La famiglia vedica come fondamento della cultura spirituale
La famiglia vedica è un mini-sangha, la casa di una famiglia vedica è un ashram. Più persone praticheranno, più puro sarà il mondo, più serena sarà la vita al suo interno e più facile sarà liberarsi dall’illusione del samsara. Più numerosi saranno gli ashram e i templi, maggiore sarà l’energia spirituale, il sattva, e maggiore sarà il numero di insegnanti, maestri, sannyasi, karma-sannyasi e sadhu; così, più grande sarà la forza della cultura.
La forza della cultura è qualcosa di grandioso, perché l’essere umano viene plasmato dall’ambiente, dalla società e dalla magia dei condizionamenti sociali. Quando diffondiamo il Dharma, creiamo un’altra cultura e creiamo la magia della cultura spirituale, che esercita anch’essa una forte influenza. La magia più potente è quella il cui tunnel di realtà si incarna. Per esempio, la mia magia consiste nel diffondere il Dharma dell’Advaita, dello Shivaismo e dell’Anuttara Tantra.
Esistono molte altre magie: la diffusione della cultura consumistica, le magie di altre religioni, le magie del materialismo, dell’ateismo, del comunismo; nel mondo esistono molte idee diverse. Ma possiamo osservare l’essenza di qualsiasi idea: conduce alla consapevolezza, all’aumento del sattva, alla liberazione dall’ignoranza? Elimina l’ignoranza? Il Sanatana Dharma è la via suprema della magia divina; quando parliamo della Shakti, della diffusione del Dharma, parliamo dell’essenza dell’intero universo, che comprende tutti gli dèi, tutti gli esseri viventi del pianeta e dell’intero cosmo.
Molti esseri viventi potrebbero liberarsi dalla sofferenza, distruggere la propria ignoranza e risvegliare la propria consapevolezza se solo conoscessero il Dharma, ma semplicemente non lo conoscono. Gli passano accanto: manca il legame, mancano i meriti. Proprio come un tempo voi gli passavate accanto: il Dharma è sempre esistito, ma voi semplicemente non ne sapevate nulla, non era giunto fino a voi, per esempio trent’anni fa.
Vent’anni fa predicavo; era il 2000, ci trasferivamo dalla Crimea a Divya Loka, cercavamo Divya Loka, e io avevo un ashram a Sinferopoli. Il Dharma, dunque, esisteva, il Sanatana Dharma esisteva in India, ma voi non ne sapevate nulla; poi però lo avete incontrato e ne avete scoperto la preziosità e la profondità. Lo stesso vale per molte altre anime. Il nostro compito è offrire la possibilità di entrare in contatto con il Dharma, elevare il nostro livello per aiutare gli altri a eliminare la propria ignoranza, le illusioni e tutta la confusione samsarica; ma prima di tutto occorre eliminarle dentro di sé.

Sahaja Vidya: la conoscenza dello stato naturale
Essa, la Sahaja Vidya, racchiude in sé il potere dei mantra, permeato dalla forza dell’onniscienza. Tutti i mantra vengono attivati sotto la sua guida.
La Sahaja Vidya è la conoscenza dello stato naturale, l’insegnamento segreto sullo stato naturale, presente nello Shivaismo, nel Tantrismo e nell’Advaita Vedanta; in tutti gli insegnamenti la Sahaja Vidya è presente come l’apogeo supremo, come la pratica culminante, come la vetta di tutte le vette, come il nucleo più profondo di tutti gli insegnamenti, di tutti i metodi, di tutte le religioni e di tutti i lignaggi di trasmissione.
Perché ne è l’apogeo? Perché non si basa su nulla che abbia nome, forma o metodo; è anupaya, ossia ciò che non richiede il sostegno dei metodi; è naturale. «Naturale» significa che non contiene alcuna costruzione artificiale; è priva di sforzo. «Priva di sforzo» significa che giunge per grazia divina. Inoltre, unisce in una sola cosa la visione, la contemplazione e il comportamento, e in una sola cosa la base, il sentiero e il frutto: la base è Sahaja Brahman, anche il sentiero è Sahaja Brahman (dimorare in esso) e anche il frutto è Sahaja Brahman.
