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La distinzione tra l'amore umano e l'amore divino nel cammino della bhakti

31.05.2026
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La distinzione tra l'amore umano e l'amore divino nel cammino della bhakti

Commento al libro «Alchimia spirituale. Il cammino dell’ascesi interiore» 

Tutto l’Insegnamento, tutta la Sanatana-Dharma nella sua autentica essenza, l’insegnamento del Laya-yoga, è il cammino dell’alchimia interiore, della trasformazione interiore, il cammino dell’ascesi interiore. Non è il cammino di qualcosa di esteriore, e gli elementi esterni, come i rituali e i metodi tecnici, esistono, ma come fiori, come foglie nell’Insegnamento. Tuttavia l’intero cammino spirituale, in generale, in qualsiasi tradizione religiosa, avviene all’interno. Non appena una tradizione religiosa comincia a sopravvalutare qualcosa di esteriore, comincia a degenerare. E quando percorriamo il cammino spirituale, impariamo a essere maestri dell’alchimia interiore, della trasformazione interiore, del lavoro interiore.

Tre principi della Sanatana-Dharma

L’Insegnamento della Sanatana-Dharma è descritto da tre principi fondamentali: shravana, manana e nididhyasana, e questa formula ci descrive il cammino, come compiere il lavoro interiore.

Prima dobbiamo prepararci a compierlo: ricevere la trasmissione, studiare l’Insegnamento, chiarire molte cose per noi stessi. Infine, dentro di noi dobbiamo compiere una certa rivalutazione: separare, come si dice, il grano dalla pula; questo si chiama manana. Dobbiamo comprendere che cosa in me sia vero e che cosa sia falso; che cosa sia fittizio, che cosa vada scartato dentro di sé, e su che cosa si debba fare affidamento, che cosa si debba coltivare, far crescere — tutto questo è manana.

E infine, nididhyasana significa che dobbiamo vivere soltanto del divino, soltanto della verità in noi stessi, riconoscendo costantemente il divino, riconoscendo costantemente la verità, tenendoci interiormente soltanto ad essa, e lasciando e scartando tutto ciò che è falso, tutto ciò che è fittizio.

All’inizio non sappiamo dove si trovi in noi il vero, il divino, e dove il fittizio; dove in noi ci sia Dio e dove maya. Abbiamo bisogno di ricevere una buona preparazione teorica. Ma questo non basta, e dobbiamo davvero riflettere: «Che cosa devo sostenere in me stesso, e che cosa scartare, su che cosa bisogna fare affidamento, e da che cosa bisogna prendere le distanze»? E infine, quando lo abbiamo compreso e abbiamo compiuto una tale rivalutazione interiore, abbiamo scartato il nostro ego, abbiamo capito come separarci dalle emozioni, dai concetti e abbiamo scoperto il vero in noi stessi, possiamo, abbiamo il diritto di seguire il cammino di nididhyasana.

 

L’amore umano e i suoi limiti

La comprensione del principio dell’amore è una tale reinterpretazione, è proprio manana e nididhyasana. Finché non comprenderemo il principio dell’amore, in che cosa esso sia vero e in che cosa sia falso, e non giungeremo alla comprensione del vero amore divino, continueremo a sbagliare. Perché all’inizio ci è sempre proprio l’amore umano.

L’amore è ciò attorno a cui si costruisce tutta la cultura umana: l’amore per una persona, per la famiglia, l’amore per i figli, qualcuno può persino avere amore per il denaro — tutto questo è amore umano. L’amore umano presuppone l’amore per determinati oggetti, cose, persone, in uno stato di ignoranza, in uno stato di errore. L’amore umano è, in generale, tutto l’amore per il mondo, ed è proprio raga. Raga è l’attaccamento passionale che ci trattiene in un determinato mondo.

