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Il segreto della longevità e della saggezza del corvo Bhusunda

20.07.2026
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Il segreto della longevità e della saggezza del corvo Bhusunda

Testo dello «Yoga Vasistha», capitolo 6 «La storia di Bhusunda»

Vasistha racconta a Rama:

Nella coscienza infinita e indivisibile, in uno dei suoi angoli, vi è un mondo simile a un miraggio. Là dimora il Creatore Brahma, quale causa manifesta di quel mondo. Io sono suo figlio, nato dalla mente. Un giorno, mentre mi trovavo nelle dimore di Indra, udii dal saggio Narada storie di esseri longevi. Durante una delle conversazioni, il grande saggio Shatatapa disse:

«In uno degli angoli del monte Meru cresce l’albero Kuta, che esaudisce i desideri. Le sue foglie sono d’argento e d’oro. Su quest’albero vive il corvo Bhusunda, completamente libero da ogni desiderio e avversione. Nessuno sulla terra o nei cieli è vissuto più a lungo di lui. Egli non solo è longevo, ma è anche un essere illuminato e pacifico. Se qualcuno di voi riuscisse a vivere come questo corvo, la sua sarebbe una vita meravigliosa e degna».

Udii queste parole e ne fui ispirato. Partii alla ricerca di Bhusunda. Ben presto raggiunsi la vetta del monte Meru sulla quale viveva Bhusunda. La montagna stessa era colma di luce, come uno yogi che, attraverso le proprie pratiche, avesse aperto il portale psichico alla sommità del capo. La montagna si innalzava fino ai cieli.

Qui vidi l’albero Kuta, i cui fiori e le cui foglie risplendevano come pietre preziose. La sua cima sfiorava i cieli. Gli esseri celesti che vivevano tra le sue fronde riempivano l’aria con i loro canti. Anche splendidi saggi, capaci di assumere qualsiasi forma desiderassero, vivevano su quell’albero. Era un albero enorme, di dimensioni smisurate.

Vidi diversi uccelli che vivevano sull’albero; vidi persino il celebre cigno che funge da cavalcatura al creatore Brahma. Vidi l’uccello Shuka, sul quale volava il dio del fuoco e che aveva studiato tutte le sacre scritture. Vidi un pavone e altri uccelli. Da grande distanza scorsi dei corvi e, tra loro, il grande Bhusunda, seduto in perfetta calma e serenità. Era splendido, luminoso e beato.

Era il celebre longevo Bhusunda. Era sopravvissuto a diversi cicli di creazione del mondo. Ricordava persino coloro che erano vissuti molte migliaia di anni prima. Era silenzioso. Era libero dai concetti di «io» e «mio». Era amico e anima affine di tutti.

L’albero Kuta e il sereno Bhusunda tra gli uccelli celesti

L’incontro con Bhusunda

Scesi proprio davanti a Bhusunda. Egli sapeva che io ero Vasistha e mi diede il benvenuto. Con il potere dei suoi pensieri materializzò dei fiori, con i quali mi ricoprì. Mi fece sedere accanto a sé e disse:

«È una grande grazia che, dopo tanto tempo, tu mi abbia onorato con la tua visita. Nel nettare della tua presenza siamo tornati a vivere come un albero. Tu sei il più grande fra coloro che devono essere venerati e sei venuto qui soltanto perché ho accumulato meriti sufficienti. Ti prego, dimmi la ragione della tua visita. È evidente che nel tuo cuore risplende la luce della conoscenza suprema, accesa da una costante e intensa indagine sulla natura di questo mondo. Qual è lo scopo della tua visita? Ah, osservando i tuoi piedi benedetti, credo di aver indovinato il tuo intento. Sei venuto qui alla ricerca del segreto della longevità. Tuttavia, vorrei sentirti parlare tu stesso del tuo scopo».

