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Discernere la Verità dall'illusione sul cammino spirituale

29.05.2026
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Discernere la Verità dall'illusione sul cammino spirituale

Commento al testo «Yoga Vasistha. Capitolo 5. Sulla conclusione»

Vasistha disse: 

— O Rama, ascolta dunque le riflessioni sulla conclusione dell’Universo e sul raggiungimento della suprema quiete. Questo mondo, che appare infinito, è sostenuto dagli esseri impuri (rajas) e ignoranti (tamas), come un’enorme costruzione è sostenuta dalle colonne. Ma esso viene lasciato con facilità e quasi per gioco da coloro la cui essenza è pura, così come un serpente lascia facilmente una palude maleodorante. Coloro la cui essenza è pura (sattva) e la cui attività si fonda sulla purezza e sulla luce non vivono la propria vita meccanicamente: riflettono sulla Sorgente e sull’essenza del mondo apparente.

Il cammino della liberazione consiste nel tornare alla Sorgente di questo Universo e nel liberarsi dalle leggi di questo Universo, imposteci dalla natura materiale. Siamo capitati in questo Universo nascendo in esso, e questo è un fatto. Siamo soggetti alle leggi di questo Universo, per esempio alla legge del karma, alla legge del tempo, dello spazio e a molte altre cose. Nella siddhanta questo viene chiamato kanchuka. I kanchuka sono determinate energie che ci limitano. Sono pure energie divine, ma mescolandosi con la natura materiale e riflettendosi in essa, diventano per noi catene. L’anima è finita in queste catene.

Tutto comincia dal fatto che dobbiamo comprendere profondamente che questo mondo non è destinato al godimento, non è destinato alla felicità mondana, che qualsiasi tentativo di trovare la felicità mondana, di assumere il ruolo di colui che gode, cioè di accettare la midhunya bhava, è una sofferenza velata, è una via verso la sofferenza.

Coloro che cercano di godere del mondo materiale si costruiscono da soli la strada verso le sofferenze. Ciò non significa che non si debba godere, che si debba cadere in uno stato cupo, nella sofferenza e nella depressione. Non significa che il godimento sia in linea di principio impossibile. Al contrario, il Sanatana Dharma dice che ananda (felicità divina, gioia, beatitudine) è la natura di Dio. Bisogna soltanto capire di che cosa si debba godere e di che cosa no. Qui sta tutto il punto. E quando non comprendiamo di che cosa si debba godere e di che cosa no, questo si chiama midhunya bhava.

Midhunya bhava e purusha bhava

Il cercatore si distoglie dai piaceri materiali e sceglie il cammino del discernimento

Midhunya bhava è una fortissima attrazione verso i piaceri. Sorge come risultato dell’aviveka (assenza di saggezza discriminante). Per esempio, la moderna cultura consumistica forma l’attrazione verso i piaceri attraverso il possesso di cose materiali. Ma quando in una persona nasce il desiderio di agire in questo spirito, dopo un certo tempo essa resta delusa, perché le cose materiali non danno un godimento costante ed eterno.

E chi è un sadhu? È colui che ha un po’ compreso tutto questo, che ha fatto nascere un po’ di viveka (discernimento) e ha capito che bisogna uscire dalla midhunya bhava e cercare la purusha bhava.

Purusha bhava è la bhava di Ishvara, la bhava di Dio, la bhava di colui che possiede purnatva (è completamente autosufficiente), la bhava di Dattatreya, la bhava di Shiva, la bhava del Guru Brahmananda e di tutti i santi. Midhunya bhava (l’attrazione verso i piaceri del mondo materiale) è la posizione dello stolto (mudha, asino). Purusha bhava e uttama-purusha bhava sono la posizione di un essere veramente saggio.

Ma staccarsi dalla midhunya bhava e passare alla purusha bhava è in realtà un compito molto difficile, perché l’anima possiede tendenze secolari, si potrebbe dire millenarie, di questa midhunya bhava, e sono depositate sotto forma di vasana, sotto forma di samskara. Se si fa tutto rapidamente, significa letteralmente strappare tutto “sul vivo”, e l’anima arriverà persino a soffrire.

La difficoltà del cammino spirituale

Perché il cammino spirituale è così difficile? Perché è più difficile, per esempio, dello studio della fisica, della matematica, dello sport? Sembrerebbe che in entrambi i casi basti impegnarsi e si diventerà campioni. Si potrebbero ottenere moltissimi santi. Proprio come nello sport. Nello sport, per diventare maestro dello sport persino di livello internazionale, come raccontava un atleta nelle sue rivelazioni, bisogna lavorare dieci anni per sei-otto ore al giorno. Ma in realtà le persone spirituali lavorano molto di più: dodici ore al giorno per venti, trenta e cinquanta anni. Ma perché dunque è più difficile diventare santi che diventare, per esempio, campioni o maestri dello sport?

Oppure qualsiasi dottore di ricerca dirà che, se hai inclinazione e intelletto, per diventare dottore di ricerca bisogna lavorare bene per dieci anni, sei-otto ore al giorno: leggere libri, scrivere testi, studiare, fare il percorso post-laurea, il dottorato, difendere la tesi di candidato, difendere la tesi di dottorato, scrivere e pubblicare diverse monografie. E basta: sei una persona rispettata nel mondo della scienza, tutti tengono conto della tua opinione.

Ma nella vita spirituale non è così: passano dieci anni, è stato compiuto molto lavoro, eppure, chissà perché, nel mondo dei santi non sei ancora diventato una persona rispettata. Nel migliore dei casi sei rispettato tra i sadhu tuoi simili. Non sei ancora diventato un campione. Questo è un enigma per molti. E molti pensano: «C’è qualcosa che non va. Forse sto facendo qualcosa di sbagliato? Forse il metodo non è quello giusto?» Oppure alcuni dubitano: «Forse l’Insegnamento non salva? Forse è privo di grazia?»

Non dubitate! È tutto quello, ma esistono la mithunya bhava e il karma. Sul cammino spirituale bisogna andare contro la corrente del proprio karma. È questo il punto. E la purusha bhava (la bhava illuminata) non arriva così, semplicemente. La mithunya bhava crea moltissimi ostacoli. La mente, come un vitello disobbediente, si strappa continuamente via e cerca di andare per le proprie strade. È questo il problema.

La necessità di una riflessione costante

«Quando tali riflessioni vengono condotte con l’aiuto del corretto studio delle scritture e in compagnia dei saggi, sorge una comprensione pura, nella quale la verità è visibile come alla luce di una lampada. Finché questa verità non viene percepita personalmente mediante tali riflessioni, essa in verità non è visibile. O Rama, la tua natura è pura».

Finché non ci siamo abituati a esercitare costantemente il nostro cervello, a riflettere costantemente, la Verità non è visibile. Perciò il sadhu si esercita nella viveka (discriminazione), dapprima si esercita nella saggezza analitica. Molti cercano subito di esercitarsi nella concentrazione, nella contemplazione. Che dire poi: alcuni cercano subito di dimorare nello stato naturale, per non perdersi in minuzie.

Ma non bisogna nutrirsi di illusioni. Tutto arriva gradualmente. Anche quando ricevete l’introduzione diretta, il lavoro analitico è necessario; anzi, deve essere condotto costantemente. Senza viveka, senza lavoro analitico, senza studio dei testi, senza studio della filosofia, sarete molto vulnerabili ai colpi del karma, per esempio ai cambiamenti astrologici, alle situazioni che sorgono. Tale è la condizione dell’uomo comune.

