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Abbandono all'Assoluto: il percorso verso lo Stato Naturale

07.06.2026
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Abbandono all'Assoluto: il percorso verso lo Stato Naturale

Commento al testo di Sri Ramana Maharshi «Opere raccolte», capitolo sesto: «La conoscenza dell’Atman supremo».

In questo capitolo viene descritto il modo di realizzare l’Atman.

Quando la mente nella forma dell’ego, che scambia il corpo per l’Atman e vaga all’esterno, trattiene dentro il Cuore il sentimento «io nel corpo», l’«io» se ne va, e l’indagine «chi dimora nel corpo?», condotta con una mente calma, sarà sperimentata come «io sono il Sé supremo». Questo «io – Sé» non è altro che l’Assoluto, l’Atman, situato nel loto del Cuore, nella città del corpo, dimora di Dio. 

Dopo di ciò si deve rimanere calmi, con la convinzione che l’Atman risplende come tutto e tuttavia come nulla, dentro, fuori e ovunque, essendo anche l’Essere trascendentale. Tale stato è noto come meditazione sulla Verità, espressa dall’affermazione «Shivo Ham», ovvero «Io sono Shiva», ed è anche chiamato il quarto stato.

Ciò che si trova persino al di sopra di questa sottile esperienza è Dio, chiamato in molti modi: lo stato oltre il quarto, l’onnipresente, l’Essere supremo, che risplende all’interno come il nucleo della fiamma divina e descritto come ciò che si manifesta nella concentrazione e nella meditazione come lo spazio del Cuore, la pura Coscienza, l’Assoluto, che risplende nel cielo della mente, beatitudine, Atman e saggezza.

Si deve pensare soltanto all’Assoluto, si deve considerare se stessi soltanto come l’Assoluto, si devono dedicare tutte le proprie azioni soltanto all’Assoluto, si deve vedere il mondo come l’Assoluto, si deve considerare tutto come assoluto, finché davvero non lo si vedrà così. Si deve sottomettere il proprio ego all’Assoluto, si deve farne il servo dell’Assoluto, se vogliamo realizzare l’Assoluto. Si deve eliminare la mente non purificata, che tende verso un’altra visione. Si deve recidere la volontà perversa legata all’egoismo, che ci costringe ad assumere ancora e ancora nuovi corpi. Si devono recidere gli attaccamenti a questa volontà perversa e al proprio egoismo. Si deve abbandonare qualsiasi attaccamento a qualunque cosa, tranne che all’Assoluto. Questo è il testamento di tutti i santi.

Si deve comprendere che sei sempre stato l’Assoluto, che non sei mai stato separato da Lui nemmeno per un istante, anche se nella dimensione relativa pensi in categorie di spazio e di tempo, immaginando l’Assoluto come un conseguimento futuro e te stesso come allontanato dall’Assoluto. Nella dimensione relativa è così, tuttavia nella dimensione assoluta non c’è stato nemmeno un secondo in cui tu ti sia allontanato dall’Assoluto. Riconoscendo questo fatto, si deve costantemente essere consapevoli di dimorare nell’Assoluto. Si devono unire all’Assoluto tutti i pensieri e le azioni che compiamo, mescolandoli con la vita quotidiana: il cibo, il lavoro, la vita personale e così via. Non si deve pensare che l’Assoluto venga sperimentato nel ritiro e nella meditazione, ma che in cucina non ci sia, che scompaia quando spaccate la legna. Esso viene sperimentato ventiquattr’ore su ventiquattro. Si deve mescolare il dimorare nell’Assoluto con le azioni relative, quando nel Dharma studiate cose relative, come le tecniche di yoga, il mantra, le kriya e le azioni propizie (prostrazioni, bhajan e altro). Solo se siete permeati da questo respiro trascendente dell’Assoluto si può dire che vi troviate nella giusta contemplazione, perché la contemplazione non è altro che il dimorare nello stato assoluto.

All’inizio pensiamo che la contemplazione appartenga a una certa categoria di attività razionale, poi comprendiamo che è al di là dei concetti. Tuttavia pensare che sia comunque il nostro stato personale è un errore. Bisogna comprenderla non come attività razionale, non come uno stato personale di una qualche consapevolezza ottenuta con sforzo, ma come lo stato assoluto, che la nostra mente conoscente afferra con la forza della propria chiarezza, per poi abbandonarsi ad essa ed esserne assorbita.