L’incontro tra Vasistha e Bhusunda sotto una pioggia di fiori

Risposi così:

«Sei senza dubbio benedetto, poiché godi della calma e della beatitudine che ti circondano, poiché possiedi la più alta saggezza e poiché non sei intrappolato nella rete dell’illusione del mondo. Ti prego, raccontami di te. In quale stirpe sei nato? Come hai raggiunto l’illuminazione e conosciuto ciò che merita di essere conosciuto? Quanti anni hai ora? Ricordi qualcosa del tuo passato? Per volontà di chi vivi così a lungo e perché proprio su quest’albero?»

Bhusunda rispose:

«Poiché mi interroghi su di me, risponderò sinceramente a tutte le tue domande. Ascolta attentamente. La storia che ora ti racconterò è così ispiratrice da distruggere i peccati di tutti coloro che l’ascoltano e la narrano».

Detto questo, o Rama, Bhusunda iniziò il suo racconto. Le sue parole erano profonde e cortesi. Possedevano un’enorme forza, poiché egli si era elevato al di sopra dei propri desideri e della ricerca dei piaceri. Il suo cuore era puro perché era colmo. Conosceva la nascita e la distruzione dei mondi. Le sue parole erano dolci ed egli possedeva la dignità dello stesso Brahma. Le sue parole erano simili al nettare e risuonavano così.

Il racconto di Bhusunda sulle proprie origini

Bhusunda disse:

In questo universo esiste una grande divinità, Hara, il dio degli dèi, venerato da tutti gli dèi nei cieli. Il sacro Gange scorre dai suoi capelli, la luna risplende sul suo capo e un cobra gli è avvolto intorno al collo, privato del suo veleno dal nettare della luce lunare. Il suo unico abito è la cenere sacra, cosparsa su tutto il corpo. Vive nei cimiteri e nei luoghi di cremazione, porta una collana di teschi, mentre i serpenti sono i suoi amuleti e bracciali.

Con un solo sguardo distrugge i demoni. Si prende cura del bene dell'intero universo. Le montagne e le colline, eternamente immerse nella meditazione, sono i suoi simboli. Lo servono goblin con teste e mani affilate come rasoi e con volti di orso, cammello, topo e così via. Ha tre occhi luminosi. I goblin lo venerano. E le dee che si nutrono degli esseri dei quattordici mondi danzano davanti a lui.

Queste dee vivono sulle montagne, nello spazio, in mondi diversi, nei luoghi di cremazione e nei corpi di vari esseri. I loro volti assomigliano a quelli di diversi animali. Tra queste dee, otto sono le principali e si chiamano Jaya, Vijaya, Jayanti, Aparajita, Siddha, Raktta, Alambusa e Utpala. La più celebre fra loro è Alambusha. Vola su un possente corvo blu.

Le otto dee e Alambusha sul possente corvo blu

Un giorno tutte queste dee si riunirono, pregarono e cominciarono a praticare la divinazione. Ben presto il loro stato divenne simile all'ebbrezza e cominciarono a discutere del motivo per cui Hara le trattasse con arroganza. Decisero di mostrargli la loro forza affinché non si desse troppe arie. Ammaliarono con i loro incantesimi Uma, la compagna di Hara, e la trascinarono via. Poi tutte le dee cantarono e danzarono in estasi; alcune si ubriacarono, altre ridevano, ruggivano o correvano, alcune caddero e altre mangiavano carne. Queste dee ubriache provocarono tumulto e disordini in tutto il mondo.

Mentre si divertivano e gioivano tutte per la loro bravata, anche gli animali che cavalcavano si ubriacarono e cominciarono a danzare. Tutte le cignette danzarono con il corvo Kanda e, durante la danza, furono tutte sopraffatte dalla lussuria. Una dopo l'altra si accoppiarono con Kanda, perché erano ubriache e non capivano assolutamente più nulla. Poi rimasero tutte gravide.

Quando le dee ebbero finito di divertirsi, andarono da Hara e gli offrirono il corpo di Uma, che con la loro stregoneria avevano trasformato in cibo. Hara vedeva ogni cosa nella sua vera essenza e si adirò per le loro bravate. Allora le dee restituirono a Uma il suo stato originario, la riconsegnarono a Hara e tornarono nei propri mondi. Le cignette cavalcate dalla dea Brahmi le raccontarono ciò che era accaduto.

