Commento al testo «Laya-amrita-upadesha-chintamani»
Lo yogin disse:
«Oh, avadhuta, la consapevolezza spontaneamente innata
non viene cercata, essa stessa risveglia lo yogin –
è il Sé stesso, e non qualcosa di esterno.
In essa tutto è già realizzato spontaneamente,
ed è perfetto fin dall’origine».
L’Essere Assoluto è perfetto fin dall’inizio, effonde i suoi raggi ininterrottamente. Noi non siamo perfetti perché deviamo da questi raggi a causa della nostra volontà egoistica, afferrata dai samskara, a causa della tendenza a deviare. La questione è eliminare tale tendenza e la volontà egoistica: in questo consiste il senso del pentimento.
Entrando nel sangha, entrate in contatto con il sommo: con la legge cosmica divina. Forse all’inizio ci sembra di entrare in una famiglia di monaci, presso il Maestro, per praticare. Ma man mano che la pratica procede, la visione del Dharma, del sangha e del Guru si approfondisce gradualmente; allora vediamo davvero che entriamo in contatto con la legge cosmica divina e che forse, nelle vite passate, ci siamo impegnati moltissimo per giungere a tale contatto: abbiamo compiuto pratiche ascetiche o accumulato meriti.
Ora sulla Terra sta volgendo al termine il tempo delle religioni dualistiche, che, seguendo concetti dualistici di peccato, incoraggiavano la tendenza della mente alla scissione, generando tale stato diviso, per poi superarlo.
La natura del pentimento nello laya yoga
Dal punto di vista dello laya yoga, il peccato in quanto tale non esiste, perché tutto è assoluto e perfetto. Tuttavia, in senso relativo, ci pentiamo. Il pentimento significa che mettiamo a nudo ed eliminiamo la nostra inconsapevolezza. Sebbene il Sé originario sia assolutamente perfetto, a causa della nostra inconsapevolezza non siamo capaci di lasciarlo manifestarsi pienamente; la nostra volontà egoistica e i nostri attaccamenti sono ancora troppo forti. Ci aggrappiamo troppo alle nostre tracce karmiche, e tutte queste tracce karmiche, naturalmente, sono inconsce.
Rita è la legge mondiale dell’armonia cosmica. Si può dire che sia lo stato naturale nella sua dinamica, che si manifesta nella crescita di un fiore, nella musica, nella creazione, nelle dhyana meditative. Quando entriamo in questa armonia, ci apriamo a questa Luce dello stato naturale. Allora questa Luce comincia a illuminarci. Quando invece agiamo inconsapevolmente, manchiamo questa armonia; allora sopraggiunge una visione karmica basata su un certo squilibrio.

In sostanza, la percezione egoistica, basata sui klesha, sui pensieri, sulle emozioni e sugli attaccamenti, è costituita da mondi disarmonici. Per questo, di solito, nella tradizione il samsara viene chiamato tali mondi disarmonici, nei quali in linea di principio non vi è apertura alle leggi superiori dell’armonia cosmica, all’assorbimento della luce, ma vi è un fissarsi sui propri dati interiori e un cieco seguirli finché le severe leggi dell’armonia cosmica non lo interrompono sotto forma di morte, vecchiaia, malattie e così via.
Liberazione e stato dell’unico «sapore»
Uscire dai mondi in cui vi è disarmonia rispetto all’esistenza cosmica: questo è la liberazione. Naturalmente, la liberazione non è un qualche non-essere, vuoto e così via. Sono soltanto termini che indicano che nessuna percezione e nessun concetto sono raggiungibili per la consapevolezza più sottile. Tuttavia, quando essa viene raggiunta, possiede anche la proprietà di manifestarsi, ma questa manifestazione è completamente diversa, è trascendentale.
Le proprietà di questa manifestazione sono chiamate anche samarasia, che letteralmente significa unico «sapore». Perciò dei siddha si dice che praticarono e, alla fine della loro pratica, raggiunsero lo stato dell’unico «sapore». Il termine «samarasia» può anche essere tradotto come «sapore» nettareo o sapore universale del nettare. Quando eliminiamo completamente la nostra impurità, l’inconsapevolezza, l’essere afferrati dall’egoismo e ci apriamo pienamente a questa Luce divina dell’armonia cosmica, in tale stato otteniamo l’Essere, dove tutto possiede un unico «sapore». Ciò significa che tutto è percepito e visto come perfetto.
