Autoriconoscimento: la scelta della propria realtà attraverso la forza dell'intenzione e della presenza
20.06.2026
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Commento al testo «Tirumantiram»
Le istruzioni del siddha Tirumular «Tirumantiram», prima tantra
284. La fede conduce alla Liberazione
La Luce Suprema nello splendore abbagliante Non la conoscono neppure i siddha, riuniti in gruppo. Ma questa visione e la beatitudine della salvezza Egli dona a coloro i cui cuori sono infiammati dalla fede.
La fede è una delle qualità del discepolo quando segue l’insegnamento. In precedenza abbiamo detto che la capacità di comprendere (o discernere), la disponibilità a collaborare con il maestro e la fede sono qualità del discepolo necessarie affinché egli possa entrare nello stato della trasmissione. Tuttavia, nell’insegnamento dell’anuttara-tantra non parliamo semplicemente di fede in qualcosa di esterno o di fede in concetti, in ideologie. La fede nell’anuttara-tantra è molto più profonda: si basa sulla vostra consapevolezza, sulla comprensione. Se tale consapevolezza e comprensione non esistono attraverso il riconoscimento della consapevolezza «Io sono», allora una simile fede non sarà profonda e seria, non durerà a lungo. Cioè, se la nostra fede è simile semplicemente a certi ideali, quando guardiamo il Guru e pensiamo: «Ah, che caro. Come parla bene», oppure quando ci rechiamo al monastero sull’onda della shakti di qualcun altro, allora una simile fede non dura a lungo, basterà solo per una settimana di vita a Chukhlomka. E questo accade spesso se una persona arriva al monastero spinta dai sentimentalismi, da una fede così superficiale.
La vera fede non consiste nell’esteriore, perché seguire l’esteriore, come si dice nei tantra, è ottusità e illusione. Seguire semplicemente l’esteriore è dualità. Ma la vera fede si basa sull’unità dell’interiore e dell’esteriore. Se diciamo che la fede è fondata solo sull’interiore, non è del tutto corretto, perché cominciamo a fidarci troppo dell’interiore, e questa è un’altra estremità. La vera fede si basa sulla consapevolezza che unisce l’esteriore e l’interiore. E prima di tutto la fede è legata al riconoscimento del proprio spazio di consapevolezza, quando voi, dimorando nella consapevolezza, compiete una scelta autonoma, perché l’Insegnamento presuppone sempre la vostra libertà di volontà e la vostra autonomia. Se tale autonomia non c’è, allora non vi siete ancora formati come discepoli. E se esiste una tale fede, essa è incrollabile, molto profonda e positiva. Essa vi conduce necessariamente alla realizzazione. Proprio una tale fede permette di entrare in relazione, di entrare nella trasmissione e di trarre beneficio dall’insegnamento.
La pratica nel monastero e il karma-yoga
Quando vi trovate nel monastero, è molto importante rendersi conto e comprendere questo principio. Tutto qui è orientato a entrare nella trasmissione. Se tale stato non c’è, tutto ciò che fate come servizio sarà semplicemente lavoro. Se invece ci sono la fede e lo stato di ingresso nella trasmissione, allora io vi dico, come maestro ai discepoli: «Fate karma-yoga». Questo è il mio compito personale per voi, attraverso il quale avanzate, domate l’ego, abbandonate speranze e attaccamento, acquisite vacuità e non attaccamento alle azioni. Questa è la vostra sadhana concreta, il vostro metodo concreto. E quando praticate il karma-yoga, avete una chiara comprensione del fatto che fate tutto questo per entrare in una nuova visione, sviluppare devozione. È un metodo di pratica altrettanto completo quanto la meditazione seduta, ma funziona solo a condizione che abbiate la coscienza della contemplazione, il samaya, la trasmissione. E allora potete fare questa pratica allo stesso modo della ritenzione del respiro (l’addestramento del vento, per esempio).
La pratica è multiforme, e testi diversi danno istruzioni diverse, ma la trasmissione avviene sempre attraverso istruzioni concrete del guru. Per esempio, nelle pratiche tantriche si parla moltissimo dell’attenzione ai ritiri e alla solitudine. Ma dirò che tali istruzioni non sono ancora tutto, perché nel tantra si attribuisce grandissima importanza alla visualizzazione, agli stadi di sviluppo e di completamento, e al passaggio alla visione pura attraverso questa pratica. Lì non si attribuisce importanza alla contemplazione in movimento. Affinché gli stadi di sviluppo e di completamento permettano di raggiungere pienamente la realizzazione, bisogna trascorrere moltissimo tempo in ritiro seduti, recitando mantra, visualizzando se stessi nell’aspetto della divinità. Tuttavia, se seguite l’anuttara-tantra, questa esigenza non è così, perché nell’anuttara-tantra l’accento è posto sulla contemplazione in movimento e il principio della contemplazione in movimento e dell’unione della contemplazione con tutte le azioni è molto importante. Perciò i monaci praticano in ritiro per cinque mesi su dodici (in base al numero dei giorni), e gli altri sette in movimento (almeno all’inizio).
Quando eseguite correttamente il karma-yoga, vi separate dalla vostra falsa identificazione con l’«io» e vi identificate soltanto con il vero «Io». Se lo fate correttamente, cioè con consapevolezza, allora tutte le qualità del risveglio cominciano a venire a voi.
