Commento al testo «Ashtavakra Gita. Capitolo 1. Il Testimone»
«Tu sei libero dagli attaccamenti e dalle azioni, privo di difetti, autoluminoso. In verità, sei legato soltanto dall’aspirazione all’illuminazione. Per natura sei pura Consapevolezza. Da te è pervaso questo Universo. Tutto ciò che esiste è contenuto in te. Trascendi la limitatezza della mente. Dimora soltanto nella Consapevolezza: indipendente, immutabile, priva di forma, inconcepibile per la ragione, serena e imperturbabile».
Dentro di noi è nascosta la Coscienza divina, il Dio interiore. È una particella dell’Assoluto, una particella di Shiva, che è sarva-karana-karanam (la causa di tutte le cause), che è svayambhu (autogenerato), cioè non generato da nessuno, non creato, non prodotto, ma esistente da Sé, fondato su Sé stesso e che produce questo Universo da Sé stesso. Una particella di questa Coscienza è nascosta dentro di noi, e questa particella è altrettanto infinita nelle sue qualità quanto Paramashiva, Brahman, l’Assoluto.
Ciò che è nascosto dentro di noi supera ciò che sappiamo di noi stessi. Per esempio, sappiamo di noi stessi (ne siamo certi) di essere un uomo o una donna, quale sia la nostra nazionalità, dove viviamo, la nostra età, il carattere, l’intelletto, le abitudini, la biografia. Questo è tutto ciò che ci è noto di noi stessi. Esiste un’altra area: ciò che non ci è noto di noi stessi. È un’area di terra incognita, non ci è nota, non sappiamo assolutamente nulla di essa, possiamo soltanto apprenderne qualcosa dalle Sacre Scritture e solo intuirla.
È simile a quando avete un telefono cellulare, un iPhone, e conoscete alcune delle sue funzioni. Ma quali funzioni e possibilità vi abbiano inserito gli sviluppatori, potete solo immaginarlo. E vi è stato inserito molto più di quanto voi sappiate. Utilizzate un insieme di funzioni molto limitato: chiamare, inviare un messaggio, registrare un video, internet e basta. Ma gli sviluppatori vi hanno incorporato moltissimo. Allo stesso modo, anche in questo corpo i suoi sviluppatori (gli dèi, Shakti, Shiva) hanno incorporato moltissimo, ma noi possiamo solo intuire le sue funzioni e le sue possibilità interiori. Per comprendere quali siano le possibilità di questo telefono, bisogna leggere le istruzioni, studiarle seriamente. Allo stesso modo, per comprendere le proprie possibilità, bisogna studiare le istruzioni, studiarle e praticare.
I testi sacri sono istruzioni per utenti principianti su come comprendere sé stessi. Siamo utenti del nostro corpo, della mente, del prana, ma ancora inesperti. Conosciamo pochissime funzioni e siamo per lo più identificati con questo corpo e con i tattva inferiori. L’istruzione è pramana, ciò che viene chiamato «testimonianza autorevole», ricevuta dai santi lungo la catena discendente della successione. La catena discendente della successione è ciò che viene chiamato apaurusheya (conoscenza non umana), cioè conoscenza che discende da Dio all’uomo. Non che procede dall’uomo a Dio, ma che discende.
La Consapevolezza priva di forma
Dunque, Ashtavakra dice: «Dimora nella consapevolezza, indipendente, immutabile, priva di forma». Dentro di noi c’è una consapevolezza che non dipende dalla percezione, dal nome e dalla forma. Ashtavakra dice: «Ciò che ha forma non è vero. Solo ciò che è privo di forma è eterno». Il nome e la forma appartengono alle modificazioni della natura materiale (prakriti). Nel momento del Pralaya (la dissoluzione dell’Universo) tutto questo scompare.
Ma in realtà non è nemmeno necessario attendere il Pralaya perché tutto questo scompaia e si dissolva. Per esempio, tra trecento anni, nel 2318, questo luogo sarà difficile da riconoscere e anche tutti noi saremo difficili da riconoscere. Se incontrerete qualcuno tra trecento anni, direte: «Oh, come siete cambiati!» Spero che tutti cambino in meglio, siedano su loti sotto forma di divinità, emanino uno splendore di luce, proiettino con la magia dell’intenzione corpi illusori in mondi diversi, e con la mente dimorino nel Brahman. Questi sono buoni cambiamenti. Con la materia che ha nomi e forme avvengono sempre cambiamenti, perciò il sadhu ritiene che ciò che ha forma sia vuoto, illusorio, non abbia valore, e non sia possibile farvi affidamento.
«Solo ciò che è privo di forma è eterno». Privo di forma significa lo spazio infinito della consapevolezza, il Maha-tattva, che si trova oltre lo spazio. Buddhi è un altro nome del Maha-tattva, l’elemento della coscienza. L’elemento della coscienza esiste così come gli altri elementi (terra, acqua, fuoco, vento, spazio), ma questo elemento è sottile ed è interiore. I cinque elementi esterni sono molto più grossolani. Questo elemento della coscienza è collegato non solo a noi, ma a tutti gli esseri viventi.
Scoprire l’elemento della coscienza attraverso la contemplazione è il primo passo verso ciò di cui parlano i Testi sacri. E Ashtavakra garantisce: «Avendo compreso questa verità, non ti troverai di nuovo nell’illusione». E che cos’è questo elemento della coscienza? È l’Atman come particella di Shiva dentro di noi.
«Come uno specchio è dentro e fuori dall’immagine in esso riflessa, così anche il Sé supremo è dentro e fuori da questo corpo. Come lo spazio onnipervadente è dentro e fuori dal vaso, così anche l’Assoluto Eterno e Onnipervadente è dentro e fuori da tutto ciò che esiste».

