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La dedizione di sé come via alla conoscenza di sé e alla volontà divina

30.05.2026
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La dedizione di sé come via alla conoscenza di sé e alla volontà divina

Il nostro scopo come sadhu è la comprensione della Sapienza Divina e il seguire i santi. È molto importante comprendere che non è importante soltanto comprendere la Sapienza Divina, ma anche seguire i santi, perché i santi incarnano il principio della Volontà Divina, e quando seguiamo i santi, le sacre scritture, ci uniamo anche alla Volontà Divina e iniziamo a trasmettere la Volontà Divina.

Seguire i santi significa unirsi alla propria divinità eletta, l’Ishta-devata, all’Albero del Rifugio, alla linea dei Guru, al Guru radice, alle sacre scritture e al Sat-Guru dentro di sé. Siamo un sadhu saggio e corretto quando comprendiamo la Sapienza Divina e seguiamo i santi.

Quando seguiamo i santi, pratichiamo la Guru-yoga, invochiamo l’Ishta-devata Dattatreya, ci uniamo all’Albero del Rifugio, e allora, purificando noi stessi, diventiamo conduttori della Volontà Divina. Alla fine, seguendo i santi come incarnazione e manifestazione della volontà divina, possiamo percepire in modo puro che cosa sia Dio e che cosa sia la Volontà Divina, e diventare noi stessi conduttori, puri conduttori della Volontà Divina.

Quando diventiamo un puro conduttore della Volontà Divina, entriamo noi stessi nell’Albero del Rifugio, diventiamo una parte pienamente compiuta della parampara dell’Albero del Rifugio dei santi, e il nostro nome viene iscritto nella linea di trasmissione dell’Albero del Rifugio, e diventiamo vasi di conoscenza, esseri divini, vidyadhara, coloro attraverso i quali, come attraverso un conduttore, discende l’energia delle benedizioni divine.

Il cammino dell’ascesi interiore

Per questo pratichiamo l’antar-tapasya (il cammino dell’ascesi interiore). Colui che percorre il cammino dell’ascesi interiore rinuncia a se stesso ogni secondo, per essere continuamente in Dio. Finché è rinunciato e dimora in Dio, in quell’istante è santo. Se dimentica Dio e il cammino della rinuncia, la sua santità svanisce come se non fosse mai esistita. Perciò, qualunque cosa accada, il sadhu cerca sempre la mano di Dio e si affida a essa. Qualunque cosa stia facendo il suo corpo, egli cerca il proprio signore, come un bambino cerca sua madre.

Dobbiamo imparare sempre e ovunque ad affidarci a Dio, a lasciare gli attaccamenti e la volontà del nostro ego: in questo sta l’essenza della prapatti-yoga, dell’autoabbandono e del lasciare andare se stessi. L’essenza è passare sotto la giurisdizione di Dio.

Due volontà: egoistica e divina

Due volontà dentro l’uomo: la volontà personale e la Volontà Divina

Abbiamo una nostra volontà, un nostro autocontrollo, un affidamento su noi stessi e determinati confini della nostra personalità: ahamkara. Questa nostra volontà personale incarna la nostra ignoranza, il nostro karma, è il conduttore del nostro karma. E c’è la volontà divina: essa scaturisce dalla coscienza luminosissima e sottilissima, incarna la nostra libertà, la lila divina, il gioco, è completamente libera dal karma, dalle cause e dagli effetti.

Queste due volontà dentro di noi, per così dire, competono, lottano. All’inizio la Volontà Divina non si sente affatto, è come se fosse soffocata e dormisse, mentre la volontà del nostro ego è molto forte, perché ci siamo affidati a essa già da molto tempo, per molte centinaia di vite; essa ci ha custoditi, protetti, ha garantito la nostra sopravvivenza, ci ha posto degli obiettivi, e ci siamo abituati al fatto che questa volontà sia il nostro signore, il nostro re e sovrano, che essa sia proprio noi stessi, e che sia proprio essa che bisogna ascoltare, proprio a essa bisogna obbedire, essa bisogna far passare attraverso il proprio corpo e la propria mente.

