La presa di Rifugio
Namo Guru Deva
Namo Satya Dharma
Namo Arya Sangha
«Prendo Rifugio nel Maestro e nella linea dei maestri, prendo Rifugio nell’Insegnamento, e prendo Rifugio nel Sangha, cioè nella comunità spirituale dei praticanti».
Rifugio significa che stabiliamo un legame spirituale. Quando ci dedichiamo alla pratica spirituale e riceviamo l’insegnamento, tale legame spirituale è molto importante. Non si può praticare senza aver generato e stabilito un legame spirituale, poiché una tale pratica sarà sterile e, in alcuni casi, può persino essere dannosa. Ma quando stabiliamo un simile legame spirituale, ciò significa che sorge un certo contatto sottile, cioè tra voi e l’insegnamento, tra voi, il Maestro e i praticanti nasce un certo legame astrale sottile, simile a un arco voltaico, grazie al quale l’insegnamento cessa di essere semplicemente un insieme di metodi e diventa una pratica autentica che trasforma la coscienza.
Che cos’è il Guru? È un insegnante concreto che vi guida. È anche la linea dei maestri, dei santi, degli dèi, degli esseri soprannaturali che presiedono all’insegnamento. Infine, il principio del Guru significa anche la visione interiore nel vostro cuore, è la vostra stessa consapevolezza, il principio «Io sono», presente nella profondità della vostra coscienza.
«Satya Dharma» sul piano relativo significa l’insegnamento, cioè i metodi e la pratica che seguite, una determinata visione che condividete diventando discepoli dell’insegnante, praticando un determinato metodo. A un livello più elevato, Dharma significa la vostra consapevolezza, la realizzazione del vostro guru interiore.
Infine, il Sangha nella dimensione relativa significa un gruppo di praticanti. Per esempio, se si tratta di una comunità tantrica, allora il sangha sono i discepoli di un unico insegnante che condividono principi spirituali comuni o impegni (samaya). A un livello più sottile e profondo, sono anche i santi, gli dèi, i mahasiddha con i quali avete un legame karmico. E al livello assoluto per sangha si intende l’intero mondo dei fenomeni manifestati, tutto ciò che vi circonda, cioè tutta l’energia materiale, considerata inseparabile dallo stato naturale.
Ottenere Rifugio significa stabilire un legame con una determinata visione del maestro, dell’insegnamento e del sangha.
Dunque, per ricevere la trasmissione della linea della contemplazione, cioè il sankalpa, dovete pronunciare questo mantra del Rifugio. La recitazione di questo mantra esprime la vostra richiesta di trasmissione dell’insegnamento e la vostra disponibilità a riceverlo, poiché l’insegnamento non può essere trasmesso se non lo chiedete. Affinché io possa trasmettervi la linea della contemplazione e i sankalpa di base, dovete almeno rivolgermi una tale richiesta. Questo è molto importante, poiché il nostro insegnamento non viene trasmesso nello stile di una predica; al contrario, si dice così: «Devi dimostrare di essere degno dell’insegnamento. Devi manifestare tu stesso l’iniziativa per riceverlo».