La visione è Sahaja Brahman (Shiva), la contemplazione è il dimorare in Sahaja Brahman e il comportamento è il dimorare spontaneamente in Sahaja Brahman. Questa è la via alla quale giunge ogni essere vivente che avanza profondamente sul sentiero spirituale, indipendentemente dalla tradizione o dalla religione a cui appartiene.
Una volta fu chiesto a Neem Karoli Baba quale sadhana praticasse in gioventù e quale praticasse allora. Egli rispose: «In passato, da giovane, stavo in equilibrio sulla testa, eseguivo i pranayama yogici e praticavo il Kundalini Yoga, ma ora dimoro soltanto nell’amore naturale per Dio». Ogni anima percorre la via del metodo (la via dell’upaya) nella propria fase, per giungere allo yoga della consapevolezza non duale, allo yoga dell’abbandono di sé e del riconoscimento di sé, allo yoga della naturalezza: questa è la Sahaja Vidya.

La sahaja-vidya è la sadhana principale praticata da tutti gli dei, i rishi e i siddha. Ciò non significa che essi non eseguano sadhana, mantra e rituali. Anche nei mondi celesti si praticano sadhana tantriche e rituali così profondi e sofisticati che gli esseri umani non potrebbero neppure immaginarli, ma questo è un lavoro con la shakti. Dal punto di vista della conoscenza della verità, invece, il metodo principale, il metodo supremo, consiste nel dimorare nella consapevolezza naturale, nell'abbandono di sé e nel riconoscimento di sé. Al contempo, vengono eseguiti anche tutti i rituali, le sadhana, le pratiche con i prana e con le energie, i mantra e le invocazioni delle divinità, ma sono eseguiti nell'aspetto della shakti. Questo aspetto della shakti può essere diverso, mentre l'aspetto della verità è unico per tutti: è la sahaja-vidya.
I mantra e la spanda divina
Avvalendosi delle forze della spanda, i mantra, dotati del potere dell'onniscienza, agiscono in modo da adempiere le funzioni loro proprie nei confronti degli esseri incarnati. Secondo i commentari, qui non si intendono soltanto i mantra in quanto tali, ma anche determinate classi di divinità: mantra, mantreshvara e mantramaheshvara. Ed è in essa che si dissolvono insieme alla mente dell'adoratore, poiché sono forme di pace immacolata e possiedono la natura di Shiva.
I mantra, privi di caratteristiche specifiche e di qualsiasi limitazione, insieme alla mente di coloro che sono loro devoti, si dissolvono completamente in questo principio della spanda. Pertanto, per loro natura, essi sono tutti Shiva.
Qui la parola «mantra» si riferisce innanzitutto alle divinità da cui ha origine il jiva, che contiene in sé l'universo, e a tutti gli stati attraverso la cui consapevolezza avviene l'identificazione suprema. Perciò, nella parola, nell'oggetto e nella coscienza non esiste alcuno stato in cui Shiva sia assente. Colui che gusta, grazie a ciò che viene gustato, dimora ovunque e in ogni luogo.

La presenza onnipervadente di Shiva
Non esiste alcuno stato in cui Shiva non sia presente. Nello stato di jagrat vi è turiya. Turiya è la percezione di Shiva. Anche negli stati di svapna e sushupti, cioè nel sonno e nel sonno senza sogni, vi è Shiva, ed egli viene conosciuto attraverso la dimensione di turiya: nel mangiare, nel parlare, nella percezione degli occhi, delle orecchie, della pelle, del naso e della lingua, nel processo del pensiero è sempre presente Shiva. In ogni attività dei cinque karma-indriya e dei cinque jnana-indriya è sempre presente Shiva. Nella meditazione con immagini e nella meditazione sul vuoto è sempre presente Shiva.
È la dimensione di turiya, la dimensione di sahaja, che pervade ogni cosa. È la spanda onnipervadente; l'intero universo è la presenza totale e onnisciente di Shiva. Nel rituale, nel mantra, nell'invocazione, nella recitazione di shloka e stotra, nei bhajan, nell'upasana e nella puja è sempre presente la spanda propria di Shiva, che pervade ogni cosa.
Mediante la consapevolezza naturale scopriamo questa spanda, e quanto più diventiamo abili nello scoprirla, quanto meglio impariamo a coglierla in qualsiasi situazione, tanto più diventiamo praticanti perfetti della consapevolezza naturale. Finché non siamo sufficientemente consapevoli e abili, la scoperta e la percezione della spanda vengono spesso interrotte.