Entriamo nel cammino spirituale, e improvvisamente sorge un conflitto: si scopre che esiste anche la Volontà Divina e che la Volontà Divina deve essere posta al di sopra della volontà del proprio ego. E dentro di noi nasce una tale lacerazione, diventiamo per un certo tempo come servitori di due padroni. Una volontà è grande e potente, noi pensiamo e crediamo, e le sacre scritture e i saggi dicono: sì, bisogna ascoltarla. Ma come si dice: «Dio è lontano», mentre la propria volontà è qui e ora, e sembra che la si debba respingere, ma essa aiuta nella vita e talvolta offre conforto, gioia sincera e piacere.

Quando comprendiamo che esiste una tale lacerazione e non capiamo del tutto quale volontà ascoltare, proprio qui dobbiamo dire chiaramente a noi stessi: «Se mi sono incamminato sul sentiero, allora devo seguire le sacre scritture, i santi saggi; devo fare chiarezza in tutto questo, devo acquisire la pancha-kosha-viveka — il discernimento tra me stesso e i miei involucri — devo capire che cosa devo ascoltare: se gli impulsi del corpo, o le sensazioni dell’energia, o la mente del corpo sottile, del corpo astrale, sentirlo, trasmetterlo, servirlo, oppure ascoltare il mio corpo mentale, il mio pensiero sottile, oppure sentire e ascoltare il mio corpo causale, oppure respingere tutto questo e ascoltare soltanto la purissima Volontà Divina come il trascendente. Oppure devo ascoltare chiaramente ciò che dicono le scritture, i santi saggi e il Guru».

Ed ecco questa comprensione: quando iniziamo a distinguere la volontà Divina dalla volontà del nostro ego, e cominciamo a comprendere di quale volontà siano tramiti le sacre scritture e i santi saggi, essa è molto importante per noi, e la chiamiamo viveka, pancha-kosha-viveka. Allora la nostra anima comincia a scegliere che cosa servire, di chi essere tramite, chi ascoltare.

La guerra dell’informazione per la coscienza

Oggi il mondo moderno è saturo di informazioni, e molte persone sono disorientate, la loro coscienza viene continuamente attaccata da diversi mezzi di comunicazione di massa. Oggi i mezzi di comunicazione di massa sono mezzi di manipolazione di massa della coscienza. Oggi nessuna notizia arriva semplicemente così: qualsiasi notizia esprime gli interessi di qualche holding mediatica, di qualche società mediatica. E il flusso delle notizie viene selezionato in modo da promuovere gli interessi di certi gruppi politici, un determinato punto di vista, una determinata forma di visione karmica.

Oggi il mondo, in senso globale, è diventato una grande struttura informativa, e ogni struttura tende a difendere la propria visione del mondo, il proprio punto di vista, persino il proprio progetto geopolitico, il proprio sistema di valori. Non troverete un sistema di valori comune per tutta l’umanità: esistono moltissimi gruppi di influenza, e ciascuno ha il proprio sistema di valori. Democratici liberali, capitalisti ortodossi, rappresentanti delle minoranze sessuali, rappresentanti di vari partiti, rappresentanti di diversi governi, di corporazioni transnazionali; e questi punti di vista sono costantemente in competizione: ciascuno difende il proprio tunnel di realtà, la propria visione, il proprio diritto di influenzare la storia, di creare il futuro, di andare avanti. Spesso tra loro sorgono conflitti, lotte, e tutto questo è una lotta per la coscienza, per l’anima, affinché un gran numero di persone mi sostenga. Questo processo continua anche dentro di noi.

Il parlamento dell’anima

Dentro di noi non c’è una coscienza omogenea; non si può immaginare l’anima come qualcosa di unico. Piuttosto, la nostra anima non è qualcosa di unico, ma un intero parlamento, e in questo parlamento ci sono i suoi radicali e liberali, i suoi socialisti, marxisti e capitalisti, ci sono i suoi santi e ci sono i peccatori. La nostra anima è un campo di coscienza in cui agiscono le sue forze sottili ed eterogenee: diverse sub-personalità, alter ego, proiezioni mentali; ma c’è naturalmente anche direttamente il nostro “io”, che esprime la nostra individualità in questo momento.

