Commento al testo «Ribhu-gita»
4 novembre 2025
Ribhu-gita, capitolo ottavo, insegnamento sull’advaita vedanta.
«Non ho nulla da respingere né da afferrare. Non ho nulla di cui ridere né in cui sprofondare. Non ho destino. Solo una tale anima è chiamata libera in vita».
Le qualità del jivanmukta: libertà dall’accettazione e dal rifiuto
Il rishi Ribhu continua a descrivere le qualità del jivanmukta, di colui che è liberato mentre è in vita. Una di esse è non avere nulla a cui aggrapparsi, nulla a cui attaccarsi e nulla da respingere. Di solito, nella dualità, noi amiamo sempre qualcosa, odiamo qualcosa, ci aggrappiamo a qualcosa e vogliamo ottenerlo, mentre respingiamo qualcos’altro. È normale. Per esempio, tutti amano la salute, mentre nessuno ama la malattia. Tutti amano la ricchezza, mentre tutti respingono la povertà, l’indigenza. Tutti respingono la sofferenza, mentre accolgono con piacere la gioia e la felicità. Tutto ciò che è favorevole alla sopravvivenza e al godimento dei sensi viene accettato, e dopo l’accettazione seguono l’aggrapparsi, l’attaccamento, l’essere catturati. Tutto ciò che è sfavorevole viene respinto. Il rifiuto è accompagnato anche dalla negatività, dall’odio. Questo è il modo abituale di esistere nel mondo duale del samsara.
Ribhu dice: trova in te quello strato di coscienza in cui non vi è né accettazione né rifiuto. Non vi sono nemmeno odio e attaccamento. L’advaita non è una filosofia astratta e irraggiungibile. L’advaita ci parla del nostro stato proprio qui e ora, della direzione in cui dobbiamo muoverci, della direzione in cui dobbiamo cambiare, dello strato di consapevolezza da cercare in noi stessi, da scoprire e in cui stabilirci. L’advaita, da un lato, parla della natura della realtà, e dall’altro dice che questa natura è dentro di noi. E non comprenderemo l’advaita finché non scopriremo questo strato di coscienza libero dall’accettazione e dal rifiuto.
Esistono diversi sistemi culturali ed etici di addestramento su come comportarsi per non attaccarsi, non aggrapparsi, non odiare. Anche nell’addestramento monastico. Essi formano tratti corretti del carattere. Tuttavia, in realtà, questa è solo una preparazione. Liberarsi veramente dalla simpatia e dall’avversione, dall’aggrapparsi e dall’odio è possibile solo quando troviamo una certa alternativa, un contrappeso a tutto questo. Nel migliore dei casi saremo ben addestrati nell’etica, nel modo di comportarci e di controllare la mente. Ma la verità di cui parla il rishi Ribhu è molto più profonda. Egli dice: se provi a scoprire in te la natura della mente, che viene profondamente percepita nel sonno senza sogni, allora in questa natura della mente non vi sono né simpatia né avversione. Nella mente esse ci sono, ma nella natura della mente no. Se provi a scoprire l’essenza vuota dell’ego, scoprirai quello strato di coscienza in cui non vi sono né simpatia né rifiuto.
La ricerca dello strato di coscienza oltre la dualità

Di solito tutti noi agiamo entro parametri duali molto rigidi. Siamo già stati educati così, e il nostro cervello è così programmato dalla memoria collettiva dell’umanità, che la dualità permea tutto. Ci aggrappiamo con molta forza a queste convinzioni. Queste convinzioni ci limitano fortemente. D’altra parte, sembra anche impossibile respingerle. Bisogna tenerne conto. Esse accompagnano continuamente la nostra vita. Semplicemente, avvicinate la mano al fuoco e capirete che cosa accettare e che cosa respingere. Questo ci viene insegnato fin dalla primissima infanzia: che cosa accettare e che cosa respingere. Tuttavia, il rishi Ribhu dice che se vuoi diventare un jivanmukta, devi imparare a pensare in modo diverso, a ragionare in modo diverso, a sentire in modo diverso. E forse la questione non è nemmeno legata al pensiero, ma alla consapevolezza al di fuori della mente. Bisogna scoprire quello strato al di fuori della mente che non accetta e non respinge.
Quando cerchiamo questo strato, troviamo i sentimenti. Naturalmente, non è quello. I sentimenti accettano sempre oppure respingono. Forse sono i nostri pensieri? No, anche i pensieri sono costruiti su una logica duale. Forse è il nostro ego, ahamkara? No, l’ego ha compiti di sopravvivenza, di garanzia del comfort, della sicurezza, della definizione degli obiettivi. Esso pensa in strutture e rappresentazioni duali rigide: questa è la sua architettura. Forse è buddhi, la ragione spirituale? Buddhi ha sentito qualcosa al riguardo. Ma anch’esso ha il proprio sistema di convinzioni, ed è piuttosto duale che non duale. Coglie soltanto un riflesso. Dunque, è qualcosa di superiore a buddhi. Ciò che è superiore a buddhi è appunto l’Atman.
La consapevolezza dell’Atman inizia dal sonno senza sogni, ma non termina con il sonno senza sogni. Questo non significa che dobbiamo cercarla nel sonno, tentando in qualche modo di esserne consapevoli. Jagrat-sushupti è uno stato concreto che potete sperimentare da svegli, nello stato di veglia. Quando spalancate la vostra mente praticando l’autoindagine, quando contemplate senza emettere valutazioni e giudizi, e non vi attaccate, non vi aggrappate e non respingete nulla, quando dimorate nell’avadhana, nella vigile consapevolezza, potete scoprire questo strato della mente. Tutta la pratica della contemplazione, dell’atma-vichara, del lavoro con i sankalpa, della pratica dei mudra contemplativi, è un movimento verso questo strato della coscienza. Una volta scoperto, bisogna dimorare in esso.
Tre regole d’oro: shravana, manana e nididhyasana
All’inizio ne sentite parlare dal Guru, ricevete un’introduzione diretta. Questo si chiama shravana, il primo principio, la prima regola d’oro. Dovete ascoltare molto l’insegnamento dell’advaita vedanta sulla natura della mente, affinché finalmente vi tocchi e iniziate a cercare la natura della mente. Poi bisogna accertarsi di questa natura della mente, di averla colta correttamente. Questo si chiama manana.