Vi è una condizione in cui possiamo percepire la spanda, e allora la spanda concede la grazia. La grazia elimina i klesha, arresta e dissolve il karma e risveglia la mente. Ma vi sono momenti in cui non riusciamo a scoprire la spanda. Ciò significa che non riusciamo a scoprire la grazia, non possiamo esserne colmi, e tutto ciò che rimane è la percezione della mente e dell'ego. L'arte della consapevolezza contemplativa e dell'abbandono di sé consiste nello scoprire sempre e ovunque la presenza della spanda divina, della misericordia divina.

La liberazione dagli schemi mentali
Gli oggetti esterni e gli organi di senso esercitano una forte impressione sulla nostra mente. Restiamo impressionati dagli oggetti esterni, e anche gli oggetti interiori esercitano una forte impressione. Per esempio, alcuni concetti possono distoglierci completamente non soltanto dalla contemplazione, ma persino dall'equilibrio emotivo.
Esistono una serie di concetti e alcune rappresentazioni, alcune immagini, come la memoria e i ricordi. Se non avete praticato abbastanza bene il samskara-shuddhi, vi è una certa catena di ricordi che vi fa sempre perdere l’equilibrio emotivo. Ciò significa che dovete purificare questi ricordi, purificarli ancora e ancora, praticare il samskara-shuddhi finché nulla si muoverà più nell’anima, finché non sentirete che nell’anima non vi sono associazioni e sorge soltanto la luce, e che la vostra attenzione non desidera più sostenere queste catene di ricordi e immagini.
Esistono catene di concetti che possono turbare l’equilibrio dello yogin e le pratiche contemplative. Quando egli comincia a pensare a qualcosa che non concorda con le sue concezioni su un determinato argomento, la mente si agita. Per esempio:
- Vi sono persone che hanno idee fisse e schemi molto radicati riguardo alla giustizia
- Vi sono altre persone che hanno idee fisse molto radicate riguardo a ciò che è giusto fare e ritengono di essere le uniche a sapere come si debba agire correttamente
- Vi sono persone che hanno idee fisse riguardo a ciò che è vero e ciò che è falso
Esistono moltissime idee fisse diverse che, quando vengono attivate, possono costringere ad abbandonare lo spanda della dimensione della grazia divina. Tutte queste idee non sono altro che corna di lepre: sono simili a fiori nel cielo, al corno di un cavallo, a un uovo deposto da un cavallo, a una lepre cornuta, a un arcobaleno nel cielo, alla città dei gandharva; vale a dire, sono qualcosa di completamente irreale. Sono state create dalla mente e sono schemi fissi sorti dalla coscienza, nei quali ci siamo semplicemente consolidati; e poiché abbiamo cominciato a prestarvi attenzione, hanno acquisito un certo potere.
Il sadhu deve essere molto scrupoloso nel non lasciarsi catturare da alcuna idea e nel permettere a tutte le idee di liberarsi grazie alla forza della propria consapevolezza naturale. L’autoliberazione è una delle arti più grandi dello yogin sul sentiero del sahaja-vidya: la capacità di liberare le proprie idee senza cadere, al contempo, nelle deviazioni.
Quando padroneggiamo l’arte di liberarci dalle immagini concettuali, dalle idee stereotipate e dalle sottili immagini mentali, diventiamo esseri spirituali risvegliati, poiché il karma latente, il karma attivo e il karma potenziale, ossia sanchita, prarabdha e agami, non hanno più potere su di noi. La nostra vera natura si libera spontaneamente: in questo consiste il gioiello più prezioso dell’insegnamento del sahaja-vidya.

Unità con Shiva e percezione del gioco divino
Poiché l’anima individuale (jiva) è identica al tutto, tutti gli esseri sorgono da essa ed essa percepisce la propria identità con ogni cosa. Conoscendo tutto ciò, non esiste alcuno stato che non sia Shiva. Che questa parola si riferisca a un oggetto o a un pensiero, è sempre e ovunque soltanto il soggetto a manifestarsi sotto forma di qualcosa percepito oggettivamente. Colui la cui coscienza è una con lui e che vede costantemente l’intero universo come il suo gioco è, senza dubbio, un liberato in vita.
Dunque, la coscienza è sempre una con Shiva e vede sempre l’universo come il suo gioco. Sono questi i due aspetti che riflettono il principio dell’energia e della coscienza di Shiva e Shakti.