Un sadhu è colui che impara a separare se stesso dalla moltitudine di volontà interiori, chiamate anche chaitasika (piccole menti, piccoli intelletti). A volte vi siete adirati con qualcuno, e nella mente sottile è apparso un qualche uomo adirato, e ormai vive indipendentemente nella vostra coscienza. Oppure in voi è sorto un sentimento elevato durante il Bhajan-mandala, si è generata una divinità, e anche questa divinità vive ormai indipendentemente nella vostra coscienza e vi ispira. Quest’uomo malvagio e questa divinità sono parti di un’unica coscienza, ma hanno punti di vista diversi. A volte ascoltate dentro di voi l’uomo adirato (forse è stato generato all’età di cinque anni da una forte impressione, da una samskara), e a volte ascoltate dentro di voi la divinità interiore; a volte seguite l’uno, a volte l’altra. E tutto questo si chiama volontà del nostro ego, volontà della nostra anima, che scaturisce dal nostro karma.

Un sadhu è colui che impara a discernere questa volontà, e comprende che i santi, i santi saggi, le sacre scritture sono tramiti della volontà Divina, e che bisogna ascoltarli, mentre non ci si può fidare di se stessi finché ci si trova a questo livello. Finché siete a questo livello, non ci si può fidare della volontà che proviene dall’ego, dal corpo sottile, finché non si giunge alla volontà profonda, purissima, primordiale, originaria dentro di sé, la volontà che viene dal Sat-Guru.

Il sadhu si rivolge all’Albero del Rifugio e alle sacre scritture

Perciò il sadhu aspira ad abbandonare l’attaccamento al proprio falso ego; cerca non la propria volontà, ma la volontà Divina, si affida non alla propria saggezza, ma alla saggezza Divina. E quando non ha affatto comprensione di che cosa sia la saggezza Divina, guarda nelle sacre scritture. Apre lo “Yoga Vasistha”, la “Tripura Rahasya” e guarda: “Ecco in che cosa consiste la saggezza Divina, ecco in che cosa consiste la volontà Divina”. Si rivolge ai santi; in questo sta la grandezza dell’Albero del Rifugio: Dattatreya, i rishi, i siddha, gli dèi Brahma, Vishnu, Shiva; sono oggetti santi sovrapersonali, sconfinati, infiniti, eterni, che non cambiano con il tempo, sono grandi forze del Divino, energie divine. Sulla Terra passeranno kalpa e yuga, sulla Terra cambieranno morale, etica, moralità e cultura, ma l’Albero del Rifugio è immutabile; su di esso il sadhu può fare affidamento, deve seguirlo, deve condurre la volontà dell’Albero del Rifugio.

Principi dell’autoabbandono

Dunque, il sadhu non cerca la propria grandezza e la propria gloria, ma la grandezza e la gloria di Dio; non cerca di essere colui che assapora e gode di tutto ciò che consuma, ma si sforza di permettere a Dio, attraverso di lui, di assaporare e godere. Il sadhu può avere qualsiasi sensazione e sentimento, ma non deve appropriarsene: questo è il senso dello prapatti-yoga, del nishkama-karma-yoga. Il sadhu offre a Dio tutte le esperienze, i sentimenti e le sensazioni, e allora i sentimenti non gli nuocciono, perché cessano di legarlo, di porlo in una condizione di dipendenza; i sentimenti cessano di essere briganti. Essi svolgono semplicemente il ruolo di soldati, e il re di questi soldati è la consapevolezza.

Il sadhu offre a Dio tutti i pensieri, e allora i pensieri non gli nuocciono: non diventano complesse catene di costruzioni che lo spingono a compiere determinate azioni nel karma. A volte una persona dice: «il destino mi spinge». Ma che cos’è il destino? Non sono altro che pensieri, e i pensieri provengono dalla coscienza: è l’uomo stesso che si spinge incontro a qualcosa. Ma quando il sadhu offre a Dio tutti i suoi pensieri, nessun destino lo spinge più, nessun pensiero lo costringe a incarnare le proprie vasana. L’uomo comincia a liberare se stesso, e noi chiamiamo questo pratimoksha: l’arte dell’autoliberazione. Il sadhu offre a Dio la propria parola, e allora le sue parole diventano nettare di benedizione. E il principio qui è questo: offri a Dio tutte le azioni, ed esse non ti legheranno, ma diventeranno il Suo gioco, la lila.