Il discepolo va dal Guru e dice: «Guru, mi sembra di aver colto questa natura della mente. Mi sembra di averla trovata. È uno stato di consapevolezza simile allo spazio, simile al cielo. Sono come un’onda quantistica di coscienza diffusa nello spazio, che è contemporaneamente ovunque e da nessuna parte, che non ha né confini né centro. È come se dimorassi al di là del pensiero e al di là della mente». Il Guru dice: «Molto bene. E che mi dici del figlio di una donna sterile?» Il discepolo: "Quale figlio?" Il Guru pone una domanda: «E come si sale su una scala visibile in uno specchio?» Il discepolo di nuovo: "Quale scala? È impossibile salirci. Perché?" Il Guru dice: «Continua a lavorare. Prosegui».
Cioè, non basta ottenere l’esperienza di una coscienza simile allo spazio, al di là del centro e dei confini. È importante stabilizzarsi in essa ed esserne certi a tal punto che le domande e le rappresentazioni dualistiche non provochino impurità e non ti facciano collassare nella realtà materiale grossolana, concettuale, mentale. Ecco questo momento in cui sei un’onda distesa nello spazio, ed ecco questo momento in cui collassi fino a diventare una particella, fino alla logica, fino alla mente, entrando in contatto con qualcosa. Dunque, questo è uno stato di ricezione instabile: sopraggiungono impurità, e queste impurità diventano le tue convinzioni dualistiche limitanti.
Manana significa che il discepolo si è talmente stabilito nella natura della mente da non avere più dubbi. Allora gli vengono poste di nuovo delle domande. Queste domande non sono del tutto logiche, o meglio, non sono affatto logiche, ma possono far uscire dall’equilibrio il vostro instabile stato contemplativo grazie alla logica o a ciò che va oltre la logica. Allora possono iniziare impurità di stati dualistici. Manana significa: con l’aiuto del guru, il discepolo si è completamente liberato dalle impurità. Si è stabilizzato, quando la sua mente non collassa più nella concettualità dualistica. È simile a un’onda quantistica diffusa nello spazio, un’onda-coscienza quantistico-probabilistica che non diventa più una particella. Oppure, se lo diventa, non perde se stessa come onda diffusa nello spazio. La nostra consapevolezza liberamente fluttuante non diventa più grossolana e concettuale e non conduce a identificazioni. Questo si chiama manana.
Quando il Guru ha verificato il discepolo, dice: «Ora è ciò che serve. Sei stabile in questo. Ora mantienilo per tutta la vita. Ora, da questo, impara a camminare, a parlare, a mangiare, a vivere, a lavorare, a compiere rituali, a praticare, a recitare mantra e approfondisci questo stato. Questa è la tua base fondamentale della vita, dalla quale ti muoverai già con sicurezza verso la liberazione».
Il voto dell’Unica Samaya

Molti, dopo aver vissuto un’esperienza, iniziano a pensare che sia qualcosa di grandioso e che il cammino sia concluso. Pensare così significa precludersi il vero cammino verso la liberazione. Il fatto è che simili esperienze non segnano la fine del cammino, ma ne segnano l’inizio. Ma in nessun caso la fine. L’inizio nel senso normale. Quando abbiamo risolto tutti i problemi dell’ignoranza interiore e abbiamo aperto quello strato della coscienza in cui bisogna essere e in cui è possibile la moksha. Quando viviamo questo inizio, dobbiamo prendere una grande decisione: «Ora, avendo scoperto questo grande strato della coscienza, la consapevolezza liberamente fluttuante nella non-dualità, possa io dimorare in esso per tutta la vita, possa io non distrarmi, possa io non uscirne, e se ne uscirò, che sia per poco, e che vi ritorni rapidamente».
Tutto questo è chiamato voto dell’Unica Samaya. E il discepolo fa il voto dell’Unica Samaya a se stesso. Di solito i voti vengono presi durante le diksha, le cerimonie, le iniziazioni, ma il voto dell’Unica Samaya non ha una cerimonia. È una decisione interiore che prendiamo noi stessi per noi stessi. Da questo voto dell’Unica Samaya inizia la nostra pratica del moksha-dharma nello stile dell’anuttara-tantra. Altri insegnamenti, come la normale pratica tantrica, lo yoga e così via, iniziano molto prima, e non richiedono il voto dell’Unica Samaya. Non richiedono il riconoscimento della natura della mente, perché la loro meccanica è diversa. Lì bisogna conseguire dharana, dhyana e samadhi. Ma quando si parla di anuttara-tantra, l’ingresso nella natura della mente è la base. E già a partire dalla natura della mente possiamo praticare il mantra, la kriya, lo yoga, la meditazione e tutto il resto. Rituali, homa, puja. Tutto questo viene fatto in un altro stato.
Assenza di fatiche e stanchezza
«Per me non ci sono fatiche e non c’è stanchezza. Per me non ci sono dolori e non ci sono gioie. Per me non c’è mancanza di nulla. Così è chiamata l’anima libera in vita».
Per me non ci sono fatiche. Da questo stato non c’è più la comprensione: «io sono l’agente, io agisco, i frutti e i risultati appartengono a me». L’azione avviene, ma non c’è quell’ego che ritiene di essere lui a fare e che i frutti e i risultati debbano appartenergli, e che per questo si preoccupa. Di conseguenza, non c’è nemmeno stanchezza. Se siamo l’agente, allora abbiamo il diritto di dire: «Basta, sono stanco, ne ho abbastanza». L’agente può dirlo, e l’agente il più delle volte si stanca. Se vi stancate delle azioni, significa che siete l’agente. Se siete l’agente, vi stancherete inevitabilmente, perché il vostro limite di energia è limitato soltanto dal vostro ego. Ma se non siete l’agente, e il non essere l’agente è possibile solo quando dimorate nella consapevolezza naturale, nella consapevolezza naturale senza scelta, allora, invece dell’azione, attraverso di voi si compie il gioco divino, la lila, la spanda universale, l’energia primordiale di Shiva si manifesta attraverso di voi. Essa non si stanca mai. C’è un detto: gli spiriti non dormono mai, gli dèi non si stancano mai. E quando il gioco avviene attraverso di voi, non vi prosciuga, ma vi ricarica soltanto. Per quanto facciate, non vi stancate. Perché è un gioco. E nel gioco ricevete soltanto energia. Il gioco divino, la lila, a differenza del karma, ci colma di energia, non ce ne priva.
Trasformazione degli stati emotivi
Per me non ci sono dolori e non ci sono gioie. Anche il dolore e la gioia di solito si fondano su concezioni dualistiche della vita. Tutto questo è conseguenza della dualità. Di per sé, il dolore è un’energia grossolana, densa, tamasica. Ma quando ci identifichiamo con essa, diventa dolore. Porta problemi nella vita della persona che non ne conosce la natura. La gioia, al contrario, è un’energia sattvica, pura, radiosa. Quando una persona si identifica con essa, prova gioia.