La visione e la contemplazione significano essere sempre uno con lui, unirsi sempre a Shiva, essere sempre in unità con Shiva. La visione è il ricordo di «Shivoham» («Io sono Shiva»), «Aham Brahmasmi» («Io sono Brahman»). È il ricordo che la mente, nel suo fondamento e nella sua natura, è vasta, spalancata e non si fissa neppure sul più minuscolo oggetto, grande quanto un piccolo granello di polvere. La visione significa: non vi è centro, non vi sono confini, non vi è nome, non vi è forma, non vi sono concetti, non vi sono sforzi, non vi sono frutti, non vi sono risultati. È un profondo radicamento nella consapevolezza di questa verità.
La contemplazione, invece, consiste nel non distrarsi dalla visione, in una vigilanza particolare che ricorda la visione, riportandoci a essa ogni secondo e inducendoci, istante dopo istante, a dimorare nella visione.
La visione viene dapprima sperimentata come capacità di autoliberazione, poi come capacità di sperimentare l’aspetto vuoto della realtà e infine come capacità di sperimentare l’aspetto autoilluminato della realtà, i diversi livelli di luce e i diversi livelli di bhava. Questa è la visione e la contemplazione.
Il comportamento, invece, è la nostra capacità di percepire Shakti, di vivere nell’universo di Shakti, nell’universo della Madre divina, e di vedere il gioco di Shiva attraverso Shakti, di percepire il carattere ludico di tutti i fenomeni e di percepire tutti i fenomeni nella visione pura. Se non comprendiamo che tutto è un gioco, siamo nell’illusione.
Il grande scherzo di Shiva
Eccomi qui: io sono il Guru, voi siete i discepoli e io vi rivelo un segreto: tutto in questo mondo è un gioco divino. E voi, che cosa farete? Come lo percepirete? È davvero il fatto più grande.
Ci sono persone su YouTube chiamate pranker, che fanno scherzi. «Prank» significa fare uno scherzo: sono appassionati di scherzi. Organizzano qualcosa, e la persona rimane paralizzata, si spaventa, poi, quando ha ormai raggiunto il culmine di un certo stato di tensione nervosa, le dicono: «Guarda, è un prank, è uno scherzo, ti sta riprendendo una telecamera nascosta», e all’improvviso la realtà si capovolge. Sembra che tutto sia rimasto uguale, ma la persona tira un sospiro di sollievo e ride.
L’effetto della comprensione che il mondo intero è un unico gioco divino dovrebbe essere proprio questo: è come se il vostro mondo si capovolgesse e vi toglieste un peso dal cuore. Avete capito che tutto ciò era irreale, che era stato tutto orchestrato. E a quale scopo? Per darvi il darshan, affinché provaste quell’adrenalina che suscitano gli scherzi.

Capite, la vita, tutta la vita, è il grande scherzo di Shiva, affinché ne riceviate questo darshan, ne traiate questa emozione, questa bhava. E il Guru è colui che vi ricorda: «Guarda, l’occhio onniveggente di Shiva ti sta riprendendo: è il suo scherzo. È il gioco dei suoi trentasei tattva. È il più grande gioco dell’universo». Shiva e Dattatreya sono i più grandi maestri dello scherzo divino: si divertono, ma lo fanno con un significato molto profondo. Lo scopo di questo divertimento è istruirvi, darvi il darshan, farvi vivere l’esperienza della divya-bhava e darvi la comprensione della natura illusoria di tutti i fenomeni.

A volte le persone si arrabbiano e si offendono finché non capiscono che è uno scherzo. A volte chi organizza lo scherzo prende persino qualche colpo in testa, perché le persone non hanno capito, soprattutto se si prova a fare uno scherzo a qualcuno in un quartiere nero in America: lì le reazioni possono essere molto dure, e allora sono gli stessi pranker a scappare, perché le persone si sono spaventate davvero, si sono indignate davvero.
Allo stesso modo, tutti gli esseri viventi nel samsara, non comprendendo il principio del gioco, dello scherzo, si spaventano davvero e si agitano davvero per tutto questo. Per esempio, Arjuna sul campo di battaglia di Kurukshetra non riusciva a credere che fosse uno scherzo: era davvero una battaglia, una guerra, e dall’altra parte c’erano anche i suoi parenti, cugini, zii e altri ancora. Ma Krishna dice: «Combatti, Arjuna: è tutto un gioco. Il gioco di Dio. È tutta un’illusione. Compi semplicemente il tuo dovere, interpreta il tuo ruolo come un attore». È molto difficile quando sono in azione energie del genere, ma dobbiamo imparare a percepire il mondo come il gioco di Shiva e noi stessi come giocatori.