Come vive una persona comune? All’inizio, all’asilo, pensa: «Vorrei tanto andare presto a scuola! L’asilo è così così, ma a scuola sarà interessante!» Arriva a scuola, e si scopre che lì bisogna stare seduti al banco per dieci anni, studiare, e questo è noioso e stanca presto. Allora pensa: «Vorrei tanto andare presto all’istituto» oppure «Vorrei tanto andare presto nell’esercito». (Da bambino vidi una compagnia di soldati con le placche, con i fucili automatici, con gli stivali. Passarono marciando a passo cadenzato, e io pensai: «Vorrei tanto andare presto nell’esercito!» Da dove vengono simili pensieri? Dalla condizionatezza culturale, dalla società, dall’ambiente circostante).

Poi il bambino arriva nell’esercito o all’istituto e capisce che lì c’è qualcosa che non corrisponde a ciò che si era immaginato, e pensa: «Vorrei tanto che finisse tutto presto, e andare a lavorare. Lì diventerò una persona libera, lì sarò padrone di me stesso. Vita libera, nuove possibilità!» Arriva al lavoro e che cosa accade? È un giovane specialista, tutti lo comandano a bacchetta, i superiori, condizioni di lavoro svantaggiose, e lui è costretto a lavorare, non c’è via d’uscita. E se poi ci sono anche una famiglia, dei figli, delle responsabilità. Molte ragazze pensano: «Vorrei tanto sposarmi presto!» E poi? Dopo un po’ l’incanto svanisce, il velo cade dagli occhi, si ritrovano con due bambini in braccio, con un marito ingestibile, con il lavoro, e vivono stipate in condizioni poco decorose. Ecco questo “sposarsi”. Succede così? Succede.

La persona sente di essersi imbrigliata in qualche giogo, ma non le vengono in mente pensieri per comprendere la propria vita, per compiere un lavoro analitico. Pensa a quale sia il prossimo istituto che si profila davanti, quale prossimo modello sociale le venga proposto: «Vorrei tanto che questo lavoro finisse presto, vorrei tanto andare presto in pensione». Molti pensano: «Ecco, arriverà la pensione, mi libererò da questo maledetto lavoro, riceverò denaro». Arriva la pensione (sempre che viva fino alla pensione), è chiaro che la salute non è più quella di prima, e all’improvviso sente il vuoto, la noia, e pensa: «E poi? Che cos’altro mi propone la società, quale prossimo istituto?» E qui capisce che non si può più affrettare la vita. Il prossimo «vorrei tanto che arrivasse presto» verso dove porta? Nel bardo! Capisce di aver saltato attraverso questi modelli sociali, attraverso queste istituzioni sociali senza riflettere, e che questo «vorrei tanto che arrivasse presto» qui non funziona più. La persona si ritrova in una sorta di vicolo cieco della visione del mondo: «E dove si va dopo?» E allora pensa: «Ma perché dicevo “vorrei tanto che arrivasse presto”? Quanto ero stupido! Che periodo meraviglioso era: l’asilo, la scuola, il lavoro, quando ero pieno di forze...» E dice: «Allora sì che era un tempo... Allora io ero così e così...» Ma in realtà allora proprio non considerava quello uno stato buono, desiderava che passasse al più presto. Ne risulta che tutta la vita della persona è trascorsa in uno stato in cui pensava: «Vorrei tanto che tutto questo passasse presto». Questo è aviveka (assenza di discriminazione).

Il cammino del sadhu e l’Achyuta-gotra

Il sadhu oltrepassa i confini della corsa del tempo verso il rifugio eterno

Il sadhu deve dedicarsi all’analisi di una simile condizione, deve elaborare una tattica di vita completamente diversa, deve imparare a identificarsi non con le cose temporanee, ma con quelle divine, eterne e infinite. Deve smettere di spronare il tempo soggettivo. Infatti non si può spronare il tempo oggettivo, ma si può tentare di spronare quello soggettivo. Essere sadhu significa imparare a dimorare in ciò che è al di là della corsa della mente, al di là del temporale.

Ogni sadhu non appartiene a una qualche gotra, clan, stirpe o famiglia in India. Quando a un sadhu viene chiesto a quale gotra appartenga, alcuni di loro rispondono: «Alla Achyuta-gotra». Achyuta-gotra è la famiglia di Dio. «Di quale famiglia siete?» «Della famiglia di Dio». «Achyuta» si traduce come «incrollabile, eterno». È uno dei nomi di Vishnu. Esiste persino un commento di Shankara al Sahasranama, i mille nomi di Vishnu, in cui egli scrive: «È colui che non perde mai la propria natura e la propria forza. Ciò che non è soggetto al cambiamento, alla caduta». Achyuta è l’opposto di chyuta. Chyuta è qualcosa di caduto, che si disgrega, che è soggetto al cambiamento. E il sadhu appartiene alla Achyuta-gotra — la famiglia di Dio.

La varnasrama-dharma come via d’uscita dal samsara

La questione è come, sul cammino spirituale, iniziare ad appartenere alla famiglia di Dio e come uscire da questo vortice karmico. Questo vortice karmico non si esaurisce soltanto nella nostra vita, nella Terra, nel Paese, nella nazione. Ha proporzioni universali. È un vortice molto grande, e noi vi ruotiamo da molto tempo. E nella tradizione vedantica esiste un’intera istituzione che favorisce l’uscita da questo vortice del samsara. Si chiama varnasrama-dharma.

Le varna sono quattro classi sociali, gli ashrama sono quattro modi di vita. Le quattro classi sociali sono:

  • brahmani (intellettuali)
  • kshatriya (dirigenti)
  • vaishya (commercianti, uomini d’affari)
  • shudra (lavoratori, esecutori, artigiani)

E i modi di vita sono:

  • brahmachari (coloro che in gioventù si trovano in formazione)
  • grihastha (capifamiglia)
  • vanaprastha (ritirati dagli affari)
  • sannyasi (monaci — coloro che si sono dedicati completamente alla liberazione)

Per ogni fase della vita esiste il proprio periodo di vita e il proprio status. E quando seguiamo la tradizione del Sanatana Dharma, dopo un certo tempo conduciamo un’analisi, ci poniamo la domanda: «Ma chi sono io, in generale, quanto a status? Chi sono io secondo il Dharma? In quali condizioni vivo? Qual è il mio futuro? Quali sono le regole del mio comportamento, il mio codice di condotta? Quali sono le mie intenzioni? Quali sono i miei obiettivi?» È molto importante porsi tali domande. Questa è appunto l’analisi.

Analisi delle identificazioni e della responsabilità

Allora cominciamo, per esempio, a riflettere: «Io sono russo» oppure «Io sono ucraino», «Sono un credente nel Sanatana Dharma» oppure «Sono un discepolo del mio Guru». Se ho ricevuto la diksha, allora «Sono un karma-sannyasi o un sannyasi». «Sono un sadhu», se pratico seriamente e ho coltivato in me le qualità. Se una persona è un karma-sannyasi sposato, oltre a questo può pensare: «Sono un marito», «Sono una moglie». Se lavora da qualche parte, può pensare: «Sono un uomo d’affari». Oppure se ci sono figli e genitori, allora «Sono un padre» o «Sono un figlio». Cioè egli definisce la cerchia delle proprie identificazioni, e la cerchia delle identificazioni comporta sempre una responsabilità. Noi rispondiamo di ciò con cui siamo maggiormente identificati e non rispondiamo di ciò con cui siamo meno identificati.