L’esempio di Milarepa e i mezzi abili dei mahasiddha
Swami Sivananda disse a Satyananda Saraswati: «Dimentica te stesso e svolgi servizio nell’ashram — attraverso questo ti giungerà tutta la realizzazione». E Satyananda Saraswati, praticando in questo modo, raggiunse davvero la realizzazione. È proprio questo l’approccio che deve esserci quando praticate il karma-yoga — l’azione nel servizio. Se la vostra mente è confusa, se avete molti dati interiori e vi siete concretamente attaccati a essi, allora questo è il modo migliore per raggiungere il vuoto della mente. Ecco la shakti, ecco la situazione — integrati con essa, elimina te stesso. Se sei vuoto, se hai l’intenzione di integrarti con essa, lo farai. Ma se hai una barriera, un qualche attaccamento interiore, allora non ci riuscirai. Forse queste barriere interiori sono difficili da tirare fuori nella meditazione o nelle pratiche tecniche, perché non sono visibili, perché l’ego può costruirsi un piedistallo con qualunque cosa. Ma grazie alla shakti esterna, in breve tempo si possono superare queste barriere interiori. E questo è uno dei mezzi abili dei mahasiddha.
Pensate forse che Milarepa, quando studiava presso Marpa, ricevesse trasmissioni, sedesse in ritiro per sette giorni ogni mese? Niente affatto. Per nove anni di seguito costruì varie case, eseguendo gli incarichi di Marpa, e in tutto quel tempo non ricevette nemmeno una parola di Dharma. Ma grazie a questa pratica divenne così vuoto, il suo potenziale crebbe a tal punto, che divenne il più grande mahasiddha. Cioè Marpa, come guru, era molto competente, sapeva cosa faceva; capiva che, se avesse trasmesso subito l’insegnamento a Milarepa, non ne sarebbe uscito nulla di buono. Sapeva di non avere il diritto di trasmettere l’insegnamento a Milarepa, il quale, dopo essersi dedicato alla magia nera, aveva ucciso trentotto persone e per questo aveva un karma pesante. Se gli avesse trasmesso l’insegnamento dopo sei mesi o un anno, e Milarepa si fosse messo al kundalini-yoga, alle pratiche di jyoti-yoga o avesse meditato mahashanti in una grotta, i demoni interiori avrebbero semplicemente fatto a pezzi Milarepa. Grazie alla sua chiarezza, Marpa riuscì a metterlo di fronte a situazioni tali in cui i suoi demoni interiori vennero portati all’esterno, e perciò poterono essere visti e liberati.
Perché Milarepa poté eseguire per così tanto tempo compiti simili? Perché aveva fede. La fede è il fattore fondamentale della vostra pratica. Da noi il termine «fede» non viene usato così attivamente; di solito si impiega il termine «principio del samaya». Perciò diciamo che, se avete un buon legame di samaya, giungete certamente alla liberazione.
288. CercateLo, ed Egli vi troverà
Dio conosce coloro che giorno e notte, nella profondità del cuore, Lui, Immersi nel samadhi, contemplano nel non-agire. A loro, saggi, illuminati dallo splendore interiore, Egli viene e con loro dimora.
289. Siate saldi nella Devozione
Se siete incostanti nella ricerca della Luce Divina, a poco serve. Cerco sempre Colui in cui non vi è limitazione. Mio Altissimo, preziosità della vita e delizia del cuore... Fondersi con Lui — questo è il più alto scopo di tutta la vita.
309. Rivolgete il cuore e i pensieri all’Altissimo
La lingua e il cuore cantano all’unisono, conoscendo la Sua grandezza. Sebbene Egli sia in forme diverse, trovatelo nell’unità. Anche se la vita vi scuotesse e l’asse uscisse dal mozzo, Cercate il Signore, legateLo a voi con l’amore.
Per noi rivolgere il cuore e i pensieri a Dio significa tentare ininterrottamente di vedere in profondità e contemplare la Fonte suprema come la propria natura.
310. Ignoranti sono coloro che non seguono la Verità
Anche l’ignorante, se benedetto dalla visione della Verità Suprema, Sarà approvato dallo Sguardo misericordioso di Dio, ed Egli gli darà speranza. Ma chi è cieco ai raggi divini del Vero Amore, Sembra dotto, ma non può contenere la Verità — costui è ignorante.
311. Gli incolti non comprendono che Dio è in tutto
Chi conosce veramente procede per un unico sentiero. Gli altri invece pensano: «Molti sentieri conducono alla Conoscenza». Il Dio Altissimo è presente in tutto, in ogni luogo; Ignorante è chi non è consapevole della Sua Onnipresenza.
314. Gli ignoranti godono dei piaceri carnali
Il vero saggio cerca il cammino del Dharma, della severa ascesi, Sapendo autenticamente che la vita è transitoria come la nebbia. Gli stolti invece — miseri furfanti di questo mondo — Giocano con la gioia carnale, mescolata alla sofferenza karmica.
334. Il Nettare Divino conduce ai Siddhi
Avendo superato tutti i Tattva e l’egoismo, avendo conosciuto la Verità dell’Atman, E immerso nella gioia autentica, liberato dalle false ascesi, E liberatosi dalle tentazioni mondane, inebriato dalla vera beatitudine, Raggiungerai i veri siddhi, la piena Beatitudine di Shiva, senza impurità.