Discernimento tra attaccamento umano e amore divino

L’amore umano non illumina, acceca, ed è pieno di attaccamenti. E in nessun caso riscalda l’anima, la brucia soltanto; si fonda sulle passioni, sugli attaccamenti, sulle emozioni dell’ego, su qualche sua illusione. Se è l’amore tra due persone, allora è l’amore di un corpo per un altro, di una mente per un’altra, di un carattere per un altro, di una personalità per un’altra. Se è amore per qualcosa di esterno, di materiale, è l’amore dell’anima per il possesso di qualcosa. Per esempio, per il possesso di diamanti, miliardi, yacht, ville, ma in ogni caso c’è un attaccamento egoistico stabile al possesso di qualcosa.

E questo amore è cieco; su di esso esiste un detto: l’amore è crudele. Questo amore gioca uno scherzo all’anima, perché l’anima si sbaglia gravemente, essendo cieca. Questo amore non conosce Dio, in esso c’è poca felicità e molta sofferenza. Nel mondo degli uomini sono spesso diffuse diverse storie drammatiche d’amore: Romeo e Giulietta; Laura e Petrarca; Ivan e Mar’ja. E tutte queste sono storie molto drammatiche, grandiose, che scuotono l’anima, ma tutte finiscono con la sofferenza. E il fatto che in questo amore vi sia sofferenza indica il suo carattere falso, sbagliato, perché nell’amore divino non accade così, nell’amore divino non deve essere così.

Le sofferenze mostrano che l’oggetto è stato scelto in modo errato, e che l’amore stesso è cieco. E questo amore non è consacrato dall’amore dall’alto, è falso, non profondo e cieco, perché proviene dall’«io»; non cerca Dio, trova per Dio una sorta di surrogato e cerca da questo surrogato la soddisfazione dei propri attaccamenti. Ma poiché l’energia è forte e, in origine, dietro di essa c’è una qualche scintilla divina, tutto questo si dispiega con forza, porta forti sconvolgimenti. Ma è accompagnato dalla sofferenza, e queste sofferenze indicano la sua essenza erronea, perché il vero amore è gioia infinita, e questo amore è legato alla devozione a Dio senza alcun attaccamento, e lì non c’è sofferenza.

L’amore umano è soltanto un misero riflesso di quello divino; è ristretto, mutevole, pieno di passioni, ed è sempre fondato sull’ego, perché al di fuori dello stato dell’ego l’amore umano è impossibile. E questo amore è sempre distruttibile, perché l’ego è sempre distruttibile, l’ego è sempre vulnerabile.

A volte l’amore umano non si estende soltanto agli altri esseri umani, può estendersi anche a se stessi. Cioè l’egoista è una persona che ha tracciato un tale cerchio e ha chiuso il proprio amore su se stessa. Ha reso se stessa la cosa principale, ha posto se stessa sul trono, al centro, e ama soltanto se stessa. Ma è la stessa cosa: un tale amore per se stessi è anch’esso un amore drammatico, pieno di sofferenze, perché invece di amare qualcosa di assoluto, l’uomo ha desiderato e si è attaccato a qualcosa di temporaneo, e ha voluto eternizzarlo.

Un tale amore è sempre simile all’ebbrezza della ragione, all’oppio, poiché non dà all’anima né libertà né saggezza; eppure è proprio in questo stato che vive il 99% delle persone del mondo contemporaneo. È l’ebbrezza di vari tipi di amore immaturo, egoistico. Ma il più elevato, il più puro, probabilmente, qui è comunque l’amore genitoriale, materno: esso è il più disinteressato.

Colui che è assorbito da un tale amore è simile a un viandante caduto in un gorgo e che sta annegando. L’uomo, essendone soggetto, si inganna, perché scambia Dio con l’uomo, oppure scambia Dio con il possesso di cose materiali, oppure scambia Dio con la gloria, con l’ego, e tradisce Dio con tutte queste cose, cioè mette tali cose al primo posto, ignorando il divino. E quando avviene una simile sostituzione, un simile tradimento di Dio con qualcos’altro, una persona così, in linea di principio, non può essere felice; una persona così è sempre condannata alla sofferenza, perché perde la propria via, la propria destinazione, perché non ama Dio nell’uomo, ma l’uomo stesso, non la sua essenza interiore.

