Commenti al testo «Sii ciò che sei»
Insegnamenti di Sri Ramana Maharshi, capitolo «Jnani».
Maharshi: Ho detto che l'equanimità è il vero segno distintivo di jnana. Il termine stesso «equanimità» implica l'esistenza di differenze, ma io chiamo equanimità quell'Unità che gli jnani percepiscono in tutte le differenze. Con la realizzazione potete vedere che tutte le differenze sono molto superficiali, non sono affatto essenziali né permanenti, e che l'essenza di tutte queste apparenze è l'unica Verità, la Realtà, ciò che io chiamo Unità. Avete fatto riferimento al suono, al gusto, alla forma, all'odore e così via. Lo jnani distingue effettivamente queste differenze, ma in esse percepisce e sperimenta sempre l'unica Realtà. Ecco perché non ha preferenze. Che si muova, conversi o agisca, tutto ciò è l'Uno in cui si manifesta il suo comportamento. Egli non è separato dall'unica suprema Verità.
Qui un laico chiese a Ramana: «Se per me lo zucchero è dolce e l'assenzio è amaro, sembra che anche lo jnani debba percepirli così». Ma Ramana afferma che il vero segno distintivo dello jnani è l'equanimità. L'equanimità è un unico «sapore», soma-rasa.
Su cosa si fonda l'equanimità? Si fonda su una profonda immersione nella Sorgente. Non si può dire che le differenze non vengano percepite affatto. Se uno jnani non percepisce le differenze, significa che non è uno jnani, oppure che è uno jnani privo di saggezza discriminante.
Cinque tipi di saggezza
La pienezza della realizzazione implica l'acquisizione di cinque tipi di saggezza, cinque tipi di spazio della pura coscienza, ognuno dei quali possiede un proprio modo specifico di percepire la realtà.
Quando la presenza si unisce alla terra (muladhara chakra), sorge la saggezza della grande equanimità, vale a dire che tutto viene percepito soltanto come unità e in nessun altro modo. Coloro che si integrano a lungo con la terra acquisiscono capacità di contemplazione straordinariamente stabili. Sono estremamente incrollabili. Qualunque cosa accada, la loro coscienza non vacilla.
Quando la presenza si fonde con l'elemento acqua (svadhisthana chakra), si acquisisce la saggezza del grande specchio, ossia la capacità della presenza di riflettere, di riprodurre. Coloro che hanno una presenza sviluppata in questo chakra entrano facilmente in sintonia con gli altri e riescono bene in tutto ciò che riguarda il rispecchiamento.
Quando la presenza si fonde con l'elemento fuoco (manipura chakra), si manifesta come saggezza discriminante, la capacità di percepire sfumature, sottigliezze e tonalità. Supponiamo che una persona non sia in grado di percepire sottigliezze e sfumature: ciò indica una carenza di saggezza discriminante. Per esempio, i tessitori del Kashmir riescono a distinguere fino a cento tonalità di nero nei tessuti. Ma in mancanza di saggezza discriminante, è impossibile percepire queste tonalità.
Lo jnani può percepire tutte le sfumature persino più intensamente di un essere non risvegliato. Tuttavia, tutte le differenze rimangono comunque per lui sotto il segno dell'equanimità, sotto il segno dell'unico spazio. Tutte le sfumature e le differenze vengono percepite non separatamente, ma sinteticamente, come un gioco o un ornamento dell'unico spazio. Questo va compreso chiaramente.
Per lo jnani una mela è una mela e una cipolla è una cipolla. Non mangerà una cipolla quando deve mangiare una mela. Ma per lui entrambe sono lo stesso Brahman, sebbene con alcune differenze. Prima di tutto sono Brahman, e solo dopo una mela e una cipolla.

Le differenze tra oggetti, esseri e situazioni sono insignificanti, ludiche, vuote e autoliberate; sono simili a ornamenti: questa è la visione dello jnani. E qui Ramana dice: «Perciò non ha preferenze».