Le identificazioni sono caratterizzate dalla prarabdha-karma che ci è data attualmente. Per esempio, se non siete responsabili delle tigri dell’Ussuri, per esempio, non vi siete identificati con loro, non avete pensato alle tigri dell’Ussuri, non vi è venuto in mente di prendervene cura, di pensare alla loro popolazione, a come conservarle. Non avete alcuna responsabilità nei loro confronti. Non vi siete identificati con loro, perciò non avete alcuna responsabilità, non avete con loro alcun legame karmico. Ma se vi identificate con qualcosa, e non importa con che cosa, con qualsiasi cosa, allora subentra immediatamente la responsabilità karmica. Dalla responsabilità deriva il principio del Dharma — il modo in cui bisogna agire correttamente per trascendere questa responsabilità, dissolverla e trarne saggezza, forza e beneficio. E il Dharma definisce la cerchia degli impegni, dei doveri e delle azioni.

Occuparsi dell’analisi significa essere consapevoli delle proprie identificazioni, dei propri debiti karmici, del proprio status, della propria responsabilità, del proprio Dharma, dei propri poteri e dei propri doveri. Cioè, se sei un discepolo, hai determinati poteri, determinati doveri, una determinata responsabilità. Se sei un karma-sannyasi, hai determinati precetti e una determinata responsabilità. Se sei un sannyasi, hai una determinata responsabilità. Se siete marito o moglie in una famiglia vedica, avete determinati obblighi; se siete novizi, ne avete altri; se siete un uomo d’affari nel mondo, avete determinati obblighi; se siete padre o figlio, avete rispettivamente doveri paterni o filiali. Se siete credenti nel Sanatana Dharma, vi è prescritto un determinato codice di comportamento in relazione a ciò.

Tutto questo viene compreso attraverso l’analisi della propria vita: «Chi siamo noi?». Persino i rappresentanti degli strati più bassi della popolazione, quando si incontrano, si chiedono l’un l’altro: «E tu chi sei, in generale, nella vita?». Cioè bisogna capire con che cosa ti identifichi. Se ti identifichi con qualcosa, allora hai un legame con una certa cultura, con un gruppo di persone. E a seconda di ciò con cui ti identifichi, ti viene prescritto l’uno o l’altro codice di comportamento e determinati doveri.

La trappola del nastika-drishti

Allo stesso modo accade anche ai sadhu. Il sadhu deve comprendere il proprio posto. E qui c’è una seria trappola: la possibilità di cadere in ciò che viene chiamato nastika-drishti (la visione del mondo del nichilista o la visione del mondo del pralaya-kala). È una trappola seria, che consiste nel dire con leggerezza, dopo aver ascoltato la visione dell’Advaita: «Io non ho responsabilità, perché sono Brahman!»

Dire «Io sono Brahman» nella visione è ammissibile, ma nel comportamento non lo è. Perché? Perché nel comportamento noi tutti abbiamo un determinato karma e un determinato livello di identificazione. Per esempio, siamo identificati con il corpo, e questo significa che abbiamo un determinato Dharma per il corpo. Se per il Brahman è indifferente mangiare e bere oppure non mangiare e non bere affatto, per il corpo forse è indifferente? No, naturalmente. Questo significa che abbiamo una responsabilità almeno nei confronti del corpo: nutrirlo con i prodotti necessari e non nutrirlo con quelli non necessari.

Se a livello del comportamento dichiariamo «Io sono Brahman», allora è come se dichiarassimo che a me è tutto indifferente, al mio corpo è tutto indifferente, ma non è così. Per il Brahman, per esempio, è indifferente che la temperatura sia +5000 °C o -273 °C (zero assoluto). Ma per noi non è indifferente. Per noi la temperatura di +36,6 °C è molto importante, ed è meglio che non cambi; +35 °C e +38 °C sono già un male. Per noi, nel relativo, anche piccole oscillazioni sono molto importanti.

Perciò nel relativo (nel comportamento) dichiarare «Io sono Brahman» mentre si è identificati con il corpo non è corretto. Nella visione è corretto, ma nel comportamento no! Quale sarà la risposta corretta? «Secondo il Vedanta, nella visione io sono Brahman, ma nel relativo sono un essere umano con limitazioni, che cerco di trascendere praticando il Dharma. Cerco di comprendere la mia posizione, la mia destinazione, i miei doveri e il mio Dharma».

Il pericolo di una comprensione errata di "Aham Brahmasmi"

Per l’ego questo è spesso un momento molto comodo, quando esso non desidera assumersi un qualche cammino, alcuni obblighi, alcuni principi, per evitarli, per poi scivolare sapete dove? Pensate nella Brahma bhava? No! Per scivolare nella mithunya bhava, per ricadere di nuovo nei piaceri sensoriali, nella tendenza a godere. Perché nella Brahma bhava è impossibile scivolare. Essa arriva come grazia Divina, come risultato della purificazione dal karma e del tapas.

Ma se non c’è tale analisi, allora il nastika-drishti (la tendenza nichilistica) porta al fatto che, nella visione, la persona assume la posizione «Aham Brahmasmi» (Io sono Brahman), e la proietta sul comportamento. Ma nel comportamento, in tal caso, non dovrebbero già esserci né identificazioni né responsabilità, mentre in realtà tutto questo c’è; soltanto non viene dichiarato e non ci si lavora sopra, viene lasciato senza attenzione. Cioè il corpo e il relativo vengono come abbandonati alla mercé del vento, e avviene lo scivolamento nella mithunya bhava, nella tendenza al godimento.

«Ebbene, io sono Brahman! Perciò nessun problema! Non serve la sadhana, non serve la tapasya, non servono i doveri, non serve la seva, non serve l’autodisciplina, non serve l’autoeducazione, non serve costruire relazioni con il sangha, gli uni con gli altri! Non serve nulla!»

Ma questo è uno stato falso, perché la mente dice: «Non serve», mentre il karma dice: «Serve, serve, serve!» Ma lo dice senza dichiararsi direttamente. Il karma parla in modo sotterraneo, sottile. Parla semplicemente sotto forma di desideri, e non con una voce; parla sotto forma di ego, sotto forma di sottili klesha, sotto forma di karma. In questo modo avviene lo scivolamento nella mithunya bhava.

La corretta distinzione tra visione e comportamento

Lampada, libro e offerte come immagine del discernimento tra visione e comportamento

Ma se conducete un’analisi, non scivolerete mai nella mithunyā bhāva, perché distinguete tra visione e comportamento. Non scivolate nella nāstika-dṛṣṭi (nella visione e nel comportamento di un nichilista). Separate la visione dal comportamento e, allo stesso tempo, avendo nell’anima la bhāva «Aham Brahmasmi», cioè la visione vedantica, nel comportamento relativo definite con molta chiarezza il vostro status, il vostro ruolo, il vostro posto. E allora avete una problematica, un movimento, qualcosa su cui lavorare, avete scopi, compiti e una definizione degli obiettivi. Non perdete l’azione nella consapevolezza, non diventate un sadhu “sfumato”, ma procedete con piena sicurezza lungo il cammino dell’educazione delle qualità necessarie. Sviluppate tutte le qualità che sono necessarie e costruite correttamente i rapporti con la vita, il mondo, gli altri e voi stessi.

Il sistema del varṇāśrama-dharma

Affinché tutto questo venisse costruito correttamente, nella tradizione vedica esisteva il varṇāśrama-dharma, il quale affermava che prima l’uomo deve attraversare il brahmacarya-āśrama (se è un bambino, allora nella gurukula). È un’età che va circa dai sette ai diciotto anni. Poi deve passare attraverso il gṛhastha-āśrama, cioè attraverso il cammino del capofamiglia. Poi, quando i figli sono cresciuti, deve diventare vānaprastha, cioè distaccarsi dagli affari, lasciare andare i figli e praticare nella foresta, stabilendosi lì da solo o con la moglie e instaurando altri rapporti con la società. Questa è un’età che viene circa dopo i cinquant’anni. E poi deve diventare sadhu, sannyasi, rinunciare al mondo per dedicarsi completamente alla ricerca della Verità Divina.