Namo Guru Deva
Namo Satya Dharma
Namo Arya Sangha
E poi fate un inchino, toccando il pavimento con la fronte.
L’insegnamento sui sankalpa
Dunque, iniziamo a discutere l’insegnamento sui sankalpa, cioè la prima linea del prajna-yantra.
Che cos’è un sankalpa? Un sankalpa è una determinata impostazione o intenzione volitiva.
Esiste il termine «visione karmica». Che cosa significa visione karmica? La visione karmica è il modo in cui vediamo il mondo, cioè è il nostro modo di percepire. In altre parole, il mondo è tale quale lo vediamo grazie alla visione karmica.
Per esempio, gli spiriti assetati (spiriti affamati) hanno la visione karmica dei preta, cioè uno stato di insoddisfazione, avidità, cupidigia. Di conseguenza, se guardano il mondo, la loro visione karmica lo trasforma completamente. Supponiamo che un preta entrasse in questa sala: non vedrebbe una splendida sala, ma qualcosa di semidiroccato, cioè muri distrutti e qualcos’altro del genere. Lo vedrebbe con gli occhi della propria visione karmica come qualcosa di impuro, insoddisfacente.
E quando il mondo vede una divinità dotata di una visione karmica elevata, nella sua visione, al contrario, esiste una sensazione di purezza, armonia, grandezza, sacralità. Se, per esempio, essa guardasse questa sala, con gli occhi della propria visione karmica la vedrebbe come un ambiente magnificamente decorato, con enormi colonne, colmo di un meraviglioso suono astrale. Vedrebbe voi nell’aspetto di divinità eternamente giovani, con ornamenti d’oro e corone. Questo pavimento, nella sua visione, sarebbe rifinito con un fine mosaico, oro, rubini, zaffiri e altre pietre preziose. Il suono della mia voce le sembrerebbe molto incantevole, astrale, capace di penetrare senza microfono direttamente nel canale centrale. Si ramificherebbe, da esso emanerebbero sottili armonici, melodie, semitoni. Lo stesso riguarda la percezione della luce e di tutto il resto. Tale è la differenza nella visione karmica dei diversi esseri.
Noi invece possediamo la visione karmica degli esseri umani, perciò vediamo il mondo in un determinato modo. In altre parole, tutto è determinato dalla visione karmica.
Esiste un detto: «Guardando un fiume, gli uomini lo percepiranno semplicemente come un fiume; gli esseri infernali – come lava incandescente; gli spiriti affamati – come pus, escrementi o flussi di impurità; gli animali – come ambiente di vita; gli asura – come una qualche arma geofisica, come un mezzo per condurre la guerra; gli dèi – come nettare (amrita), come qualcosa di divino, elevato, puro e santo». Il fiume rimane una stessa sostanza, tuttavia esseri con diversa visione karmica lo vedono in modi diversi. Ciò significa che, a seconda della visione karmica, il mondo cambia. Di per sé non esiste un mondo univoco. Il mondo cambia a seconda della coscienza. Quale visione karmica abbiamo nella coscienza, tale appare il mondo.

La Liberazione significa l’ingresso nella visione karmica di una divinità, di un essere completamente illuminato. Quando ci alleniamo nella pratica della contemplazione, nella pratica dello stato naturale, cerchiamo di cambiare la nostra visione karmica e di sviluppare una visione karmica più elevata. Quando avremo completamente soppiantato la vecchia visione karmica e l’avremo sostituita con una nuova, si dice che una tale persona raggiunge la liberazione, diventa santa, immortale.
Dunque, i sankalpa sono determinate impostazioni per sviluppare la presenza contemplativa e cambiare la visione karmica. Si può dire che i sankalpa sono determinate intenzioni che generiamo interiormente per dare forza alla nostra contemplazione e mantenerla, approfondendola gradualmente. Il sankalpa è un’impostazione nella coscienza che permette di entrare nella contemplazione e di rivelare lo stato naturale; è il mantenimento intenzionale della consapevolezza con il sostegno di un piccolo sforzo.
Con la teoria e la pratica dei sankalpa potete familiarizzare autonomamente. È un testo piuttosto ampio, intitolato «Il Sentiero della Coscienza Divina. La pratica segreta della contemplazione con il sostegno dei sankalpa». Poiché siamo limitati nel tempo, ci occuperemo al minimo della teoria e passeremo direttamente alla pratica.
Gli otto sankalpa principali
Dunque, nella linea della contemplazione esistono otto sankalpa principali. Sono i seguenti:
- «Sonno»
- «Atma-vichara» (Io sono)
- «Visione pura»
- «Orgoglio divino»
- «Luce»
- «Spazio infinito»
- «Sintonizzazione sulla forza discendente»
- «Tutto è uno con la mente»
Queste sono le otto impostazioni con cui lavoriamo nella pratica della contemplazione. Sono descritte in vari testi tantrici, per esempio nel «Vijnana Bhairava Tantra».

