unica Coscienza, come un unico campo di energia in continua trasformazione. Non è creazione, non è crescita e non è distruzione, ma è semplicemente il gioco delle energie, dei guna e dei tattva, che si dispiega dal passato senza inizio e non cesserà mai.

Per noi, nel mondo relativo, questo è difficile da comprendere, poiché nasciamo, viviamo e moriamo, considerando ciò la nostra vita. Ma dal punto di vista della visione assoluta noi non nasciamo e non moriamo: esiste il gioco delle energie e dei tattva, che assume forme diverse. Nasciamo e moriamo solo perché pensiamo di essere noi stessi, che esista un certo «io» reale, una certa persona reale, limitata dalle idee, dalla nascita del corpo e dalla sua morte. Tuttavia questo è un errore, è un’illusione, poiché noi non siamo noi, ma l’Assoluto che gioca nel corpo e nella mente. L’idea dell’ego (ahamkara) è apparsa da una falsa inferenza nel processo di educazione, formazione ed esperienza sensoriale, quando l’ego è giunto alla conclusione di esistere.

Il processo di sostituzione della falsa conoscenza con quella vera

Se riflettete profondamente su questo, ricevete uno shock conoscitivo dalla consapevolezza che tutto ciò che pensavate di voi stessi, che il pensiero stesso di essere una persona, è un errore, un’illusione. Fin dall’inizio voi non siete voi, ma l’Assoluto. Tuttavia, la conoscenza del fatto che voi non siete voi non è così facile da sradicare, perché la ricordate continuamente (dalla mattina alla sera e persino nel sonno) per anni, per decenni.

Sostituzione della falsa conoscenza di sé con la vera conoscenza dell’Assoluto

Non bisogna pensare che sia così semplice soppiantare la conoscenza del fatto che voi siete voi, sostituendola con una nuova conoscenza, quella che voi siete Brahman. La contemplazione è proprio il processo di tale continua introduzione di una nuova conoscenza, della continua sostituzione della vecchia falsa conoscenza con una conoscenza sottile, vera. E anche se pratichiamo e cerchiamo di introdurre tale conoscenza, la nostra vecchia identificazione si aggrappa disperatamente alle proprie rappresentazioni, non volendo cedere le posizioni da qualche parte nel profondo. Qui è molto importante comprendere il principio del lasciar andare se stessi, del vuoto del cuore, dell’eliminazione dell’«io», dell’eliminazione delle preferenze e delle valutazioni. Se non comprendiamo questo principio, il nostro «io» manterrà con successo la difesa anche dopo decenni di pratica, continuerà a coltivare tali rappresentazioni illusorie.

Il vuoto del cuore e la capacità di lasciar andare se stessi

Quando verifico gli allievi, pongo loro determinate domande. Alcuni allievi non riescono a rispondere, ritenendo di non conoscere la risposta. Alcuni rispondono e danno ampie spiegazioni su che cosa significhi «quello», che cosa significhi «questo». A un allievo ho posto la domanda: «Che cos’è lo sguardo del figlio di una donna sterile?», oppure «Come si chiama il figlio di una donna sterile?» Egli diede una risposta di circa dieci pagine, più o meno di questo tipo: il bambino è l’ego, e la donna sterile è la vera natura, una cosa deriva da questa, l’altra da quella. Cioè manifestò una chiarezza molto profonda e pensava che avrei approvato una tale risposta. Ma questo è un altro tipo di risposta.

Gli allievi che hanno davvero conosciuto la vera natura cercano di dare risposte su un piano fondamentalmente diverso. E gli allievi che dimorano completamente nella vera natura rispondono istantaneamente, senza nemmeno pensare. Per loro tutto è subito chiaro. Ma talvolta le loro risposte sono comunque poco flessibili. Infine, gli allievi dalle capacità superiori rispondono istantaneamente e con flessibilità, manifestando perfettamente la bhava e la comprensione necessarie.

Qual è la differenza? Perché alcuni non riescono a dare una risposta, altri danno una risposta dalla mente, altri danno una risposta più profonda, ma comunque non flessibile? La differenza sta nel vuoto del cuore, nella capacità di lasciar andare se stessi. Se il cuore è vuoto, allora puoi fonderti istantaneamente con la domanda, coglierne la bhava e manifestare la tua. Se invece non puoi soppiantare la conoscenza «io sono io» e dimostrare il vuoto del cuore, allora tale fusione non avverrà. Tra la domanda e te ci sarà sempre una distanza. Può dare una risposta colui che dimora nello stato autentico, avendo lasciato andare se stesso, e allora lo stato autentico semplicemente risponde; perciò la sua risposta è sempre infallibile.