Non vede il divino nelle cose, ma le cose stesse; non vede il divino in qualcosa, ma quel qualcosa stesso. E allora, amando, serve questo, ma non serve Dio nell’uomo, non Dio in qualcosa, bensì l’uomo come corpo. Servendo questo qualcosa, affida la propria anima non al divino, ma all’umano, prende rifugio non in Dio, ma nell’uomo, o in una cosa, nell’ego; guardando a essi, non guarda Dio, ma la mente, il corpo, l’ego, le cose e gli oggetti del mondo materiale. E allora è simile a uno sciocco che si inchina al vestito, ma non vede, ignora il padrone del vestito.

E a una persona del genere spesso sembra di amare, ma in realtà è caduta in schiavitù dei sentimenti a causa dell’attaccamento, come un cavallo selvaggio che con l’astuzia è stato attirato in una trappola, sellato e imbrigliato. E i santi dicono: «Anima smarrita, risvegliati, non impantanarti nell’amore umano, non diventare simile a un uccello caduto nelle reti, cerca l’amore per Dio e soltanto Dio».

A volte persino le persone che hanno intrapreso il cammino spirituale, che vivono nel monachesimo, in monastero, persino a loro giungono simili tentazioni. Riescono persino, diventati novizi, interiormente, nella propria mente, a innamorarsi non di Dio, ma della persona che è accanto. Ma se sono saggi, notano e recidono tali tendenze, dicono: «Mente, che cosa stai facendo? Sei venuta qui per imparare ad amare Dio, e invece cerchi ancora qualcuno a cui attaccarti». Se è un sadhu intelligente, semplicemente lo nota come una tendenza della mente non purificata e la purifica semplicemente dentro di sé. Perché se ci troviamo nel monachesimo, nella sangha, questa è l’ultima cosa di cui la mente dovrebbe occuparsi.

Ma d’altra parte non dobbiamo disprezzare le persone nel mondo degli uomini, che vivono attorno a questo concetto; non dobbiamo disprezzare il loro amore umano, affinché il nostro cuore non diventi insensibile; non dobbiamo pensare: «che razza di persone sono queste, che si occupano dei propri amori»; almeno, questi sono i sentimenti più elevati che esse provano, e se li si purifica, li si sublima, li si reindirizza verso il divino, ciò può diventare la via del loro risveglio spirituale. Dobbiamo piuttosto comprendere l’amore umano mondano come qualcosa di molto ristretto, molto piccolo e temporaneo; dobbiamo comprenderlo come ciò che è il preludio o il precursore del vero, autentico amore dell’anima per Dio. E quando in noi si risveglia l’amore per Dio, soltanto allora diventiamo sadhu — viandanti spirituali, cercatori spirituali.

Il cammino dall’anava-marga all’amore divino

All’inizio anche questo amore è egoistico: abbiamo semplicemente un certo interesse, un certo desiderio di liberarci dai limiti in cui ci troviamo. Abbiamo un certo interesse a perfezionarci, a diventare liberi, e proprio questo interesse, il nostro desiderio personale, la nostra personale perseveranza, lo sforzo — tutto questo è il cammino dell’anava-marga, quando vogliamo perfezionare noi stessi, vogliamo l’illuminazione per noi stessi, vogliamo la perfezione per noi stessi. Ma il cammino spirituale è tale che non esiste un’illuminazione per se stessi. Il cammino spirituale è sempre una sorta di movimento dall’anima verso Dio.

E quando comprendiamo questo, in noi si risveglia la saggezza, abbandoniamo il cammino dell’anava-marga e iniziamo il cammino dello jnana-marga, o yoga-marga. E lo yoga, il vero yoga-marga, è già un cammino che include Dio, l’Assoluto, la Fonte Suprema. E per lo yogin, all’inizio Dio si manifesta nella forma del suo Guru e nella forma dell’Ishta-devata, perché amare subito un’astrazione esposta nei testi dell’Advaita Vedanta è impossibile. Attaccarsi a essa, tendere a essa come al Brahman senza nome e senza forma: come posso essergli devoto? È impossibile.