335. Gli yogi cercano l’Ambrosia nella Luna del Cranio
Gli yogi che tengono il respiro sotto controllo Aspirano alla beatitudine nettarea della Luna della Contemplazione, Cercano gli otto siddhi, mentre gli stolti — Permettono a maya di far girare loro la testa.
336. Bevete il Nettare Divino nel Samadhi
Apri e bevi il nettare che sgorga dalla Sorgente, Apri tutti i petali dei Piedi di Loto del Santo Maestro. Conduci il respiro yogico verso l’alto attraverso il canale a spirale. Così, entrando nel Samadhi, incontrerai il Bene Divino.
Terza Tantra. Ashtanga Yogam
551. È difficile esporre la Scienza dello Yoga
Senza deviare verso un estremo o l’altro, Segui il sentiero dello Yoga in otto stadi E raggiungi lo stato di Samadhi. Coloro che percorrono il sentiero benedetto Raggiungeranno la vetta della Jnana. Non nasceranno più in questa carne inferiore.
552. Le otto parti dello Yoga
Yama, Niyama, innumerevoli Asana, Il benefico Pranayama, e anche Pratyahara, Dharana, Dhyana e il conseguimento del trionfo del Samadhi — queste otto sono le parti d’acciaio dello Yoga
553. Pratica sempre Yama
I cieli possono scatenare piogge torrenziali nelle otto direzioni, Ma pratica comunque il santo Yama», — Così disse il Signore dalle ciocche intrecciate color corallo, che sono piacevoli, Ai Quattro Saggi immersi nell’adorazione.
554. I sentieri dello Yama
Egli non uccide, non mente, non ruba; È contraddistinto dalle virtù, umile e giusto; Non segue i piaceri, non conosce disonore, non è soggetto alla lussuria — Così è colui che sta sul sentiero dello Yama.
556. Le dieci virtù del Niyama
Purezza, compassione, moderazione nel cibo e pazienza, Onestà, veridicità e fermezza, — Queste egli custodisce con zelo. Uccisione, furto e lussuria egli respinge — Così aderisce alle dieci virtù Colui che osserva il Niyama.
557. I successivi dieci segni caratteristici del Niyama
Tapas, meditazione, serenità e santità, Il compimento di elemosine, voti e studio del Siddhanta, Offerte e pensieri puri; — Con questi dieci perfeziona il proprio Sentiero colui che dimora nel Niyama.
Lo spazio delle varianti e le microscelte
Nel vostro futuro esiste uno spazio di varianti, cioè diverse varianti del vostro futuro. Questo futuro non lo create, ma lo attirate grazie alla forza dell’intenzione (iccha-shakti), alla vostra coscienza. Tutte queste varianti esistono simultaneamente. Da qualche parte esiste una variante dello sviluppo degli eventi in cui voi siete un santo, completamente risvegliato; in un’altra variante siete un siddha; nella terza, un laico immerso nelle preoccupazioni samsariche; nella quarta, semplicemente un buon monaco. È possibile che vi siano anche varianti nefaste.
Il processo del conseguimento della liberazione non consiste nel creare qualcosa, ma nel riconoscere una delle varianti e sceglierla correttamente. Cioè vi muovete nello spazio o nel campo delle varianti, dirigendo la vostra coscienza attraverso l’intenzione. Il modo in cui vi muovete in questo campo delle varianti dipende dall’atteggiamento della vostra coscienza, dalla vostra microscelta di ogni minuto. In altre parole, ogni giorno compiete tali microscelte, e se sono corrette, vi avvicinate alla variante necessaria e la attualizzate, manifestandola pienamente.
Essere nella contemplazione non è qualcosa di astratto, è il costante compimento delle microscelte corrette. Praticare la visione pura significa compiere costantemente una tale microscelta in direzione dell’Assoluto, finché esso non si manifesti pienamente.
Quando vi sedete in meditazione mahashanti, tutti voi avete la possibilità di praticare con la dispersione e l’agitazione oppure di scegliere la consapevolezza. Quando ascoltate una lezione, avete la scelta di essere consapevoli oppure di disperdervi. Quando svolgete il servizio, avete la scelta di dedicarvi a esso in modo profondo, serio, mirato e con abnegazione, considerandolo come un sentiero di pratica, oppure di farlo secondo qualche altro principio. Quando avete un programma di ritiro o una pratica di base, avete la scelta di recitare il mantra consapevolmente, con bhava, senza distrarvi, oppure semplicemente lavorare sulla quantità. Tali scelte sono molto impercettibili, ma vengono fatte da noi ogni secondo.
Se facciamo le scelte giuste, attualizziamo nello spazio delle varianti il nostro stato santo o liberato. Se facciamo le scelte sbagliate, attiriamo quelle linee del destino che sono legate agli stati karmici.
Il principio dell’autoriconoscimento e il prakamya-siddhi
All’inizio non lo comprendiamo. Man mano che pratichiamo, cominciamo a capire che con la forza della coscienza si può attrarre dallo spazio esterno qualsiasi shakti. E allora ci chiediamo quale shakti vogliamo attrarre affinché ci trasformi. Possiamo farlo proprio con la forza della coscienza. Per attrarre una tale shakti e trasformare noi stessi con la forza della coscienza, dobbiamo capire come si fa. Se semplicemente desideriamo, non funzionerà. Possiamo attrarre una tale shakti solo se desideriamo senza desiderare, quando agiamo da uno stato di rilassamento, dalla vacuità interiore del cuore, e non da uno stato egoistico.