Il cammino verso l’unità con il Divino

Noi aspiriamo, conoscendo la saggezza Divina, a compiere la volontà Divina, a essere puri conduttori della volontà Divina; allora non dobbiamo preoccuparci troppo delle azioni: le nostre azioni saranno guidate dall’interno dal Divino, e gradualmente diventeranno da sé una lila.

Il sadhu vive secondo il principio: offri te stesso a Dio e tu stesso diventerai con Lui una cosa sola; in questo consiste il principio dell’Advaita. Tuttavia, l’Advaita non è realizzabile prima che lo prapatti-yoga abbia avuto compimento. Senza essersi offerti, è impossibile affermare: «Aham Brahmasmi». Aham Brahmasmi sorge da sé dopo l’autoofferta, perché l’ego, la jiva, non può affermare: «Aham Brahmasmi». La jiva non è Shiva se non si trova in uno stato di autoofferta.

Ma quando l’anima si offre a Dio, solo allora la jiva diventa una con Shiva: essa elimina la propria individualità, si fonde con Dio in questa autoofferta, sopraggiunge la pratyabhijna (auto-riconoscimento). E non è più l’anima a riconoscersi come Dio, ma è Dio a riconoscere Se stesso come Dio, mentre l’anima è semplicemente il Suo strumento. Non può accadere che l’anima riconosca se stessa come Dio, che la jiva realizzi: «oh, io sono Shiva»! Non può essere così, è impossibile in linea di principio. Perché la jiva è sempre jiva, la jiva è sempre una limitazione.

La jiva può offrire se stessa a Dio, ma nel momento dell’offerta eliminerà completamente la rappresentazione «io sono l’anima», cancellerà del tutto l’anava-mala. Ed ecco allora che la jiva dirà: «sì, io sono Shiva, lo sono sempre stato. Io sono Dattatreya, lo sono sempre stato, lo sono sempre, e l’anima è energia, il mio strumento». Ed è qui che sopraggiunge l’auto-riconoscimento, quando il sadhu può dire: «Aham Brahmasmi».

I principi della vita divina

Autoofferta interiore e accettazione di tutto come grazia di Dio

Il sadhu vive secondo il principio: permetti a Dio di possederti, ed Egli diventerà te. Vive secondo il principio: offri a Lui te stesso e tutti i tuoi beni, e l’intero universo diventerà tuo. Qualunque cosa accada, accoglila come grazia di Dio: le Sue benedizioni o le Sue maledizioni; e quest’arte bisogna impararla dai santi. Dio stesso sa chi e che cosa inviarti, come istruirti nel modo migliore. Egli ti conduce a Sé per la via più breve. Non opporti a ciò che Egli ti dà, ma riconoscilo come grazia: in questo consiste la legge dell’ascesi interiore. L’ascesi interiore consiste nel dimorare nello stato di contemplazione del Divino e in un costante stato di autoofferta.

Allora il sadhu impara a compiere non la propria volontà, che proviene dalla jiva, dal corpo sottile, e che è una continuazione del karma, ma la volontà Divina. La volontà Divina non è racchiusa in immagini, pensieri, simboli, parole, suoni o lettere, ma è espressa dalle anime sante, dagli dèi. Dattatreya, l’Ishta-devata per lo yogin, è appunto l’espressione di tale volontà divina. Quando vogliamo sapere che cosa voglia la volontà Divina, possiamo leggere la «Tripura Rahasya», rivolgerci a Dattatreya, ai suoi testi sacri, rivolgerci all’Albero del Rifugio, che trae origine da Dattatreya, e possiamo comprendere che cosa voglia la volontà Divina attraverso i suoi portatori.

Il sadhu non tradisce Dio con nessuno e con nulla, e perciò Dio non lo abbandona. Egli non lascia mai l’uomo, ma se l’uomo tradisce Dio con qualcuno o con qualcos’altro, allora gli sembra che Dio lo abbia abbandonato. Il sadhu non sperimenta mai una cosa simile, perché ricorda di non appartenere a se stesso, ma di appartenere a Dio. Nell’illuminazione, il sadhu è l’Assoluto stesso che ha assunto un corpo e gioca a essere sadhu.