Il gioco universale e i ruoli al suo interno
La percezione del gioco divino pone anche noi nella condizione di partecipanti a questo gioco, e al suo interno ricopriamo a nostra volta un determinato ruolo, per esempio quello di realizzare la volontà divina. A questo gioco partecipano gli dèi, i rishi, i siddha, gli asura; vi partecipano anche i demoni, i preta e i pishacha, ciascuno secondo il proprio grado di comprensione. In altre parole, non è un gioco locale e circoscritto: è un gioco di portata universale, la cui vastità lascia stupefatti.
Eppure, è un gioco. Gioco significa che è vuoto, illusorio, spontaneo, inseparabile dalla conoscenza e privo anche della minima traccia di esistenza intrinseca. Non persegue alcun altro scopo se non quello di generare la bhava spirituale. Per esempio, quali obiettivi persegue un gioco, soprattutto se non si tratta di sport professionistico? È evidente che il gioco ha come fine il gioco stesso, non ha altri obiettivi: il piacere del gioco, la bhava, tutto qui.

I santi non si ingannano mai nel percepire la natura ludica di tutti i fenomeni, mentre le anime comuni rimangono sempre invischiate in questa natura ludica, perché percepire la natura ludica di tutti i fenomeni presuppone vairagya e il dimorare nella visione, nella visione profonda.
L’attore che sulla scena interpreta ora un soldato, ora un re, ora un medico, ora un ubriacone, ora un brigante, non dimentica neppure per un istante che quella è una scena e che lui è un attore; dopo la fine dello spettacolo si cambia come se nulla fosse e torna a casa dalla moglie e dai figli, cioè non cambia. Il gioco non lascia alcuna impronta sulla sua coscienza.
Allo stesso modo, riconoscendo il gioco divino (lila), acquisiamo una coscienza che non si confonde e non si offusca; nessun evento della realtà samsarica lascia un’impronta sulla nostra coscienza, né nel mondo degli esseri umani, né nel mondo degli dèi, né in qualsiasi altro mondo.
Livelli di partecipazione al gioco divino
Ci sono giochi con un copione e giochi senza copione. Per esempio, c’è un attore che interpreta il ruolo di Otello in un grande teatro: recita seguendo un copione, che viene scritto dallo sceneggiatore e impostato dal regista; in altre parole, hanno già una sorta di tela pronta, una certa immagine della realtà.
C’è poi lo sceneggiatore, che non agisce più secondo un copione, bensì lo scrive lui stesso: questa è la sua creatività, il copione è il suo sogno, la sua rappresentazione. Il suo ruolo, quindi, è già diverso.
Inoltre, c’è il direttore del teatro, che assume registi, sceneggiatori e attori; dispone di una libertà di volontà ancora maggiore, gestisce i copioni e determina la politica del teatro, decidendo quali copioni debbano essere messi in scena e quali no.

Allo stesso modo, nell’universo vi sono coloro che stabiliscono un copione per gli esseri viventi, divinità che scrivono il copione per altri esseri viventi, e vi sono divinità che creano le divinità che stabiliscono i copioni. Tutto dipende dal livello, e quanto più alto è il vostro livello, tanto più siete liberi da ogni copione. Per esempio, per questo universo materiale esistono davvero copioni scritti da Brahma e dai suoi assistenti per determinati kalpa, per determinati grandi intervalli di tempo, per i maha-kalpa. Vishnu stesso genera Brahma, mentre per Shiva genera molti Vishnu dai pori del proprio corpo.
Domanda: Quindi la libertà di volontà dell’anima consiste nello scegliere il proprio gioco. Esistono ruoli diversi e io scelgo quello che voglio, ma non posso, per esempio, scegliere di non partecipare a questo gioco, perché devo giungere a un certo esaurimento del karma?