Il principio dell’autoriconoscimento significa non raggiungere qualcosa, ma riconoscerla come già esistente: questo è il principio fondamentale dell’anuttara-tantra. Se cercate semplicemente di raggiungere qualcosa, aspirandovi in modo egoistico, vi impiegherete moltissimo tempo. Il principio dell’autoriconoscimento e della realizzazione grazie a tale manifestazione di shakti deriva dalla contemplazione naturale. Qui si presuppone che comprendiate già almeno un po’ questo principio, e allora lo stato naturale diventa per voi un mezzo per manifestare il prakamya-siddhi, quando, usando lo stato naturale, cercate consapevolmente di manipolare le energie, di manifestare il risultato necessario con la forza dell’intenzione (iccha-shakti).
Una volta, a un seminario, quando i discepoli laici si erano riuniti e praticavano, dissi loro: «Proviamo a immaginare un po’ il vostro futuro. Mandate avanti la pellicola e immaginate il futuro tra trenta-ottant’anni». Quando cominciarono a mandarlo avanti, non piacque loro, e rimasero confusi. Allora dissi loro: «Avete una scelta, e attraverso la pratica potete scegliere un’altra variante del futuro. Se avete l’intenzione di scegliere un’altra variante, allora ci sono i mezzi per farlo, per esempio la pratica dello yoga». Quando dissi questo, tutti praticarono con grande zelo.
Nel novantasei avevamo praticanti laici che alle due di notte facevano il vaiyavya-kumbhaka, e in tutta la sala si sentiva il rumore del respiro. Praticavano autonomamente nel ritiro e, oltre al programma, rimanevano ancora per praticare di notte.
Dovete capire che, grazie alla pratica, scegliete dallo spazio delle varianti il vostro futuro. Avete sempre questa scelta. Quando comprendete questo principio, la vostra pratica diventa molto consapevole, e vi assumete già una responsabilità personale per essa.
Il sentiero dell’anuttara-tantra è sempre il sentiero dell’autoriconoscimento. All’inizio facciamo sempre sforzi, ma a un livello più alto riconosciamo ciò che già esiste ed è sempre esistito. Che cosa dobbiamo riconoscere? Dobbiamo riconoscere noi stessi come risvegliati, noi stessi come divinità, il mondo come il gioco dell’Assoluto o come visione pura. È possibile riconoscerlo non con la mente concettuale, attraverso l’ahamkara, ma solo quando ci siamo immersi veramente nella presenza. L’immersione nella presenza vi dà la possibilità di manifestare la vostra intenzione in modo molto flessibile. E allora vedete la situazione non come qualcosa che bisogna raggiungere, ma la vedete già realizzata, anche se non ancora attualizzata. Il prakamya-siddhi si fonda proprio su questo modo di vedere.
A volte, grazie ai prakamya-siddhi, è possibile produrre fenomeni nel mondo materiale esterno. Ma a noi interessa prima di tutto il fenomeno della purificazione spirituale e della realizzazione spirituale. Per esempio, se molte persone si troveranno nello stato naturale e riconosceranno «Divya loka» come una terra pura, allora la terra pura si manifesterà. Ma per questo è necessaria una profonda immersione nella presenza. Se, trovandovi nella presenza, cercate di riconoscere voi stessi come un santo e la vostra sankalpa è unidirezionale, allora dopo un certo tempo questo stato si manifesterà: in questo consiste il principio della presenza istantanea. La presenza istantanea significa un continuo auto-riconoscimento. A volte può persino aiutare nelle questioni mondane. Questo viene anche chiamato siddhi mondani. In generale, quando manifestate qualcosa usando la presenza, si tratta di prakamya-siddhi. Per esempio, Shri Chaitanya materializzò un albero sul quale crescevano contemporaneamente mele e pere. Alberi del genere non esistono nel mondo degli uomini, ma egli lo materializzò. Grazie a che cosa lo fece? Grazie al fatto che, con la forza della presenza, scelse un’altra variante dell’universo, dove tali mele e tali alberi crescono, dove questo è la norma. Cioè non costrinse qualcosa a cambiare proprio in quell’albero, modificandone, per esempio, il genotipo, ma scelse un’altra variante degli eventi, un altro universo variativo, dove tali alberi esistono proprio ora, e questo albero si manifestò.
Il principio della scelta delle varianti della realtà
Si può dire che la forza della nostra intenzione scivoli tra diverse varianti nel campo degli eventi nell’universo, attualizzando ora una variante, ora un’altra, ma nella dimensione relativa sembra come se qualcosa cambiasse. Allo stesso modo si manifestano vari siddhi, come la materializzazione e così via.