Nell’insegnamento si è formato un determinato stile di applicazione di questi sankalpa.
Dunque, la «linea della mente» prende come supporto il sankalpa principale «Io sono». La «linea dell’orgoglio divino» consiste nel mantenimento del sankalpa principale «Aham Brahmasmi», «Io sono la Sorgente suprema». Infine, la «linea dello spazio» consiste nel mantenimento del senso dello «Spazio infinito».
Cominciamo con i sankalpa più semplici, come «Sonno» e «Atma-vichara», passando gradualmente alla pratica di sankalpa più complessi e, con gli anni, rendendo la pratica sempre più complessa.
Ora vi darò molto brevemente, a parole, la trasmissione in questi sankalpa; tuttavia dovrete chiarirli da soli, poiché siamo limitati nel tempo. Poi vi trasmetterò il triplice sankalpa, e quindi eseguiremo le pratiche per unire la contemplazione con il corpo, la parola e la mente.
Sankalpa «Sonno»
Dunque, la prima sankalpa suona così: «Questo è un sogno». Guardando il mondo esterno, create l’atteggiamento: «Tutto ciò che vedo è simile a un sogno». Considerate il mondo esterno come se fosse un sogno, astraetevi da esso. Praticando questa sankalpa, guardiamo gli oggetti esterni, ascoltiamo i suoni e le altre sensazioni, pensando continuamente: «Tutto questo è illusione, è un sogno». Osserviamo gli oggetti esterni, mentre allo stesso tempo la parte sottile della nostra coscienza, l’osservatore, rimane. Si dice così: «Che tu cammini, mangi, parli con gli altri, compia l’attività prescritta, non dimenticare neppure per un istante che tutto questo è illusione, un sogno». Questa è la prima sankalpa.

Dovreste dedicare alla pratica continua di questa sankalpa almeno tre mesi. Ciò significa che è necessario praticarla dal momento del risveglio fino all’addormentamento, finché tale ricordo non diventi continuo. Quando praticate abbastanza bene, in voi si risveglia la consapevolezza, e allora cominciate davvero a vedere il mondo come un’illusione; potete percepire coloro che dormono in questo sogno e coloro che sono risvegliati.
Sankalpa «Atma-vichara»
La seconda sankalpa è l’esperienza «Io sono». Vi concentrate sul senso dell’«io», cercando di mantenere la coscienza su una sottile sensazione interiore. Per farlo vi ponete la domanda: «Chi sono io?» Quando rispondete a questa domanda, potete sentire una certa sottile vibrazione nella coscienza. Dovete restare con questa vibrazione, e quando arrivano pensieri distraenti, bisogna sostenere il senso dell’«io», ritornando di nuovo e ponendovi la domanda: «Chi vede questo?», «Chi pensa questo?», «Chi sente questo?», invece di seguire i pensieri o gli oggetti esterni. Questa è la sankalpa chiamata autoricordo («Atma-vichara»).

Sankalpa «Visione pura»
La terza sankalpa si chiama «Visione pura». Visione pura significa che cerchiamo di guardare il mondo come un mandala; cerchiamo di percepire le altre persone come divinità che vi giocano; cerchiamo di percepire i suoni come mantra o suoni dei bhajan; cerchiamo di percepire noi stessi come una divinità; tutte le situazioni che ci accadono cerchiamo di percepirle come lila, giochi divini.