Lo spazio onnipervadente della pura coscienza viene paragonato allo spazio nascosto all’interno di una brocca. Sembra che la brocca nasconda lo spazio. Ma in realtà esso non può essere nascosto da nessuno, e il processo del nascondere è un’illusione per lo spazio. Quando la brocca si rompe, lo spazio nella brocca si mescola con lo spazio esterno e si scopre che era soltanto un unico spazio. Cioè, in realtà, lo spazio dentro la brocca e lo spazio fuori sono sempre stati un unico spazio, ma vi era una certa illusione di separazione. In realtà è impossibile racchiudere lo spazio in una brocca. Quando comprendiamo la verità della coscienza senza forma, questo spazio onnipervadente dentro e fuori si rivela.
La dissoluzione del corpo sottile
Come comprendere la verità della coscienza onnipervadente? Bisogna liberarsi dalle proprie rappresentazioni fisiche legate al nome e alla forma. Il corpo fisico è soltanto l’espressione del nostro carattere, della personalità, che è contenuta nel corpo sottile. Il corpo fisico è semplicemente una tuta spaziale. C’era il film «Matrix», in cui venivano mostrati grandi robot da combattimento dentro i quali sedevano delle persone che li comandavano. Il robot camminava, e l’uomo al suo interno lo guidava. Allo stesso modo, il corpo è un robot biologico, ma colui che lo governa siede dentro, e questo è l’anima.
Se vi guardate l’un l’altro non come corpo, ma come anima, allora vedrete il corpo semplicemente come una tuta spaziale, dentro la quale siede un governatore, l’anima. E anche questa anima ha una forma umana, rappresentazioni umane. Proprio per questo anche il corpo fisico è così. Il corpo fisico assume la forma che ha l’anima. Se l’anima cambia forma o cambia livello di energia, allora anche il corpo cambia (o cambia la struttura, oppure si trasforma completamente).
Per comprendere questa coscienza senza forma, bisogna dissolvere l’anima, il corpo astrale, che dimora all’interno del corpo fisico e lo governa. E questo corpo sottile, che governa il corpo fisico, contiene il nostro carattere, gli attaccamenti, l’intelletto, la personalità, le abitudini, le tendenze. In generale, è tutto ciò che chiamiamo personalità, antahkarana: il nostro strumento interiore. Il processo di tale dissoluzione nella Laya-yoga si chiama antahkarana laya chintana.
Dissolvere significa avvicinare alla particella divina di Shiva, che non ha nulla in comune con tutte queste caratteristiche personali. La dissoluzione avviene nel momento dell’avvicinamento. Questa particella di Shiva (Atman) dona la grazia, dona il darshan, e allora tutto ciò di cui è composta l’anima comincia gradualmente a dissolversi e a trasformarsi.
In altre parole, dobbiamo perdere la forma egoica umana alla quale siamo attaccati, con la quale ci identifichiamo. Per esempio, se ci sono certe abitudini, bisogna perdere queste abitudini, dissolverle. Oppure, quanto meno, lasciarle, ma cambiare atteggiamento nei loro confronti, il che equivale a un cambiamento. Quando l’atteggiamento è cambiato, esse non svolgono alcun ruolo. Se ci consideravamo qualcuno e ci identificavamo con questo, bisogna dissolverlo o smettere di identificarsi.
L’insegnamento sulla possibilità del cambiamento
Un sadhu non dice: «Sì, io sono così!» Questo è un sadhu sciocco. Un vero sadhu non parla mai così. Perché? Perché non appena lo dirà, che cosa gli risponderà il Guru? «Bene, allora cambia! A che serve che tu sia così!? Eri così, e allora? Ti ha aiutato? Ti ha salvato dalla sofferenza, ti ha dato la felicità, ti ha dato Dio, l’immortalità, l’eternità, la pienezza divina, la saggezza divina? Non aggrapparti, non andare in giro portandoti dietro il fatto che sei così! In realtà non sei affatto così. Sei tu che pensi di essere così in questo momento e nella situazione attuale. Ma in realtà non sei così. Ti sei inventato di essere così e ci hai creduto, ti sei consolidato in questo e ora insisti di essere così!» E nessun altro, eccetto il Guru, dirà questo. In questo sta il valore del Guru-tattva. Un altro dirà: «Beh, sì. Tu sei così, e io sono così. Ok, rispetto!» Ma quando venite dal Guru, questo per lui è un segnale che non volete restare così, che non vi aggrappate a questo. Il Guru dice: «Tu pensi di essere così, ma non sei così!» Perché il Guru sa la stessa cosa, anche lui un tempo la pensava così. E poi ha capito che tutto è diverso, che lui è completamente, completamente un altro. Perciò vede che anche nel discepolo c’è tale possibilità. Quando un discepolo dice: «Sì, io sono così!», il Guru risponde: «Nessun problema, eri così, diventerai diverso. Cambia e basta». Al discepolo manca la saggezza per capire che può cambiare, pensa che sarà sempre così. Ma il Guru lo sa perfettamente.

Il sadhu deve comprendere che ha la possibilità di cambiare. Se esiste tale possibilità, significa che esiste la preziosa nascita umana. E se non c’è la possibilità di cambiare, allora significa che non c’è nemmeno la preziosa nascita umana. Ecco, sei sui binari del karma, vi sei così attaccato che, come un tram, puoi muoverti solo avanti o indietro. Un tram non può svoltare a destra o a sinistra a proprio piacimento; è condizionato solo dai binari, dal prarabdha. La preziosa nascita umana, invece, significa la possibilità di cambiare.
La pratica di antahkarana laya chintana

Compiere la dissoluzione di antahkarana laya chintana significa dissolvere tutti i propri attaccamenti, abitudini, ambizioni, tratti del carattere. Quanto meno, disidentificarsi da essi, non insistere su nulla, non attaccarsi a nulla, non aggrapparsi a nulla, non proiettare sé stessi in nulla. Non porsi in generale alcuna cornice, alcun limite, diventare vivi, spontanei, fluidi, non limitati da nulla e devoti soltanto a Dio, tenendo saggiamente conto, al tempo stesso, del luogo, del tempo e delle circostanze.