Sulla scala degli stati emotivi, se si comincia dal più basso, ci sarà l’orrore paralizzante. Poi semplicemente l’orrore. Poi la paura, e, un po’ più in alto, la vigilanza, il senso di pericolo, l’ostilità, la sfiducia. Se si sale ancora più in alto, ci sarà semplicemente insoddisfazione. Ancora oltre: calma, serenità. Ancora più in alto inizia la gioia, la sensazione di pura felicità. Ancora più in alto: l’entusiasmo, che trabocca nell’anima, l’estasi. Poi, quando l’entusiasmo e l’estasi cominciano già a uscire oltre i limiti della mente e del corpo, è la glorificazione del Divino, l’esperienza delle rivelazioni Divine, un continuo senso di ammirazione, ciò che nello Shivaismo si chiama chamatkara. Ancora più in alto: gioia, felicità, beatitudine, entusiasmo, estasi, glorificazione, ammirazione, rivelazione. Ancora più in alto, è l’esperienza di sé come tramite della volontà divina. Ancora più in alto: l’esperienza di sé come recipiente della saggezza divina. Ancora più in alto: l’esperienza di sé come portatore dell’intenzione divina o esecutore delle azioni divine. Poi l’esperienza del paradosso divino, fino alla scomparsa di colui che sperimenta.
Sulla scala degli stati emotivi, lo yogin che si è stabilito nella presenza non scende mai al di sotto della calma e della serenità. E nel complesso il suo stato si trova da qualche parte tra gioia, felicità, entusiasmo ed estasi, con sporadiche irruzioni nelle rivelazioni divine, nelle glorificazioni divine e nelle esperienze delle bhava superiori. Il nostro compito è liberarci dalle emozioni negative e dalle esperienze negative non con i metodi della psicoterapia e nemmeno con i metodi dell’analisi, nel senso più alto dal punto di vista dell’anuttara-tantra, e nemmeno con i metodi tantrici della pratipaksha-bhavana, dell’atteggiamento opposto, ma con i metodi dell’affermazione nella consapevolezza naturale. Perché alla consapevolezza naturale sono proprie vibrazioni molto elevate, molto pure, alte. Se dimorate nella corretta consapevolezza, allora i sentimenti di dolore, sofferenza o ira, di abbattimento, vi visitano molto raramente. Forse una volta in 30 anni. Ma in generale non vi visitano mai. La consapevolezza compie una cosa così magica: elimina tutte le emozioni negative. Lo stato emotivo più basso che potete sperimentare è il senso di serenità.
Lavorare con la stanchezza nella consapevolezza naturale

Domanda: Om, Gurujī, come lavorare correttamente con la stanchezza? In precedenza, durante i satsang, Gurujī ha detto che se provate stanchezza significa che siete usciti da jāgrat-suṣupti. Da un lato, quando sopraggiunge la stanchezza, in effetti, tornare a questo stato di presenza, di consapevolezza naturale, per così dire risolve tutto e l’energia appare. Ma ai livelli più bassi, per esempio, la stanchezza psicologica ed emotiva, la mente è comunque abituata a mantenere l’equilibrio per non perderlo. Come lavorare, come bilanciare i livelli più bassi, oppure non prestarvi affatto attenzione, ma semplicemente rimanere nella consapevolezza naturale e non scendere a questi livelli? Oppure esiste comunque un certo equilibrio tra tutti i corpi e i livelli nel lavoro con la stanchezza?
Ci deve essere equilibrio. Ma quando dimorate in una buona e profonda consapevolezza, la stanchezza non è un problema. Perché dovreste lavorarci? Voi ne godete. Non bisogna lavorare con la stanchezza a partire dalla consapevolezza naturale. Bisogna essere nella consapevolezza naturale durante la stanchezza. Cioè la consapevolezza naturale gode di qualsiasi stato. La stanchezza è uno degli stati di cui la consapevolezza naturale gode.
Vedo in voi un rifiuto della stanchezza, vero? Volete essere sempre pieni di vigore. Vedete nella stanchezza un problema e pensate a come eliminarla. Avete deciso di intraprendere una crociata contro la stanchezza. Le avete dichiarato guerra. L’approccio dell’anuttara-tantra è diverso. Esso dice: qualunque sia il sentimento, l’emozione, lo stato, tutto va bene per la pratica. La consapevolezza naturale vi penetra, la avvolge dolcemente e la trasforma in meglio. Nel momento in cui la consapevolezza naturale penetrerà nella vostra stanchezza, sentirete che la stanchezza se ne va da qualche parte, non può più essere presente, perché la consapevolezza naturale è una carica di energia, un’enorme carica di energia. Sorge la domanda: abbiamo abbastanza consapevolezza naturale per dimorarvi così profondamente?
Domanda: Quando sopraggiunge davvero una stanchezza al limite, la consapevolezza naturale sembra aprirsi, ma tu comunque non puoi più fare nulla fisicamente, non hai più neanche un pensiero, neanche un’emozione. È uno stato fantastico, si trova proprio al limite e ricarica. Sul piano relativo, vale la pena compiere qualche azione esterna per l’equilibrio?
Certo. Fate tutto ciò che è necessario. Āsana, prāṇāyāma, concentrazione sui chakra. Questo non vi solleva dalla responsabilità per il corpo, la parola e la mente nel relativo. È come salare correttamente una zuppa. È la stessa cosa. Come lavorare con la zuppa. Sono metodi ordinari dello yoga. Se praticate, avrete sempre energia sufficiente. Se i canali sono puliti, se osservate la dinacharya, allora non avrete affatto uno stato di stanchezza simile. In linea di principio, non vi sarà proprio caratteristico.
Trascendenza del conoscitore, del processo di conoscenza e dell’oggetto della conoscenza
«Non vi sono per me conoscenze né oggetti di conoscenza. Non vi è alcun conoscitore, non vi è qualcuno che conosca. Vi è soltanto l’intero. Questo conoscitore è chiamato anima libera in vita».
L’aspetto successivo è legato alla conoscenza. Prameya è ciò che deve essere conosciuto. Pramāṇa sono gli strumenti e il processo della conoscenza. Pramātṛ è colui che conosce. Tutta questa dualità e triplicità sono sempre presenti nell’Universo, e di solito otteniamo la conoscenza in questo modo. C’è sempre una mancanza di conoscenza, c’è sempre il problema dell’acquisizione della conoscenza. E in senso relativo esiste un intero sistema di acquisizione ed elaborazione della conoscenza. Ma dal punto di vista del jīvanmukta, quando entrate nello strato della consapevolezza non duale, la mancanza di conoscenza scompare, perché vi trovate nella fonte della conoscenza. Un’altra questione è come imparare a utilizzare queste fonti e ad attingere realmente conoscenza.