Questo Insegnamento non è per coloro
che sono legati dai desideri e credono nelle parole.
Solo agli yogi dal destino fortunato e ai discepoli
che hanno meritato la speciale fiducia del Maestro,
esso può essere rivelato
come una gemma magica,
che esaudisce tutti i desideri.
Se siamo legati dai desideri, molto probabilmente l’autoliberazione e l’autoabbandono per lungo tempo non ci riusciranno. Se crediamo alle parole, cioè siamo condizionati dai concetti, non comprenderemo le basi più essenziali dell’insegnamento. Nell’insegnamento la fede non si fonda sulle parole, ma sulla consapevolezza e sulla presenza. Anugraha (la forza dell’autorivelazione divina) esiste sempre e invia le proprie vibrazioni. La questione è come diventare completamente così vuoti, svuotare il proprio cuore ed entrare in questa risonanza: proprio in questo consiste il principio della grande obbedienza.

La pratica dell’autoabbandono e dello svuotamento
All’inizio riteniamo che praticare significhi fare questo o quello. Più tardi scopriamo che la pratica significa liberarsi di sé come agente. Finché non ci liberiamo di noi stessi come agenti, finché non impariamo a svuotarci, la pratica basata soltanto sullo sforzo sarà sempre simile a un volo con una sola ala. È difficile. Svuotarsi significa trascendere tutte quelle idee e percezioni con cui prima ci identificavamo.
Perciò all’inizio il Maestro dice: «Disciplinati, impara a svolgere il servizio e a fare non ciò che vuoi, a rinunciare a ciò che ti piace. Questo è necessario affinché tu comprenda il sapore di tale autorinuncia e svuotamento, perché nel processo della pratica dovrai rinunciare non solo alle cose esteriori, come il mondo e il resto (a questo è facile rinunciare, è semplice, non costituirà un problema), ma dovrai rinunciare agli stati più sottilissimi di te stesso, per andare oltre, per entrare nello stato ultrasottilissimo della piena vacuità».
La rinuncia non significa qualcosa di negativo, come se perdessimo qualcosa, poiché rinunciamo al grossolano, all’inconscio e alle illusioni, e acquisiamo l’assoluto, il perfetto. La rinuncia appare come qualcosa di spaventoso e negativo soltanto per coloro che sono condizionati. Essi sono così condizionati, dimorano così tanto nell’illusione, da pensare di perdere qualcosa in seguito a tale rinuncia. È come se a una formica che trascina il suo granello di paglia si proponesse di lasciarlo per possedere non persino un palazzo, ma un intero pianeta. Ma essa non ha mai visto né palazzi né pianeti. Tutto ciò che ha visto sono granellini, pagliuzze e simili. E vi si aggrappa così tanto che, quando le dicono: «Lascia!», pensa: «E che cosa riceverò in cambio, se lascio la mia pagliuzza?» Le dicono: «Semplicemente non capisci ancora assolutamente nulla! Sarai uno con tutto l’Essere, avrai a tua disposizione galassie e pianeti, e tu ti tieni strette le tue pagliuzze!»
Purificazione della volontà e armonia cosmica
La nostra volontà è proprio ciò che ci costringe a tenerci strette tali pagliuzze. L’autoabbandono non significa perdere la volontà, diventare esseri privi di volontà e ottusi; piuttosto, significa che purifichiamo la nostra volontà fino allo stato originario. Vediamo che la volontà non deve essere legata all’egoismo, ma che essa è l’Essere in quanto tale. Perciò si dice che gli insegnamenti di alto livello si rivelano agli yogi dal destino fortunato e ai discepoli che hanno meritato una fiducia speciale. Entrare in contatto con questa vibrazione primordiale è possibile quando ci siamo davvero svuotati di tutto ciò che è illusorio e mondano, quando siamo diventati perfetti, simili a un bambù cavo, e dentro di noi comincia a soffiare questo vento cosmico della consapevolezza.

Quando qualcosa non ci riesce affatto oppure ci riesce, ma con difficoltà, ciò non significa che la pratica stessa sia imperfetta. La Realtà non canta melodie stonate, è impossibile. Solo noi stessi possiamo deviare dalla perfezione a causa della saturazione delle nostre false percezioni. Nell’Essere assoluto tutto è perfetto e assolutamente puro.