Quando agiamo in questo modo, il corpo sottile comincia gradualmente a perdere la sua forma abituale. Ognuno di noi ha una forma abituale del corpo sottile. Per esempio, quando pensiamo a noi stessi, immaginiamo il nostro futuro, allora intuitivamente immaginiamo di essere proprio in quella forma. Ma i sadhu comprendono che questo può essere cambiato, e lanciano una sfida a tutto ciò. Si immaginano nell’aspetto di Dattatreya. Sanno che si possono avere tre teste e sei braccia, non camminare, ma sedere su un loto, possedere poteri magici e lo spazio come coscienza, avere come base la luce, spostarsi attraverso tutti i mondi. Perciò si visualizzano come Dattatreya, meditano su sé stessi come sul Brahman all’interno.
Lo yoga del corpo illusorio si fonda su questo: quando ci liberiamo dalle rappresentazioni abituali, quando i sadhu meditano su sé stessi come sulla mahavakya «Aham Brahmasmi». Tutto questo può essere cambiato, e tutto questo deve essere cambiato. Se, per esempio, avete schemi, idee fisse riguardo a qualcosa, questo va cambiato, liberato, purificato, reso vuoto. Come cambiarlo e purificarlo? Bisogna imparare a offrire tutto questo a Dio. Non se ne andrà semplicemente da sé e non si purificherà semplicemente da sé, ma se lo si offre a Dio, allora se ne andrà e si purificherà.
Una volta, probabilmente venticinque anni fa, venne da me una persona per un darshan. Cominciò a esporre i suoi pensieri, le sue idee riguardo alla vita spirituale, le valutazioni sugli altri e così via. Lo ascoltai a lungo, poi gli chiesi: «Lei crede davvero in ciò che dice?» Rispose: «Be’, sì, certo. E come potrebbe essere altrimenti?». Al che gli dissi: «Allora se ne penta. Tutto andrà bene e lei si sentirà sollevato». Perché tutto ciò in cui crediamo a livello della mente, a livello dei sentimenti, ha la natura dell’illusione, è illusorio.
Perciò si dice: «Non bisogna segare le corna di un coniglio». Non le ha, fin dall’inizio non le ha mai avute. «Non bisogna cercare sulla mappa la città dei Gandharva», perché essa fin dall’inizio non esiste. «Non si dovrebbe cercare di conoscere il nome del figlio di una donna sterile», perché ella non lo ha mai partorito, egli non è mai esistito. Tutto ciò con cui ci identifichiamo è illusorio fin dall’inizio, non è reale e rappresenta una forma di vacuità.
Ma che cosa è vero? L’Atman dentro di noi, la coscienza infinita dentro di noi è vera. Ma significa forse che dobbiamo rinunciare all’energia che è stata riversata nel nostro carattere, nelle qualità personali, nei tratti, nelle forme, nelle abitudini? No, non bisogna rinunciare all’energia! L’energia del corpo sottile è anch’essa energia. Manas-shakti è una determinata forza mentale, l’energia del corpo astrale. Ma tutta questa energia deve essere completamente offerta a Dio e dissolta nella non-dualità, deve assumere un altro carattere: vuoto, illusorio, ludico. Ciò significa che questa energia non ci lega più, può manifestarsi in accordo con il tempo, il luogo e le circostanze, serve completamente Dio, è un conduttore della saggezza divina, un conduttore della volontà e del gioco divini.
Dimorare nel corpo causale e la resa completa
Quando dissolviamo la nostra forma astrale umana, il nostro karma scompare insieme a essa, perché il karma era contenuto in questa forma umana e nella memoria di questa forma. Allora rimane soltanto il corpo causale, e possiamo dimorare direttamente nell’anandamaya-kosha (corpo causale). Possiamo essere consapevoli del corpo causale e percepire il mondo con gli occhi del corpo causale. È simile a come se, da svegli, dormiste un sonno senza sogni, ma al tempo stesso non dormiste, bensì foste consapevoli di voi stessi nel sonno senza sogni.
Quando siamo consapevoli della dimensione del corpo causale, siamo consapevoli di Ishvara, siamo consapevoli di Dio, comprendiamo che tutto proviene da Ishvara, tutto è creato da Ishvara, tutto è sostenuto da Ishvara, tutto consiste di Lui, e noi stessi possediamo la natura di Ishvara, siamo parte di Lui. Al di fuori di Ishvara non esistiamo. È simile a come se la punta di un dito prendesse coscienza di sé come dell’intera mano, e poi prendesse coscienza di sé come dell’intero corpo, e comprendesse che al di fuori dell’intero corpo non esiste.
Perciò un sadhu è colui che vive sempre in Dio, presso Dio e nella consapevolezza di Dio. E per questo occorrono una completa umiltà, una completa sottomissione a Dio interiormente. Non parliamo di sottomissione e umiltà verso qualcosa o qualcuno all’esterno: persone, dogmi, concetti, qualche idolo. Parliamo del Dio interiore. Deve esserci una completa capitolazione davanti a questo Dio interiore, una completa umiltà davanti a Lui, un completo affidamento a Lui, una completa fiducia in Lui. Spesso le persone non Lo ascoltano, anche se praticano, semplicemente non vogliono ascoltarLo, non sentono, la Sua voce è ancora molto debole. A volte, quando i praticanti sentono persino la Sua voce, comunque non si sottomettono a Lui, perché hanno timore, perché ci sono ancora molti desideri egoistici, e non sanno se i loro desideri sopravvivranno nello stato di sottomissione, oppure se scompariranno da qualche parte. C’è ancora attaccamento ai desideri. Non riescono a capitolare davanti a questo Dio, perché ci sono ancora particelle sparse della mente e dell’ego che vogliono condurre una propria politica interiore.
Ma in realtà il momento della capitolazione significa che consegniamo tutto: speranze, ambizioni e attaccamenti. Tutto viene spiritualizzato, tutto viene illuminato. E allora quei desideri che la mente aveva, le ambizioni e l’ego possono anche non scomparire. Se lo vorrete proprio così, Dio ve li lascerà. Egli dà all’anima qualsiasi possibilità, non è avaro. Se lo volete proprio così, ve li lascerà, ma già in una forma pura, nel non-attaccamento, in una versione sacra. Permetterà di viverli, ma già da un angolo di visione completamente diverso: come un gioco, senza attaccamento, senza aggrapparsi, senza egoismo, senza karma, senza accumulo di problemi, senza identificazione con il samsara.