Brahmi disse loro:

A causa della vostra gravidanza non potete adempiere ai vostri doveri, perciò per ora andate dove volete.

Detto questo, la dea si immerse in una profonda riflessione.

Dopo qualche tempo, le cignette deposero 21 uova e le covarono. Così nacquero 21 pulcini nella famiglia del corvo Kanda. Insieme alle nostre madri, venerammo Brahmi. Per sua grazia raggiungemmo la conoscenza suprema e l'illuminazione. Poi andammo da nostro padre, che ci abbracciò tutti.

Kanda disse:

Figli, vi siete liberati dalle reti del mondo, spezzando le catene delle tendenze e dei limiti immaginari? Se non è così, andiamo dalla dea, per la cui grazia potrete acquisire la saggezza.

Noi rispondemmo:

Papà, per grazia della dea Brahmi conosciamo ciò che deve essere conosciuto. Ora cerchiamo un luogo meraviglioso e disabitato in cui dimorare.

Ventuno pulcini acquisiscono la saggezza per grazia di Brahmi

Kanda disse:

«Esiste una meravigliosa montagna chiamata Meru, che sostiene i quattordici mondi e tutti gli esseri che vi abitano. Là vivono tutti gli dèi e i saggi. Su quella montagna cresce un albero che esaudisce i desideri. Su uno dei suoi rami costruii un tempo un nido, mentre la mia dea Alambusha era immersa in profonda meditazione. È meraviglioso e splendido sotto ogni aspetto. Figlioli, recatevi in quel nido e vivetevi. Non vi sarà mai alcun ostacolo».

Seguendo le istruzioni di nostro padre, giungemmo tutti qui e cominciammo a vivere in quel nido.

Bhusunda continuò:

Un tempo qui esisteva un mondo intero e noi ne fummo testimoni.

Vasishtha domandò: 

Che cosa è successo ai tuoi fratelli? Qui vedo soltanto te.

Bhusunda continuò:

Da allora è trascorso molto tempo, o saggio, e i miei fratelli, ciascuno al momento opportuno, abbandonarono la propria esistenza fisica e si recarono nei cieli del dio Shiva. Infatti, ogni essere longevo, persino se santo e beato, con il tempo giunge alla morte.

Vasishtha chiese di nuovo: 

Com'è possibile che tu sia rimasto immune al fuoco, al vento, al caldo e al freddo?

Il segreto della longevità di Bhusunda

Bhusunda continuò:

Certo, dal punto di vista degli uomini, il corpo di un corvo è considerato spregevole e miserevole, sebbene il Creatore fornisca in abbondanza tutto il necessario per vivere persino a un umile corvo. Ma noi rimanevamo immersi nella beatitudine interiore e perciò siamo sopravvissuti anche nelle peggiori avversità. Rimanevamo immersi in essa, avendo abbandonato le attività inutili che fanno soltanto soffrire il corpo e la mente. A dire il vero, per questo corpo fisico non vi è sofferenza né nella vita né nella morte; perciò siamo rimasti così come siamo, senza cercare altro oltre a ciò che già esiste.

Abbiamo visto i destini dei mondi. Non ci identifichiamo più con il nostro corpo. Conoscendo la mia vera essenza e rimanendo su quest'albero, ho visto scorrere il tempo. Praticando il pranayama, ho oltrepassato i limiti temporali. Perciò nel mio cuore sono calmo e sereno, e gli eventi di questo mondo non mi toccano. Che tutti gli esseri intorno scompaiano o, al contrario, appaiano, noi non temiamo nulla. Anche se tutte le creature di questo mondo entrassero nell'oceano della morte, noi resteremmo semplicemente seduti sulla riva di quell'oceano, e perciò ciò non ci toccherebbe. Non accettiamo né respingiamo nulla; sembriamo qualcosa, ma non siamo ciò che sembriamo. È così che restiamo seduti su quest'albero.