Contemplazione oltre la ragione e abbandono alla chiarezza dell’Assoluto

Con la pratica lunga, ininterrotta e stabile della meditazione sull’Atman come «Io sono il Supremo», il velo dell’ignoranza nel Cuore e tutti gli ostacoli che ne derivano saranno rimossi, dando come risultato la saggezza perfetta.

Rimozione del velo dell’ignoranza

Si devono costantemente dissolvere questi veli dell’ignoranza. Entriamo nel cammino della liberazione riconoscendo la presenza di questi veli. Il velo c’è, ed è un fatto. Altrimenti non sperimenteremmo sofferenze, né la paura delle nascite e della morte. Dunque bisogna, lasciando da parte tutto il resto, concentrarsi sulla rimozione di questo velo. Finché il velo non viene rimosso, sono inevitabili la reincarnazione, l’ottenimento di nuovi corpi, le sofferenze, le nascite e le morti. Tutto è inutile.

In un sutra è scritto così: «Il tumulo funerario coprirà tutti allo stesso modo: il re e il codardo, lo stolto e l’eroe». Anche se qualcuno occupa una posizione molto elevata, è intelligente, possiede grandi ricchezze, legami di parentela, un corpo bello o brutto, tutto questo non ha alcuna importanza. La questione è se abbiamo eliminato il velo che ci lega al concetto: «io sono questo corpo».

Nei «Quaranta versi ad Arunachala» Sri Ramana dice così: «Coloro che pensano: “io sono questo corpo, che espelle escrementi ed è composto di impurità”, sono simili ai maiali che mangiano questi escrementi». Finché non abbiamo conosciuto l’Assoluto, in noi è forte la fissazione «io sono questo corpo». Con la conoscenza dell’Assoluto, la nostra identificazione cambia in un’altra: «Io sono l’Essere infinito, Consapevolezza, Beatitudine. Io sono la grande chiarezza luminosa della Mente, estesa in tutte le direzioni. Io sono l’Essere sconfinato: a destra, a sinistra, in alto, in basso».

Yogananda, parlando con i suoi discepoli, talvolta entrava profondamente nel sahaja-samadhi e diceva: «Quando ti trovi in migliaia di corpi, dimentichi in quale corpo precisamente ti trovi».

Sahaja-samadhi come stato supremo

Lo stato dello yogin che si trova nel sahaja-samadhi è indescrivibile. Proprio il sahaja-samadhi è il livello eccellente di coscienza accessibile al santo che pratica il laya-yoga. Savikalpa e nirvikalpa sono soltanto gradini per raggiungere il sahaja-samadhi. Nel sahaja-samadhi ci troviamo in uno stato di unità stabile con l’Assoluto, che non dipende dalla concentrazione, dalla meditazione o dall’energia kundalini. Non è luminoso come il nirvikalpa, e non nega il mondo, poiché i sensi funzionano, quindi la percezione del mondo esiste. In esso non ci sono visioni né qualcosa del genere, tuttavia possiede una profondità straordinaria. Esso vi permette di raggiungere la liberazione in una sola vita, anche se durante la vita non avete avuto profonde esperienze di concentrazione. Solo realizzando l’autentico sahaja-samadhi si può dire che vi sia autoliberazione.

Nei sutra si dice che una persona che non ha realizzato nemmeno il primo dhyana, ma ha realizzato lo stato naturale nel sahaja-samadhi, raggiungerà la liberazione più rapidamente di uno yogin che può concentrare a lungo la mente nei dhyana, poiché tale concentrazione è simile alla coscienza degli dèi mondani e può facilmente legare a uno dei livelli della realtà relativa. Colui che nemmeno sa concentrarsi o meditare, ma ha ottenuto il sahaja-samadhi, raggiungerà certamente la liberazione. Quando la cellula del suo corpo sarà spezzata, la Chiara Luce della sua stessa coscienza si unirà alla grande Luce così come l’olio si versa nell’olio, come l’acqua entra nell’acqua, come una scintilla si unisce alla fiamma. Perciò bisogna desiderare soltanto il sahaja-samadhi, mentre gli altri tipi di samadhi sono temporanei, instabili e non sono ciò che dà la vera realizzazione. Quando il sahaja-samadhi acquista forza e si unisce ai prana e agli elementi, diventa saruba-samadhi: l’ultimo principio che dà la realizzazione suprema nel corpo.