Si può dire che il fondamento di tutte queste saggezze sia la saggezza onnipervadente, legata all'elemento spazio, nella quale le differenze non confondono né traggono in inganno, mentre la saggezza onnipervadente dello spazio viene sempre riconosciuta in tutti gli altri tipi di saggezza.
Il prana disorientante e l'autoliberazione
Le differenze esercitano un'impressione fondamentale sulla mente di un essere vivente. Sotto l'influenza delle differenze, la mente si destabilizza fortemente. Tale influenza viene chiamata «prana disorientante». Il prana disorientante oscura la consapevolezza originaria dell'essere vivente. Pertanto, quando si parla del raggiungimento dell'unico «sapore» nella contemplazione, si intende che lo spazio della consapevolezza deve acquisire una forza tale che il prana disorientante non possa più destabilizzare la mente. Ciò significa che i pensieri in movimento si autoliberano nel momento in cui vengono percepiti gli oggetti. Gli oggetti dell'udito, della vista, del tatto e degli altri sensi si autoliberano nel momento del contatto con essi. I propri pensieri e le proprie sensazioni si autoliberano, dissolvendosi nello spazio della Base.
Periodicamente dovreste chiedervi: «Mi trovo a un certo livello di consapevolezza, ma fino a che punto posso mantenere l’equanimità? In quale situazione? Dov’è il limite oltre il quale non sarò in grado di autoliberare la situazione? Dove verrà meno la mia contemplazione? Posso autoliberare una piccola offesa, ma manterrò la stessa consapevolezza se venissi colpito duramente con un bastone? Posso autoliberare un lieve benessere, ma riuscirò a rimanere impassibile di fronte a un piacere intensissimo che fa perdere la ragione? Posso autoliberare una lieve paura, ma riuscirò a osservare con la stessa impassibilità un terrore che penetra fin nel midollo delle ossa? Posso autoliberare un piccolo dolore, per esempio la puntura di uno spillo, entrandovi e integrandolo con la consapevolezza, ma la mia contemplazione saprà resistere a un dolore intenso? Posso autoliberare una lieve attività mentale, ma che dire di un’intensa attività mentale? Posso liberare una lieve confusione, ma riuscirò a liberare la depressione? Posso liberare un lieve sconforto, ma riuscirò a liberare un forte tamas o uno stato di oppressione? Posso liberare una lieve sorpresa, ma riuscirò o no a liberare lo sconvolgimento provocato dallo shock quando ci si imbatte in qualcosa di insolito? Dov’è il limite della mia presenza?» E quando riflettete in questo modo, comprendete chiaramente: «La mia autoliberazione ha un determinato raggio d’azione. I suoi confini vanno da qui a qui».
Quando il praticante ha già stabilizzato un poco lo stato naturale, il suo compito è ampliare costantemente il raggio dell’autoliberazione, ossia espandere lo spazio della propria coscienza, approfondendolo sempre più, finché la sua profondità non trascenda i limiti del samsara e nulla nel samsara possa più suscitare un prana destabilizzante, confusione nella coscienza e perdita della consapevolezza.
Il vero jnani amplia in modo straordinario i parametri della propria autoliberazione.
Si racconta che, quando uno dei re di Kapilavastu attaccò il clan del Buddha Shakyamuni e durante la guerra lo distrusse quasi completamente, il Buddha, appresa la notizia, disse: «Oggi mi sento un po’ triste». La sua mente, cioè, era autoliberata, sebbene egli avesse espresso un certo rammarico.

Mentre un monaco meditava sulla sua montagna, uno spirito maligno decise di tormentarlo e scacciarlo dalla montagna. Quando fece rotolare un enorme masso alle spalle del monaco, il masso cadde a un metro dietro di lui. Il monaco udì il fragore, ma non si voltò neppure, tanto era assorto nella contemplazione. Pensò: «Dopotutto, non è caduto su di me. Perché dovrei voltarmi?» Questo è lo stato dell’unico «sapore» di tutti i fenomeni.