Passaggio dall’anava-marga allo yoga-marga attraverso il rivolgersi a Dio e al Guru

All’inizio i santi raccomandano di sviluppare fede e devozione verso qualcosa che si possa vedere, che abbia una forma. E tutto questo lo chiamiamo Rifugio, l’Albero del Rifugio. Quando ci purifichiamo recitando preghiere, dobbiamo visualizzare l’Albero del Rifugio, al centro del quale vi è l’Ishta-devata, al centro del quale vi sono tutti i santi. E questo Albero del Rifugio personifica per noi Dio.

Gradualmente, man mano che la coscienza si affina, comprendiamo che i santi, gli dèi, l’Ishta-devata prescelto Bhagavan Dattatreya, non sono una forma: sono infinità, eternità, una sconfinata intelligenza universale che assume tale forma affinché noi possiamo stabilire un legame con essa. E gradualmente la nostra percezione si purifica e si affina, e possiamo comprendere quel Brahman, quell’Assoluto privo di qualità e attributi, quel Dio che non ha forma, ma si trova in tutte le forme, giocando. E allora il nostro amore gradualmente si purifica e si affina.

La natura dell’amore divino

L’amore per Dio è fede, slancio dell’anima, la sua devozione, devozione a Dio fino all’oblio di sé. Per questo amore l’oggetto esterno e l’espressione esteriore non sono più così importanti. Uomo, animale, fiore, albero, ape, uccello, montagna, fiume — per questo amore tutto diventa uguale, perché esso vede tutto come uno, in tutto cerca di trovare e scorgere quel Dio che è in tutte le forme. E questo amore non lega, ispira; non è rivolto all’uomo, non è rivolto all’oggetto, ma a colui che ne è la radice, la fonte. E non è attaccato a nulla e a nessuno in particolare, se non alla propria fonte, al proprio Signore.

E se l’amore umano ha sempre qualche interesse, gelosia, attaccamento, l’amore dell’anima per Dio è disinteressato, e non chiede nulla, non desidera possedere nulla se non il servizio a Dio, se non la sua contemplazione, perché desiderare qualcos’altro è come se un mendicante chiedesse a un ricco un piatto di zuppa inacidita, mentre quel ricco è pronto a donargli tutto. E un amore simile è più impassibile, più profondo, silenzioso, costante, e non scompare con gli anni. L’amore umano divampa rapidamente, e poi con gli anni si spegne in fretta, arde appena, oppure scompare del tutto.

Ora nel mondo, si dice, c’è una crisi di incompatibilità: su mille matrimoni, ottocento divorzi. Ancora vent’anni fa una statistica simile non esisteva. In Europa si solleva il tema della legalizzazione dei matrimoni omosessuali: questo amore ha già stancato, si cerca qualcosa di nuovo. Inoltre, molti dicono che i matrimoni omosessuali siano già roba di ieri; in Norvegia, Finlandia e altri Paesi propongono già trenta varianti di matrimonio, sono possibili trenta varianti di diverse combinazioni di matrimonio, cioè, anche se metteste in moto tutta la vostra fantasia, vi risulterebbe molto difficile.

Questa è la crisi dell’attaccamento dell’uomo all’uomo. L’ego umano ha appena assaporato un po’ di libertà e pensa: perché non fare una configurazione del genere, e perché non una così? Ma questo amore è in linea di principio in crisi, è in linea di principio falso, erroneo, ed è proprio per questo che c’è la crisi dell’istituzione della famiglia, la crisi dell’istituzione tradizionale del matrimonio. Passerà un po’ di tempo e ci sarà la crisi dell’amore omosessuale, poi ci sarà la crisi dell’amore multivariante, perché fin dall’inizio tutte queste cose sono false. Fin dall’inizio il tentativo di amare qualcosa all’esterno, il tentativo di farne un sostegno, è erroneo; perciò si accende e si spegne, mentre l’amore per Dio cresce a lungo nell’anima del cercatore. E cresce gradualmente, come una fiamma che cova sotto la cenere.