La sankalpa «Visione pura» è una pratica molto potente, che cambia la visione karmica di cui abbiamo parlato sopra. Si può dire che, invece di guardare il mondo con gli occhi di un essere umano, cerchiamo di guardarlo con gli occhi di una divinità risvegliata. Allo stesso tempo non la creiamo in qualche modo appositamente, non la visualizziamo. Cerchiamo di vederla come ciò che è già e che è sempre stato, senza creare costruzioni mentali o strutture artificiali. «Visione pura» significa che tutto viene visto così com’è in realtà.
Per esempio, vediamo acqua, terra, case, alberi o fiumi, ma i santi dicono che ci inganniamo vedendo in questo modo. Perché? Perché da una posizione più sottile l’elemento terra non è terra, ma è il corpo sacro della divinità, la sua manifestazione nell’aspetto dell’elemento terra. Lo stesso si può dire dell’acqua, del fuoco e così via. In altre parole, i cinque elementi esterni sono le cinque energie esterne delle divinità. Agli esseri samsarici è propria una visione impura, mentre «visione pura» significa che scorgiamo l’energia sottile dietro tutte le manifestazioni.
Per esempio, quando guardate una donna, potete scorgere l’energia sottile, la shakti, di cui ella è il tramite. Questa donna è una conduttrice dell’energia di Durga, questa di Lakshmi, e questa di Sarasvati. Oppure, quando guardate un uomo, potete vedere che anche lui è il tramite di una certa energia determinata.
Quando praticate la «visione pura», dietro i fenomeni esterni vedete il loro sottile retroterra. Dietro ogni evento esterno potete vedere una base più sottile, cioè non percepite più il mondo in modo ordinario, superficiale.
La visione karmica dipende da quali impronte mentali sono state create in passato. Quando pratichiamo la sankalpa «Visione pura», generiamo nuove impronte mentali nel flusso della nostra coscienza.
Ad esempio, quando seguite un insegnamento, agli allievi viene subito detto: «L’insegnamento va percepito nella visione pura», cioè non bisogna cercare di guardare l’insegnamento con occhi umani, formulare comuni valutazioni critiche e così via, ma bisogna cercare di guardare proprio con uno sguardo più elevato. Ma sarà bene se proverete a estendere la visione pura a tutto il mondo circostante, inclusi i vostri parenti, amici, le persone comuni, voi stessi.
La sankalpa «Visione pura» permette di rivelare capacità, ottenere successo, aumentare la durata della vita, guarire malattie, scoprire una sottile coscienza intuitiva, poiché, praticandola, già durante la vita diventate simili a una divinità, agli dèi. E gli dèi, com’è noto, sono esseri soprannaturali che possiedono saggezza illimitata, prosperità, immortalità, qualità raffinate, profonda comprensione, armonia, grandezza, sacralità.
Sankalpa «Orgoglio divino»
La sankalpa successiva è «Orgoglio divino». Praticandola, facciamo nascere una tale comprensione: «Io sono l’Assoluto», «Io sono la Fonte suprema». Quando meditiamo in questo modo, in noi appare bhava, una percezione elevata del mondo. Ci sintonizziamo e coltiviamo questa percezione del mondo finché non cresce, finché non riempie la nostra coscienza e finché non cambiamo l’autovalutazione.
Ad esempio, ognuno di noi ha un’autovalutazione che può essere espressa come una certa percezione del mondo, bhava. Ci sentiamo esseri umani, ma proprio questo ricordarsi di sé come esseri umani, il continuo sentirsi esseri umani, ci rende esseri che soffrono nel samsara.