Gli antichi patriarchi dicevano: «Dovete essere simili a una madre che non batterebbe ciglio dopo aver perso il suo unico figlio». «Non batterebbe ciglio» significa che non perderebbe la consapevolezza e non si distoglierebbe dalla presenza contemplativa. Per «figlio» qui si intendono le oscillazioni della mente, le fluttuazioni esterne e gli influssi esterni.
Così, quando possediamo un certo livello dello stato naturale, il compito successivo consiste nell’approfondirlo e nell’estenderlo alle coppie dualistiche di opposti: sofferenza–piacere, bene–male, puro–impuro, gioia–paura, piacere–dolore, comodità–disagio.
Naturalmente, se non siete stabili nella pratica della presenza, dovete semplicemente continuare ad allenarvi, stabilizzando la vostra contemplazione naturale. L’effettiva estensione dei parametri dello stato naturale diventa accessibile almeno allo stadio di chi è in grado di mantenere la presenza nei sogni. Quando riuscite a mantenere la presenza nei sogni, potete estendere i parametri dello spazio della vostra contemplazione a cose più vaste. Ciò garantisce che possediate una certa stabilità.
Vi era un santo siddha di nome Jalandhari. Era uno degli ottantaquattro celebri mahasiddha. Una regina si rivolse a lui chiedendogli di benedirla affinché desse alla luce un figlio. Jalandhari disse che avrebbe avuto un figlio, ma che, trascorsi dodici anni di regno, questi avrebbe dovuto diventare suo discepolo, altrimenti sarebbe morto. Il figlio nacque, visse nel lusso e ricevette un’educazione regale. Si chiamava Gopichandra. Trascorsi dodici anni del suo regno, Jalandhari si recò da lui a palazzo e gli disse che doveva lasciare il trono per diventare un sannyasin. La madre confermò che tale accordo era stato effettivamente stipulato. Ma Gopichandra non aveva alcuna intenzione di lasciare il trono, perciò ordinò di catturare Jalandhari, scavare una fossa e rinchiudervelo, collocandovi sopra un peso: un tiro a cui erano aggiogati settanta elefanti. Fece sigillare la fossa e vi pose delle guardie. Non appena ebbe fatto ciò, all’improvviso, proprio come Jalandhari aveva predetto, cadde esanime, colpito dalla morte.

Allora, per ordine di sua madre, Jalandhari fu estratto da quella fossa e ne uscì illeso. Riportò in vita Gopichandra e gli disse di nuovo che doveva rinunciare al trono e diventare un sannyasin, un suo discepolo. Gopichandra acconsentì con grande riluttanza. Si dice che sia stato uno dei discepoli più disobbedienti e attaccati di tutta la storia, perciò Jalandhari dovette compiere enormi sforzi per educarlo, poiché Gopichandra era stato molto viziato durante il suo regno. Jalandhari coltivò in lui lo stato di equanimità, suscitando il senso della non dualità. Col tempo Gopichandra divenne un mahasiddha.
Le azioni dello jnani
Maharshi: Voi chiedete degli jnani. Essi rimangono uguali in qualsiasi stato o condizione, poiché conoscono la Realtà, la Verità. Nella routine quotidiana del mangiare, del muoversi e così via, gli jnani agiscono soltanto per gli altri, senza fare nulla per sé stessi. Ho già detto più volte che, così come esistono le prefiche di professione, allo stesso modo gli jnani agiscono per gli altri senza attaccamento e senza esserne toccati.
In realtà, «agiscono» non è una traduzione del tutto adeguata. Gli jnani non fanno nulla. Giocano, mentre agli altri questo appare come un agire. L'azione autoliberata scaturisce dallo spazio della non-azione ed è un gioco, o lila, che adorna lo stato naturale.
Maharshi: Lo jnani piange con coloro che piangono, ride con coloro che ridono, gioca con coloro che si divertono, canta con coloro che cantano, battendo il tempo. Che cosa perde? La sua presenza è simile a uno specchio puro e terso, che riflette l'immagine esattamente così com'è. Ma lo jnani, che è soltanto uno specchio, non è toccato dalle azioni, poiché come potrebbero uno specchio o il supporto sul quale è collocato essere toccati dai riflessi? Nulla agisce su di essi, poiché sono semplici sostegni. D'altra parte, gli ajnani, gli attori di questo mondo — gli esecutori di tutte le azioni — devono stabilire da sé quale canto e quale rappresentazione contribuiscano al benessere del mondo, che cosa sia conforme agli shastra e che cosa sia concretamente possibile fare.