Sahaja-samadhi e fusione della piccola luce con la grande Luce

Tale conoscenza della Realtà, che dimora costantemente nella caverna del Cuore, nel tempio del corpo, è davvero la consapevolezza dell’Assoluto, che è inerente a tutto, poiché il Cuore contiene in sé tutto ciò che esiste.

Formula in cinque parti

Esiste una formula secondo la quale pratichiamo nel laya-yoga. Si chiama formula quintuplice (pancha-manana).

Essa dice che tutto il mondo deve essere ricondotto alla mente. Questo è il primo passo verso l’autoliberazione. Quando ingenuamente crediamo che il mondo sia separato dalla nostra coscienza, non lo comprendiamo, siamo afferrati dal demone delle relazioni soggetto-oggetto. La prima cosa da fare per uccidere questo demone è imparare a ricondurre tutto alla mente.

Il secondo passo è ricondurre la mente stessa al vuoto.

Il terzo passo è ricondurre il vuoto alla Chiara Luce.

Il quarto passo è ricondurre la Chiara Luce alla non-dualità.

Il quinto passo è presentare direttamente la non-dualità alla grande beatitudine.

Quando praticate in questo modo il sutra, il tantra o il laya-yoga, non vi sbagliate. Questa è una quintessenza unica dell’insegnamento, che mostra il giusto cammino del conseguimento; tuttavia, solo chi ha conseguito può decifrarla.

Formula in cinque parti del laya-yoga dalla mente alla beatitudine

Primo passo: ricondurre il mondo alla mente

Che cosa significa «ricondurre tutto alla mente»? Significa cercare il soggetto, cercare colui che percepisce. Ci sono due modi di percepire il mondo. Il primo consiste nel fatto che posso vedere una candela e pensare: «Questa è una candela, e questo sono io, che la vedo». In questo caso il vettore della mia coscienza è orientato in un’unica direzione, verso la candela. Il secondo modo consiste nel fatto che posso vedere una candela e, contemporaneamente, pormi la domanda: «Chi la vede, chi è colui che vede?» Cioè posso tentare di prendere coscienza della fonte da cui proviene la visione stessa. Allora scoprirò che l’occhio trasmette l’immagine alla retina, la retina trasmette il segnale al nervo ottico, e quest’ultimo al cervello. Il cervello trasmette l’immagine al corpo astrale, il corpo astrale al manas, e il manas alla buddhi (consapevolezza). Allora comprendo che la vista è un fattore della mia stessa coscienza. Lo stesso possiamo fare con l’olfatto, l’udito e così via. In questo modo tutto ciò che percepiamo lo riconduciamo all’«Io» o alla mente.

Se si lascia da parte la filosofia, questo significa concentrarsi costantemente sul senso dell’«Io» e sull’autoconsapevolezza. La concentrazione sul senso dell’«Io» e l’autoconsapevolezza, l’attenzione a questo senso dell’«Io», è una delle pratiche fondamentali che apre la presenza. Anche se non avete ricevuto l’introduzione diretta, ma praticate con diligenza l’atma-vichara, essa avverrà da sé con voi. Dal punto di vista di questa pratica, ciò significa pensare così: «Il mondo intorno è una manifestazione della mia coscienza. Non ci sono problemi all’esterno, ci sono problemi solo nella mia mente, in me. Se c’è qualcosa da cambiare, è solo nella propria percezione, nella propria consapevolezza».

Atma-vichara e riconoscimento del mondo come manifestazione della coscienza

Secondo passo: ricondurre la mente al vuoto

La fase successiva è ricondurre la mente al vuoto. Quando ci siamo abituati a riflettere in questo modo e dimoriamo in una certa consapevolezza dell’«Io», mantenendo l’attenzione, un sottile strato di consapevolezza, continuiamo ad analizzare che cosa sia l’«Io». Eseguendo il mahashanti, scopriamo che l’«Io» è vuoto in se stesso, non ha né radice, né base, né fondamento. Non ha un punto di fissazione, è disteso come il cielo, è la più grande vacuità stessa. Non si può dire che lì vi siano qualità o oggetti di qualche tipo. Questo si chiama «ricondurre la mente al vuoto». Dobbiamo convincerci che la mente, nella sua base, è vuoto; dobbiamo perdere la fede nel concetto, nei suoni, negli odori, nei colori e in tutto il resto, comprendendo che tutti essi provengono dal vuoto.