È simile a quando offrite il prasad a Shiva. Forse Shiva scende dall’altare e mangia tutto il prasad? Tutti poi mangiano di buon grado il prasad dopo Shiva e Dattatreya. In altre parole, Dio non prende il prasad stesso, accoglie soltanto la devozione, mentre tutto il prasad rimane.
Allo stesso modo, quando come vostro prasad offrite la vostra ahamkara, l’ego, i desideri, gli attaccamenti e le abitudini, se lo desiderate, Egli ve li lascerà, e potrete continuare a usarli. Se lo desiderate, Egli vi lascerà persino le vostre klesha in uso. Ma le trasformerà e le consacrerà affinché diventino ciò che non porta problemi, come un serpente a cui è stato strappato il dente velenoso. Vi mostrerà la loro natura vuota e illusoria, vi mostrerà la natura delle klesha come natura delle cinque saggezze, le consacrerà e le trasformerà in forze ed energie divine, cosicché smetteranno di essere klesha. Lo stesso vale per i tratti del vostro carattere, le abitudini, le qualità della personalità, l’ego, il manas. Tutto ciò si trasformerà completamente e smetterà di procurarvi problemi.
Si porta questo esempio. C’era una corda che legava. La corda è stata bruciata, ma ha lasciato la sua forma. Nella forma è la stessa corda, ma questa corda non può più legare nessuno.
Allo stesso modo, tutte le parti del nostro strumento interiore, essendo state arrostite nel fuoco dell’Assoluto, in un certo senso si conserveranno, e potrete persino usarle, ma non potranno più legarvi, perché saranno vuote, illusorie, ludiche e inseparabili da Dio, e in sostanza saranno shakti divine.
E questo principio, quando le klesha diventano qualcosa di simile a ornamenti, è espresso dal serpente al collo di Shiva. Il serpente simboleggia le energie velenose che sono completamente sottomesse e che Shiva ha appeso vittoriosamente come ornamento.
Capitolo secondo «La gioia dell’autocoscienza»
Janaka disse: «Io sono Impeccabile, Sereno, Io sono Consapevolezza, Io sono al di là della natura. Per quanto tempo ho permesso all’illusione di ingannarmi. Io solo do luce a questo corpo e all’Universo. Tutto nell’Universo è mio, e nulla è mio».
Per dire: «Io sono Impeccabile, Sereno, Io sono la Suprema Consapevolezza», dobbiamo prima arrenderci a Lui come Dio interiore. La nostra mente, il corpo e l’ahamkara devono sottomettersi completamente e abbandonarsi a Lui. Senza prapatti-yoga, atma-nivedana e autoabbandono non abbiamo il diritto di dirlo. In un certo senso possiamo dirlo, poiché non esistono leggi che lo vietino, e ciascuno può dirlo quanto vuole, ma da ciò semplicemente non verrà alcun beneficio. Queste parole possono essere pronunciate a partire dall’esperienza della Shiva-tattva, dall’esperienza di Dio, dall’esperienza di Ishvara. E per entrare in questa esperienza, bisogna offrire tutte le tattva inferiori a Dio e riunirsi con Lui.
Ciò di cui parla Ashtavakra è la pratyabhijna, lo stadio più alto nel Laya-yoga. Nel Laya-yoga ci sono tre stadi: pratimoksha (auto-liberazione), prapatti (autoabbandono) e pratyabhijna: questo è il terzo stadio, il più elevato. Prati significa svolta verso se stessi; abhi significa volto; jna significa conoscenza. Cioè, è la conoscenza o il riconoscimento di se stessi come risultato del volgersi verso se stessi.
L’autoriconoscimento è possibile dopo l’autoabbandono. Con l’autoabbandono l’ego viene trasceso, va oltre i propri limiti e scopre l’Assoluto. Senza autoabbandono è impossibile scoprire l’Assoluto! Cioè, rimanendo con l’ego, non potete guardare l’Assoluto e in qualche modo percepirLo, ma potete adorarLo come ego nello stato di devozione.
«Io solo do luce a questo corpo e all’Universo. Tutto nell’Universo è mio, e nulla è mio. Ora mi sono distaccato dal corpo e dal mondo e, attraverso la sapienza segreta, ho potuto contemplare il Sé Supremo».
La sapienza segreta consiste nel completo affidamento del proprio “io” a Dio, nella capacità di trasmettere la sapienza divina, di diventare al cento per cento un tramite della volontà divina. Diventare al cento per cento guidati dall’interno dalla volontà divina e diventare capaci di manifestare al cento per cento le azioni divine e il gioco divino.
Se ci chiediamo: «Da che cosa mi lascio guidare nella mia vita? Da che cosa sono governato dall’interno? Di chi conduco la volontà? Quale sapienza conduco? Quali azioni manifesto?», allora, molto probabilmente, esaminando, la risposta sarà che si tratta di una qualche mescolanza di energia, volontà, mente, ego, buddhi, cultura, società, educazione, karma, istruzioni del Guru e Sacre Scritture. Tutto questo insieme crea un conglomerato, e a seconda di ciò che, in proporzione, è più o meno presente, da ciò si costruisce la linea del nostro comportamento. Così si manifesta anche il nostro prarabdha-karma.
L’autoabbandono consiste nel diventare, avendo realizzato al cento per cento le energie divine, guidati da Dio, nel non fare neppure un passo senza la volontà divina, senza la benedizione divina interiore. E che cosa significa “benedizione divina interiore”? È quando sentite Dio dentro di voi nella forma della chiarezza, nella forma della bhava, e dall’interno comprendete intuitivamente come agire correttamente e come no, come pensare correttamente e come no, come parlare correttamente e come no. Agire correttamente è quando questa bhava non si spegne; agire in modo scorretto è quando essa si affievolisce. E l’essere guidati al cento per cento dalla volontà divina e dalla sapienza divina significa che non perdete neppure per un istante il legame con Dio, e inoltre Lo manifestate anche.