Spiegai questo principio a un discepolo mentre guidava l’automobile. Gli dicevo così: «Ti sembra di premere sull’acceleratore e di raggiungere un qualche obiettivo, cioè di viaggiare. Ma in realtà non è proprio così. Sono i samskara a muoversi. E quando premi sull’acceleratore, fai semplicemente un’offerta, metti in azione la shakti grossolana. I samskara cominciano a muoversi verso di te più rapidamente, e tu sei come un navigatore nel campo dei samskara. Cioè non è il mondo materiale a muoversi, ma la tua coscienza si muove nel campo dei samskara. Quando aggiungi più energia, la tua coscienza si muove più velocemente attraverso il campo dei samskara».
Quando comprendete questo, cambia anche la visione esterna del mondo, e allora in voi si manifestano i prakamya-siddhi: la forza di realizzare l’intenzione.
Il cammino istantaneo dell’auto-riconoscimento
Per noi i prakamya-siddhi non sono importanti su un qualche piano esterno, ma sono importanti per la realizzazione. Manifestare i prakamya-siddhi nella pratica spirituale significa pensare pressappoco così: «Ora sono una persona limitata dal samsara, che pratica spiritualmente, ma vorrei diventare uno yogin, un santo, e mi sforzo di realizzarlo». Dal punto di vista del cammino graduale sappiamo che bisogna compiere moltissima pratica, forse persino molte vite, poiché il karma è moltissimo e per purificarlo potrebbe non bastare il tempo. Ma dal punto di vista del cammino istantaneo l’approccio è diverso: non cercate di raggiungerlo, ma cercate di riconoscere la vostra natura realizzata come un fatto compiuto, e poi semplicemente di riconoscerla. Perciò dimorare nella presenza è il continuo riconoscimento di ciò che è e che è sempre stato.
Quando c’è unidirezionalità in tale continuo riconoscimento, vi ritrovate improvvisamente proprio nello stato che desideravate. Ma al tempo stesso, per così dire, non dovete desiderarlo, perché qualsiasi desiderio non fa che oscurare la vostra realizzazione. La presenza non è legata né alla speranza, né al desiderio, né alla realizzazione; al contrario, è legata al lasciar andare. Cioè vi sintonizzate sulla variante necessaria e poi lasciate andare tutto. Proprio quando non volete nulla, questa variante si realizza grazie alla vostra intenzione.
La posizione dell’auto-riconoscimento e il cammino istantaneo nel tantra sono il cammino più trascendente, elevato, complesso e paradossale, ma è proprio esso che viene esaltato dai mahasiddha. Proprio questo cammino conduce al vero risveglio non nel corso di sette vite, non di sedici e non di centinaia, ma proprio in questa vita. Questo significa, entrando nella presenza, assumere lo status di dio-creatore nel campo delle varianti degli eventi nell’universo. L’orgoglio divino non è altro che operare con tali varianti e scegliere costantemente la variante giusta, per esempio: la variante della propria liberazione, la variante del proprio samadhi, la variante della pura visione.
La posizione del risveglio istantaneo significa che non aspirate a fare qualcosa, ma vi trovate nello stato di perfezione di ogni istante proprio ora. La questione è quanto sensibilmente e profondamente vi penetriate.
Per esempio, in un certo periodo pensavo a come si potesse applicare la posizione del riconoscimento di sé dal punto di vista delle cose quotidiane, per esempio del servizio, perché allora ero preoccupato del servizio (in senso relativo, naturalmente). Pensavo che sarebbe stato bene costruire una nuova sala, ma poi ho pensato che, dal punto di vista del riconoscimento di sé, tutto esiste già, quindi bisogna solo riconoscerlo. Allora sono andato in quella casa dove ora abbiamo la biblioteca e ho trovato rapidamente quella sala, ho riconosciuto che esiste già, che non occorre costruirla. Poi ho pensato ancora a qualcos’altro, e in questo modo sono comparse da noi diverse cose. Cioè potete applicare questo perfino in senso relativo. In altre parole, quando riconosciamo che tutto è già perfetto, tutto è già assoluto, che basta soltanto riconoscerlo, allora questa energia comincia a manifestarsi in voi: questo è appunto il principio della prakamya-siddhi. Ma la prakamya-siddhi è qualcosa di molto più profondo, cioè l’esempio della sala potete considerarlo, in confronto alle vere possibilità della prakamya-siddhi, come uno scherzo. Tuttavia è proprio così che avviene il riconoscimento di sé, quando riconoscete la vostra natura assoluta proprio adesso. Sapete che non bisogna crearla, raggiungerla, cercarla, ma bisogna semplicemente riconoscerla. Occorre acquisire profondità e spirito per riconoscere questa natura, e poi radicarsi in essa.
Le prove sul cammino del riconoscimento
Il principio dell’anuttara-tantra è proprio il riconoscimento ininterrotto della propria vera natura. Naturalmente, non è poi così semplice. Quando in Crimea spiegavo questo principio agli allievi, uno di loro disse: «Ecco, ho già riconosciuto la mia natura! Il ritiro dura ancora nove giorni, ma io l’ho riconosciuta già il primo giorno, perché avete spiegato tutto così bene. Penso che si possa anche non continuare oltre». Io dissi: «Non è tutto così semplice. Verrà il maestro della sofferenza con le sue discepole (confusione e sconforto) e verificherà se riuscirai a mantenerlo oppure no. E solo quando avrai superato l’esame di questo maestro potrai dire di aver riconosciuto la tua natura. E di notte verrà da te un guru chiamato incoscienza con le sue due shakti (distrazione e illusione). Se in quel momento riuscirai a riconoscere la tua natura, allora sii certo di averlo fatto correttamente. Poi verrà ancora un altro maestro, che anch’egli ti metterà alla prova. E se supererai con successo tutte queste verifiche, sii certo di aver riconosciuto».