Se vedete una divinità pensando che esista di per sé, cioè separatamente dal vuoto, allora vi state semplicemente illudendo. Se vedete il Maestro come un corpo o toccate la sua mente senza comprendere che egli parla dal vuoto, esprimendo solo esso, allora vi state ugualmente illudendo. Perciò riconosciamo tutto come vuoto. Molti interpretano il vuoto in senso nichilistico; tuttavia questo vuoto è positivo nel senso che supera qualsiasi categoria materiale. E nondimeno è un qualcosa di assoluto, che è la Fonte di tutte le tattva e manifestazioni.

Infine, quando abbiamo sperimentato la nostra mente come vuoto, le nostre illusioni si dissipano e semplicemente ridiamo. Si scopre che tutto ciò che prima consideravamo reale non esiste. Non esistono tempo, spazio, soggetto, oggetto, ira, avidità, attaccamento, amore e tutto il resto. Tutto ha un’unica fonte: il vuoto. I cinque elementi, le stagioni, le stelle e i pianeti: tutto proviene dal vuoto.

Dissoluzione delle illusioni del tempo, dello spazio e degli attaccamenti nel vuoto

Terzo passo: ricondurre il vuoto alla Chiara Luce

Quando analizziamo ulteriormente questo vuoto, scopriamo che esso è luce. Non bisogna pensare che si tratti di una qualche luce materiale, simile alla luce di una lampada o alla luce intensa di un lume. Piuttosto, questa luce esprime una particolare chiarezza, connessa alla coscienza. Quando portiamo una candela in una stanza, tutto diventa visibile in modo luminoso e chiaro. Perciò l’essenza del vuoto è luminosità, poiché possiede la qualità della chiarezza, quando tutto si apre e viene riconosciuto. Questo si chiama «ricondurre il vuoto alla Chiara Luce». Che cosa significa mostrare il vuoto alla Chiara Luce? Significa rivelare la Chiara Luce nella meditazione profonda.

Queste formule sono esperienze concrete nel corpo; non sono filosofia, ma piuttosto fisiologia, perché la liberazione viene sperimentata nel corpo e nella mente. Essa non dipende dalle astrazioni dei filosofi, ma ha esperienze concrete a livello relativo.

Possiamo rivelare diversi livelli della Chiara Luce. I santi dicono che esistono livelli sottilissimi di luce che mostrano se li abbiamo rivelati al massimo oppure no. Si ritiene che la luce si riveli pienamente solo nel momento della morte, nel momento della saruba-mukti, del grande passaggio, quando la piccola luce dentro il nostro piccolo «io» si unisce a quella grande e avviene una completa integrazione. La luce si rivela anche quando i venti entrano nella sushumna-nadi attraverso la pratica della consapevolezza o del kundalini-yoga. Oppure la luce si rivela attraverso lo yoga dei sogni e lo yoga del sonno. Infine, mediante la pratica suprema dello jyoti- e taraka-yoga si rivelano livelli molto profondi della luce.

L’insegnamento sulla Luce è la crema, l’essenza esoterica del laya-yoga. È ciò di cui non si parla davanti al grande pubblico, è il segreto della realizzazione in una sola vita. Per praticare questo segreto della realizzazione, dobbiamo essere spiritualmente preparati. Quando riveliamo l’essenza della nostra coscienza come luce, sperimentiamo diversi fenomeni. Questo viene chiamato «visione del sopracciglio» o visione della luce che proviene dal petto. Insieme alla luce si sperimentano diversi tipi di spazio. Questo è descritto nell’«Advaita-taraka-upanishad». Da noi questa sadhana si chiama jyoti-yoga.

Esistono diversi modi per attivare le manifestazioni della luce: il ritiro al buio oppure i metodi della pratica diurna, quando permettiamo alle visioni luminose di svilupparsi meditando in un modo particolare. Queste visioni luminose hanno quattro stadi: arambha, ghata, parichaya, nishpatti. Quando sperimentiamo la luce, uniamo la presenza con diverse visioni della luce. Allora sorgono diverse visioni legate a divinità, mandala e yantra. Così otteniamo il risultato senza praticare i metodi tantrici di trasfigurazione e trasformazione. Senza recitare mantra, senza visualizzazione, otteniamo le esperienze supreme caratteristiche solo dello yoga della luce nel laya-yoga. Infine, lavorando con i livelli più sottili della luce, con la loro unità di vacuità e di questa luce, giungiamo all’esaurimento di tutti i fenomeni visivi. Quando ciò avviene, nel corpo dello yogin ha luogo la dissoluzione degli elementi. E quando viene raggiunto un determinato livello di visioni, nel momento della morte il corpo si dissolve senza lasciare tracce fisiche. In questo modo avviene il pieno conseguimento della realizzazione, che viene chiamato corpo di gloria o pranava-deha.