Non potete rifiutarvi di partecipare al gioco. Il fatto è che il gioco è già cominciato senza chiedervi il permesso, ancora prima della vostra nascita, e voi avete appena iniziato a capire che, a quanto pare, vi trovate in un gioco. Questo accade spesso in certi film profani, dove alcune persone si ritrovano legate in una stanza e non capiscono: «Come siamo finiti qui?»; allora cominciano a ricostruire la catena degli eventi. Si scopre che provengono da luoghi diversi — in certi film dell’orrore — e che qualcuno le ha catturate e legate; così cominciano a vivere questo thriller per salvarsi. Non capiscono per quale motivo e perché siano finite lì, ma sono già state catturate dalla volontà di qualcun altro. Allo stesso modo noi siamo nati qui e la volontà di qualcuno ci ha catturati in questo copione. La maggior parte delle persone non se ne rende nemmeno conto: semplicemente vive, lavora, muore e rinasce; i sadhu, invece, sono coloro che hanno preso coscienza di questo gioco.
La liberazione dal copione attraverso l’unità con Dio
La libertà di volontà consiste nel liberarsi dal copione. Tuttavia, liberarsi dal copione di questo gioco è possibile diventando una cosa sola con Dio, perché l’anima non può condurre il proprio gioco senza essere diventata una cosa sola con Dio, dato che il giocatore principale è sempre uno soltanto. Diventando una cosa sola con Dio, essa può davvero unire la propria volontà alla volontà di Dio; per questo nella «Svachchhanda Tantra» c’è l’espressione: «La propria volontà è il Signore». In effetti, anche attraverso la sua volontà comincia a svolgersi la lila (il gioco).
Perciò, quando giunge un avatar, non si dice «l’avatar ha fatto questo», «l’avatar agisce», «l’avatar gioca»; si parla invece di «lila», come si dice in India: «Krishna lila». Krishna lila significa che Krishna gioca: non agisce, ma gioca in accordo con la propria svatantriya. Svatantriya significa che egli è assolutamente sovrano della propria volontà. Per esempio, sedicimila palazzi, in ciascuno una moglie, sedicimila mogli, e ognuna pensa che egli sia esclusivamente con lei: questo è il siddhi del corpo illusorio.
Combatte sul campo di battaglia di Kurukshetra, mette in atto svariati giochi diplomatici e politici, rimanendo al contempo assolutamente distaccato. Perché dovrebbe averne bisogno? Krishna lila: qualcosa di assolutamente spontaneo, assolutamente imprevedibile. Tuttavia, attraverso di lui si realizzano e vengono avviati sulla terra grandiosi processi karmici globali; vale a dire che la volontà divina di Vishnu agisce attraverso di lui.
Lo stesso vale per Shiva, lo stesso vale per Dattatreya e per i sedici avatar di Dattatreya: tutti gli avatar vengono e giocano. Dattatreya gioca: appare in cielo nella posizione del padmasana, provoca i siddha, i siddha cominciano a competere nei propri siddhi, ma Dattatreya distrugge il loro orgoglio e dice: «Praticate meglio, liberatevi dall’orgoglio e dall’ira»; e i siddha non comprendono che questa è la lila di Dattatreya.
Lo stesso vale per Shiva, quando inscenava vari giochi: alcuni eremiti non capirono chi fosse, decisero di maledirlo e, con la forza di un incantesimo, gli scagliarono contro una tigre, che fu fatta a pezzi. Sono le svariate lila degli dèi. Vishnu nelle sembianze di Mohini, che rubò agli asura il nettare: tutto questo è lila, ossia gioco divino. Gli uomini non possono comprendere la grandezza dei giochi di Dio, la grandezza dei giochi degli avatar di Dio, ma essi avvengono continuamente.

D'altra parte, colui che dimora nell'unità con il proprio Sé superiore percepisce il mondo intero come un gioco divino. Egli è un jivanmukta, e su questo non vi è alcun dubbio.
La natura del gioco divino
Il gioco divino significa che non vi sono più né eternalismo, né invischiamento materialistico, né estremismo, né coinvolgimento nella dimensione materiale, nel mondo oggettivo esterno. In esso non vi sono neppure nichilismo, estremismo o assorbimento nel non-essere. In esso vi sono la dinamica del gioco dell'energia e la consapevolezza della vacuità.
Il risveglio in esso consiste nel conseguimento, nel samadhi, dell'unità tra ciò che è contemplato e colui che contempla, che avviene per volontà del sadhaka. Soltanto Quello sorge nella mente di un tale meditante come oggetto della meditazione. Il sadhaka dalla volontà salda realizza l'identità con Quello.