Visione pura e trasformazione del mondo
In che modo lo jnani consegue l'unico «sapore» di tutti i fenomeni? Qualcuno potrebbe pensare che si tratti semplicemente di pazienza e coraggio di fronte alla gioia e al dolore. In realtà non è così. Qui non si tratta affatto di pazienza o di coraggio. Dimorando nella presenza, il mondo intero si trasforma completamente. Esso diventa spazio puro, un mandala di visione pura, poiché la presenza possiede la capacità di modificare la visione karmica. Allora il mondo intero, dall'atomo fino all'universo più vasto, appare come uno spazio sacro, puro e sublime, dotato di un'unica emozione, di un'unica sensazione. E quando lo jnani dimora in questo spazio puro, nel mandala, si trova sempre in un'altra dimensione dell'essere. E, trovandosi in questa dimensione dell'essere, non sperimenta più alcuna oscillazione. È simile a una persona che, dopo aver sofferto terribilmente, giunge all'improvviso in un luogo in cui tutti i suoi desideri vengono esauditi e prova sempre gioia; benché vi accadano molte cose diverse, tutte hanno un solo «sapore»: il sapore della gioia.
Allo stesso modo, allo stadio della visione pura lo yogin crea attorno a sé un campo di visione pura, nel quale dimora ininterrottamente. Manifesta la visione pura sul piano sottile quando visita i mondi degli Dei; manifesta la visione pura sul piano grossolano quando visita i mondi infernali, i mondi dei preta o si trova nel mondo degli esseri umani; ma, ovunque si trovi, trasforma qualsiasi energia in visione pura.
Che cosa significa trasformare l'energia in visione pura? Esistono altri termini per questo: «introdurre nel mandala della contemplazione», «integrare con lo stato naturale». Ciò significa ricongiungere la Fonte Suprema con un determinato oggetto o una determinata situazione, finché l'oggetto o la situazione non diventino autoliberati.
Cercatore: Si dice che esistano il sadeha-mukta (liberato mentre è ancora in vita nel corpo) e il videha-mukta (liberato al momento della morte).
Maharshi: Non esiste liberazione: da dove potrebbero dunque venire i mukta?
Cercatore: Ma gli shastra induisti non parlano forse di mukti?
Maharshi: Mukti è sinonimo di Atman. Jivan-mukti (la liberazione mentre si è ancora nel corpo) e videha-mukti esistono solo per l'ignorante. Lo jnani non è consapevole né di mukti né di bandha (limitazione). Schiavitù, liberazione e categorie di mukti: tutto ciò viene spiegato all'ajnani affinché si scrolli di dosso la polvere della propria ignoranza. Esiste soltanto mukti e nient'altro.

Le terre pure
Dove rinascono i praticanti che non hanno raggiunto la liberazione? Se hanno purificato il karma impuro, rinascono nelle terre pure, dove ogni cosa è colma di presenza e tutti si dedicano alla pratica spirituale. Lì non esistono sofferenze legate ai cinque elementi. Vi sono condizioni favorevoli per la vita e per la pratica spirituale, nonché la possibilità di ricevere insegnamenti. Se vi sono un orientamento della coscienza, la forza dell'intenzione e il puro desiderio di recare beneficio agli altri, oppure se è stata praticata la disciplina della terra pura, allora una persona simile, senza attraversare il bardo, rinasce istantaneamente in una terra pura. Lì riceve un corpo adulto, già dotato di tutti i segni, senza perdere la memoria e le capacità della vita precedente. Si dice che vi nasca da un fiore di loto. Ma chi possiede una fede debole nelle terre pure deve rimanere in un bocciolo di loto chiuso per circa cinquecento anni.