In altre parole, se dichiariamo semplicemente il nostro riconoscimento, questo è ancora soltanto l’inizio. Naturalmente dobbiamo dichiarare un tale riconoscimento a livello interiore, tuttavia questo non è un motivo per rilassarsi in modo scorretto o per riposare sugli allori. La pratica successiva consiste nel superare queste prove e nel portare il proprio riconoscimento in tutti gli aspetti della vita, affinché questo riconoscimento cresca pienamente.
Qual è la differenza tra una persona comune che pratica il cammino del riconoscimento di sé e un siddha? Il siddha lo ha riconosciuto a un livello molto profondo, e la sua vacuità interiore gli permette di manipolare persino le energie universali. Un allievo comune, invece, lo riconosce semplicemente a livello mentale, e questo riconoscimento non penetra al livello del subconscio o a livelli ancora più profondi. Tuttavia noi riconosciamo al livello in cui ci troviamo, almeno al livello dell’intelletto, della consapevolezza, e poi permettiamo a questo riconoscimento di penetrare sempre più in profondità. L’orgoglio divino, il principio dello stato naturale, la contemplazione, sahaja-sthiti: tutto questo in realtà è la stessa cosa in terminologie diverse. Esso consiste nel riconoscimento della nostra natura assoluta e nella presenza istante per istante in questa natura assoluta.
La manifestazione dell’universo interiore
Quando riconoscete la vostra natura assoluta e dimorate in questa presenza istante per istante, ciò rivela dentro di voi l’universo interiore. Poi da questo universo interiore potete manifestare forze creative, capacità, siddhi e così via. Manifestate queste siddhi non perché vogliate stupire qualcuno con esse, ma semplicemente perché tale è la natura delle cose; è naturale per voi, perché dimorate in una presenza profonda.
Al livello dei tantra inferiori si eseguono rituali magici, recitazioni di mantra e offerte per manifestare qualcosa dallo spazio dell’universo. Ma quando avete padroneggiato questo principio, non avete più bisogno di rituali magici, mantra o visualizzazioni e offerte. Potete farlo semplicemente con la forza dell’intenzione, con la forza della vostra iccha-shakti. In sostanza, che cos’è un rituale? Grazie al rituale lo yogin cambia in sé alcune energie, e queste energie invocano dallo spazio dell’universo altre energie universali; quando esse discendono, qualcosa si manifesta al livello relativo, cioè nel mondo dei fenomeni, e allora si dice che il rituale ha raggiunto il suo scopo.
Per esempio, si ritiene che se una persona è malata, bisogna distribuire cibo a un numero di persone pari agli anni del malato, oppure liberare pesci o animali destinati al macello, e allora la persona guarirà. Quando ciò accade, dallo spazio esterno (maha-akasha) viene invocata un’energia che entra nel campo del karma di questa persona, ed essa guarisce. E allora si dice che il rituale magico ha funzionato. Cioè la persona ha cambiato la propria intenzione e ha invocato una shakti più globale nella propria vita.
Quando facciamo offerte ai mahasiddha, allora qualcosa di puro e sacro si apre all’interno della nostra coscienza. Cambiando un po’ noi stessi dall’interno, invochiamo dallo spazio esterno le energie universali, e allora queste energie si radicano qui ogni giorno o una volta alla settimana durante il bhajan mandala. Queste energie si approfondiscono sempre di più.
Ma allo stadio di piena padronanza del prakamya-siddhi e dello stato naturale, lo yogin non ha nemmeno bisogno dei rituali. Gli basta cambiare facilmente il proprio stato e invocare dallo spazio esterno le energie universali, affinché esse modifichino la visione karmica.
Storie sulla manifestazione dei siddhi
Per esempio, in Tibet un fabbro chiamò un maestro affinché eseguisse un rituale speciale, in seguito al quale il fabbro avrebbe ottenuto successo in qualcosa di importante per lui. Il fabbro preparò con grande devozione ciò che era necessario per l’offerta (dolci, statuette, incensi e altro) e dispose tutto in modo molto bello sull’altare. Quando arrivò il maestro, che era un santo piuttosto famoso di nome Sandan Tsidenov, raccolse in un unico mucchio tutti gli oggetti rituali preparati e disse: «Tutto questo non serve. Ecco, il rituale è stato compiuto». Il fabbro si spaventò molto: gli sembrò poco rispettoso quel comportamento così strano del maestro. Ma il maestro lo rassicurò: «È stato fatto tutto correttamente, tutto secondo le regole». Perché questo maestro disse così? Possedeva una realizzazione colossale, perciò gli era sufficiente apparire semplicemente in quello spazio e cambiare qualcosa in esso, esprimere una sankalpa a partire dalla presenza, e dopo qualche tempo tutto si materializzava. Il rituale stesso, invece, non aveva in realtà alcun ruolo. E infatti, col passare del tempo, il fabbro vide che tutto ciò che aveva chiesto si era materializzato, si era manifestato. Il rituale in realtà era una causa secondaria, mentre la causa primaria era lo stato naturale di presenza di Sandan Tsidenov come mahasiddha; egli espresse semplicemente una sankalpa.