Il sadhaka realizza, mediante la forza dell'intenzione, della fede, della devozione e della contemplazione, l'identità con Shiva.
La percezione del gioco nella realtà quantistica
La percezione del gioco divino non può avvenire nel mondo oggettivo, nel mondo dualistico soggetto-oggetto: semplicemente non riuscirete a riconoscere il principio della lila (gioco). La percezione del gioco avviene sempre nella realtà magica divina, nella realtà quantistica, probabilistica e stocastica, quando il soggetto comincia a essere tutt'uno con l'oggetto, quando l'osservatore comincia a diventare un agente attivo della percezione.
Prendiamo la percezione ordinaria: in essa l'osservatore non è particolarmente distinto. Al mercato chiederete a una persona che vende cipolle: «Come va con l'osservatore? Sei consapevole dell'osservatore interiore, l'antaryamin, il sakshi? C'è l'autoliberazione?». Risponderà: «Di che cosa parli? Vendo cipolle» — e così è per la maggior parte delle persone. Questa è una visione dualistica del mondo, basata sul rapporto soggetto-oggetto.
Lo yogin comincia a coltivare consapevolmente l'osservatore, amplia il campo dell'osservazione e l'osservatore comincia a emergere in primo piano insieme all'upasana, alla fede in Dio. Da una parte vi è la fede in Dio come separato da sé, dall'altra l'osservatore, che a sua volta comincia ad approfondirsi e a diventare un agente attivo, un partecipante alla percezione del mondo.
Grazie all'osservatore, lo yogin entra in una visione quantistica, probabilistica e stocastica del mondo, nel tessuto magico della realtà, dove l'osservatore comincia a influire sui processi, sul mondo esterno. Anche il mondo esterno si manifesta non come un insieme di oggetti esterni, ma come manifestazione di un'unica consapevolezza, ossia come un mondo magico. È allora che la volontà comincia a cambiare la realtà, quando il fatto stesso di osservare può cambiare la realtà. Questa è la visione quantistica del mondo: tutto ciò è ormai noto alla scienza e non costituisce un segreto.
Gli scienziati hanno dimostrato da tempo l'influenza dell'osservatore sul processo di osservazione e il carattere attivo dell'osservazione. I processi quantistici sono propri del microlivello, almeno secondo l'attuale fisica quantistica. Per quanto riguarda il macrolivello, la scienza non è ancora molto avanzata e sta appena cominciando ad avvicinarsi a questo livello, ma lo yoga e il dharma affermano che tali processi sono propri sia del microlivello sia del macrolivello, così come di qualsiasi altro livello.

Governare la realtà attraverso il gioco divino
Il gioco divino è l'inclusione dell'osservatore nella visione del mondo, quando il mondo rappresenta un'unica coscienza. Si tratta, come minimo, di una visione magica del mondo, in cui la volontà, la rappresentazione, l'immaginazione, la consapevolezza e i bhava svolgono un ruolo e in cui è possibile governare la realtà. Possiamo cambiare la visione del mondo, possiamo modificare in una certa misura il gioco divino locale che vi si svolge, se sviluppiamo funzioni operative di potere e volontà, diventando in una certa misura il mandaleshvara della realtà.
Possiamo farlo esattamente nella misura in cui governiamo i nostri sensi, le nostre emozioni, la nostra mente e la nostra volontà. Se vi sono un sankalpa forte, una volontà salda e una profonda chiarezza, possiamo governare un poco la realtà; ma soprattutto bisogna anche sapere per quale motivo governarla.
Ci sono persone che hanno letto i libri di Vadim Zeland e alcuni altri testi e si sono precipitate con entusiasmo a governare la realtà, recitando determinati incantesimi. E sì, funziona: qualcosa di modesto riesce, alcune intenzioni di poco conto si realizzano, ma poi queste persone giungono a una sorta di punto morto e dicono: «Oltre non si riesce ad andare, con gli oggetti più grandi non funziona». Soprattutto, cominciano a chiedersi: «Che cosa voglio? In quale direzione voglio cambiare la realtà? Come voglio farlo e perché?» — sorgono cioè grandi interrogativi riguardanti la visione del mondo.