Il processo della conoscenza nella tradizione śivaita consiste nel procedere dagli oggetti della conoscenza al processo della conoscenza, da prameya a pramāṇa, e dal processo della conoscenza procedere verso il conoscitore, da pramāṇa a pramātṛ. Scoprire in sé il conoscitore significa comprendere tutte le conoscenze, comprendere tutti gli insegnamenti, comprendere tutta la saggezza, comprendere l’essenza di qualsiasi apprendimento.
L’energia di Sarasvatī e la meccanica della conoscenza
L’energia di Sarasvati non è semplicemente l’energia dell’apprendimento, come a scuola. È un insegnamento su come muoversi dagli oggetti esterni della conoscenza al processo della conoscenza, quando comprendete la meccanica stessa del conoscere. Una cosa è accumulare conoscenze senza riflettere, leggere, studiare, costruire schemi filosofici. Così viene coinvolta la mente grossolana e voi semplicemente accumulate libri, conoscenze e insegnamenti. Un’altra questione è comprendere la meccanica dell’apprendimento. Comprendete il processo, gli strumenti della conoscenza. Una terza questione: comprendete colui che conosce tutto questo, il soggetto ultimo, il beneficiario ultimo. Per chi era tutta questa conoscenza? Per me. Chi sono io, colui che conosce? Scoprite che, in ultima analisi, tutte le conoscenze, in forma contratta e originaria, si trovano all’interno del soggetto conoscente. E questo soggetto conoscente è limitato nella conoscenza quando separa se stesso da Brahman. Quando non separa se stesso da Brahman, smette di essere limitato nella conoscenza.
Su questo cammino ci ostacolano le convinzioni limitanti, le concezioni dualistiche. E il processo di conoscenza nell’advaita vedanta non è tanto un processo di comprensione della filosofia e di accumulo di concetti in sanscrito, quanto l’eliminazione delle convinzioni superflue e limitanti. Quando eliminiamo le convinzioni limitanti superflue, scopriamo di trovarci nell’essenza stessa, nel centro stesso della conoscenza, perché Brahman è la fonte di ogni conoscenza. Ed entrare in contatto con la fonte di ogni conoscenza è appunto il cammino del jivanmukta.
Tre posizioni della conoscenza: cercare, trovare e avere
Ci sono coloro che cercano e ci sono coloro che trovano. Dalla posizione di colui che cerca bisogna passare alla posizione di colui che ha trovato o che trova. Sentite questa differenza? E dalla posizione di colui che ha trovato o che trova passare alla posizione di chi possiede già sempre. C’è differenza? Qualcuno cerca, e qualcuno trova. E qualcuno non cerca e non trova, ma possiede. Cercare, trovare e avere: ecco la differenza tra prameya, pramana e pramata. Quanto più profondamente ci muoviamo verso l’interno sul cammino dell’apertura della coscienza jagrat-sushupti, e poi jagrat-turya, tanto meno abbiamo bisogno di cercare e tanto più troviamo.
Se vi trovate nella posizione di colui che cerca, pensate così: «Questo l’ho letto, questo non l’ho letto, questo devo leggerlo, ed ecco un altro elenco che devo leggere». Siete costantemente orientati alla ricerca, cercate, cercate, cercate, ma per quanto cerchiate, nulla è chiaro. E non c’è soddisfazione, non c’è felicità, non c’è saggezza. Cioè, la conoscenza c’è, ma la saggezza no. È come il figlio che arriva dal padre in un villaggio e dice: «Padre, ho due lauree, che cosa puoi raccontarmi tu?» E il padre risponde: «Sei così sciocco che non ti è bastata una sola università, te ne sono servite due».
Vale a dire, in che cosa consiste la saggezza? Nel fatto che, a un certo punto, da cercatore bisogna diventare colui che trova. A colui che trova non serve così tanto. Ha aperto un testo e ha ricevuto una rivelazione, ha trovato la risposta alla domanda, ha compreso tutta la struttura dell’insegnamento, in lui sono sorte chiarezza e saggezza. Colui che trova si trova in una posizione molto migliore rispetto a colui che cerca. Di lui si dice: afferra tutto intuitivamente, comprende tutto intuitivamente, comprende l’essenza di ciò di cui si parla nel testo, perché guarda il testo, la logica, l’insegnamento, il concetto dalla natura della mente. In lui il processo di lettura dei sutra, dei purana, di ascolto dei satsang è accompagnato da illuminazioni interiori. È proprio per queste illuminazioni che esistono i testi, i libri, la filosofia e i satsang. Essere colui che trova significa ricevere un’illuminazione e ricevere grazia dal contatto con le fonti della conoscenza. Questo è già un processo di conoscenza adatto a un sadhu.
Infine, c’è colui che non cerca e non trova, ma colui che sa. Questo è un grande segreto. Colui che sa di solito siede da qualche parte sull’altare, e tutti gli si inchinano, gli offrono fiori, cantano bhajan. Qual è dunque il suo segreto? Egli non cerca e nemmeno trova. Si trova nello stato di chi ha sempre trovato, di chi possiede sempre. Il suo segreto è che ha liberato il proprio conoscente da qualsiasi rappresentazione limitata e ha scoperto il conoscente come Brahman stesso. E Brahman è appunto la fonte di ogni conoscenza. Cioè, egli è entrato nella fonte di tutta la conoscenza. È come se l’intero database dell’Universo fosse ora nel vostro cervello. Non c’è nulla da cercare, è a vostra disposizione, lo possedete.
Domanda: In sostanza, questa non è una domanda, è semplicemente un’associazione che è sorta. Avviene come un movimento in cerchio. Dal nostro fonte ci allontaniamo verso la periferia e come se cercassimo qualcosa, ma in realtà poi ritorniamo semplicemente a ciò che abbiamo sempre avuto. È vero?
Sì, è così. Ma arricchiti da una nuova esperienza. A che cosa è servita l’incarnazione? Non sapevate qualcosa, avete cominciato a cercare qualcosa nel mondo materiale del samsara. Avete pensato: «E se trovassi qualcosa?» Avete desiderato qualcosa in un corpo materiale e avete assunto un corpo. Avete pensato: «E se capissi qualcosa». Il risultato è l’esperienza. Il senso dell’incarnazione, il senso della conoscenza, è l’esperienza che, a un altro livello, riconduce di nuovo a questa fonte della consapevolezza.