I quattro stadi delle visioni luminose e la rivelazione del corpo di gloria

Avete anche sentito parlare dei tipi di luce nello yoga dei sogni. Quando riveliamo determinati livelli della luce (si parla principalmente di quattro tipi di luce), presentiamo la vacuità alla Chiara Luce. Questo è confermato dai testi delle scritture: 

Il saggio dimora beatamente nella città delle nove porte, che è il corpo.

Il quarto e il quinto passo: non-dualità e beatitudine

Quando apriamo la Chiara Luce, scopriamo in essa l’autentica non-dualità. Parliamo del conseguimento della non-dualità, tuttavia la non-dualità autentica, definitiva, si consegue con la rivelazione di questi tipi di luce. Finché questi tipi di luce non vengono raggiunti, esiste sempre una sottile dualità. Anche se a livello superficiale pensiamo di dimorare nella consapevolezza non-duale, la sottile dualità rimane sempre. La piena non-dualità, secondo gli insegnamenti dei santi, si consegue con la rivelazione degli ultimi tipi di luce. Perciò la formula «ricondurre la luce alla non-dualità» è raggiungibile per praticanti spirituali molto avanzati.

Paramahansa Yogananda una volta spiegò ai suoi discepoli come vede. Disse: «Voi non vedete nulla, non capite nemmeno quanto siete meravigliosi! Tutto è fatto di Luce!»

Infine, quando la non-dualità è rivelata e realizzata, il principio successivo è mostrare direttamente la non-dualità alla beatitudine. Ciò significa unire il principio della luce e il principio della non-dualità con l’energia più profonda, riconoscere questa energia come beatitudine. Quando questo viene riconosciuto, sopraggiunge l’autentica realizzazione suprema. Tale è la formula in cinque parti nella pratica del laya-yoga.

Che pratichiate le kriya, il mahashanti o il mantenimento della presenza, che eseguiate il kundalini-yoga o lo yoga dei sogni, queste formule permeano qualsiasi tipo di yoga.

Il corpo è il tempio, l’«Io» personale è l’Assoluto. Se Egli viene venerato come «Io sono l’Altissimo», seguirà la liberazione.

Di solito, nel sutra il corpo è considerato un «sacco» di ossa e carne, un ricettacolo di sangue, muco e altre impurità. Nel tantra il corpo è considerato una manifestazione dell’energia divina, e le impurità sono viste come le sue energie, come qualcosa di puro, quando tutto è puro. Nel sutra il corpo viene negato, mentre la coscienza viene esaltata. Nel tantra sia la coscienza sia il corpo sono divini.

L’approccio di chi pratica il sutra è questo: «Io sono Brahman, ma questo corpo è sporco, è pieno di impurità, perciò bisogna dimenticarlo, respingerlo, dimorando completamente nella vera meditazione». Dimenticare il corpo significa non attaccarsi a esso e, in generale, non considerare le energie che sono al suo interno.

Nella tantra il principio è questo: «La mia coscienza è divina, ma dentro di me, nel corpo, ci sono anche energie divine. Questo corpo è la manifestazione stessa della divinità». Se si rivelano le energie pure nel corpo, allora esse sono devata. Nel corpo ci sono dèi, divinità (devata). Nelle parti superiori del corpo (dall’ombelico alla testa) si trovano i devata pacifici, mentre in basso (dall’ombelico ai piedi) quelli irati. Tutte queste energie si manifestano come nadi, chakra, canali e bindu.

Sutra e tantra come due approcci al corpo e alla coscienza

Anuttara-tantra: l’approccio non-duale

L’approccio dell’anuttara-tantra è questo: «Il corpo è coscienza, e la coscienza è corpo, non c’è alcuna differenza. I devata, le energie pure e impure: tutto è uno, non ci sono identificazioni né vincoli. Dimora semplicemente nella presenza senza ragionamenti né valutazioni, affida tutto all’Assoluto, e allora tutto sarà assoluto, non resterà neppure un millimetro di qualcosa di legato. Non preoccuparti appositamente delle energie, non riflettere sul fatto che questo corpo sia divino, ma dimora semplicemente nella presenza. Giorno e notte affidati soltanto alla presenza».