Che cosa significa coltivare bhava e far crescere l’orgoglio divino? Significa generare in sé la sensazione: «io sono una divinità, l’Assoluto». E se una tale sensazione cresce dentro di noi, allora nasce in noi una grandezza interiore, accompagnata da un’esperienza reale: la sensazione di globalità, eternità, infinità, trascendenza, sacralità. E quando coltiviamo una tale sensazione, essa gradualmente soppianta completamente la nostra vecchia autovalutazione, e allora scopriamo di aver cambiato del tutto la nostra idea di noi stessi.
Qui menzioniamo la «linea dell’orgoglio divino» solo molto brevemente. È la seconda linea della sezione della prajna-yantra. In realtà è una pratica contemplativa molto profonda e autosufficiente, che di per sé conduce alla liberazione suprema, se la applicate correttamente.
Naturalmente, l’orgoglio divino non si riferisce al piccolo «io», all’ego relativo. Se possiamo pensare: «Io sono l’Assoluto, io sono una divinità», sforzandoci in qualche modo di rappresentarci come una divinità, allora, certo, questo sarà un normale orgoglio mondano. L’esperienza dell’orgoglio divino non si riferisce al nostro ego relativo e alla «mente». Al contrario, il vostro ego e il vostro piccolo «io» possono essere del tutto modesti.
L’orgoglio divino si riferisce alla parte più essenziale della coscienza, all’«Io» profondo che coltiviamo. Quando praticate la sankalpa «Orgoglio divino», esistono diversi segni che sorgono nei sogni. Ad esempio, lo yogin può vedersi nelle sembianze di una divinità, nelle sembianze di un santo. Oppure può vedere sogni in cui riceve offerte, dà istruzioni. Sono segni che indicano il progresso nella pratica della contemplazione. Oppure può sperimentare la sensazione di una grandezza trascendente. Tutto ciò sono segni di una pratica riuscita della sankalpa «Orgoglio divino». Ma per ora non esamineremo in dettaglio questa linea, questa sankalpa.
Sankalpa «Luce»
La sankalpa successiva è «Luce». Suona così: «Quando cammini, dormi, ti abbandoni ai sogni, contempla te stesso come luce». Immaginate come la luce, che emana dal vostro cuore in tutte le direzioni, riempia tutto lo spazio circostante. Questa luce non è abbagliante, ma molto profonda. Se mantenete in questo modo la sensazione della luce, vivendola sia dentro sia fuori, dopo un certo tempo tutto lo spazio circostante comincia gradualmente a essere visto con la visione interiore come splendente, simile alla luce. All’inizio pratichiamo la contemplazione della luce con un piccolo sforzo. Nella seconda fase contempliamo la luce rilassandoci, eliminando il nostro sforzo personale.

Sankalpa «Spazio infinito»
La sankalpa successiva è «Spazio infinito». Viene descritta così: «Senti che lo spazio occupato dalla forma del tuo corpo è infinito e contiene tutto in sé. Sentiti pervadere tutti i punti cardinali – lontani e vicini». Sedendovi nella postura corretta, sentite come il vostro spazio interiore comincia a espandersi, come se sottili fili emanassero dal livello del cuore, dal centro del petto. Questi fili si irradiano verso l’alto, verso il basso, in avanti, all’indietro, a destra, a sinistra. Espandete la coscienza, abbracciando gradualmente con essi uno spazio sempre più vasto, oltrepassando i confini del tempio, abbracciando la città, il paese, la Terra, il Sistema solare, la galassia della Via Lattea, finché la sensazione dello spazio infinito non supera i limiti di tutto ciò che è concepibile, e sostenete l’esperienza dello spazio infinito. All’inizio lo fate con un piccolo sforzo, poi vi rilassate completamente e contemplate senza fare sforzi.

Sankalpa «Forza discendente»
La sankalpa successiva si chiama «Forza discendente». Ci rilassiamo e guardiamo direttamente nello spazio, eseguendo la shambhavi-mudra. Quando contempliamo, guardando gli oggetti esterni senza valutazioni né giudizi, tutti gli oggetti esterni cominciano a essere visti come un’unica sfera di coscienza, come qualcosa di integro, identico. La sankalpa «Forza discendente» è destinata alla contemplazione degli oggetti esterni, così come la sankalpa «Visione pura». Ciò significa che queste sankalpa possono essere applicate quando osservate qualcosa di esterno. Per esempio, quando guardate il cielo, le case o gli alberi, potete usare l’energia degli oggetti esterni per sintonizzarvi sulla forza discendente. Tale forza discendente è chiamata anche Anugraha o shaktipatha. La forza discendente è una delle energie illuminanti, che è sempre presente, tuttavia noi non la sentiamo o non la riveliamo. Essa si effonde sempre e, se ci sintonizziamo su di essa, riceviamo un potente «sapore» (rasa) dello stato naturale.