Ogni status ha i propri doveri, il proprio approccio alla vita spirituale e mondana, i propri principi e comandamenti. E questo si chiama vita saggia, saggezza discriminante, il giusto approccio al relativo. Non è che diciamo: «Aham Brahmasmi! Essere brahmacari, essere gṛhastha, essere vānaprastha (karma-sannyasi) o sannyasi è la stessa cosa. Che differenza c’è?» Un tale approccio significa che sopravvalutiamo la visione che non abbiamo realizzato e sottovalutiamo il relativo, sottovalutiamo il metodo, sottovalutiamo la tapasya. Di conseguenza commettiamo un errore come la perdita dell’azione nella consapevolezza.

Domanda: «Perché è necessario lo status di vānaprastha, perché non andare subito nel sannyāsa? Cioè, perché sono previsti proprio quattro status? Perché, dopo essere stati capofamiglia, a cinquant’anni non si può andare subito nel sannyāsa?»

Si può. Se volete, si può.

Domanda: «Lo capisco, ma perché secondo le regole sono proprio quattro. Che cosa c’è nel vānaprastha per cui bisogna attraversare questo status prima del sannyāsa?»

Perché nell’uomo alcune tendenze non sono ancora state esaurite. Il vānaprastha è uno status intermedio. Sapete quale status da noi svolge il ruolo del vānaprastha? Il karma-sannyāsa. Cioè, in sostanza, tutti i karma-sannyasi sono la stessa cosa dei vānaprastha. Ma il karma-sannyāsa è uno status più fluido, non molto rigido, perciò potete vivere nel karma-sannyāsa sia come vānaprastha sia quasi come gṛhastha.

Ma in generale, nella tradizione vedantica, il vānaprastha è uno status di transizione. Perché immaginate: come potrebbe un capofamiglia che vive in India, in una grande famiglia, andarsene subito nella foresta e lasciare tutto? È uno stress fortissimo, è un colpo fortissimo. Nello status di vānaprastha, invece, questo avviene gradualmente. All’inizio va nella foresta insieme alla moglie e si stabilisce in una capanna, ha una piccola economia minima, una mucca che lo sostenga. Ma, allo stesso tempo, si è già ritirato dagli affari. È come un downshifter. Si abitua alla pratica spirituale.

Perché è necessario? Perché, essendo stato gṛhastha, non ha fatto ritiri, non ha imparato a praticare. Se ha imparato a praticare, non ha bisogno di questo status intermedio, può prendere subito il sannyāsa. Il Buddha faceva così. Dava il sannyāsa persino a sedicenni. Qui ci sono approcci diversi e non esiste una regola così rigida. Ma i brahmani criticavano il Buddha perché dava il sannyāsa a sedicenni. Perché? Perché si ritiene che l’uomo debba generare una discendenza (avere figli), debba sostenere economicamente gli altri tre status, cioè i brahmacari, gli studenti nelle scuole, i vānaprastha che si sono già ritirati dagli affari (il vānaprastha è, per noi, un pensionato), e i sannyasi che vivono di elemosina. In quel periodo egli è il sostegno economico della società, e perciò si riteneva che bisognasse essere gṛhastha e solo dopo diventare sannyasi.

Liberazione graduale dalle limitazioni

Culto domestico della Madre Divina nello spirito del grihastha vedico

«O Rama, la tua natura è pura, perciò rifletti sull’essenza della Verità e della menzogna, sii devoto alla Verità. Ciò che non esisteva all’inizio e non esisterà alla fine — può forse essere considerato Verità? Solo ciò che è sempre esistito e sempre esisterà può essere considerato Verità. La nascita appartiene alla mente, o Rama, e anche la crescita avviene nella mente. Quando la Verità è chiaramente vista, la mente si libera dalla propria ignoranza. Perciò, che lo studio delle scritture, la compagnia dei santi e il perfezionamento del distacco conducano la tua mente sul sentiero della rettitudine».

Dunque, i quattro ashrama (stadi della vita spirituale) sono una graduale liberazione dalle condizioni limitanti (upadhi), così si dice. Quando una persona ottiene l’atma-jnana o il brahma-jnana, gli upadhi (limitazioni) si staccano da lui. Gli upadhi sono limitazioni, sono ciò che la nostra anima riempie, sono il vaso che la nostra anima colma. E si staccano come rami secchi che si separano da una palma.

Quando Ramakrishna adorava la Madre Kali, cadeva spesso in samadhi. Allora era un brahmachari. E per riportarlo a uno stato più adeguato, i genitori decisero di farlo sposare. A lui era indifferente sposarsi o non sposarsi. Si era perso, per dirla con le nostre parole, nell’Assoluto sconfinato, e bisognava riportarlo un po’ sulla terra. Non prese nemmeno quella decisione, semplicemente la accettò.

E quando il rito, la cerimonia nuziale, fu terminato, pensò: «E che cosa devo fare con mia moglie?» Si sedette di fronte a lei e si rivolse alla propria mente: «Che cosa ti serve: l’anima o il corpo? Se ti serve il corpo — godi». La mente rispose: «Sì, no, io voglio godere di Dio». «Bene, allora guarderò mia moglie come la Madre». E venerava Sarada come la Grande Madre, la guardava come la Madre. Erano servitori del tempio e vivevano nella stessa famiglia. In questo modo egli compiva la sadhana.

Poi pensò: «Bisogna pur essere un grihastha adeguato, devo andare a visitare mio suocero, i genitori di mia moglie, e rendere loro omaggio». Andò dai genitori, e lì essi organizzarono un kirtan. Sia i genitori della moglie sia Ramakrishna erano felici. Questo è un grihastha vedico. Potete immaginare di andare dai genitori di vostra moglie e cantare insieme a loro kirtan o bhajan. È molto difficile immaginare una cosa del genere.

Applicazione dei principi del varnasrama nelle condizioni moderne

Il varnasrama-dharma in India non è la stessa cosa del varnasrama-dharma in Russia e in Ucraina. Qui semplicemente non esiste. Ma possiamo orientarci su alcuni principi al fine di applicarli correttamente nella nostra vita.

Per esempio, nella sangha lo status di grihastha corrisponde approssimativamente all’età dai 18 ai 35 anni. I grihastha hanno meno obblighi dei karma-sannyasi. Per esempio, non sono obbligati a fare ritiri, non sono obbligati a studiare, non sono obbligati a svolgere seva. Possono farlo, oppure possono anche non farlo. Non assumono così tanti obblighi e non è grave se non seguono qualcosa di tutto ciò. Per loro l’importante è osservare i principi generali dello yama: non uccidere esseri viventi, non rubare, non arrecare danno, attenersi al dharma, recitare un po’ il mantra, essere vegetariani, meditare. E questo è sufficiente, perché nella fase di grihastha ci sono molte preoccupazioni familiari, molti debiti karmici che bisogna restituire a maya. Tuttavia bisogna comunque praticare il dharma, almeno un po’. Questo è appunto lo status di grihastha, che consente di farlo.

Il karma-sannyasi, invece, è colui che assume più obblighi. Assume l’obbligo di fare ritiri, studiare, svolgere seva e molte altre cose, accetta i samaya tantrici. Cioè il karma-sannyasi è un sadhu serio. E lo status di karma-sannyasi, che corrisponde approssimativamente allo status di vanaprastha, è l’età dai 35 ai 50 o persino fino ai 60 anni.