L’impossibilità di raggiungere Dio attraverso gli sforzi dell’ego

E allora il sadhu deve chiedersi: qual è dunque il mio scopo, aspiro a rendermi libero, puro, saggio, santo, illuminato, oppure desidero donarmi a Dio, qualunque io sia, senza alcuna condizione? Finché non avverrà l’abbandono a Dio, per quanto ci sforziamo, sarà un tentativo di spremere olio da una pietra.

È impossibile diventare liberi cercando di rendere se stessi liberi, così come è impossibile tirarsi fuori prendendosi per i capelli, così come è impossibile salvarsi da un ladro chiedendo aiuto a un ladro, così come su un melo non crescono manghi, una mucca non può partorire un bambino e dai semi di pisello non può spuntare la segale; se purifichiamo il rame lucidandolo, non otterremo mai l’oro. Allo stesso modo, purificando noi stessi come esseri umani, rimanendo in samskara egoistici, in una visione egoistica e umana, non dobbiamo sperare che dai nostri sforzi nasca Dio, nasca il Divino, perché Dio nasce solo da Dio. Dio dimora di per sé, nessuno può crearlo con i propri sforzi. È sempre un’illusione pensare che, migliorando noi stessi, apportando qualche correzione, possiamo raggiungere l’illuminazione. Non possiamo raggiungere l’illuminazione in questo modo; è attraverso l’auto-dedizione dell’anima a Dio che possiamo raggiungere l’illuminazione.

Questo non significa che non si debbano compiere sforzi e praticare; in tutti gli altri sensi gli sforzi sono importanti e necessari. Gli sforzi sono necessari nella sadhana e per la realizzazione dei sankalpa, per la purificazione dell’anima e la preparazione di sé all’auto-dedizione: ecco, per questo gli sforzi sono necessari. Ma oltre questo lo sforzo è impossibile. E dobbiamo comprendere il senso dell’anupaya-yoga, la via del non-sforzo, la via dell’auto-dedizione.

Cosmologia della creazione e tre aspetti del Divino

Gli scienziati affermano che l’universo nacque dal caos cosmico primordiale, che si trovava in uno stato molto inerte. Questo corrisponde alla tradizione vedica: questo caos cosmico primordiale in stato inerte è il dio Shiva. Poi cominciarono ad apparire alcune zone di disomogeneità nell’universo, come nella coscienza alcune vibrazioni originarie, come oscillazioni nella mente, ed esse esistettero per moltissimo tempo. Queste vibrazioni (in sanscrito “spanda”) esprimono l’intenzione della coscienza di manifestarsi, ma sono molto disomogenee; la differenza può essere circa dello 0,5% rispetto a questa coscienza inerte. Questo corrisponde al dio Vishnu, quando si dice che Vishnu giace sulle acque dell’oceano causale e sonnecchia per miliardi di anni. Queste vibrazioni disomogenee sono molto stabili ed esistono per un lungo periodo di tempo.

Poi si dice che dall’ombelico di Vishnu appare un loto e da esso nasce Brahma il Creatore. Inizia un’attività potentissima; con la forza della mente, Brahma comincia a generare molti esseri e diversi universi. E questo corrisponde alla teoria della creazione dell’universo: nei primi istanti, quando si dice che un istante prima della creazione avvenne un enorme riscaldamento dello spazio, la temperatura era di alcune centinaia di miliardi di gradi. A causa di questa temperatura supercalda l’universo cominciò a esplodere. Fu istantaneo, fulmineo (in un secondo la luce percorre trecentomila chilometri). E quando l’universo fu riscaldato fino a uno stato così incredibile, iniziò la condizione di un’enorme esplosione; già in un secondo l’equilibrio fu infranto, e entro l’orizzonte della propagazione della luce (circa trecentomila chilometri al secondo) nell’universo fu creato uno spazio enorme, dove tutti gli esseri, le stelle, i pianeti erano già in germe, in potenza. Questo è il principio di Brahma, che crea mondi immensi con la forza dell’intenzione, con la forza del sankalpa.