Sankalpa «Tutto è uno con la mente»
La sankalpa successiva è «Tutto è uno con la mente». Questa sankalpa conclude le sankalpa della linea della contemplazione ed è la più profonda, o la più alta. In questa disposizione consideriamo il mondo come manifestazione del nostro «Io». Guardiamo il mondo, dandoci questa disposizione: «Tutto ciò che percepisco è la mia Mente, tutto è manifestazione della mia coscienza». Eseguiamo la seduta o la camminata con la shambhavi-mudra, cercando di percepire il mondo esterno come il nostro stesso «Io». Il soggetto si ricongiunge con l’oggetto nello spazio indivisibile della contemplazione. Come risultato della pratica sorgono tre segni. Il segno esterno: sentiamo che il nostro corpo, come se non esistesse. Il segno interno: il respiro si arresta. Il segno nascosto: viene reciso ogni attaccamento agli oggetti materiali. La sankalpa «Tutto è uno con la mente» è il culmine o il completamento della contemplazione. Si può dire che non è più tanto una disposizione, quanto una realizzazione.

Il santo, lo yogin risvegliato, vede l’intero mondo come manifestazione delle proprie energie. Per esempio, quando vedete qualcosa, comprendete: «Sono io stesso». Vedete una situazione disarmonica, ma invece di farvi coinvolgere in essa, comprendete: «È la manifestazione di alcune mie energie disarmoniche». E invece di giudicarle, semplicemente le armonizzate. Quando vedete l’immagine delle divinità, comprendete: «È la manifestazione di energie pure e creative provenienti dal mio corpo sottile».
Così, tutto ciò su cui posate lo sguardo viene visto come un’unica coscienza. Si può dire che l’universo, la Terra, il Sole, i pianeti, tutte le persone diventano il vostro unico grande corpo. Naturalmente, raccontarlo è facile, ma realizzarlo è difficile. Per questo non passiamo subito alla contemplazione delle sankalpa superiori. La sankalpa «Tutto è uno con la Mente» è il completamento della pratica.
Sankalpa doppie e triple
Queste sono le principali sankalpa che coltiviamo nella pratica della nostra contemplazione. A livelli più complessi lo yogin può mantenere sankalpa doppie e triple.
Le sankalpa doppie e triple significano che lo yogin può mantenere contemporaneamente nella coscienza due o tre atteggiamenti. Uno di essi è esterno, l’altro è interno, il terzo è segreto o non duale. Così, la pratica della contemplazione e del mantenimento dello stato naturale si riduce al mantenimento simultaneo di due o tre atteggiamenti nella coscienza. Ora eseguiremo la pratica della camminata con una sankalpa tripla, una delle sankalpa principali, fondamentali.
Responsabilità per la pratica
Dovete essere pronti al fatto che, se praticate correttamente, la vostra coscienza cambia. I vostri valori cambieranno davvero, se lavorate correttamente con la coscienza, poiché è proprio a questo che è destinata la vera pratica. Cioè, dovete assumervi la responsabilità della vostra pratica.
C’è una storia secondo cui un certo uomo d’affari, dopo due settimane di frequenza ai corsi di meditazione tenuti da uno swami indiano, disse: «Mi è scomparso il desiderio di vivere nel mondo e di occuparmi di affari. Non so che cosa farne». Lo swami gli rispose: «Tu stesso devi assumerti la responsabilità della tua meditazione, devi sapere di che cosa ti stai occupando».

Se il desiderio è scomparso, allora questo è uno dei segni di una consapevolezza più profonda, che viene chiamato «avversione per il samsara». Sebbene dal punto di vista del laya yoga non si ponga l’accento sull’avversione per il samsara. Noi poniamo l’accento sull’accettazione totale e diciamo che tutto deve diventare pratica della contemplazione. Ma il distacco, la diminuzione degli attaccamenti, compaiono davvero quando praticate la contemplazione.