Infine, il purna-sannyasi ha tutti gli obblighi del karma-sannyasi, tranne quelli familiari, ma anche i propri voti monastici, i quattordici voti di samaya e molti altri principi, regole e obblighi. È un ashrama serio.

Di solito, secondo la tradizione, il purna-sannyasa viene preso dopo i 65-70 anni, quando le forze vitali hanno già lasciato il corpo, nulla turba più, non c’è più concupiscenza, la brahmacharya viene già osservata naturalmente, non c’è avidità, il dovere verso la società e la famiglia è stato compiuto, insomma, quando non c’è più nulla da perdere. Ogni vecchio è in realtà un sannyasi. E non c’è grande merito nel diventare sannyasi in vecchiaia, quando cadono i denti, cadono i capelli, la vista peggiora, le mani cominciano a tremare, la pelle si raggrinzisce. Certo, puoi dire: «Samsara, questa ripugnante samsara! Rinuncio al mondo!» È comprensibile, perché la mithunya bhava non può più realizzarsi. La rinuncia nella vecchiaia arriva naturalmente all’uomo.

Ma in realtà le persone intelligenti lo fanno prima che tutto ciò accada. Le persone intelligenti non aspettano, perché quando la forza vitale si esaurisce, chi vorrà praticare seriamente, chi potrà praticare? Perché tutto viene impiegato per mantenere il corpo, per provvedere al corpo, per soddisfare certi bisogni. Ebbene, si può praticare il mantra finché le mani tengono ancora il rosario, si possono praticare le prostrazioni (anche se la schiena non si piega, si possono fare prostrazioni davanti all’altare), ma non farete più le asana. Se per tutta la vita non vi siete preparati nel grihastha ashram o nel karma-sannyasi-ashram, allora sarà difficile farlo.

Perciò i saggi non aspettano: in primo luogo, praticano in qualsiasi ashram quando l’energia del corpo è alta; in secondo luogo, accettano quegli ashram per i quali hanno abbastanza merito e riflettono costantemente. Questa è la posizione dei saggi.

L’importanza di ottenere un Maestro Spirituale

«Armato di tutto questo, trova rifugio ai piedi del Maestro, la cui saggezza è perfetta. Aderendo con tutto il cuore all’insegnamento del Maestro, si raggiunge gradualmente lo spazio della purezza perfetta».

Quando un discepolo giunge al Guru, ciò significa che la forza divina lo ha condotto al Guru. Sembra che il discepolo abbia cercato e cercato e infine abbia trovato il Guru. In realtà, il vero discepolo viene condotto al Guru dalla chit-shakti (la forza divina); è un processo mistico. Ma all’inizio non lo comprendiamo. Perciò è molto importante trovare un Maestro Spirituale.

Molti cercatori non arrivano a questo stadio, cercano semplicemente in generale: qualcuno si occupa di teorie del complotto, qualcuno di astrologia, qualcuno riflette sui rettiloidi e sul governo mondiale, qualcuno riflette sul senso della vita e legge i filosofi occidentali, qualcuno leggiucchia gli advaitin. Ma tutto ciò è una ricerca spirituale molto vaga, perché non c’è apprendimento, non c’è Guru, non c’è legame con la Divinità prescelta. Qualcuno si dedica al misticismo, all’esoterismo, all’occultismo, ma cercare alla cieca è molto difficile, ed è improbabile che porti a un risultato.

La vita spirituale dello yogin cambia quando trova un Maestro Spirituale. Cioè, prima del Maestro Spirituale e dopo sono letteralmente due vite diverse, perché tutto cambia radicalmente. Perciò l’ottenimento di un Maestro Spirituale, soprattutto la diksha, viene paragonato a una nuova nascita. Il padre e la madre danno la prima nascita, il Guru dà la seconda nascita, e il Sadguru interiore (Atman) dà la terza nascita. Ogni anima deve attraversare queste tre nascite successive. E all’inizio è molto importante trovare il Guru. Ma molti non sanno che bisogna cercarlo. Alcuni pensano che il Guru verrà da sé e li troverà. Tuttavia coloro che possiedono merito cercano attivamente il Guru. Infine, quando hanno trovato il Guru, il primo passo è già stato compiuto.

Il cammino dal trovare all’accettare il Guru

Discepolo davanti all’asana vuota del Guru con offerte sul tavolino della puja

Ma non basta semplicemente trovare il Guru e dire: «Questo è il mio Guru!»; è importante anche accettarlo. Trovarlo è semplice, accettarlo è difficile, perché diventare discepolo significa accettare il Guru nella visione pura, nell’amore, nella devozione, nella fiducia, cioè in un determinato stato di apertura dal quale si può crescere ulteriormente. Se tale accettazione non avviene, per il discepolo è molto difficile crescere oltre. Se sembra aver trovato il Guru, ma possiede dosha-drishti (la capacità di vedere i difetti, uno sguardo critico), allora la dosha-drishti non gli permetterà di progredire ulteriormente, di prendere Rifugio, di osservare i samaya e così via.

Poiché ogni persona possiede ego, dosha-drishti e molte altre qualità, si ritiene che non si debba accettare subito il Guru in modo sconsiderato. Si può accettare subito il Guru solo nel caso in cui vi sia un certo sentimento mistico che egli sia proprio quell’anima con l’aiuto della quale andrai verso Dio, che ti è destinata per questo in questa vita. Se esiste un simile legame mistico, allora non ci sono dubbi, non c’è alcuna dosha-drishti; tutto accade in un istante, come con uno schiocco: «Ecco! Ho accettato il Guru, ho capito tutto!»

Ma se all’inizio non si scopre un simile legame mistico, allora il discepolo deve avere un determinato approccio. Deve comprendere quali siano i doveri e le qualità del discepolo, quali siano le qualità del Guru, poi studiare che cos’è il Guru-yoga, come bisogna rapportarsi al Guru, studiare le regole dell’etichetta, della venerazione, della manifestazione dei segni di rispetto. In generale, studiare bene tutto a livello della mente. Comprendere come praticare il Guru-yoga, studiare i vari testi che riguardano questo tema, comprendere come liberarsi dalla dosha-drishti e solo allora prendere una decisione consapevole. Egli prende la decisione consapevole di lavorare con la visione pura, di lavorare con il Guru-yoga, di esercitarsi nella fede e nel Rifugio, finché la mente non si purificherà completamente e non si manifesterà uno stato reverente, puro, pieno di grazia. Allora sarà possibile l’accettazione del Guru.

Il percorso dal trovare il Guru fino all’accettazione, per molti, può essere molto complesso. Che cosa c’è di difficile nel trovare un Guru al giorno d’oggi? Un Guru qualsiasi, intendo. Ma accettare il Guru è molto più difficile. Per questo deve essere compiuto un lavoro enorme, molto ego deve essere purificato, molti schemi e stereotipi devono essere rimossi.

Ma se questo accade, significa che il secondo passo è stato compiuto, e allora il discepolo riceve la diksha, attraversa l’iniziazione, la consacrazione. In realtà è una cosa molto preziosa, che orienta il nostro destino verso Dio e che bisogna custodire per tutta la vita. Cioè la diksha non ha una data di scadenza. Non possiamo dire: «Sì, un tempo ho ricevuto la diksha, circa dieci anni fa, ma ora sembra ormai superata, rovinata, diventata stantia». Se questo accade, significa che nella vita spirituale sono stati commessi alcuni gravi errori.