L’autoabbandono inoltre non significa che dobbiamo diventare passivi e cadere in una pigra rilassatezza con il pretesto del non-agire; la danza della Realtà primordiale è descritta nei testi sacri, tuttavia i movimenti dobbiamo compierli noi stessi. Sebbene questa vibrazione primordiale, questo respiro dell’Eternità, venga trasmesso dal Maestro come suo tramite, tuttavia respirare tocca a noi stessi. L’autoabbandono significa piuttosto agire e manifestare la volontà con una visione corretta. Ciò significa che ora l’azione non proviene dalla mente, ma dalla vacuità della consapevolezza primordiale, e la volontà si manifesta ormai all’unisono con l’armonia cosmica universale, cioè non come una deviazione, ma all’unisono con la legge di Rita.
La cattiva volontà e l’allontanamento dalla legge cosmica
Ora la nostra nascita è il risultato della manifestazione di una cattiva volontà. Si può dire che tutta la vita degli esseri viventi sia il risultato della loro cattiva volontà. Certo, forse qualcuno pensa che questi mondi siano qualcosa di meraviglioso e prezioso, ma i sei mondi del samsara sono tutti il risultato dell’allontanamento degli esseri viventi dalla legge cosmica universale, del loro cattivo volere; perciò tali esseri viventi vengono chiamati duratma: l’Atman caduto nell’illusione, ovvero il cattivo sé. E per quanto qui si cerchi di promuovere le idee di evoluzione, progresso, amore, perfezionamento, umanità e altre, tutte, in definitiva, devono condurre a entrare in armonia con la legge cosmica universale. Ma ciò è possibile solo quando si realizza la liberazione.
Allora entriamo completamente in risonanza con Rita (con la legge cosmica universale). Fino ad allora, tutti gli esseri viventi negli universi samsarici sono il risultato di tale allontanamento dalla volontà cosmica universale. Cioè siamo nati in virtù del fatto che la coscienza è stata afferrata dalle vasana, dai samskara, dall’illusione della propria esistenza autonoma; perciò in alcune religioni si dice: «il mondo giace nel male» oppure «questo mondo è una manifestazione del diavolo».

Nello laya-yoga il mondo è una manifestazione dell’Assoluto, e non una manifestazione del diavolo. Tuttavia, quando vi è condizionamento samsarico, questa manifestazione è distorta a causa dell’allontanamento dall’unità con la legge cosmica. Quando invece raggiungiamo il pieno risveglio, siamo in armonia con la legge cosmica, e allora non ne siamo più separati. Questo è ciò che si chiama samarasya: lo stato di un unico «sapore».
Finché siamo separati dalla legge cosmica, non abbiamo un unico «sapore». Se c’è gioia, allora è gioia; se c’è sofferenza, allora per noi è sofferenza. Se c’è amore, allora è amore; se c’è odio, allora è odio. Nello stato di samarasya, invece, la sofferenza è una delle forme della gioia, e l’odio è una delle forme dell’amore, poiché non esiste alcuna dualità. Nello stato di condizionamento, il peccato è una forma di ignoranza e conduce ai mondi inferiori, mentre la paura è un completo oscuramento della coscienza. Nello stato di samarasya, la paura è una delle forme dell’estasi, e il peccato è una delle forme dell’armonia divina. Cioè nello stato dell’unico «sapore» non c’è nulla di ciò che esiste nei concetti umani, poiché questa è la dimensione assoluta dell’Essere divino.
La vicinanza dello stato inconcepibile
Oh meraviglia! Quanto sono felici gli yogin che hanno unito il proprio «Io» a questo Stato Inconcepibile. Esso è così vicino che è difficile crederci.
Questo stato inconcepibile permea tutte le cose, è a portata di mano, eppure noi ne siamo lontani miliardi di universi. È un paradosso. Benché sia a portata di mano e nel palmo della nostra mano, tuttavia ne siamo così lontani. E se non ci rivolgiamo a questo stato originario, continueremo a esserne lontani come prima. Ma quando ci volgiamo ad esso, all’improvviso possiamo diventarne vicini persino più rapidamente di quanto pensiamo: in un solo istante.
Quando possiamo volgerci ad esso? Quando abbiamo eliminato in noi la deviazione da questa legge cosmica universale, quando abbiamo rimosso tutta la falsità interiore e lasciato soltanto l’Assoluto. Per falsità interiore non si intendono solo cattivi pensieri, comportamento scorretto e così via. Dal punto di vista assoluto, tutto tranne l’Assoluto è considerato tale falsità interiore, cioè illusione in quanto tale. Perché? Perché tutte le esperienze basate su una percezione individualistica, egoistica, sono false, artificiali, scenografia.