Maturazione dello stato illuminato

All’inizio non potete manifestarlo, anche se avete realizzato il legame con la sapienza divina e la volontà divina, vi è molto difficile manifestarlo. Perciò, nel primo periodo, non bisogna manifestarlo troppo intensamente, perché soffrirete del fatto che, nel tentativo di manifestarlo, tutto viene offuscato e si perde. Per questo, secondo la tradizione, quando un discepolo, per esempio nei monasteri zen, ottiene l’Illuminazione e riceve la conferma dal Maestro, il Maestro dice: «E ora, per dodici anni, semplicemente non manifestarla, vivi modestamente, tienila segreta, altrimenti non maturerà. Se provi subito a manifestarla all’esterno, incontrerai molti ostacoli». Questo stato di piena unità con l’Assoluto deve maturare, sedimentarsi, deve rafforzarsi. Perciò egli, per i successivi dodici anni, vive semplicemente come un monaco, porta acqua, spacca legna, prepara il prasad come cuoco anziano, svolge la seva ordinaria, qualcosa del genere, e non lo manifesta in alcun modo. Egli permette allo stato risvegliato di maturare.
E poi il Maestro lo convoca e dice: «Bene, è giunto il momento di nominare un nuovo Mahant. Rispondetemi, cari, a questa domanda», — e pone una domanda. Tra gli altri c’erano il cuoco anziano (ma in realtà era già un illuminato che interpretava il ruolo di cuoco anziano), il monaco anziano o amministratore. E l’amministratore pensa: «Be’, è logico mettere me nel ruolo di Mahant, è il passo successivo, si potrebbe dire, della crescita di carriera. Che c’è da pensare?» E il cuoco anziano... Be’, dov’è il cuoco anziano e dov’è l’amministratore quanto a status? Il Maestro pone la domanda, l’amministratore comincia a pensare a come rispondere meglio e in modo più elegante, mentre il cuoco anziano semplicemente prende a calci il secchio, e la domanda va in frantumi. Il Maestro dice: «Bene, parti! Ora abbiamo un nuovo Mahant. Là organizzerai un nuovo monastero!» L’amministratore non capisce perché non sia stato apprezzato. Ma perché colui che era il cuoco anziano aveva già da tempo ottenuto l’Illuminazione, semplicemente interpretava quel ruolo senza identificarsi con esso. Il Maestro però aspettava soltanto che la sua saggezza si consolidasse e che il suo corpo sottile maturasse completamente.
La visione non duale del mondo
«Come l’onda, la schiuma e le bolle non sono diverse dall’acqua, così tutta la creazione che scaturisce dall’Io non è diversa dall’Io. Esamina attentamente il tessuto: lì ci sono solo fili. Esamina attentamente l’Universo: lì c’è solo l’Io».
Che cosa significa esaminare attentamente l’Universo? Significa imparare a guardare il mondo con gli occhi della consapevolezza non duale. Se esaminiamo l’Universo dentro di noi, scopriamo cinque involucri. Esaminare attentamente significa andare oltre i cinque involucri e scoprire turya, il quarto stato. E questo quarto stato è la Coscienza onnipervadente, che permea tutto l’Universo.
È proprio la mancanza di ricerca che ci costringe a identificarci con strati più bassi rispetto a questa Coscienza infinitamente pura. Quando svolgiamo un sufficiente lavoro di ricerca, scopriamo questa Coscienza impeccabilmente pura e radiosa e comprendiamo il segreto di come è strutturato questo Universo.
«Come la dolcezza permea il succo della canna da zucchero, così l’Universo creato in Me è permeato da Me ovunque».
Si ritiene che la canna da zucchero, se la assaggiate in qualunque luogo del mondo, sarà dolce dappertutto. Allo stesso modo, ovunque vi troviate, in qualunque angolo dell’Universo, lì ci sarà Coscienza.
Il Buddha portava questo esempio: «Se vi avvicinate all’oceano o al mare, immergete un dito in un punto e assaggiate l’acqua, poi vi avvicinate a un altro punto e immergete di nuovo il dito, l’acqua sarà ugualmente salata».
La nostra Coscienza permea allo stesso modo tutto l’Universo. Tuttavia questa Coscienza non appartiene alla personalità. Quando Ashtavakra dice: «Io permeo tutto l’Universo», non parla di sé come corpo o come mente. Ha semplicemente scoperto Shiva e si è riunito al corpo di saggezza di Shiva. La sua identità in Shiva è così radicata che egli può già dire «Io». Ma questo non ha nulla a che vedere con la mente, la personalità, l’ego e altre cose simili. Ora egli può usare la mente, può usare la personalità, ma la sua identità essenziale è una con Shiva. Ha il diritto di dichiararlo, perché sente di permeare tutto l’Universo. E in ciò vi è una certa personalità, perché anche la personalità (ahamkara) e l’ego sono rimasti, ma domina l’impersonalità.
Personalità e impersonalità, conservazione delle differenze e loro assenza: questo è il paradosso inconcepibile dell’unità di forma e vacuità, che si chiama acintya bheda-abheda tattva.
Quando guardate Dattatreya o leggete la Dattatreya-stotra, lì si dice: «Egli è con corpo e senza corpo», è colui che possiede un corpo e colui che non possiede un corpo, cioè sakala e nishkala (con attributi e senza attributi). Dattatreya esprime questo principio dell’acintya bheda-abheda tattva. Cioè: «Io posso giocare come voglio. Posso giocare alla dualità, posso giocare alla non dualità. Posso essere qualsiasi cosa». Perché per l’Assoluto non esistono limitazioni.
La natura illusoria del mondo
«Non c’è consapevolezza dell’Io — il mondo sembra reale. C’è consapevolezza dell’Io — il mondo scompare. A causa dell’ignoranza, una corda può sembrare un serpente. Grazie alla conoscenza, l’illusione scompare».