Domanda: Gurujī, si può dire che colui che possiede la conoscenza non concettuale è uno jñānī, che dimora nell’onniscienza. E un siddha è colui che può operare con queste conoscenze nel manifestato, come con una generazione? C’è la generazione, ma senza elettricità le lampadine non si accendono. Lo jñānī possiede la generazione in sé stesso, ma per operare con queste conoscenze, possibilità e capacità, bisogna già possedere i siddhi, e questo è già il livello successivo.
Sì, è una questione di manifestazione di icchā-śakti, jñāna-śakti e kriyā-śakti. Quando avete ottenuto la pienezza della conoscenza, ora questa conoscenza comincia a fondersi nelle vostre forze. Conoscenza significa Śiva-tattva — «Io», oppure Śakti-tattva — «io sono». E forza significa che ora potete manifestare, al livello di Sadāśiva-tattva, icchā-śakti, al livello di Īśvara-tattva — jñāna-śakti, al livello di Sadvidyā-tattva — kriyā-śakti. Questo significa che il vostro vuoto ritorna all’esterno, ma già come vostra propria manifestazione.
Il superamento della dualità nei rapporti con il Guru

«Per me non c’è “a te”, e non c’è “a me” per me. Non c’è “da te”, e non c’è “da me”. E non c’è un Gurujī mio. Una tale anima è detta libera in vita».
Noi dimoriamo fortemente in rappresentazioni umane dualistiche. Queste rappresentazioni umane dualistiche sono legate ai concetti di «io» e «tu». Per noi «io» è sempre «io», e la «divinità» è la «divinità». Tutto è chiaro! «Io» sono qui, Dattatreya è sull’altare. «Io» sono qui, il Guru è sul vyāsāsana. «Io» sono qui, il monaco è a destra, e il novizio è dietro. Siamo sempre orientati in modo molto rigido a un sistema di coordinate. Questo sistema di coordinate attraversa ogni nostro passo, ogni nostro pensiero, ogni emozione. Ci autodefiniamo sempre in questo sistema di coordinate: io, tu, soggetto, oggetto. Anche al Guru ci accostiamo in concetti dualistici: questo è il Guru, e questo sono io. È comprensibile.
Qui invece diciamo che se si apre la coscienza caratteristica della natura della mente, del jīvanmukta, lì non ci sono queste distinzioni. Non è che nella dimensione relativa si debba proiettare un simile atteggiamento — nel relativo tutto resti pure al proprio posto. Qui queste leggi funzionano e sono comode per la vita. Ma quando si tratta della natura della mente, diciamo che lì esiste un’unica coscienza. Non nel senso che lì tutto questo non esista. La concezione nichilistica del vuoto è una cosa errata. «Nulla» è semplicemente nulla. Noi diciamo che lì c’è, ma vede tutto in modo diverso, vede tutto altrimenti. È un’alternativa alla rappresentazione dualistica «io e tu», «Guru e discepolo» — lì esiste un’unica coscienza.
Entrare in questa unica coscienza, dove Guru e discepolo sono una cosa sola, dove io e il vicino a destra e a sinistra siamo una cosa sola, dove monaci e laici sono una cosa sola, significa sentire l’unità totale, l’integrità totale. Dimorare in questa unità totale, in questa integrità totale, invece che nella separazione in «mio», «tuo», «io» e «tu», essere in questa unità totale. Il discepolo si unisce al Guru, il discepolo compie il guru-yoga quando comprende questa unità totale. Il processo del guru-yoga è un movimento verso questa unità totale. Anche l’iṣṭadevatā-yoga è la stessa cosa. Comprendiamo Dattatreya quando ci muoviamo verso l’unione con lui in questa unità totale. L’Īśvara-yoga, quando ci uniamo a Śiva e comprendiamo Śiva, quando scompaiono le separazioni «Śiva» e «io», e ci riconosciamo come «Io-Śiva». Brahma-sāyujya, quando ci muoviamo verso l’unità totale con l’Assoluto e realizziamo questo unico campo con Brahman.
L’unione della visione con il comportamento
Allora nel relativo possono rimanere rappresentazioni dualistiche. Le rappresentazioni dualistiche funzionano nel mondo relativo per comodità e per orientarsi. Ma dentro di noi si conserva la rappresentazione non duale. Allora si dice che uniamo la visione e la contemplazione al comportamento. Unire visione-contemplazione al comportamento significa che il nostro comportamento è subordinato alla visione e alla contemplazione non duali, che il comportamento scaturisce dalla nostra visione non duale. Ciò significa che conserviamo un atteggiamento dualistico nel relativo: diciamo agli altri «namaste», «io» sono «io», «lui» è «lui», il Guru è il Guru, il discepolo è il discepolo, ognuno al proprio posto. Ma questo comportamento dualistico del relativo è subordinato alla consapevolezza non duale dentro di noi. Perciò i santi dicono: «Anche se la tua mente fosse come quella del Buddha, comportati come una persona comune», oppure «Che la tua visione sia sconfinata come il cielo, e il comportamento sia accurato come farina setacciata».
Quando comprendiamo come combinare la visione dualistica nel relativo con la consapevolezza non duale, si dice che siamo armoniosi sia nella visione sia nel comportamento. E che cosa accade? Allora il nostro comportamento è subordinato alla nostra visione non duale. È come un gioco. Agiamo come se esistesse la dualità, ma in realtà tutto è non duale. La consapevolezza della non dualità ci permette di essere molto leggeri, felici, gioiosi nelle situazioni dualistiche. Diciamo «io», «tu», ma intendiamo «noi siamo uno». Cioè scriviamo tre, ma nella mente abbiamo due. Diciamo «Guru», «discepolo», ma intendiamo «noi siamo uno», non ci sono due. Diciamo «io», «Dattatreya», intendiamo «noi siamo uno». Diciamo «io», «Shiva» — siamo uno.
Questa comprensione del «noi siamo uno» sullo sfondo della molteplicità si trasforma gradualmente in lila, in un gioco divino, quando tutte le rappresentazioni dualistiche diventano manifestazioni dello stato «noi siamo uno». Notate, questo non è nichilismo, non è negazione, è l’esperienza totale dell’unità: «noi siamo uno». Se non comprendeste che siamo uno, pensereste: «Io sono io, e lui è lui. E se lui ha aperto la finestrella e io ho freddo, allora è una persona cattiva, posso arrabbiarmi con lui, posso litigare con lui». Invece lui ha aperto la finestrella, voi volete arrabbiarvi, ma nella vostra mente c’è: «Noi siamo uno. È come se fossi io ad aver aperto la finestrella, solo nel suo corpo». Si può anche non arrabbiarsi. Si può amare, anche se qualcosa non piace.