L’amore dell’anima per Dio non ha passioni umane, in esso non c’è un desiderio passionale proveniente dall’ego, ma vi è un suo fuoco particolare: è il fuoco della bhakti, della prema, della fede, della devozione. E questo amore è un privilegio, non può essere dato a chiunque; non si può semplicemente dichiarare a una persona non purificata, egoista, attaccata: «Ecco, io possiedo già l’amore divino»; è impossibile, perché un tale amore richiede disciplina, purificazione, pacificazione della mente.

La storia di Prahlada e degli asura

È come nel racconto di Prahlada: quando Narasimha uccise Hiranyakashipu e distrusse tutto il regno degli asura, Prahlada cominciò a pensare: «Tutti i miei parenti asura sono stati uccisi, il regno degli asura è distrutto; che cosa dobbiamo fare adesso, come potrà continuare a esistere la civiltà asurica?». E pensò: «Ecco gli dèi: sono sempre sotto la protezione di Vishnu, Vishnu mi ha sempre protetto, e io stesso sono un devoto di Vishnu». E pensò: «Farò in modo che tutta la civiltà degli asura diventi devota di Vishnu, affinché tutti diventino adoratori di Vishnu». Disse: «Poiché Vishnu è la divinità più potente dell’universo che io conosca, adoriamolo». Tutti gli asura dissero: «Ora Hiranyakashipu è stato ucciso, non resta altro da fare», e cominciarono a compiere rituali, invocare Vishnu, adorare il dio Vishnu.

E questo giunse alle orecchie degli dèi, e gli dèi si indignarono, perché si ritiene che adorare Vishnu sia possibile solo nella sattva, e questo è sempre stato un privilegio degli dèi, degli esseri divini; invece qui alcuni asura, esseri demoniaci pieni di rajas e tamas, all’improvviso avevano cominciato anch’essi ad adorare Vishnu, e per così dire non avevano più nemici. E si presentarono da Vishnu con una lamentela e dissero: «Signore Vishnu, ne sta uscendo una cosa assurda: gli asura hanno cominciato ad adorarti proprio come noi, mentre si ritiene che solo dopo molte vite una persona possa giungere all’adorazione nella sattva-guna, all’adorazione di te».

Prahlada guida gli asura verso l’adorazione di Vishnu

Il vero amore per Dio e lo stato sattvico

Il vero amore per Dio richiede purificazione, e si può amare davvero Dio solo nello stato di sattva, perché l’amore umano è rajas. Anche l’amore per le cose materiali, per i piaceri esteriori, è una mescolanza di tamas e rajas. Ma l’amore per Dio, in quanto il più puro ed elevato, è possibile solo in uno stato sattvico, e un tale stato sattvico bisogna ancora meritarselo.

Quando impariamo a pacificare la mente, a pacificare l’ego, a osservare i sentimenti e le emozioni, coltiviamo in noi qualità sattviche. Quando pratichiamo la tapasya interiore, l’ascesi, purifichiamo noi stessi, prima o poi diventiamo capaci di una tale percezione sattvica del divino.

L’amore divino, la sua fiamma, divampa gradualmente, ma con gli anni si rafforza sempre di più. E questo piccolo fuoco, che un giorno si è acceso in un cuore devoto, a suo tempo diventa una grande fiamma universale, onnivora. E questa fiamma universale brucia nell’anima la foresta del nostro egoismo, i cespugli dei desideri e la giungla delle passioni. E questo fuoco non brucia: riscalda; non acceca, ma illumina la nostra coscienza.