Se di sera una persona cammina lungo un sentiero, vede da lontano un cespuglio, quel cespuglio le sembra un brigante, e ha paura. Ma quando si avvicina, la sua capacità discriminante aumenta, e capisce che non c’è nulla da temere: non è un brigante, ma un cespuglio. E dov’è finito il brigante? La domanda è retorica. Non è finito da nessuna parte: semplicemente non c’era, ma la paura era reale. Una paura reale è sorta a causa di un brigante illusorio. La persona sorride ricordando che aveva avuto paura di un brigante illusorio. Ma allora la sua paura era reale.
Una volta, circa diciotto anni fa, stavo andando a Berdjansk per un seminario. Da lontano, dal finestrino dell’auto, vidi qualcosa sulla strada vicino al bordo. Mi sembrò che sul ciglio ci fosse un cagnolino rosso. Mi incuriosii e decisi di osservarlo meglio quando ci saremmo avvicinati. Ma quando ci avvicinammo, vidi che non era un cagnolino rosso: era una piccola sedia di legno, e sopra c’era un barattolo di miele (semplicemente lì vendevano miele). Pensai: «Ecco come la vista può trarre in inganno». Cioè, la mia mente aveva immaginato un cagnolino rosso là dove c’era una sedia con un barattolo di miele. Ma la carenza della vista, il difetto della capacità discriminante della vista, aveva generato l’immaginazione della mente, che aveva completato tutto il resto. Mi aspettavo pienamente di incontrare un cagnolino rosso, e invece lì c’era un barattolo di miele: una piacevole scoperta.
Allo stesso modo, l’intero Universo del mondo materiale è proprio un simile cagnolino rosso: semplicemente non abbiamo guardato abbastanza a fondo nella sua natura. E quando si osserva meglio la sua natura, lì si rivela qualcosa di più puro, divino e meraviglioso. Cioè l’illusione del mondo materiale, alla quale siamo così attaccati, scompare, mentre la natura divina si manifesta quando il nostro discernimento si approfondisce.
La natura luminosa della Coscienza

«La mia natura è Luce. In verità Io sono Luce, e non vi è nient’altro. Quando il mondo si manifesta, Io solo risplendo».
Ognuno di noi possiede una natura luminosa. Anche quando camminiamo, parliamo, ridiamo o mangiamo, questa natura luminosa non cammina, non parla, non ride e non dice nulla: semplicemente è sempre presente. Per noi è molto difficile unirci a questa natura luminosa, credere in essa, essere in unità con essa e agire. Ma quando il nostro cuore si purifica, questa natura luminosa comincia a risplendere intensamente. Per scoprirla sono necessarie jnana e devozione, la disponibilità ad affidarsi, a capitolare davanti a questa natura luminosa, ad arrendersi alla sua misericordia.
«L’intero mondo, sorto da Me, si dissolve in Me. Così il vaso torna a trasformarsi in argilla, l’ornamento si fonde nell’oro, l’onda si unisce all’oceano».
L’Assoluto è qualcosa di immutabile. La natura materiale, compreso il nostro corpo, è qualcosa che si modifica: tratti del carattere, corpo sottile, destino, karma. Scoprire l’immutabile significa dimorare nella visione. La costante indagine di questo immutabile è il dimorare nella contemplazione.
Un uomo a Odessa incontrò per strada un vecchio ebreo e gli chiese: «Se vado dritto e poi a destra, lì ci sarà la stazione?» Quello rispose: «Lì ci sarà la stazione anche se lei non ci va! In ogni caso sarà lì. Ovunque lei vada, sarà comunque lì».
Allo stesso modo, l’Assoluto è comunque al suo posto. Per quanto possiate smarrirvi, qualunque cosa facciate, in qualunque inferno o paradiso finiate, Esso rimane comunque al suo posto. Questa Luce onnipervadente resta comunque. In qualunque ignoranza entriamo, per Lui questo non ha importanza. Per noi sì, ne ha; per Lui no. Così è strutturata la Creazione.
E ci sono anime che riconoscono questo fatto, si integrano con esso e percorrono il cammino, e ci sono quelle che non si integrano, non riconoscono, non percorrono il cammino, non si arrendono e conducono una propria politica, desiderano restare nell’errore, sperimentano i karma, insistono sulle proprie illusioni. Queste seconde sono chiamate «duratma» — l’Atman smarrito. Sono anche chiamate «mudha» — sciocco, asino. Coloro che sono saggi sono chiamati «Mahatma» — grandi anime, cioè coloro che hanno realizzato la propria unità con l’Assoluto. E questo stato tra duratma e mahatma è presente in ogni sadhu cento volte al giorno, perché in una giornata il sadhu riesce a dimenticarsi cento volte e cento volte a ritornare, cento volte a cadere nell’ignoranza e cento volte a ritornare e a realizzare la propria natura. Questo è il processo della contemplazione, ed è normale.
Quando cerchiamo di contemplare, scopriamo che la distrazione è il nostro stato naturale. Parliamo molto dello stato naturale, ma il nostro stato naturale è distrarsi, e tuttavia ritornare. Se ritornate, allora non è male. Bisogna semplicemente capire che è normale distrarsi e tornare di nuovo, distrarsi e ritornare di nuovo, perché coloro che non ritornano sono già santi. Se non vi distraeste mai, sareste già seduti su troni di loto, e i discepoli vi farebbero offerte. Per il vostro stadio, in questa fase, distrarsi è normale. Ma dovete compiere sforzi per non distrarvi, affinché lo stato di duratma sia il meno possibile e lo stato di Mahatma sia il più possibile, almeno durante la giornata. Questo è nididhyasana.
Scoprire la natura originaria è difficile, ma possibile. Ma ciò che è veramente difficile è mantenere la natura originaria. Per questo è necessaria l’antar-tapasya (ascesi interiore). Ashtavakra e Janaka sono coloro che scoprirono la natura originaria e, senza distrarsi, la mantennero in modo tale che tutte le loro illusioni, tutto il loro ego, tutti gli strumenti del karma si dissolsero.