È simile al fatto che in teatro tutti i ruoli siano già stati distribuiti in anticipo. Nello spettacolo qualcuno interpreta il ruolo della madre, del padre, dell’amico, dell’amato, ma fin dall’inizio tutto questo è teatro, scenografia. Quando invece ci risvegliamo, eliminiamo la percezione falsa; allora vediamo che la vera conoscenza ha risplenduto in noi, e non siamo più affascinati da tali scenografie e dal gioco.
Il superamento del falso ego
La più grande scenografia è il sé, il falso ego, il nostro «io» individualistico. All’inizio la nostra pratica viene eseguita sulla base di questo falso ego e dell’«io» individualistico: non c’è modo di evitarlo. Qualcosa nel Dharma ci attrae, qualcosa piace al nostro ego, e pensiamo: «Accidenti! Questo è autentico! Questa è esattamente la pratica giusta, è genuina». Abbiamo sentito parlare dei ritiri al buio e pensiamo: «Accidenti, una cosa così non esiste da nessuna parte: né tra i krishnaiti, né presso gli uni, né presso gli altri. E qui c’è. Otterrò sicuramente qualche esperienza, deve essere qualcosa di straordinario. Sarò come Milarepa o come i siddha». Oppure abbiamo visto le tecniche sofisticate del kriya-yoga e abbiamo pensato: «Questo è qualcosa di davvero complesso, incredibile! Questo mi ispira moltissimo». Oppure abbiamo sentito parlare del kundalini-yoga, del fatto che qualcuno sia entrato in samadhi, che il suo respiro si sia fermato e che il suo corpo sottile sia uscito attraverso la sommità del capo.

Tutte queste, naturalmente, sono esperienze meravigliose e importanti; tuttavia l’esperienza del risveglio è molto più profonda, perché l’esperienza dell’abbandono di sé e del rifiuto dell’«io» individuale (autotrascendenza) include in sé tutte le pratiche e tutta la potenza dei diversi metodi.
Pentimento
Il vero yogin, il monaco, ricorda sempre i suoi voti, in particolare il voto di ahimsa (non violenza), la non acquisitività (il non possedere beni materiali), il servizio, l’obbedienza, la castità (brahmacharya) e le regole della disciplina. Possiede forza d’animo, fede e devozione, osserva tutti i precetti, è saldo nell’osservanza di tutti i voti e comandamenti, dimora costantemente nella contemplazione, nella consapevolezza e nella meditazione, è diligente nella pratica e nel servizio, ama la propria cella e il monastero, i luoghi favorevoli alla sadhana. Evita la vanità mondana e il parlare ozioso. Così trascorre i giorni e le notti faccia a faccia con la Verità suprema.
Il vero yogin, il monaco, è moderato in tutto, perdona tutto, manifesta amore verso tutti, è paziente, costante, severo con se stesso, sempre attento, rigoroso e contenuto, dispassionato, modesto, possiede umiltà, è distaccato dai desideri di questo mondo, non giudica gli altri, vede allo stesso modo l’oro e i ciottoli, è uguale nella gioia e nel dolore, nella gloria e nel disonore, nei piaceri e nelle sofferenze, controlla la propria mente e le proprie emozioni, essendo immerso nel suo Sé Supremo, evita i piaceri sensoriali e la comunicazione superflua con l’altro sesso, evita di esprimersi senza necessità, evita la vanità mondana e l’attaccamento per amore del Dharma.
Il vero yogin, il monaco, è sempre immerso nella contemplazione, dimora nella consapevolezza, studia il Dharma, mantiene la diligenza nella meditazione, ricorda l’impermanenza, la preziosità della nascita umana, la legge del karma e le sofferenze, orienta ogni pensiero al risveglio.
Tutti i monaci ripetono:
Mi pento! O tutti i rishi e mahasiddha, santi e buddha di tutte le dieci direzioni, tutte le dee e divinità illuminate, avadhuta Dattatreya e Adinatha, guru-parampara e Guru, ricordatevi di me! Vi prego, aiutatemi a purificare la mia coscienza dalle impurità e dalle klesha, eliminate l’oscurità dell’ignoranza, accogliete il mio sincero pentimento, orientate la mia coscienza soltanto al Dharma e alla liberazione dalle illusioni. Possano le forze del sincero pentimento e le klesha trasformarsi nella pura energia della Saggezza e della Chiara Luce!