L’esperienza del «noi siamo uno» nel relativo comincia a dissolvere qualsiasi contraddizione che vi sorga con le persone, con gli dèi, con gli spiriti, con i naga, con qualsiasi essere, in generale con l’Universo. Eliminare e dissolvere tutte le contraddizioni, comprendere «noi siamo tutti uno», che tutto è invisibilmente interconnesso, significa che vi state muovendo verso lo stato di jivanmukti. Perché si dice che tutti i siddha, tutti i santi, tutti i saggi amano tutti gli esseri viventi? Non è semplicemente perché si sono allenati nei quattro incommensurabili e sono entrati in uno stato così amorevole. Questa è una visione superficiale. Nel profondo comprendono che «noi siamo uno». Cioè io non posso non amare me stesso. Non posso non amare questa coscienza divina, che è onnicomprensiva. L’amore dello jnani, del jivanmukta, è naturale. Non potete non amare voi stessi. Non potete non amare ciò che è la vostra essenza.
L’unità totale di Brahman

«Per me non c’è né ottusità, né estasi, né stanchezza, né fioritura».
«Estasi» qui è probabilmente una traduzione di «samadhi» o «illuminazione», vicina al testo.
«Solo colui che è stabilito al di là è chiamato, per me, un’anima libera in vita. Non ci sono antenati per me, non ci sono precetti per me, non ci sono grazie e favori per me, e non ci sono rimpianti di alcun genere. Tale è chiamato un’anima libera in vita».
Di solito diciamo: ci sono i pitri, ci sono gli dèi, ci sono gli spiriti, ci sono relazioni con loro. Queste relazioni possono essere buone, allora riceviamo benedizione, grazia. Se sono cattive, si può ricevere una maledizione. Siamo inscritti in questo universo magico. Ma qui Ribhu dice che in quello strato della mente c’è un’unità totale. Non che non ci sia nulla, ma non c’è separazione. Dall’unità totale l’unica coscienza si manifesta come dèi, spiriti, antenati, come benedizione, maledizione, come grazia. Ma in questa unità totale non c’è alcuna separazione. E colui che realizza questa unità totale procede sul cammino del jivanmukta. Cioè, quando sentite «non c’è», bisogna capire: e che cosa c’è? Qual è l’alternativa? L’alternativa è l’unità totale di Brahman. Realizzare l’unità totale di Brahman, nella quale non c’è alcuna separazione, è la filosofia dell’advaita vedanta. Se la comprendete e la interpretate erroneamente come un semplice «non c’è nulla», come un vuoto nichilistico, questo non è lo stato del jivanmukta. Il jivanmukta non è pralaya-kala, caduto nel nulla. Il jivanmukta è colui che realizza l’unità totale, nella quale non ci sono separazioni. Non ci sono separazioni, ma la pienezza del gioco dell’energia c’è sempre.
La dissoluzione dell’«io» limitato e dell’osservatore
«Non c’è “io” in me e non c’è neppure “non-io”. Non c’è regno celeste, meriti e peccati, per me non c’è il male. Solo tale è chiamato un’anima libera in vita».
In questa coscienza, che è simile a un’onda quantistico-probabilistica diffusa nello spazio, non c’è quell’«io» con cui abitualmente ci identifichiamo a livello dell’ego o della mente. Ma la consapevolezza c’è sempre. Non possiamo chiamarla «io», perché di solito con «io» intendiamo una persona nata in questo mondo, dotata di un corpo e di una biografia. La consapevolezza c’è, ma non ha più rapporto proprio con il nostro «io» limitato, piccolo, incatenato da convinzioni limitanti.
Si può entrare in questo strato di consapevolezza se cominciamo a rimuovere noi stessi come osservatore, come colui che vive l’esperienza, che si appropria, si aggrappa, emette valutazioni e giudizi, riflette costantemente e si rapporta a qualche esperienza duale. Quanto meno c’è dentro di voi questo «io», tanto più c’è dentro di voi questa coscienza infinita, illimitata. Bisogna dimorare sempre in essa, cercare di farlo. Che stiate compiendo un rituale, cantando bhajan, preparando il cibo, facendo il bagno, lavorando o svolgendo qualche compito, bisogna dimorare in essa.
Bisogna abituarsi a essere un’onda probabilistica di coscienza, diffusa nello spazio, che non ha né centro né confini, che solo di tanto in tanto collassa in una relativa materialità per risolvere qualche compito, ma che al tempo stesso non perde il proprio stato espanso. Chi è capace di farlo, come lo fa? Impara a rimuovere la mente riflessiva, i giudizi valutativi e a diminuire l’attaccamento all’osservatore come «io».
All’inizio, naturalmente, bisogna trovare l’osservatore, e poi gradualmente bisogna rimuovere l’osservatore stesso, perché a un certo stadio anche lui comincia a diventare un problema. L’uomo osserva, osserva, e il samsara non finisce. Sì, cercava l’osservatore. All’inizio l’assenza dell’osservatore era in generale un problema, perché senza di lui non è possibile proprio nulla. Senza l’osservatore veniamo sballottati ora nei pensieri, ora nelle emozioni. Senza l’osservatore siamo completamente perduti in questo mondo, viviamo di primitive costruzioni mentali o di emozioni. Ed ecco che, con grande fatica, abbiamo trovato l’osservatore interiore, ci siamo separati dalle emozioni e dai pensieri. Questo è davvero un risultato serio, che ci distingue dall’uomo comune. Educare l’osservatore è una cosa molto buona.
Ma se ci fermiamo soltanto all’osservatore, anche questo comincia a diventare una convinzione limitante. Creiamo una nuova identificazione: «Io sono l’osservatore». Osserviamo e osserviamo, osserviamo e osserviamo. Il samsara gira, tutto si muove, e nulla cambia. E pensiamo: «Quanto ancora dovrò osservare? Quante migliaia di anni dovrò ancora osservare? Quanti kalpa, quanti yuga dovrò osservare? Qual è il problema?»
Di nuovo il discepolo viene dal Guru e dice: «Io, naturalmente, posso osservare tutto, ma come agire oltre?» E il Guru dice: «Ora bisogna liberarsi dell’osservatore». «Come liberarsene? Ho investito tanto, mi sono allenato tanto, ho educato l’osservatore, e ora devo liberarmene?» E il Guru dice: «Sì. Se vuoi passare dalla seconda bhumi alla terza, bisogna liberarsi dell’osservatore. È necessaria l’abnegazione». Senza abnegazione potete arrivare all’osservatore, alla seconda bhumi. Ma per liberarvi dell’osservatore e dissolverlo, è necessaria l’abnegazione.