La terra pura è un mandala in cui, fino a un certo grado, è presente un unico «sapore». Gli abitanti delle terre pure possiedono sempre i quattro incommensurabili. Sono immersi nella presenza contemplativa. I loro corpi fisici sono liberi dagli elementi grossolani della terra, dell'acqua o del fuoco. I loro corpi sono costituiti principalmente da elementi purificati.
Il tempo e le altre caratteristiche spaziali scorrono lì in modo diverso; nondimeno, si tratta di mondi simili a quelli umani, dove è possibile avere un corpo, vivere, comunicare e così via. Tutti gli abitanti delle terre pure sono immersi in determinati livelli di contemplazione, ossia sono tutti praticanti, sebbene non tutti abbiano raggiunto un livello elevato.
Coloro che raggiungono la liberazione e rinascono nelle terre pure vi diventano maestri e continuano a impartire agli abitanti delle terre pure insegnamenti su come conseguire la liberazione definitiva. Gli abitanti delle terre pure si dedicano anche a varie attività: principalmente alla creatività e al gioco. Nelle terre pure sono molto sviluppati la creatività nella progettazione del paesaggio, l'architettura e l'arte. Si può dire che «Divya Loka» sia una proiezione delle terre pure, anche se solo il tempo mostrerà fino a che punto verrà realizzata. I mondi puri sono costituiti dalla presenza, dalla contemplazione, dallo stato naturale e dal gioco dell'energia che adorna lo stato naturale.

Anche chi sviluppa l'orgoglio divino e consegue il successo nella visione pura rinasce nelle terre pure. Alcune terre pure sono irate; tuttavia, non tutti possono accedere alle terre pure irate, ma soltanto chi ha praticato le sadhana tantriche e sviluppato un profondo grado di presenza, possedendo la capacità di unire i klesha alle saggezze. Perciò, per il momento, la maggior parte delle persone non dovrebbe aspirare alle terre pure irate.
In realtà, l'insegnamento del laya yoga non consiste nel trasferire la coscienza nelle terre pure. Molte scuole cinesi si basano sul trasferimento della coscienza nelle terre pure. I loro seguaci praticano per tutta la vita in modo da trasferire la coscienza nelle terre pure e rinascere in futuro in uno dei mondi guidati da un santo. Ogni santo possiede le proprie terre pure: i cieli di Maitreya, le terre pure di Dattatreya, Goloka Vrindavana, il cielo di Krishna, Kailasa, il cielo di Shiva, Vaikuntha-loka, le terre pure del dio Vishnu, Brahma-loka, le terre pure del dio Brahma. E voi accederete alla terra pura del santo di cui seguite la pratica. Esistono terre pure legate a specifici mahasiddha: i cieli degli dèi Tushita, i cieli di Vajrayogini.
Tuttavia, nell'insegnamento del laya yoga, dimorare nella visione pura nel momento presente va considerato una pratica della terra pura. Non è necessario riflettere specificamente sulle terre pure della prossima vita. Si ritiene che, se praticate correttamente la contemplazione, viviate già durante questa vita in una terra pura, poiché la vostra presenza lo rende possibile.
Segni della vita in una terra pura
I segni che indicano che una persona vive già durante questa vita in una terra pura sono:
- la sua coscienza è sempre equanime;
- il suo carattere è mite e benefico per gli altri;
- prova sempre gioia ed estasi, perché si trova in contemplazione;
- possiede una coscienza creativa, perciò si manifesta in modo molto profondo e sottile;
- possiede capacità elevate, qualunque sia l'ambito in cui si esprime;
- è immerso nell'esperienza della grandezza e il senso del sacro non lo abbandona mai;
- non ha klesha, almeno non grossolani o medi;
- non ha attaccamenti o legami grossolani;
- non è vincolato dal pensiero concettuale;
- le sue azioni, parole e pensieri sono autoliberati;
- si trova nel non-agire, pur agendo;
- contempla l’infinito e ciò che è al di là in ogni oggetto;
E inoltre: non gli viene voglia di dormire durante il bhajan mandala.