E finché un tale amore non è generato, finché non brucia tutti i nostri desideri, tutte le nostre illusioni provenienti dall’ego, è difficile parlare delle verità dell’Advaita per realizzarle, perché il vero Advaita è possibile solo nello stato di ego bruciato, quando l’ego è bruciato con tutti i suoi attaccamenti, desideri e ambizioni; allora lo stato di Advaita è possibile, allora esso sopraggiunge. Se l’ego non è bruciato, per quanto l’ego dica: «Aham Brahmasmi», è tutta illusione, tutta illusione; sarà simile al balbettio di un bambino piccolo.

L’amore divino contro l’amore terreno

Quando nell’anima divampa l’amore per Dio, allora l’amore umano, terreno, le sembra un sonno pesante, un’ebbrezza d’amore. L’amore terreno per le cose materiali, l’amore terreno per la fama, il potere, l’onore, i piaceri, oppure l’amore terreno per una persona: tutto questo è un sonno pesante, una pesante ebbrezza d’amore, perché l’anima che ha amato il divino, che ha colto il gusto del divino, che ha amato contemplare Dio, essere alla presenza di Dio, che ha amato donarsi al Divino almeno in minima misura, non desidera più amare nessuno e nulla.

Perché comprende che questo nettare celeste del vaso d’oro non si scambia con l’acqua di una pozzanghera. E solo chi non ha mai assaporato questo nettare viene tentato dalle diverse passioni terrene e seduzioni; esse lo tentano perché non conosce il gusto di questo nettare. Ma chi lo ha assaporato anche solo per un istante, in lui sorge una vairagya naturale, impassibilità, indifferenza verso tutti gli amori terreni.

L’anima che ha assaporato un tale nettare d’amore per il Divino, attraverso la contemplazione, la dedizione di sé, la seva (servizio), l’adorazione, giorno e notte dimora in un tale stato nettareo d’amore per il proprio amato, come in dolci sogni contemplativi, dirigendo la propria mente verso la propria fonte; e questo amore non ha né difetti né oscuramenti.

E qui, quando pronunciamo la parola «amore» e diciamo che l’anima dimora in tale stato, descriviamo lo stato della presenza contemplativa, della nididhyasana. La presenza contemplativa è sempre lo stare dell’anima davanti al divino, è sempre l’instaurazione di un legame, di certi contatti con la Sorgente Divina. E non è soltanto un contatto freddo, senza vita, da qualche parte a livello della mente: questo contatto include tutta la nostra energia, tutta la nostra forza interiore, ed è sempre fonte d’ispirazione; questa ispirazione viene vissuta come una gioia immensa, una beatitudine immensa. E sullo sfondo di questa gioia e beatitudine, cercare ancora gioie mondane, forme mondane di beatitudine, semplicemente non è interessante, non ha senso.

La manifestazione dell’amore divino verso le persone

Amare Dio con tutta l’anima non significa indurirsi ed essere sordi alle persone, alla realtà esterna; al contrario, se nella vostra anima c’è amore per il Divino, esso deve manifestarsi verso le persone, perché quel Dio che veneriamo, Brahman, l’Assoluto, la Natura di Dattatreya, è la coscienza onnipresente che è ovunque, anche nelle persone; ma non è più quell’amore umano, attaccato, orgoglioso, falso, ignorante, superbo, geloso: è un amore uniforme, quieto, sereno, sono i quattro incommensurabili.

Quando pratichiamo ogni giorno la meditazione dei quattro incommensurabili, ci accordiamo all’amore divino di Brahma il Creatore, ci accordiamo all’amore di Bhagavan Dattatreya, cerchiamo di diventare canali di questo amore e poi di dirigerlo verso tutti gli esseri viventi. Per decenni ci esercitiamo e ci esercitiamo in questo.

Possiamo notare che l’amore nei quattro incommensurabili, che irradiamo su tutta l’umanità, su tutti gli esseri viventi, non è un amore passionale: è molto sottile, molto puro, molto gioioso. È colmo di amore incondizionato e compassione; in esso non c’è nulla di geloso, nulla di orgoglioso, nulla di attaccato, ma è uno stato molto elevato. È l’amore dell’anima saggia per Dio, dell’anima che si risveglia.