Domanda: Om, Gurujī. Si può dire che l’osservatore sia un ego sottile, un’ahamkara sottile?
Sì. L’ultimo velo di maya. Si manifesta attraverso una convinzione valutativa e riflessiva, attraverso azioni valutative, attraverso sottili attaccamenti, sottilissime rappresentazioni limitanti, perché il nostro osservatore non ne è libero. Di conseguenza, si possono rimuovere le convinzioni limitanti solo rimuovendo l’osservatore. E l’abnegazione è quando consegniamo questo osservatore.
Domanda: Om, Gurujī, e quando appare l’osservatore dell’osservatore che osserva? Come comportarsi con lui?
L’affinamento dell’osservatore

Bisogna affinare gradualmente l’osservatore. È apparso l’osservatore dell’osservatore che osserva tutto questo? E se avete notato colui che osserva tutto questo, significa che c’era ancora colui che ha notato tutto questo. Dunque ce n’è ancora uno. Bisogna individuare tipi di osservatori sempre più sottili, andare dall’osservatore grossolano a quello sottile. Scoprirete l’osservatore numero uno, l’osservatore numero due, numero tre. Scartate gli osservatori grossolani e lasciate il più sottile fino alla non-distinzione, e imparate a dimorare in esso. E questo osservatore più sottile offritelo, nella devozione e nell’abnegazione, alla Sorgente Divina.
Domanda: Om, Gurujī! E quando l’osservatore, come diceva il Guru, comincia a espandersi fino allo stato dello spazio, questo è il processo di dissoluzione, e alla fine esso si dissolve in questo spazio?
Logicamente è tutto corretto. Tuttavia, praticamente, come? Potete prendere il vostro osservatore interiore ed espanderlo artificialmente. Potete essere un osservatore interiore così immenso. Ma questo non significa che vi libererete dalle convinzioni limitanti. Come allenamento è una buona cosa. Ma poi bisogna rendere più sottile questo osservatore interiore e passare senza sforzo all’esperienza dello spazio. Perché lo spazio generato dalla mente sarà uno spazio infinito immaginato. Potete trovarvi in tali impostazioni: «Io sono lo spazio infinito». Ma quando avete rimosso tutte le rappresentazioni dualistiche, quando avete rimosso senza sforzo questo sottile osservatore, allora percepirete lo spazio infinito in modo naturale. Lo riconoscerete semplicemente come la vostra natura. Tutta la questione sta nel riuscire o meno a rimuovere l’osservatore il più possibile.
Domanda: Om, Gurujī! Ma poi, alla fine, noi comunque ci manifestiamo in una nostra individualità e irripetibilità? Dopotutto Lakshmi è diversa da Sarasvati. Cioè, quando trascenderemo sia l’osservatore sia lo spazio, ci manifesteremo in una nostra particolare pienezza, in una particolare manifestazione dell’energia, ma già in uno stato consapevole.
Sì, ma questo non sarà più un problema. Sarà il gioco della consapevolezza naturale, e non delle convinzioni limitanti. Lakshmi è Brahman, Ganesha è Brahman, Dattatreya è Brahman, ma la forma della loro manifestazione è tale. Allo stesso modo anche noi. Saremo tutti Brahman, ma la forma della nostra manifestazione corrisponderà alle caratteristiche individuali. Qui non c’è contraddizione.
Le funzioni della mente nello stato illuminato
Domanda: Om, Gurujī! Riguardo alla dissoluzione dell’osservatore. Se si contemplano pensieri, sentimenti, e c’è colui che li registra, ma questo non ti tocca affatto, cioè avviene una dimenticanza di sé, — l’osservatore è dissolto? Oppure deve rimanere qualcuno come un ministro, ma al re questo non importa particolarmente e non lo disturba?
Tutte le funzioni che sono poste in noi devono rimanere. Manas, buddhi, chitta, ahamkara — tutte devono svolgere le loro funzioni abituali al proprio posto, così come la vista, il gusto, l’olfatto, il tatto e così via. Ma esse sono completamente sottomesse alla Fonte Suprema e sono sue manifestazioni ludiche. Non sono le sue convinzioni limitanti. E quando si sottomettono completamente alla Fonte Suprema, allora le divinità che limitano la coscienza diventano ciò che nello shivaismo si chiama «samvit-devata-chakra». E la nostra coscienza diventa chakreshvara, il signore di queste divinità. Invece di limitare, conquistare e soggiogare, queste shakti lo servono. La vista serve, l’olfatto, il tatto e così via.
Lo stato al di là delle pratiche
«Per me non esistono né pratiche né insegnamento. Per me non esistono divieti né autocontrollo. Per me non esiste dimora. Chi sa questo è chiamato anima libera in vita».
Dunque, «non c’è pratica» significa che la pratica ha acquisito un carattere senza sforzo al livello di shambhava-upaya, e poi di anupaya. Di solito come pensiamo? Bisogna praticare. Se praticherai, raggiungerai la liberazione. Se non praticherai, rimarrai presso la mangiatoia infranta del samsara. Non sprecare la vita invano — pratica! Così si ritiene di solito, ed è giusto. Ma qui la pratica ha raggiunto quel livello in cui la consapevolezza naturale non ha più bisogno di sforzi e dura naturalmente. Questo è sahajà. E dimorare nella pratica come nella non-pratica è il modo più alto del sahaja-samadhi. Ma ora noi non possiamo dire così: «Per me non c’è pratica». La pratica deve esserci. Le persone sciocche, udendo queste affermazioni, pensano: «Per me non c’è né pratica né non-pratica, poiché così è detto nei sutra; perché dovrei occuparmi di insegnamenti inferiori?»
Questo non viene detto del corpo relativo, che mangia e dorme. Non viene detto della mente relativa, che è limitata dal karma. Non viene detto dell’anima, che è limitata dal proprio karma e raccoglierà i frutti delle azioni. Viene detto dello strato di coscienza che trascende l’anima, che viene sperimentato in jagrat-sushupti e jagrat-turya. Lì davvero non c’è pratica. Lì non arriveranno né mantra, né asana, né pranayama, né visualizzazione, né sankalpa. Dobbiamo sforzarci di scoprire questo strato e dimorare in esso, ma dobbiamo anche fare il nostro lavoro. Il proprio lavoro non va dimenticato. Il proprio lavoro deve essere connesso a questo strato di coscienza. I propri metodi devono essere praticati.
Divieti e autocontrollo nello stato non duale

«Per me non esistono né pratiche né insegnamento. Per me non esistono divieti né autocontrollo».