Poi il tempo cominciò a dispiegarsi, questa energia fluiva, non si mantenne in equilibrio; cominciarono a dispiegarsi tamas, rajas e sattva, i cinque elementi, e lo spazio cominciò ad apparire. In questo spazio comparve un movimento potentissimo, apparve l’elemento aria. In alcuni luoghi dello spazio, dove vi era un forte riscaldamento, apparve l’elemento fuoco, l’elemento fuoco sotto forma di plasma. Solidificandosi, esso cominciò a raffreddarsi e a diventare acqua; le molecole d’acqua, condensandosi, in alcune zone cominciarono a depositarsi e a sprofondare in una dimensione più densa, nella grossolanità, nella materializzazione: così apparve l’elemento terra. E questa grossolana università materiale è la conseguenza del raffreddamento di questi elementi e della dispersione di questi cinque elementi; tutto questo è la creazione di Brahma. Tutte le intenzioni, i pensieri, i sankalpa di Brahma cominciarono a incarnarsi.

Brahma, Vishnu e Shiva sono tre stati dell’universo:

Brahma — nel momento della creazione;

Vishnu — uno stato stabile di vibrazione prima della creazione, che esiste per moltissimo tempo, uno stato di disomogeneità dello spazio;

Shiva — è il non manifestato, molto inerte, nessun movimento, nessuna disomogeneità; è un caos quantico simile a un buco nero, la guna tamas, e oltre i suoi confini.

Questi tre stati esprimono tre forme del Divino, tre energie del Divino: jnana-shakti, iccha-shakti e kriya-shakti. Dietro tutte queste tre energie c’è turiya, lo stato trascendente, quello che non è legato né alle manifestazioni, né alla materializzazione dell’universo, né al suo mantenimento, né alla sua distruzione.

L’anima e la sua unità con il Divino

Il bindu indaco dell’anima si muove verso l’alto lungo i canali sottili della coscienza

L’anima è una particella del sankalpa di Brahma; si può dire che sia lo stesso Brahma, che ha creato le anime, ha creato questa energia per giocare meglio, per comprendere meglio se stesso attraverso le proprie parti. E finché l’anima non comprenderà la propria unità con queste tre grandi forze: Brahma, Vishnu, Shiva, e non raggiungerà quel livello della creazione, dell’universo, quel livello di cosmologia e teurgia in cui si trovano loro, non conseguirà la liberazione.

C’è una persona a Čeljabinsk che dice: «Io sono Dio. Ho realizzato tutto, vi benedico». A volte va in chiesa, a volte dai protestanti, dai vaishnava, e dice: «Io sono Dio e vi benedico». L’ultima volta, mi hanno detto, i vaishnava per poco non lo hanno picchiato. Gli hanno detto: «Se tu sei Dio, allora devi sollevare la collina di Govardhana, come fece Krishna».

In questo consiste l’illusione dell’anima: l’anima non può dire «Io sono Dio» finché rimane anima, e quando l’anima si dissolve in Lui, non ha bisogno di dichiararlo a nessuno: essa è Lui di fatto. A una persona del genere direi: «Allora devi riscaldare l’universo, come Brahma, fino a un miliardo di gradi, e poi provocare un nuovo big bang, se sei Dio». A volte la neo-Advaita genera simili trucchi della mente e trucchi dell’ego. Poiché noi seguiamo l’Advaita classica, riteniamo che parlare così sia un’illusione.

La differenza tra metodo e realizzazione

Questo può essere riconosciuto come una visione, ma non come comportamento; può essere riconosciuto come kriya-jnana, un metodo operativo, ma non come un fatto, non come shuddha-jnana. Il metodo operativo è kriya-jnana. Se praticate kriya-jnana, potete ripetere «Io sono Dio» quanto volete: Aham Brahmasmi, Aham Brahmasmi, e va bene, questa è la vostra meditazione, ma non è un fatto: bisogna distinguerlo. A nessuno verrebbe in mente che voi siate Dio, che voi siate un nuovo Brahma. È un metodo nel corso del quale il vostro ego deve dissolversi, ma l’esperienza reale di «Aham Brahmasmi» arriva da sé, naturalmente, dopo la resa di sé della jiva, dopo che abbiamo dissolto completamente il nostro ego ai piedi della Luce Divina. E allora l’esperienza di questa Luce Divina, proprio essa, è il principio di «Aham Brahmasmi». Tutto avviene attraverso la resa di sé: il riconoscimento di sé (pratyabhijna) avviene naturalmente.

Le mie benedizioni affinché tutti aspirino a essere conduttori della Volontà Divina, affinché vediate il vostro scopo non in voi stessi, ma in Dio, nella Luce Divina, nella Grazia Divina.

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