Conservare la diksha e seguire le istruzioni

La diksha non può invecchiare, non può rovinarsi, non può spegnersi, è sempre giovane, pura, fresca. È il legame più importante, più benedicente al mondo. Tra tutti i legami fra sette miliardi di persone, questo è il legame principale. E il dovere del discepolo consiste nel prendersene cura. Il Guru fa il proprio lavoro, per quanto può, ma il discepolo stesso deve sostenerlo, purificarlo, quando necessario rinfrescarlo e ravvivarlo.

Viviamo nel samsara, nel mondo materiale, dove avvengono continuamente cambiamenti, e anche un tale legame può purificarsi o contaminarsi, ma la responsabilità di ciò ricade sul discepolo. Il Guru non può dire: «Allora, forza, purifica il tuo legame con me!» Dal lato del Guru il legame è sempre puro, è sempre impeccabile. Passino venti, trenta o cinquant’anni, il Guru non ha mai né un cattivo pensiero, né risentimento, né nulla di simile verso nessuna persona che abbia iniziato. Il Guru può persino rimproverare il discepolo, anche se raramente, ma nel cuore lo ama. Come diceva un Maestro zen: «È più gentile con lui della sua stessa nonna». Cioè il Guru è sempre dalla parte del discepolo, gioca sempre a suo favore, e perciò il discepolo deve prendersi cura di questo legame, deve purificarlo. Il discepolo deve imparare ad accettare il Guru. Questo è appunto il principio del samaya, della fede, della devozione, dell’abbandono di sé, del rifugio. Questo è il secondo passo: l’accettazione del Guru. E il culmine dell’accettazione del Guru è la diksha.

Il terzo passo: seguire le istruzioni del Guru

Quando la diksha è avvenuta, arriva il terzo passo, il più importante e ancora più difficile: seguire costantemente le istruzioni del Guru. Non è difficile trovare il Guru, vederlo, venire a un satsang, leggere i libri. Questo non è così difficile. Più difficile è accettarlo correttamente, così come dovrebbe essere nella tradizione spirituale. Ma per alcuni è difficile, per altri non lo è, tutto dipende da diverse condizioni. Accade che l’accettazione del Guru, per qualche discepolo, avvenga dopo dodici anni. È già il momento per lui di prendere il sannyasa, per dodici anni ha ricevuto istruzioni, trasmissioni, ha praticato, e poi ha capito: «Ma perché il mio ego sta ancora lottando con il Guru?» E succede anche questo. Ma per alcuni accettare il Guru non è affatto difficile. Molto più difficile, però, è poi seguire per tutta la vita l’Insegnamento, seguire le istruzioni. Questa è la cosa più difficile.

Il terzo passo è seguire gli insegnamenti e le istruzioni del Guru. Questo passo è il più lungo. I tre passi elencati corrispondono, nella Vedanta, a shravana, manana e nididhyasana. Shravana: abbiamo incontrato e ascoltato; manana: abbiamo riflettuto, reciso i dubbi e accettato; e nididhyasana: poi seguiamo continuamente le istruzioni per entrare nella vera nididhyasana interiore non duale. E la nididhyasana non finisce mai, perché la Guru-tattva non finisce mai. Cioè non potete mai esaurire un vero Guru.

Nelle arti marziali, quando un discepolo capace studia a lungo con un Maestro, il Maestro poi lo chiama e dice: «Oggi ti trasmetterò l’ultimo segreto della mia scuola: il colpo segreto». Gli mostra questo colpo segreto e dice: «Ora è tutto! Ti ho insegnato tutto! Va’ e scendi dalle montagne».

Ma nella vita spirituale non è proprio così. Il Maestro spirituale non può mai dire: «Ti ho insegnato tutto!», perché egli stesso non si ferma mai nella vita spirituale. Non potete mai esaurire il Maestro spirituale, perché è infinito, come un oceano di saggezza, o un oceano d’amore, o un oceano di compassione, o un oceano di consapevolezza. La stessa Guru-tattva è infinita per sua natura. Il Maestro spirituale, nella vita spirituale, a differenza delle arti marziali, non è identificato con il corpo. Non è affatto questo il livello al quale bisogna percepire il Guru. Il Maestro spirituale è identificato con l’Assoluto, mentre sul piano fisico manifesta le energie del proprio Ishta devata. E la Guru-tattva passa al discepolo quando egli comprende questo. Perciò il terzo passo (seguire le istruzioni del Guru) non finisce mai, ma si trasforma.

A un certo punto, all’improvviso, il discepolo comincia a comprendere che anche le qualità dell’oceano dentro di lui iniziano a risvegliarsi. Ciò significa che la Guru-tattva in lui ha cominciato a risvegliarsi grazie alla trasmissione, all’insegnamento e allo spirito del samaya. Poco a poco comincia a scoprire dentro di sé la Guru-tattva, che anche lui è un tale oceano. Poco a poco comincia a comprendere e a cogliere quella trasmissione di cui parlava il Guru, e a realizzarla in sé. Allora inizia a prendere coscienza della propria appartenenza alla Guru-parampara, comincia a occupare il proprio posto nella Guru-parampara. Così avvengono la realizzazione e la trasmissione dell’Insegnamento dal Maestro al discepolo, attraverso questi tre passi.

Le istruzioni di Vasishtha sulla conoscenza di sé

«Rama, realizza la Coscienza mediante la coscienza con l’aiuto della vera indagine, così come la fresca luna contempla tutto lo spazio. L’uomo viene sballottato nelle acque del mondo immaginato come un filo di paglia, finché non sale sulla barca salvifica della conoscenza di sé. Come i granelli di sabbia che galleggiano nell’acqua scendono sul fondo quando l’acqua si calma, così la mente di colui che ha acquisito la conoscenza della Verità si placa in una completa pacificazione. Quando si acquisisce la conoscenza della Verità, essa non si perde più, come un lingotto d’oro che giace nella cenere viene immediatamente notato dall’orefice. Finché la Verità non è conosciuta, ci si può confondere in questo; ma quando essa è conosciuta, la confusione è impossibile».

Finché la Verità non è conosciuta, ci si può confondere moltissimo: vi sono molte possibilità per questo. La Verità è così multiforme e profonda che l’anima vivente non ha nemmeno la possibilità di non confondersi. Si confonderà inevitabilmente, se non vi sono una guida corretta e la conoscenza dei testi sacri. Per esempio, persino nei rapporti con il Guru può confondersi, percependo l’aspetto vapu invece dell’aspetto vani. L’aspetto vani è l’Insegnamento, le istruzioni. L’aspetto vapu è l’aspetto corporeo, relativo: come si chiama il Guru, di quale nazionalità è, qual è la sua corporatura, che cosa mangia e così via. Cioè, nella Guru-yoga è considerato un grave errore meditare sull’aspetto vapu invece di comprendere l’aspetto vani.

Supponiamo che una persona sia attratta dalla bellezza del Guru: dove sarà allora la sua Guru-yoga quando il Guru invecchierà e la bellezza svanirà? Questo è l’aspetto vapu, qualcosa di impermanente, temporaneo. Se il discepolo è attratto dalle parole del Guru, dal suo carisma, allora, se il Guru entra in mauna (tace), dove sarà la sua Guru-yoga? Cioè, tutti gli aspetti temporanei che non si riferiscono all’Insegnamento e alle istruzioni sono vapu. Vani sono le istruzioni, è l’Insegnamento, è un legame sottile e più mistico, la Guru-yoga, il metodo.

Domanda: «E se il Guru volesse diventare un Avadhuta, cioè cominciasse a comportarsi in modo non conforme all’Insegnamento che aveva dato prima?»