In altri testi si racconta di come uno yogin viaggiasse tra le montagne, e lì non ci fosse acqua. Allora colpì una pietra con il bastone, e da quella pietra sgorgò acqua. Nelle biografie di molti santi veniva descritto un episodio simile. Che cosa accadde? Grazie alla forza della propria presenza, lo yogin manifestò quella variante dello sviluppo degli eventi in cui l’acqua scorre dalla pietra o in quel luogo c’è un ruscello. Cioè, trovandosi nella presenza, riconobbe il mondo in modo tale che l’acqua scorresse dalla pietra, e questo dopo qualche tempo si manifestò. Non bisogna pensare che con il bastone abbia in qualche modo perforato la pietra e fatto un pozzo; si può dire che il bastone abbia semplicemente svolto il ruolo di attributo dell’offerta rituale.
Il mondo come proiezione della coscienza
Quando comprendete questo principio, il mondo diventa diverso. Allora comprendete chiaramente che il mondo è una proiezione della coscienza. E poiché è una proiezione della coscienza, si possono cambiare le proiezioni cambiando la coscienza. Si possono cambiare le proiezioni solo nel caso in cui vi troviate nella presenza istante per istante, se riconoscete continuamente voi stessi. E allora semplicemente, senza sforzo, senza tensioni, senza lottare contro il mondo, in armonia, nel rilassamento e nella naturalezza, riconoscete voi stessi o riconoscete la variante dello sviluppo degli eventi di cui avete bisogno. Spostate dolcemente la realtà, scegliete semplicemente nel campo degli eventi quella variante che è necessaria, e questa variante si attualizza. Sapete che nell’universo esiste un campo infinito di eventi, un numero incalcolabile di loro varianti; cambiando voi stessi dall’interno, potete semplicemente scegliere la variante di cui avete bisogno, e questa variante si attualizza.
Quando comprendete questo principio della coscienza, anche la contemplazione vi diventa più chiara. Sapete che non create la visione pura, ma la scegliete e la riconoscete come un fatto già stabilito, compiuto. Sapete anche che non raggiungete l’illuminazione, ma la scegliete e gradualmente vi stabilite in essa. Non raggiungete il siddhi della buona salute e della longevità, ma scegliete semplicemente nel campo degli eventi una variante in cui siete sani. Al contempo, la vostra scelta deve essere autentica, deve provenire dalla consapevolezza interiore, essere veramente profonda.
Se invece una persona ha pensieri impuri, presenta alcuni stati oscurati e, a livello della coscienza superficiale, dice: «Sì, scelgo questo», mentre dentro di lui c’è oscurità dell’anima, stati negativi, allora in realtà egli, naturalmente, sceglie qualcos’altro, anche se dice di scegliere questo. Sceglie, ad esempio, il mondo degli spiriti affamati o il mondo degli asura. Cioè questa scelta deve necessariamente avvenire al livello della bhava, al livello della consapevolezza interiore.
Spesso le persone, non comprendendo questo, scelgono percorsi di vita sbagliati. Scelgono per sé la sofferenza o le malattie. Ciò accade perché, a livello del subconscio, è stata fatta una scelta inconsapevole. Tali stati inconsapevoli sono chiamati oscuramenti, klesha. Per purificare gli oscuramenti e le klesha, dobbiamo, con la forza della chiarezza e della saggezza discriminante, penetrare più a fondo e correggere la nostra scelta.
In sostanza, la visione pura, l’orgoglio divino e la presenza non sono altro che una correzione della scelta in ogni istante. Cioè scegliete costantemente ciò che è santo ed elevato, scegliete costantemente l’eternità e l’infinito.
Ai monaci ho trasmesso la pratica del likhita-japa, quando, usando le sankalpa, le annotate. Non è altro che un continuo orientamento della coscienza verso tale scelta. Quando lavorate correttamente con le sankalpa nel likhita-japa, rimanendo nella presenza, esse semplicemente si materializzano.
Azione dal principio sovrapersonale
Perché bisogna dimorare nella presenza e non semplicemente esprimere un’intenzione per raggiungere il prakamya-siddhi? Perché se esprimete un’intenzione a livello dell’ego (ahamkara), del piccolo «io» personale, non otterrete nulla oppure lo otterrete con grande difficoltà. Dattatreya diceva così: «La tua forza di volontà viene bloccata dalle energie universali». Se agiamo a partire dal piccolo «io» personale e da una mente rattrappita, il riconoscimento di sé non raggiunge il suo scopo, perciò l’intenzione non può materializzarsi. Affinché l’intenzione si materializzi, dobbiamo agire non a partire dal principio personale interiore, ma dal principio sovrapersonale. Non dobbiamo invocare queste shakti dall’interno, ma dallo spazio esterno dell’universo.
Come sapete, esistono diversi tipi di spazio. Chit-akasha è lo spazio interiore, maha-akasha è lo spazio esteriore, hrid-akasha è lo spazio trascendentale che unisce l’interiore e l’esteriore. Sono anche chiamati luce del figlio, luce della madre e luce del frutto. Lo spazio interiore e quello esteriore si collocano su un unico spazio trascendentale. Perciò dapprima esprimiamo l’intenzione a livello dello spazio interiore, e poi, dimorando nella presenza, cerchiamo di manifestarla attraverso lo spazio esteriore, e allora essa si materializza completamente.