Perché, quando comprendi che il mondo intorno a te è una tua manifestazione e che esiste indipendentemente dalla tua coscienza, ma solo finché tu acconsenti a ciò, mentre, se non acconsenti e comprendi di poter cambiare il mondo circostante, diventando in una certa misura un operatore dotato di potere e volontà, allora cominci a riflettere su che cosa sia necessario cambiare e in quale direzione.
I sadhu e gli yogi se ne occupano da molto tempo: tutte le sacre scritture non parlano che di questo. Non dicono che il mondo vada cambiato nei dettagli; dicono che il mondo debba essere trasformato totalmente: convertirlo in un mandala della dimensione pura, trasformare sé stessi in una divinità, dissolvere il tempo, lo spazio e la causalità, dissolvere tutti i kanchuka. Bisogna cambiarlo in modo radicale, e i cambiamenti radicali del mondo sono precisamente la liberazione dal samsara, dalle leggi intrinseche più sottili e profonde.

C’è persino uno scrittore, Pelevin, che raccontò di come un’anziana donna avesse intuito che il mondo dipende dall’osservatore e che fosse possibile governare la realtà. Lavorava in un bagno pubblico e, mentre puliva i bagni, le vennero in mente simili pensieri; mi pare che si interessasse allo Zen, e cominciò a tentare di cambiare la realtà.
Shiva-spanda come fondamento del governo della realtà
La visione magica e divina del mondo, quando vediamo il principio della lila (il gioco), ci permette di comprendere che la realtà può essere cambiata, che dipende dalla forza della nostra mente e che diventa così come la concepiamo nei nostri pensieri. Più avanti si dirà che ciò che cambia il mondo è la nostra attenzione. In altre parole, la nostra attenzione è in grado di manifestare qualsiasi cosa, in qualsiasi momento, in qualsiasi luogo e in qualunque circostanza.
La nostra attenzione anima la Shakti: grazie a che cosa? Grazie al risveglio dello spanda di Shiva. Poiché Shiva è ovunque e lo spanda è ovunque, la nostra coscienza può risvegliare lo spanda in qualsiasi oggetto e può manifestare qualsiasi cosa, in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo.
Per esempio, quando Indra fuggiva dagli asura, si concentrò su una molecola o su un atomo e, con la forza della propria attenzione, risvegliò lo Shiva-spanda e creò un intero universo. Si nascose in quell’universo dagli asura e, dopo qualche tempo, creò un mondo intero, vi si insediò come sovrano e lo governa tuttora: è uno degli universi del nostro mondo. Ma in origine non esisteva: c’era soltanto una molecola o un atomo, e all’interno di quell’atomo Indra creò un simile universo. Questa è la forza dell’attenzione, governata dallo spanda: ecco il segreto del governo della realtà di cui parlano i siddha. Questo è lo Shiva-spanda.

Domanda: Tutti i siddhi si basano su questo principio, per quanto ho capito?
Sì.
Domanda: In un certo senso cambiano la realtà, ma solo finché non entra in gioco lo scenario; vale a dire, puoi cambiarla, ma quando arrivi allo scenario non puoi più cambiarla.
Sì, finché l’attenzione della realtà generata dalla tua attenzione non si scontra con lo scenario altrui di un essere superiore. Per esempio, cambiate lo scenario e cambiate la realtà, ma poi scoprite che la vostra realtà è già inserita in un’altra realtà più grande e che i suoi confini non sono stabiliti da voi, bensì da esseri più grandi. Per esempio, dai mantreshvara locali, che sovrintendono a un determinato gruppo di galassie: voi continuate a cambiare e cambiare le cose qui, poi guardate e vedete che là c’è una qualche corrente.
È simile, per esempio, a come i topi in una casa possano cambiare la realtà, rosicchiandola fino a un certo punto, finché non arriva il padrone. Ma se raggiungono un accordo, si stabilirà un equilibrio; tuttavia, se il topo diventasse grande e intelligente, allora non sarebbe affatto scontato, capite, che la volontà del padrone possa cambiare la realtà.
L’identità come via verso l’immortalità
L’identità è precisamente il conseguimento dell’immortalità. È la percezione dell’Atman, è la nirvana-diksha che conferisce la natura di Shiva. Soltanto questo permette di ottenere il nettare dell’immortalità, soltanto questa è la realizzazione dell’Atman. Questa diksha conduce al nirvana e dona l’autentico stato di Shiva.