Il vuoto del cuore e la risposta infallibile dello stato autentico

Si dice: «Per chi ha superato i tre stati non c’è più nascita nel mondo». Ciò significa che quando la contemplazione è divenuta profonda ed è penetrata nella veglia, nel sogno e nel sonno profondo, allora non vi sono più cause per rinascere. Tutti i karma nei corpi sottili sono liberati, la mente non si smarrirà più nei canali del corpo sottile e troverà sempre la via verso la chiara luce. Nessun karma la indurrà più in errore.

L’unico Atman e lo spazio nel vaso

«Poiché l’unico Atman degli esseri dimora in ogni essere; esso appare come uno o come molti, simile al riflesso della luna nell’acqua.

Quando lo spazio è racchiuso in un vaso e il vaso viene infranto, si infrange il vaso, ma non lo spazio: così è anche la vita, simile a un vaso.

Come un vaso, una dopo l’altra le varie forme si distruggono, ma egli, l’Atman, non sa che esse sono spezzate e al tempo stesso lo sa eternamente».

Questo corpo è un vaso, all’interno del quale è nascosto lo spazio. Coloro che conoscono questo spazio sono chiamati jnani (conoscitori), mentre coloro che non lo conoscono e lo perdono di vista sono chiamati karmi (persone soggette a cause ed effetti). Nel mezzo si trovano i sadhu, i monaci, cioè coloro che cercano questo spazio giorno e notte.

Quando scopriamo questo spazio, il velo cade dai nostri occhi. Pensiamo più o meno così: «Tutto ciò che vedevo prima è errato, sbagliato. Tutto ciò a cui prima ero attaccato era un’illusione. Tutto ciò che pensavo di me stesso è una completa illusione. Quanto ero cieco! Si scopre che conta solo questo spazio, e tutto il resto o non ha alcuna importanza, oppure è importante solo in una certa misura, solo in senso relativo».

Il risveglio del re e l’insediamento nella mandala

Quando contempliamo questo spazio, esso ci dona bhava (una percezione del mondo), e bhava, penetrando nella mente e nei prana, dona una nuova percezione di sé. Le illusioni «io sono quello» o «io sono questo» scompaiono, diventiamo simili a un re che finalmente si è risvegliato sul proprio trono. Il re non ha raggiunto il trono, anche se nel sogno sembra così. Il re è sempre stato sul trono, ma prima semplicemente dormiva.

Con l’apertura di questo spazio avviene il risveglio del re che è sempre rimasto seduto sul trono. Allora tutti i ministri, i consiglieri e i servitori arrivano e lo salutano, rallegrandosi del fatto che il re si sia risvegliato. Ministri, servitori, consiglieri sono le divinità interiori, le pure energie interiori che vengono a salutare lo yogin nel momento dell’illuminazione.

Il risveglio del re interiore e il saluto delle pure energie interiori

Nel momento del risveglio tutti i prana e gli stati sottili si uniscono alla natura naturale, e allora lo yogin viene intronizzato come divinità al centro della mandala, mentre tutte le sue energie interiori sono le divinità del seguito; il mondo in cui vive si trasforma nello spazio della pura visione, nel mondo sacro della mandala. Questo mondo non si trova all’esterno, non è visibile con gli occhi ordinari, si trova nella coscienza.

In questo mondo agiscono altre leggi, in esso non c’è dualità. Questo mondo è costituito da pura contemplazione, in esso opera la pura visione, un unico «sapore». In esso non vi sono cause ed effetti, ma un gioco senza causa delle energie. In esso non vi sono azioni, obiettivi, ma la manifestazione del gioco, della lila. In esso non vi sono relazioni e legami dualistici ordinari, ma il principio del samaya. Raggiungere la liberazione significa entrare in un tale mondo, e allora tutto diventa sacro, puro, propizio, assoluto, mentre lo yogin stesso viene intronizzato al centro di questo mondo.

Non dualità
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