Quando parliamo dello sviluppo della contemplazione, si presuppone che possediamo già qualcosa, cioè che qualcosa sia già sorto in noi. Infatti, se non fosse sorto, non ci sarebbe, di conseguenza, nulla da sviluppare. E che cosa dovrebbe dunque sorgere in noi? In noi deve nascere un diverso principio di consapevolezza. Lo si può chiamare «consapevolezza profonda». La questione fondamentale è se la nostra mente si trovi alla periferia oppure nella consapevolezza profonda. L’intero insegnamento dei siddha consiste nello spostare la consapevolezza dalla periferia verso strati più profondi.
Livelli della coscienza periferica
Che cos’è questa periferia? La periferia più estrema è costituita, naturalmente, dagli oggetti esterni. Perciò Saraha diceva:
«Chi è catturato dagli oggetti esterni è simile a una mucca».
È proprio così, poiché negli animali vi è un’accettazione cieca dell’illusione come di una realtà data e l’incapacità di prenderne consapevolezza o di modificarla in qualche modo. Ma la periferia non è costituita soltanto dagli oggetti esterni. Saraha ha semplicemente sottolineato che essere catturati da qualsiasi oggetto esterno è una condizione estremamente indesiderabile per uno yogin.
Un altro tipo di periferia risiede nella nostra percezione, cioè negli organi di senso, nella vista, nell’udito, nell’olfatto, nel tatto e così via. Non si tratta dell’essere catturati dagli oggetti in quanto tali, bensì dall’essere catturati dalla percezione secondo il principio: «Non mi importa ciò che è all’esterno, ma mi importa ciò che percepisco, ciò che sento o penso». Ma in realtà anche questa è periferia. Quando siamo catturati dalle nostre sensazioni o dai nostri pensieri, anch’essi diventano una sorta di oggetto esterno per il nostro «Io» profondo. Tutto ciò viene chiamato jnana-indriya: gli organi della conoscenza.
Esiste inoltre un tipo di periferia chiamato manas (mente concettuale), cioè la mente con cui abbiamo a che fare nella vita quotidiana. La caratteristica del manas (mente concettuale) è quella di muoversi costantemente secondo lo schema «uno-zero, uno-zero», cioè secondo la modalità dell’accettazione e del rifiuto. Riconoscere continuamente ciò che è proprio e ciò che è estraneo, ciò che piace o non piace, puro-impuro, cattivo-buono, bene-male, io-lui, i nostri-gli estranei, sacro-profano e così via: tutte queste sono funzioni del manas. È simile a un pendolo, cioè a una dualità incessante. E quando consideriamo in questo modo il mondo e noi stessi, ci troviamo alla periferia. Naturalmente, in tale condizione si trovano anche vita-morte, amore-odio e così via.

Se vi è capitato di comunicare con persone dalla coscienza periferica cristallizzata, avrete notato che i loro giudizi sono molto categorici e univoci, cioè credono nei propri giudizi, considerandoli come qualcosa di stabilito una volta per tutte. Al contrario, quando incontrate una persona più consapevole, i suoi giudizi non sono univoci, bensì multidimensionali; può dire, per esempio, come Mahavira: «In alcune circostanze può essere vero questo, in altre può essere vero quello; non è tutto così semplice, non è tutto così univoco, non esiste qualcosa che sia soltanto nero o bianco». L’insegnamento di Mahavira è chiamato anche anekanta-vada, cioè il suo celebre principio è l’anekanta (non univocità). Esiste inoltre un’intera scuola filosofica basata sull’insegnamento di Mahavira, la quale afferma che nessuna asserzione pu