Unirsi allo spazio esteriore è possibile solo quando dimorate nella presenza. Proprio per questo eseguiamo la pratica del «guardare il cielo», l’integrazione con gli oggetti esterni, la sintonizzazione sull’impulso della forza discendente (Anugraha) e molte altre sadhana che mescolano i due spazi. In definitiva, quando comprendiamo che l’interiore e l’esteriore sono un unico spazio trascendentale, il principio del riconoscimento di sé acquista forza.
Guru-yoga e il principio «Aham Brahmasmi»
Qual è il senso del Guru-yoga, ad esempio, con i mahasiddha? Unificando durante i bhajan mandala la coscienza nel Guru-yoga, cerchiamo di riconoscere anche noi stessi come mahasiddha. Quando praticate «Aham Brahmasmi», cercate di riconoscervi come Brahman. Cioè non dubitate, pensando: «Lo raggiungerò o no?», ma lo riconoscete come un dato di fatto, come una norma, e vi unite a esso. Proprio quando vi permetterete di riconoscerlo come norma, e questa norma metterà radici nella vostra coscienza, otterrete quello stesso stato.
In sostanza, essere nella presenza significa riconoscere come norma la bhava Aham Brahmasmi. Quando potete riconoscere come norma questa bhava, i prakamya-siddhi si manifestano da sé. Potete davvero curvare lo spazio, cambiare il tempo. All’inizio, naturalmente, questo avviene entro parametri ridotti. Ma il nostro scopo non è manipolare lo spazio, il tempo, i nessi di causa ed effetto per divertimento; il nostro scopo è la realizzazione del «grande passaggio» a uno stato completamente puro di non-dualità e di unico «sapore», la completa liberazione. Tale passaggio è chiamato anche kaya-vyuha.
Il livello dei siddha
L’insegnamento del prakamya-siddhi è una sezione avanzata sullo stato naturale, in cui non cerchiamo semplicemente di rivelare lo stato naturale, ma lo stiamo già utilizzando. Quando per anni si parla dello stato naturale, tutti pensano: «Oh, di nuovo questo stato naturale. Quando mai vi entrerò?» Ma un giorno arriva un momento in cui vi entrate davvero, e non solo vi entrate, ma cominciate anche a trarne beneficio. Diventa davvero forte, potete manifestare energie attraverso di esso, manipolare la shakti nel mondo relativo visibile. Questo è appunto il livello dei siddhi, cioè la sezione successiva dell’insegnamento, di cui parliamo molto raramente a causa della scarsa attualità del problema. Tuttavia, ai livelli superiori di formazione, ciò è del tutto accessibile, quando, trovandovi nella presenza, potete manipolare le energie universali, modificare le caratteristiche degli oggetti, dello spazio, del tempo, del vostro destino, dei destini degli altri e così via.
Per raggiungere un tale livello, bisogna pensare in un modo molto fuori dall’ordinario, paradossale, perché qui agiscono leggi completamente diverse.
Per esempio, un famoso fisico, quando era studente, stava sostenendo un esame all’università (mi pare fosse Niels Bohr o Nobel). Il professore gli diede questo compito: «Ecco l’edificio di un hotel, alto circa cento piani, e un barometro. Dovete misurare l’altezza dell’edificio in metri con l’aiuto del barometro».
La domanda sembrò banale allo studente. Ma egli diede al professore questa risposta: «Bisogna gettare giù il barometro e misurare la velocità di caduta libera. Conoscendo il coefficiente, si può ricavare l’altezza dell’edificio». Il professore gli diede un’insufficienza, ma sapeva che era uno studente geniale, perciò disse: «Ha ancora una possibilità».
Lo studente conosceva la risposta corretta, tuttavia non volle rispondere in modo banale. Rifletté e disse: «C’è un’altra possibilità: si può appendere il barometro a una corda come un pendolo e calcolare la lunghezza dell’edificio usando le deviazioni angolari nelle diverse direzioni e la costante gravitazionale». Il professore gli diede di nuovo un’insufficienza e disse: «Ha un terzo tentativo».
Lo studente disse: «C’è ancora un altro modo. Mi avvicinerò al portiere e gli dirò: “Monsieur, se mi dice l’altezza di questo edificio, le regalerò il barometro”». Il professore che lo esaminava era semplicemente furioso. Ma lo studente disse: «In realtà tutte le mie risposte sono corrette, quindi lei non può darmi un’insufficienza. Le garantisco che, con tutti questi metodi, scoprirò l’altezza dell’edificio».
Il professore dovette riconoscere che quelle risposte erano davvero corrette. Erano non convenzionali, non logiche, geniali. In seguito, quello studente divenne un fisico eminente.
Allo stesso modo anche voi, per operare dal livello dello stato naturale e raggiungere il prakamya-siddhi, dovete pensare in modo non convenzionale, non lineare, non nella dualità del tempo e dello spazio, delle cause e degli effetti, ma al di là di essi. Cioè dovete operare con i concetti di eternità, di infinità, della presenza in ogni istante di tutte le varianti nel campo degli eventi, della capacità di sceglierle, dello status di dio-creatore.
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