Non può comportarsi in modo non conforme, non in accordo con l’Insegnamento che aveva dato prima, perché l’Insegnamento stesso è sconfinato e non ha limiti. Qualunque cosa faccia, sarà in assoluto e completo accordo con l’Insegnamento; semplicemente dovrete trovare nell’Insegnamento una sezione che corrisponda a questo. Ma il Guru non è così inesperto da sottoporre i discepoli a prove che essi non possono sopportare. Se un tale comportamento per loro è una prova, allora semplicemente non si comporterà così, perché si prende cura dei suoi discepoli.

Domanda: «E quando Tilopa dava a Naropa tutti quei terribili compiti, sapeva che egli sarebbe riuscito a superarli?»

Sì. Tilopa era molto sicuro di Naropa. Maestri di tale classe e livello leggono i segni. Prima di dare simili compiti, si consultano con le divinità, controllano la realtà, osservano il corpo sottile, vedono il futuro. Perciò, se nel futuro si vede una buona previsione, le divinità danno buoni segni e l’esperienza del Guru lo fa capire, allora ciò è possibile. Naropa, dopotutto, nella sua storia non era un semplice uomo sovietico. Naropa era il capo dell’università di Nalanda, un monaco, egli stesso era un precettore, cioè possedeva già un’enorme esperienza e una certa forza spirituale, per questo poteva superare facilmente quei compiti. Non era un semplice laico, né un brahmachari, né un karma-sannyasin; aveva un rango spirituale, esperienza di pratica, diverse esperienze mistiche, ed era stato educato a lungo in quella cultura: era pronto.

Errori nella pratica spirituale

Il bivio della pratica spirituale tra il vuoto inerte e il vivo cammino del Dharma

Possono esserci altri diversi errori. Errori nell’Insegnamento, per esempio: nastika-drishti (nichilismo), eternalismo, vari tipi di perdita dell’azione nella visione (quando la visione dell’Advaita ci confonde), perdita dell’azione nella consapevolezza (quando le esperienze mistiche di chiarezza o le esperienze di consapevolezza ci confondono) oppure perdita della consapevolezza nell’azione (quando il mondo esterno attivo ci fa perdere quei preziosi granelli di attenzione che abbiamo guadagnato). Tutti questi sono errori nella pratica spirituale, nella vita spirituale. Oppure le tendenze pralaya-kala, quando aspiriamo talmente alla comprensione del Brahman non manifestato da ignorare gli aspetti della forza (shakti), e di conseguenza la nostra pratica degenera in una sorta di oscuro jada-samadhi, in una sorta di vuoto non manifestato. Ci rifiutiamo di interagire con l’energia, di manifestarla, e di conseguenza ne risulta un vuoto privo di vita, che non conduce alla realizzazione.

Una volta, in un monastero zen arrivò un taoista. E il Maestro zen percepì che c’era seduto qualcuno di estraneo, sentì un’energia aliena e cominciò a dire: «Qualcuno sta rubando il mio Dharma». Poi il taoista iniziò a discutere con il maestro zen. Non solo iniziò a discutere, ma mostrò anche la sua capacità di levitare, e tutti i monaci zen rimasero stupiti, perché il loro Maestro non sapeva levitare. Allora il Maestro zen disse: «Sì, forse sei un Maestro nella tua arte di volare, ma comunque rinascerai nel vuoto morto». Nonostante il Maestro taoista fosse signore dei prana, Maestro dei prana, della pranavidya, del corpo energetico e astrale, non aveva realizzazione nei tattva sottili. Al massimo era arrivato al purusha-tattva o forse persino al maya-tattva, ma, per dirla nel nostro linguaggio, non aveva assaporato i tattva superiori. E il Maestro zen lo riconobbe, dicendo: «Con la tua realizzazione non potrai avanzare oltre pralaya-kala, anche se leviti. I siddhi della forza non sono nulla in confronto a questo. Perciò, se vuoi studiare il Dharma, medita correttamente».

Il discernimento tra il corpo e il Sé supremo

«L’ignoranza nei confronti del Sé supremo è la causa della tua tristezza; la conoscenza del proprio Sé supremo conduce alla tranquillità e alla beatitudine. Vasistha continuò: Districa la confusione tra il corpo e te stesso, e subito otterrai la tranquillità. Come un lingotto d’oro caduto nel fango non può contaminarsi, il Sé supremo non può essere contaminato dal corpo. Ripeto, con le braccia levate al cielo: “Tu sei una cosa, e il corpo è tutt’altra cosa, e sono diversi così come sono diversi tra loro l’acqua e il fiore di loto”, ma nessuno mi ascolta! Finché la mente inerte e irragionevole percorre la via dei piaceri, l’oscurità del mondo apparente non scompare».

Dunque, c’è una grande confusione su cosa considerare se stessi e cosa considerare il corpo. E qual è il modo per evitare questa confusione? Un corretto apprendimento, coltivare in sé viveka (la saggezza discriminante). Se la saggezza discriminante cresce anche solo intellettualmente, superiamo questa confusione. Un altro aspetto è sviluppare in sé fede e devozione. Viveka, la coltivazione di viveka, la coltivazione della fede e della devozione devono procedere insieme. Fede, devozione e abbandono di sé superano qualsiasi grossolano errore dell’ego.

Una volta Krishna ricevette da Duryodhana un invito a un pranzo solenne. E contemporaneamente ricevette un invito dal suo devoto, Vidura. Duryodhana era un re, invitò Krishna al palazzo reale per un banchetto, dove venivano offerti piatti raffinati. Ma Krishna disse: «No, da te non verrò, andrò invece da Vidura». Vidura viveva in una casa povera, non aveva nemmeno del cibo normale, ma aveva una fortissima devozione, una fortissima fede, un cuore molto puro, e decise di nutrire Krishna con delle banane. Immaginate, in India nutrire qualcuno con delle banane?! Quando eravamo in Tibet, lì ci sono molte mucche, e alcuni di quelli che andavano alla kora cominciarono a nutrire le mucche con le banane, ma alcuni pastori tibetani dissero: «Date le banane a noi». In Tibet le banane hanno almeno un qualche valore, mentre in India le banane non hanno proprio valore. Ma poiché Vidura non aveva nient’altro, decise di offrire a Krishna delle banane, e Krishna accettò di ricevere tale offerta. Rifiutò i cibi regali, le tavole imbandite, perché Duryodhana non aveva fede, non aveva devozione, mentre Vidura sì. E quando Vidura offriva da mangiare a Krishna, cadde in un tale estasi, in una tale venerazione, che confuse tutto: sbucciava le banane e dava a Krishna la buccia, mentre teneva per sé le banane stesse e le gettava via. Ma Krishna mangiava la buccia, perché per lui non erano importanti le banane in sé, ma la devozione, che egli apprezzava moltissimo. Perciò per Dio sono importanti la nostra fede, il nostro amore e la nostra devozione. Questa fede, questo amore e questa devozione correggono tutte le nostre confusioni, gli errori nella filosofia. Anche se non abbiamo capito qualcosa, essi correggeranno tutto, se agiamo nello spirito dell’abbandono di sé.

Tre punti di vista nell’Advaita Vedanta

Tre livelli della pratica spirituale: visione, contemplazione e comportamento

«Ma nell’istante in cui l’uomo si risveglia e si interroga sulla propria essenza, le tenebre si dissipano. Perciò bisogna sforzarsi costantemente di risvegliare l’intelletto che dimora nel corpo, affinché sia possibile andare oltre il processo del diventare qualcuno o qualcosa, perché tale divenire è pieno di sofferenza. Come il cielo non è toccato dalla polvere che vola in esso, il Sé supremo non è toccato dall’esistenza del corpo. Il piacere e il dolore vengono erroneamente immaginati come percepiti da qualcuno, così come si può erroneamente pensare che “il cielo sia contaminato dalla polvere”. In verità, il piacere e il dolore non appartengono né al corpo né al Sé supremo, che trascende ogni cosa; appartengono soltanto all’incomprensione».