La meditazione dei quattro incommensurabili come manifestazione dell’amore divino verso tutti gli esseri

Quando facciamo il gesto del namasté, manifestiamo anche questo amore, dicendo: saluto il divino in te. È un amore quieto, umile; non guarda alle cose terrene, umane, ed è interamente rivolto al divino, al Signore primordiale, alla Sorgente Suprema, all’Assoluto.

Ma se una persona dal cuore indurito parla dell’amore per Dio, allora, naturalmente, è ipocrita, perché è impossibile amare il tutto respingendone le parti. Se incontrate un tale asceta che ama molto Dio, ma si manifesta con durezza verso gli altri, o si tratta di qualche folle gioco volto a educare altre persone, oppure è ipocrisia.

La forza trasformante dell’amore divino

L’amore per Dio illumina l’anima con i suoi raggi, la inonda letteralmente di nettare, la purifica dai desideri grossolani, dagli attaccamenti, dall’amor proprio, dall’egoismo. Se avete anche solo un barlume di un tale vero amore, allora bisogna andare avanti.

Se cercherete da soli di lottare contro gli attaccamenti, contro l’ego, contro l’orgoglio, l’egoismo, l’amor proprio, le klesha, vi sarà difficile, perché nella vostra anima ci sarà sempre una guerra: una parte di voi dichiarerà guerra all’altra parte dell’anima. La vostra parte aspirante dirà: io reprimerò le klesha, reprimerò l’orgoglio, l’ego, combatterò gli attaccamenti; ma dentro di voi ci sarà una guerra costante: sarete voi stessi a combattere contro voi stessi, e vincere questa guerra è difficile.

Ma se svilupperete in voi l’amore per Dio attraverso il Guru-yoga, attraverso l’adorazione, attraverso la devozione all’Ishta-devata, attraverso l’Albero del Rifugio, attraverso i quattro incommensurabili, attraverso la venerazione degli anziani, attraverso la venerazione di tutti gli esseri viventi (sia più giovani sia più anziani), attraverso il servizio ai fratelli e alle sorelle nel dharma, attraverso la visione del principio divino in ciascuno, se svilupperete in voi un tale vero amore, allora vi sarà molto facile vincere qualsiasi tentativo dell’ego, e non avrete guerra dentro di voi: avrete pace, gioia, serenità.

Tre tappe della liberazione: dall’auto-liberazione alla dedizione di sé

L’anima, sotto l’influsso dell’amore per Dio, fiorisce come un fiore magico irrigato dall’amrita (l’elisir degli dèi). Essere nella presenza contemplativa, nello stato di nididhyasana, essere nello stato di consapevolezza, non significa soltanto rivolgere una qualche parte della propria coscienza e mantenere la consapevolezza: negli stadi elevati significa completa dedizione di sé, prapatti, atmanivedana, cioè totale abbandono di sé.

Se lo sapete, nell’Insegnamento ci sono tre importanti tappe che ciascuno attraversa sul cammino verso la liberazione:

La prima tappa è l’auto-liberazione, pratimoksha. E in questa tappa impariamo a dimorare nello stato di consapevolezza, liberandoci dalle emozioni e dai pensieri attraverso l’attenzione, il mantenimento della presenza. E in una certa misura cominciamo a liberarci dai pensieri, dagli attaccamenti.

Il gradino successivo si chiama prapatti: abbandono dell’ego, dedizione di sé, atmanivedana: consegna dell’anima a Dio. E qui ciò è possibile proprio quando in noi vi sono devozione completa, amore completo, dedizione completa di sé.

Il cammino da pratimoksha a prapatti e alla consegna dell’anima a Dio

Gli yogin inesperti spesso dicono: capisco tutto, ma non riesco ad auto-liberare. Ed è così, perché l’auto-liberazione a livello della mente non può avere la meglio sui klesha a livello dell’energia. I klesha e gli attaccamenti a livello dell’energia sono molto più forti della nostra piccola, modesta contemplazione, della nostra piccola, modesta presenza: essa è ancora molto debole.