L’azione trascendente degli esseri realizzati
«Il sorgere dell’Universo in Me è soltanto un’illusione della percezione. Così l’argento viene percepito nella madreperla, l’acqua nel miraggio, il serpente nella corda».
Sembra che i puri devoti di Shiva, gli yogi-jnani pienamente realizzati, abbiano anch’essi tratti caratteriali, alcuni desideri e possano esprimere dispiacere o gioia. Ma tutto ciò non è altro che un’illusione. Tali esseri agiscono da uno stato trascendente, ma non sono legati dal karma. Il loro corpo ha il prarabdha, ma essi stessi non sono il prarabdha; perciò, anche agendo, non agiscono. Si trovano sempre nella dimensione trascendente. Ma dall’esterno può sembrare che agiscano come persone comuni.
Per esempio, dall’esterno sembrava che Rama fosse attaccato a Sita, che soffrisse quando Ravana la rapì. Sembrava che Krishna fosse parziale verso i Pandava e in modo diverso fosse parziale verso Duryodhana e i Kaurava. Sembrava che molti santi jnani o Avatar avessero qualche preferenza, sentimenti, desideri.
Un re attaccò il clan degli Shakya del regno di Kapilavastu, al quale apparteneva il Buddha. E prima di allora il Buddha aveva fermato due volte quel re: si sedeva sulla strada, sbarrava il cammino alle truppe, e il re se ne andava, riportando indietro le sue truppe. Ma la terza volta il Buddha non riuscì a sbarrare il cammino alle truppe, ed esse attaccarono il regno del clan degli Shakya. Il Buddha meditava, e sembrava che fosse un po’ triste. Disse: «Oggi mi fa un po’ male la testa». Non disse altro, sebbene il suo regno, il regno di suo padre e dei suoi parenti fosse stato completamente devastato.
La natura meravigliosa dell’Assoluto
«Oh, quanto sono meraviglioso Io. Sono indistruttibile e continuo a esistere, anche se il mondo intero, dal Creatore fino a un filo d’erba, viene distrutto. Oh, quanto sono meraviglioso Io. Assumo un corpo, ma rimango l’Uno, non vengo da nessun luogo, non vado in nessun luogo, ma pervado tutto l’Universo».
E che cos’è questo Io? È Dattatreya, è Ishvara, siamo noi stessi, uniti a Dattatreya, uniti a Ishvara. È la Coscienza divina assoluta, Dio dentro di noi, al quale ci siamo completamente arresi e nel quale ci siamo dissolti, con il quale siamo diventati completamente uno.
Solo quando è avvenuta la completa auto-offerta e l’auto-riconoscimento, solo allora possiamo dire queste parole: «Oh, quanto sono meraviglioso Io». Se le diciamo prima, ci sbaglieremo. Diremo: «Quanto sono meraviglioso io, come mente. Non vengo da nessun luogo e non vado in nessun luogo», — e la mente ci porterà subito nell’illusione. Se diciamo: «Quanto sono meraviglioso io come ego», — allora l’ego ci ricorderà subito i suoi limiti. Ma quando offriamo la mente e l’ego, possiamo pronunciare queste parole.
«Oh, quanto sono meraviglioso Io. Non vi sono pari a Me in forza. Senza corpo Io sostengo eternamente l’Universo. Oh, quanto sono meraviglioso Io. Io possiedo tutto ciò che si può pensare ed esprimere con la parola, e non possiedo nulla».
Quando Ashtavakra pronuncia queste parole, è Ishvara che parla attraverso di lui. Non è la personalità di Ashtavakra o di Janaka a parlare. La personalità di Ashtavakra e di Janaka è limitata come prima, non può dirlo in linea di principio. Ma Ishvara, attraverso questa personalità, guarda e parla.
La dissoluzione delle relazioni soggetto-oggetto

«In realtà non esistono il conoscitore, la conoscenza e il conoscibile. Questa triade sembra esistere a causa dell’ignoranza. Io sono trasparenza impeccabile».
La dissoluzione delle relazioni soggetto-oggetto ricorda una situazione nel teatro delle marionette. Durante uno spettacolo di marionette, gli spettatori non comprendono che una sola persona manovra tutte le marionette e che è sempre lui a dare loro voce con timbri diversi. Ma quando qualcuno entra dietro il paravento, vede che tutto questo è controllato dalla stessa persona. C’è persino una canzone così: «Sono tutti marionette in mani abili e callose».
Tutti gli esseri viventi sono marionette nelle abili mani di Ishvara. Ishvara, divertendosi, parla con se stesso, predica a se stesso, inganna se stesso, chiarisce i rapporti con se stesso, e poi libera se stesso. Questo è il processo del suo gioco divino. Nel processo di questo gioco divino, le Sue diverse parti fanno esperienza dell’interazione con maya e ritornano a Lui.
La non-dualità nell’azione
«La dualità è la radice delle sofferenze. L’unico rimedio è comprendere che tutto ciò che è visibile è irreale. Io sono l’Uno, colmo di purezza, consapevolezza e beatitudine. Io sono la Consapevolezza illimitata, ma immagino di essere limitato dall’ignoranza. Contemplando costantemente questo, dimora al di là di tutte le divisioni».
Dualità significa agire a partire dalla duplicità. Ciò non significa non agire affatto. Molti ritengono che la non-dualità sia rinunciare all’attività, ma non è così. La non-dualità significa rinunciare alle azioni egoistiche e all’identificazione con esse. Nella non-dualità è possibile la dinamica. La non-dualità non è uno stato statico irrigidito, solo Nirvana senza manifestazione di energia, senza il gioco della shakti.
Nella non-dualità si può anche agire. Ma questa azione è diversa, è un’azione nello spirito dell’abnegazione, che non aspira a godere, senza attaccamenti, senza il desiderio di ottenere frutti e risultati. È un’azione per l’azione stessa.