Questi sono i tre approcci fondamentali, che bisogna distinguere e non confondere, applicando ciascuno di essi al momento opportuno.

«Lo Spirito, che porta il corpo nella forma dei cinque involucri, è la caverna; questa caverna è soltanto il Cuore, l’Essere trascendentale che vi dimora è il Signore della Caverna». Tale metodo di consapevolezza dell’Assoluto è noto come dhara-vidya, ovvero conoscenza intuitiva del Cuore. Che altro si può dire? Bisogna realizzare Questo tramite un’esperienza diretta e immediata.

Autoabbandono: dissoluzione dell’egoismo

Quando siamo abituati a essere consapevoli e pratichiamo l’autoliberazione, il passo successivo è l’autoabbandono, la dissoluzione dell’egoismo e il recidere gli attaccamenti all’«io». Siamo già immersi in questo stato. Solo un simile attaccamento non ci dà la possibilità di tale autoabbandono. Quando rinunciamo all’idea dell’esistenza individuale e all’attaccamento all’ego, tale autoabbandono avviene.

Che cosa significa compiere l’autoabbandono? È quando il falso ego diventa schiavo dell’«Io» assoluto, diventa la sua marionetta. Un tale yogin non ha né speranza, né paura, né attaccamenti. Egli non pratica: la pratica avviene da sé con lui, perché, quando l’«io» è stato respinto, non c’è nulla al di fuori della pratica. Egli non aspira alla realizzazione, semplicemente si immerge nel mare della realizzazione. Non raggiunge, ma il raggiungimento cade, si abbatte su di lui. Non può nemmeno mancare il raggiungimento, è impossibile. È simile al fatto che, ovunque indichiamo alzando la mano verso l’alto, dappertutto ci sarà il cielo. Quando eliminiamo l’ego, la realizzazione si riversa in noi a megatoni. La questione è quanto profondamente possiamo eliminare questo ego.

Autoabbandono e dissoluzione del falso ego nell’Assoluto

Spesso molti maestri della via diretta non insegnavano deliberatamente nulla agli allievi. Non tenevano lezioni, non trasmettevano tecniche, ma dicevano così: «Rimani semplicemente qui». E se l’allievo era abbastanza ricettivo, veniva posto di fronte al fatto che né la sua mente né il suo ego provavano godimento. Svolgeva semplicemente qualche lavoro, manteneva il fuoco e così via. All’inizio chiedeva di qualche insegnamento, di tecniche, di pratiche, e il maestro gli rispondeva: «Rimani semplicemente qui». L’allievo continuava comunque a preoccuparsi, chiedeva, e il maestro diceva: «Ti darò l’insegnamento più diretto: rimani semplicemente qui». Allora l’allievo perdeva ogni speranza e, insieme a essa, la paura e l’attaccamento a se stesso. E all’improvviso cominciavano a istruirlo il fuoco, gli alberi, le mucche e le altre cose, se viveva nella foresta con il maestro. Allora, dopo dodici anni, egli va dal maestro e comincia a spiegargli che cosa gli hanno insegnato il fuoco, le mucche e gli alberi. Il maestro diceva: «Ebbene, ora ti ripeterò ciò che essi ti hanno insegnato». E gli avevano insegnato la brahma-vidya (la conoscenza di Brahman). Questo accade perché l’ego viene reciso, e quando l’ego viene reciso, ci troviamo continuamente nello stato della Realtà trascendentale.

La base dell’autoabbandono: consapevolezza e grazia

L’abbandono di sé non tollera mercanteggiamenti: è senza vantaggio, senza piani, senza speranza, senza desiderio di ricevere qualcosa in cambio. Naturalmente, l’abbandono di sé poggia sul fondamento della presenza della consapevolezza. L’abbandono di sé è superiore all’auto-liberazione, perché l’auto-liberazione conduce all’abbandono di sé. Tuttavia, l’abbandono di sé deve poggiare sul fondamento della consapevolezza. Molte religioni praticano l’abbandono di sé, ma finché non c’è consapevolezza, questo abbandono di sé non può essere completo, può persino essere errato. Per esempio, se non c’è consapevolezza, non c’è chiarezza, allora è difficile comprendere a che cosa si debba compiere l’abbandono di sé. Forse bisogna compierlo verso l’immagine di una divinità di pietra, oppure verso concetti, oppure verso un Maestro che si trova in un corpo. Quando invece la consapevolezza è sviluppata, comprendiamo a che cosa bisogna compiere l’abbandono di sé. Quando la mente è riconosciuta come spazio infinito, come il supremo Assoluto, l’abbandono di sé si compie senza sforzo verso questo spazio illimitato.