Ma se avete dedizione di sé e amore per Dio, e cominciate a mettere sempre e ovunque Dio al primo posto, e voi stessi al secondo, al terzo, al quinto, se vi siete veramente impregnati dello spirito dell’atmanivedana, della dedizione di sé, se avete un tale amore giorno e notte, nel sonno e nella veglia, nella gioia, nel dolore, nel piacere e nella sofferenza, allora per voi questo avviene naturalmente.

Allora, nel processo di tale dedizione di sé, si manifesta l’ananda, e la contemplazione cessa di essere soltanto un processo puramente cosciente: in essa viene coinvolto tutto il vostro essere, tutto il vostro spirito e tutte le vostre emozioni. E allora l’anima ama il divino senza scelta, senza distinzione, senza vantaggio, per amore dell’amore stesso, fino all’oblio di sé, fino alla dedizione di sé. Ed essa nasce in una nuova vita verso il divino. Questa non è più la vita di un’anima ordinaria, che vigila costantemente su se stessa e cerca di vivere nella disciplina di sé; è una nuova vita come estasi, una vita come gioco, è la vita in Dio, è la vita di una persona santa.

La vita nell’estasi divina

E una tale anima, avendo risvegliato la propria fiamma di puro amore per Dio, non lotta più contro i klesha: gioca, danza e canta nell’entusiasmo. Spesso, quando in passato venivano da me dei discepoli con dei problemi e mi esponevano in che cosa consistesse il problema, io dicevo: «Il tuo problema non è questo; il tuo problema è che non danzi nell’estasi, ecco qual è il problema. Se tu danzassi nell’estasi per amore di Dio, parleresti forse di questo?

Ciò di cui stai parlando adesso è un problema temporaneo, particolare; il problema più importante è che tu non danzi e non canti per amore. Comincia a cantare e a danzare nell’estasi per amore di Dio, e tutto questo passerà, ti dimenticherai di tutto questo, per te tutto questo diventerà non importante: qualcuno ti ha detto qualcosa nel modo sbagliato, in meditazione non sei riuscito a fermare la mente; tutto questo non è importante, perché se danzi nell’estasi, nell’entusiasmo per Dio, tutto ciò non ti colpisce troppo, non ti preoccupa troppo: ti trovi tutto il tempo nell’entusiasmo, nello stato di ananda divina, sei pronto ad amare tutti, sei pronto ad accettare tutto, sei pronto a servire tutti, sei pronto a trasformare la tua personalità.

Non ti è difficile servire gli altri, non ti è affatto difficile mettere da parte te stesso, per nulla difficile; agisci solo per Dio, solo per gli altri, diventi un conduttore vuoto e un vaso della Volontà Divina, diventi il corpo illusorio di Dio, smetti di avere i tuoi scopi nella vita, tranne il Divino, smetti di avere le tue ambizioni nella vita, tranne l’abbandono di te stesso a Dio, smetti di separare te stesso dagli altri: ecco che cos’è la vera santità».

E noi dobbiamo sforzarci di lasciare un tale amore umano immaturo e abbandonarci all’amore per Dio, che si chiama atmanivedana, prapatti: l’abbandono dell’ego. A suo tempo Parvati si abbandonò a Shiva, Radharani lasciò tutto per Krishna, Sita andò nella foresta seguendo Rama; e questi sono esempi dell’epica vedica e del «Mahabharata» di come l’anima debba seguire Dio.

E le mie benedizioni sono affinché lasciate dentro di voi l’amore umano, terreno, l’amore per voi stessi, l’amore per la mente, l’amore per il mondo materiale, l’amore per le illusioni, l’amore per l’orgoglio, per qualunque cosa: tutto questo è amore umano, terreno, in nome dell’amore divino. Affinché sottomettiate questo amore, lo purifichiate e vi impregniate dell’amrita degli dèi; solo in questo caso è possibile la vera liberazione.

Om Shanti. Namasté.

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