Divieti e autocontrollo sono yama e niyama nello yoga. Yama, niyama, voti e samaya sono il modo naturale di vivere per un sadhu. Ma non potete trasferirli allo strato della consapevolezza illimitata di jagrat-sushupti e jagrat-turiya. Là non potete pensare nelle categorie di «giusto-sbagliato», «ho fatto qualcosa», «questo è peccato», «questo è accumulo di merito». Il tentativo stesso di pensare là in queste categorie è infruttuoso, perché là non ci sono distinzioni, non c’è separazione. È come se dimoraste nella meditazione di mahashanti senza pensieri, e in voi non potesse sorgere né un pensiero sui peccati, né un pensiero sui meriti, né un pensiero sulla pratica, né un pensiero sull’«io». Se dimorate nella consapevolezza vuota, dove potete essere? Potete essere solo nella consapevolezza vuota. Non potete essere in nient’altro. Là qualsiasi discorso di questo genere nella logica duale è fuori luogo.
Ma non lo si può trasferire al livello materiale. Al livello materiale agiscono yama, niyama, voti e samaya. In esso agisce l’achara. Perciò gli acharya, gli insegnanti, dicono: il cammino spirituale della liberazione senza achara è inefficace, è impossibile. L’achara per il livello relativo, per il mondo relativo, deve esserci sempre. Ma non funziona per questo strato della coscienza. Dobbiamo scoprire questo strato della coscienza come libero da qualsiasi rappresentazione duale, perché non tende a distinguere, non separa, non è legato da convinzioni limitate. Stabilizzarsi in questo strato della coscienza, e con il corpo e il prana rimanere in quell’achara, in quel ruolo in cui agiamo, nello yama, nel niyama, nei voti e nei samaya.
Oltre la nascita e la morte
«Il ferro non mi ferisce, e i dubbi mi sono sconosciuti. Come il sonno, come la mente, sono al di là delle oscillazioni. Colui che è così viene chiamato anima libera in vita. Per me non c’è vecchiaia, per me non c’è infanzia, e non c’è alcuna giovinezza per me. Non c’è morte, non c’è oscurità. Solo chi è così viene chiamato anima libera in vita».
Di solito viviamo in un paradigma rigido: nascita, infanzia, crescita, maturità, declino, vecchiaia, morte, nuova rinascita, ottenimento di un nuovo corpo. Questo paradigma esprime le nostre fondamentali rappresentazioni duali. Spezzare questo paradigma significa liberarsi dalla ruota del samsara. Ma è possibile spezzarlo solo se scopriamo quello strato in cui originariamente non c’è né nascita, né morte, né divenire, né vecchiaia, né infanzia. È lo strato della consapevolezza che non è nata e, di conseguenza, non può neppure morire.
Colui che si stabilizza in questo strato della coscienza guarda la vita in modo diverso. Vede che la vita e la morte sono due lati di un’unica realtà. La nascita e la morte sono due lati delle vibrazioni della stessa coscienza. Egli stesso, con la coscienza, è separato, al di là della nascita e della morte. Il corpo nasce, la consapevolezza originaria non nasce. L’anima trasmigra, la consapevolezza originaria osserva tutto questo, rimanendo libera. Quanto più il fuoco dell’attenzione dello yogin è trasferito su quella coscienza che rimane libera, tanto più egli è vicino allo stato di jivanmukta.
Allora che cosa accade? Da questa consapevolezza egli può generare un corpo di saggezza, che non nasce e non muore mai: jnana-kaya o jnana-deha. E dal corpo di saggezza può generare un corpo radioso-illusorio: pranava-deha, che anch’esso non nasce e non muore mai, ma ha una forma, può avere attributi magici, poteri e può avere una copia persino simile alla vita terrena, e tuttavia essere assolutamente radioso, vuoto e non sostanziale. Cioè, nel corpo illusorio potete avere un mandala, il corpo stesso, palazzi, accompagnatori, attributi. In un certo senso copia un po’ la nostra vita terrena, solo in uno stato più puro. Ma tutto questo è assolutamente immateriale, consiste di luce radiosa ed è fondato sulla consapevolezza non duale. Sia il corpo radioso, sia il mandala, sia i palazzi, sia gli attributi sono manifestazioni di questa coscienza. Questo è il principio del tantra.
Identità con Brahman
«Per me non c’è né mondo, né esperienze di vita. Per me non è mai accaduto nulla. E non c’è silenzio per me. Solo chi è così viene chiamato anima libera in vita. Io sono Brahman. Io sono solo Brahman. Io sono davvero solo Brahman. Io sono coscienza pura. Solo chi è così viene chiamato anima libera in vita».
La storia della città di Vaishali

C’è un racconto di Bhagavan Dattatreya nella «Tripura Rahasya» che narra della città di Vaishali. Questa città esiste ancora oggi in India, ma non è più com’era descritta nella «Tripura Rahasya». Si parla di come un sovrano raggiunse l’illuminazione. Quando raggiunse l’illuminazione sotto la guida del suo guru, ne parlò alla moglie, ai parenti e ai cortigiani. Raccontò loro della natura della mente e di come contemplare, e anch’essi raggiunsero l’illuminazione. Questi, a loro volta, lo raccontarono ai propri parenti e ad altri cortigiani. E quelli lo raccontarono ai servi, e i servi ai propri parenti, e così, come un’onda, ciò travolse tutta la città. Tutti si diedero reciprocamente l’introduzione diretta. Il marito dava l’introduzione diretta alla moglie, la moglie ai figli, i padroni ai servi, i cortigiani e le dame di corte alle serve, i generali ai soldati, i governanti ai subordinati, i subordinati agli operai, e questi ai manovali. E quest’onda travolse completamente l’intera città.
E in breve tempo tutta la città raggiunse l’illuminazione. E allora si dice che tutti i suoi abitanti fossero illuminati, dimorando nella consapevolezza naturale. I soldati prestavano servizio, il re governava, i capifamiglia vivevano occupandosi delle proprie faccende. Alcune di loro erano persino cortigiane, ma, essendo illuminate, continuavano a esercitare il proprio mestiere. E tutti discutevano, gioivano, si preoccupavano, gridavano, piangevano, lavoravano, servivano, commerciavano. Tutto brulicava di vita. Tuttavia, tutti erano in uno stato illuminato. Tutti erano nel sahaja-samadhi, a partire dagli strati sociali più bassi fino allo stesso re. I saggi, vedendo questa città, si stupirono. Questa città si chiamava Vaishali. Oggi una città con questo nome esiste. Questo è il racconto di Dattatreya al brahmano Parashurama, suo discepolo.
È un esempio di come dovremmo agire dopo aver scoperto la natura non duale della mente.