Esistono tre punti di vista classici, e sono descritti da Shankara nello “Yoga Vasishtha”. Questi tre punti di vista sono chiamati così:

  1. Badha-drishti. È la filosofia della negazione, dell’eliminazione, quando cerchiamo di non percepire il mondo materiale, l’Universo, concentrandoci dentro di noi. È il principio del raja-yoga. Che cosa fa un raja-yogin? Prima di concentrarsi, pratica pratyahara, cioè, come una tartaruga, ritira i propri organi di senso all’interno. Poi pratica dharana (concentrazione) e dhyana. Di conseguenza, la sua visione del mondo è questa: “Questo mondo è sofferenza. Bisogna separarlo da sé. E, dopo averlo separato da sé, bisogna trovare il vero ‘Io’, e poi entrare nel samadhi”.
  2. Midhya-drishti. È il punto di vista in cui guardiamo il mondo come un’illusione. Lo percepiamo, ma lo vediamo come un gioco di prestigio, come un trucco magico, come qualcosa di irreale; lo percepiamo come energia, ma non lo consideriamo come esistente di per sé. Midhya-drishti significa la sankalpa “Sogno”. Impariamo a vivere nel mondo senza identificarci con i nomi, le forme e gli oggetti che esistono. Questo punto di vista è più profondo, permette di interagire con il mondo e di progredire spiritualmente.
  3. Pravilapa-drishti. Questo punto di vista significa che tutto il mondo è Dio, l’Assoluto, ed Egli è uno con la mia mente, che tutto il mondo è manifestazione della mia coscienza. Tutte le sankalpa dopo la sankalpa “Sogno” (Shambhavi-mudra e così via fino alla sankalpa “Tutto è uno con la mente”) appartengono a questo punto di vista, quando le pratichiamo. È un punto di vista molto elevato, molto alto, il più naturale e il più conforme alla filosofia dell’Advaita Vedanta, alla filosofia dell’Anuttara-tantra (tantrismo), conforme a quello stato in cui dimorano Shiva, Bhagavan Dattatreya e tutti gli esseri divini. I primi due punti di vista sono intermedi sulla via verso il terzo. E la nostra visione del mondo, il nostro punto di vista sul mondo, sull’Universo, sulla realtà, si sviluppa in conformità con questi tre punti di vista.

L’unità della Coscienza e del mondo

«Né il piacere né il dolore appartengono ad alcuno: in verità tutto è Coscienza, suprema quiete e infinità. Realizzalo, o Rama. Il Sé supremo e il mondo non sono né uno né diversi l’uno dall’altro. Tutto ciò è soltanto il riflesso della Verità. Non c’è nulla all’infuori dell’unico Brahman. “Io non sono come lui” è solo un capriccio della mente, rinunciavi».

Studiando lo “Yoga Vasishtha”, è molto importante comprendere che cosa sia la visione, che cosa sia la contemplazione (o meditazione) e che cosa sia il comportamento. È molto importante comprendere i tre punti di vista: la non-distinzione (abheda), l’inconcepibile identità di non-distinzione e distinzione (achintya bheda-abheda tattva) e la distinzione (bheda). Ed è importante capire come applicare questi tre principi. L’approccio è questo: nella visione non distinguiamo (abheda), nella contemplazione ci atteniamo sia alla distinzione sia alla non-distinzione (sia bheda sia abheda), mentre nel comportamento ci atteniamo al principio della distinzione (bheda). Se possediamo la comprensione di come applicare questi metodi nella visione, nella contemplazione e nel comportamento, allora siamo considerati sadhu saggi ed esperti.

Ma che cosa fanno i sadhu non saggi e inesperti? Studiano il vero Advaita Vedanta, il principio di abheda. È un principio eccellente, ma essi lo prendono e lo trasferiscono dalla visione alla contemplazione e al comportamento. Allora nel comportamento perdono alcuni confini, cornici e il vettore dello sforzo; nella contemplazione perdono il vettore della contemplazione, e tutto finisce con la perdita dell’azione e la perdita della consapevolezza nello sguardo. Tutto finisce, nel migliore dei casi, nello stato di pralaya-kala, e nel peggiore nello stato di nastika-drishti (nichilista). E questo nonostante il karma rimanga comunque.

C’è un’espressione della «Kularnava Tantra»: «All’esterno — shaiva, all’interno — shakta, nelle assemblee — uno che si comporta come un vaishnava». Questo è il comportamento dell’Avadhuta. Questa celebre espressione corrisponde approssimativamente alla visione, alla contemplazione e al comportamento, a questi tre principi: non distinzione, distinzione e non distinzione (acintya bheda-abheda tattva) e distinzione.

Cioè, «nelle assemblee uno che si comporta come un vaishnava» — nel comportamento aderisce alla purezza, alla sattva, all’armonia nelle relazioni. «All’esterno shaiva» — devoto, nella visione, alla verità assoluta della non-dualità. «All’interno shakta» — colui che contempla interiormente sia la differenza sia l’identità, cioè tiene conto del principio della shakti (bheda-abheda). Questi sono gli insegnamenti dei tantra, gli insegnamenti dei santi su come agire correttamente. Ed è molto importante per il discepolo assimilare tutti questi principi: allora il suo comportamento è armonioso, la sua contemplazione ha successo e la sua visione è sconfinata come il cielo.

La corretta applicazione dei principi nella visione, nella contemplazione e nel comportamento

Nella visione non bisogna limitarsi, se seguite il cammino dell’Advaita. Nella visione non bisogna limitarsi con nomi, forme, relazioni soggetto-oggetto, alcuna dualità. Se vi limitate, non potrete comprendere la filosofia di Shankara, la filosofia di Dattatreya.

Ma nella contemplazione bisogna considerare insieme il relativo e l’assoluto. Questo è appunto il bheda-abheda tattva. Per esempio, Dattatreya è sia sakala sia nishkala (sia con attributi sia senza attributi). Nella contemplazione bisogna tenere conto sia della coscienza infinita sia delle vostre condizioni relative — l’energia, i segni sul cammino.

E nel comportamento bisogna possedere viveka, chiarezza, e distinguere ciò che è male da ciò che è bene, ciò a cui attenersi e ciò che va abbandonato. Allora non ci smarriamo, adempiamo bene il nostro dharma e procediamo sul cammino della liberazione.

Gli insegnamenti del rishi Vasishtha

«L’unico Sé supremo percepisce se stesso in se stesso come Coscienza infinita. Perciò non vi sono né sofferenze, né illusioni, né nascita, né creazione — c’è solo ciò che è. Sii libero dalle inquietudini, o Rama. Sii libero dalla dualità, stabilisciti nella coscienza suprema, lasciando persino la preoccupazione per il tuo stesso benessere. Conserva in te la pace, calma la mente. Che in essa non vi sia tristezza. Rimani nel silenzio interiore. Sii solo, senza pensieri che sorgono da sé. Sii coraggioso, avendo vinto la mente e i sensi. Non avere desideri, accontentati di ciò che viene a te da sé. Vivi senza sforzo, senza appropriarti e senza rifiutare nulla. Sii libero da tutte le distorsioni della mente e dal velo accecante dell’illusione. Sii appagato in te stesso. Sii libero da ogni inquietudine. Rimani nello stato aperto nella Coscienza suprema, come un oceano colmo».

Rishi Vasishtha ki — jai!

Bhagavan Shri Avadhuta Dattatreya ki — jai!

Shri Guru Swami Vishnudevananda Giriji ki — jai!

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