Per esempio, oggi siamo andati a fare un’escursione. Domanda: «Perché siamo andati?» La mente deve subito trovare una giustificazione logica. «Siamo andati a vedere le attrazioni, a vedere i dintorni». Chi è preoccupato per la salute penserà: «Siamo andati perché bisogna fare diecimila passi al giorno secondo il contapassi. Uno stile di vita sano! Bisogna camminare, allenare il corpo!» C’è uno scopo. Si possono trovare anche scopi diversi. Qualcuno, come un sadhu più intelligente, dirà: «Siamo andati a contemplare! Io contemplo, pratico nel sankalpa. Chankramanam». In realtà siamo andati semplicemente perché siamo andati. Il vero dimorare nella non-dualità è questo: siamo andati senza scopo.
Sì, contemplare è giusto, ma perfino nella contemplazione non c’è lo scopo della contemplazione. La contemplazione c’è, ma lo scopo non c’è. La contemplazione c’è, ma il contemplante non c’è. Ecco, questa è la non-dualità. Quando potete contemplare così, senza colui che agisce e senza scopo, allora mangiate, dormite, camminate, passeggiate, e al tempo stesso siete impeccabilmente immersi in Dio, in ogni istante dimorate nella grazia divina (Brahma-ananda). Non c’è dualità, non avete motivi falsi e non c’è colui che genera questi motivi. Allora siete guidati al cento per cento da Dio, percepite tutto come un gioco divino.
Per esempio, vi accade qualcosa, vi fanno un’offerta, vi esprimono rispetto. Bene, così è il gioco divino. Si avvicina qualcun altro e vi esprime mancanza di rispetto, per esempio, può persino darvi uno schiocco sulla fronte. Anche su questo non avete obiezioni: così è un altro gioco divino. Non soffrite per questo, perché non uscite dalla dimensione del gioco divino. Il gioco divino si manifesta ininterrottamente, e voi siete capaci di estrarre da tutto il nettare delle benedizioni. Cioè vedete ovunque il nettare e soltanto il nettare. Nel tempio — benedizioni, in cucina — le stesse benedizioni. Ma se siete nella dualità, allora nel tempio ci sono benedizioni, mentre in cucina ci sono intralci, ostacoli, confusione. Quando svolgete il servizio, anche voi estraete il nettare della benedizione, se agite in questo modo. Se agite per i risultati, allora quando riesce siete felici, ma quando non riesce siete tristi: il risultato non è stato ottenuto. Ma che il risultato sia ottenuto o non sia ottenuto, dovete sempre estrarre benedizioni, dovete sempre essere felici, perché in effetti non si tratta dei frutti e non si tratta dei risultati. Questo è l’approccio nello spirito della non-dualità.
Bhagavan Shri Avadhuta Dattatreya ki — jai!
Shri Guru Swami Vishnudevananda Giriji ki — jai!
Domande e risposte
Domanda: «C’era quel programma, “Immortalità”. Lei ha persino detto che viene il Signore Shiva in persona e benedirà l’umanità. In quel momento c’era un merito collettivo?»
Sì.
Domanda: «Che cosa è successo a quel programma? Oppure è successo qualcosa all’umanità?»
L’umanità non ha meriti per la sua incarnazione. La benedizione c’è, ma i meriti no.
Domanda: «Che cosa bisogna fare ora per guadagnarli?»
Dopo il 2012 gli elementi nell’Universo, i karma delle persone, si sono messi in movimento e sono iniziati diversi processi di purificazione. Perciò molti hanno notato che contemplare è diventato più difficile per loro. Molte persone mondane hanno cominciato a notarlo, sono iniziati degli spostamenti nelle menti delle persone. Penso che questo finirà presto, e gli elementi torneranno di nuovo in equilibrio. Come risultato di tali spostamenti avviene la purificazione del karma delle persone e della Terra.
Anche lo sviluppo delle tecnologie, purtroppo, ha preso una direzione un po’ diversa. Per quanto mi sia sforzato di indirizzarlo lungo la via vedica secondo il principio «Se non puoi impedirlo, devi metterti alla guida». Ma lo sviluppo delle tecnologie va nella direzione dell’uso egoistico delle risorse da parte dei clan dominanti per sé stessi, e non per il popolo, nella direzione del controllo, delle manipolazioni.
Anche i cristiani lo capiscono, e cominciano a preoccuparsene; hanno un intero movimento di rifiuto dell’identificazione biometrica, dell’identificazione trasversale, dell’impianto di chip, delle carte elettroniche, della biometria e di molte altre cose. Si oppongono a tutto questo con la massima serietà. Hanno profezie al riguardo. Noi non abbiamo profezie, e in qualche modo non ce ne preoccupiamo. Le loro profezie e i loro starec dicono che, quando tutto questo comincerà, non accettate nessuno di questi documenti, preparatevi ad andare nei villaggi, lontano dalle strade federali e dalle grandi città: solo lì l’Anticristo non vi raggiungerà. Ci sono sacerdoti cristiani radicali (ho visto un video) che tirano fuori un iPhone, una mazza e dicono: «Ecco come bisogna fare i conti con il diavolo che è venuto da noi!» Cioè sono molto seriamente intenzionati a rinunciare a certi attaccamenti e comodità pur di non farsi sottoporre alla biometria, alla chippizzazione, per non accettare il marchio della bestia: questa è la loro concezione.
Ma, in generale, lo sviluppo della tecnologia, purtroppo, non ha seguito una via umana; non ci sono stati meriti sufficienti per questo. Ha preso la direzione del sostegno a certi clan che desiderano governare, ottenere profitto, controllare tutto.
Domanda: «Gurujī, e per quanto riguarda il Paese concreto sul cui territorio ci troviamo ora, che cosa lo attende nel prossimo futuro?»
Il suo destino, al momento, è migliore di quello della Russia. Per il prossimo futuro non si può dire che ci sarà un’alba, ma ci sarà una stabilizzazione stabile, direi così, poiché il vettore dei valori è più umano. Poi, in generale, tutto può cambiare molto. Ora è in corso soltanto la preparazione di questi cambiamenti.
Domanda: «In quale direzione?»
In una direzione più spirituale.