A questo livello la pratica cessa di essere formale, cioè non ha bisogno di forma e di sforzi. È come se ogni secondo vi spalancaste e saltaste in questo spazio; ovunque esso sia, lo riconoscete a ogni istante. Sentite come se foste al centro dell’Universo, e non aveste assolutamente alcun appoggio sotto i piedi. Tutto ciò che potete fare è saltare continuamente in questo spazio illimitato. Potete arrendervi continuamente a esso, capitolare, donarvi, potete trasmettere il potere, l’autorità a questo spazio. Voi stessi vi consegnate a esso come prigionieri, gli permettete di guidarvi e non interferite.

Quando lo yogin raggiunge questo livello, si dice che la sua contemplazione avvenga senza sforzo. Il suo corpo può eseguire asana, fare questo o quello, ma ormai è piuttosto come un gioco, non c’è alcuno sforzo, e la pratica si concentra solo intorno all’abbandono di sé. Questo stadio è al di là della logica, viene anche chiamato “grazia”. Grazia significa qualcosa ricevuto semplicemente così, che non è stato raggiunto con gli sforzi, non è stato guadagnato. Ciò significa che l’apertura, la fusione con questo spazio non dipende dallo sforzo formale, non dipende in generale da nulla. È grazia, è ciò che viene dato semplicemente così.

Contemplazione senza sforzo e grazia dello spazio rivelato

C’era un santo avadhuta che praticò yoga per lungo tempo. Raggiunse un alto grado di realizzazione, e poi cominciò a predicare che Dio esiste senza alcunché in assoluto: senza rituali, senza Dharma, senza ashram, che bisogna soltanto abbandonarsi a Lui. Il re locale, che professava un altro insegnamento, si adirò con questo yogi e voleva giustiziarlo. Ordinò di farlo calpestare da un elefante, di versargli rame bollente in gola, lo gettò da una rupe sott’acqua in un baule incatenato, ma lo yogi rimaneva sempre vivo. Alla fine il re perse la speranza di ucciderlo e prese Rifugio in lui, diventando suo discepolo. Questo yogi recitava soltanto il mantra “Om Namah Shivaya”, sebbene in realtà persino il mantra non gli fosse necessario, perché praticava l’abbandono di sé.

Quando praticate l’abbandono di sé, questa luce della Saggezza non nata della consapevolezza vi guida. Non siete più voi a compiere il vostro lavoro, ma È Lui dentro di voi a compiere il vostro lavoro. Voi Gli trasmettete soltanto l’autorità. La questione è trasmettere tutta l’autorità. Se trasmettete solo una parte dell’autorità, Egli può compiere solo una parte del lavoro. Quando praticate così, scompare il concetto di meditazione, di meditante e di sforzo. Allora avviene la breccia definitiva, e sopraggiunge il riconoscimento di sé.

Il riconoscimento di sé: la scoperta della vera natura

Dopo l’abbandono di sé sopraggiunge il riconoscimento di sé, quando scoprite: “Io non sono un uomo. Nel corpo, certo, assomiglio a un uomo, ma in realtà io sono Brahman, l’Assoluto. Nulla è mai esistito oltre a me. È persino ridicolo che mi sia considerato un uomo. Mi sono semplicemente dimenticato, ho pensato di essere nato e mi sono ritenuto qualcuno. Ho pensato di essere condizionato dal corpo o dal tempo. Ma io sono la Fonte di tutto l’Essere, Dio stesso”. Il riconoscimento di sé sopraggiunge quando lo yogin scopre che non c’è nulla oltre a lui, che tutto ciò che esiste è lui stesso. Ma anche quando si vive una simile esperienza, Sri Ramana consiglia nel suo testo: 

Riconoscimento di sé e scoperta dell’Io come Brahman

A livello del comportamento, questo va nascosto. Se invece lo yogin non lo nasconde, può incontrare ostacoli.

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