Sebbene le nostre occupazioni siano varie, non sprofondiamo nei condizionamenti mentali e non perdiamo mai il contatto con la realtà.

O Dio, il nettare per il quale gli dèi agitarono l'oceano non è nulla in confronto alla beatitudine che nasce dalla presenza di saggi come te. Non vi è nulla di più elevato e onorevole della compagnia dei saggi, liberi da ogni desiderio e aspirazione. O saggio, sebbene abbia già raggiunto la vera conoscenza, ritengo che la mia vita abbia acquisito il suo significato definitivo soltanto ora, perché oggi ti ho visto e ho goduto della tua compagnia.

Bhusunda continuò:

Quest'albero che esaudisce i desideri non viene scosso né dalle diverse catastrofi naturali né da quelle causate dalle azioni degli esseri viventi. Vi furono diversi eventi di questo genere, quando i demoni tentarono di distruggere o soggiogare la terra, e anche quando Dio intervenne e salvò la terra da quei demoni. L'albero rimase immune a tutto ciò. Nemmeno l'inondazione e il calore cocente del sole che accompagnarono la distruzione della terra alla fine del ciclo cosmico riuscirono a toccare quest'albero. Perciò anche tutti coloro che vivono su quest'albero sfuggirono alla distruzione. Il diavolo ha potere soltanto su coloro che vivono in luoghi non benedetti.

Vasishtha chiese: 

Ma come sei sopravvissuto alla fine della vita del cosmo, quando tutto viene distrutto?

Bhusunda rispose:

In quel momento, o saggio, abbandono questo nido come un ingrato abbandona il proprio amico. Poi unisco la mia coscienza allo spazio cosmico, completamente libero da ogni pensiero e limitazione della mente. Quando dodici soli cosmici inondano questa Creazione di una luce insopportabile, pratico la varuni-dharana e nulla di tutto ciò mi tocca (Varuna è il dio dell'acqua; la pratica della varuni-dharana è l'unione con Varuna). Quando il vento soffia con tale forza da sradicare persino le montagne, pratico la parvati-dharana e la distruzione non mi tocca (parvata significa montagna; la parvati-dharana è l'unione con la montagna). Quando l'intero universo si riempie delle acque della distruzione cosmica, pratico la vayu-dharana (vayu significa vento) e, ancora una volta, la distruzione non mi tocca. Poi rimango come in un sonno profondo finché non inizia un nuovo ciclo cosmico. Quando il nuovo Creatore comincia a creare un nuovo mondo, torno a vivere in questo nido.

Vasishtha chiese: 

Perché gli altri non possono fare ciò che hai fatto tu?

Bhusunda rispose:

O saggio, non è possibile oltrepassare i limiti della volontà dell'Essere supremo. È soltanto per questa volontà che io sono così come sono e gli altri sono così come sono. Nessuno può misurare né immaginare ciò che deve essere. In conformità alla natura di ogni essere, accade ciò che deve accadere. Perciò, in conformità alla forza del mio pensiero o della mia concezione, quest'albero si trova qui in ogni ciclo della creazione.

Vale a dire, Bhusunda afferma che non puoi andare oltre il sankalpa di Brahma finché tu stesso non diventi Brahma.

Ricordi dei cicli cosmici

Bhusunda ricorda l'alternarsi degli antichi cicli della Terra

Vasishtha chiese: 

Vivi da così tanto tempo che probabilmente hai raggiunto la liberazione definitiva. Sei un saggio, coraggioso e un grande yogi. Ti prego, raccontami quali eventi insoliti ricordi di questo o dei precedenti cicli della creazione.

Bhusunda disse:

Ricordo che un tempo su questa terra non c'era nulla: né alberi, né piante, né persino montagne. Per undicimila anni la terra fu ricoperta di lava. A quei tempi non esistevano né il giorno né la notte nella regione al di sotto di quella polare, mentre sul resto della terra non splendevano né la luna né il sole. Soltanto metà della regione polare era illuminata.

Allora i demoni governavano la terra: erano stolti, potenti e ricchi. La terra era il loro terreno di gioco.

Tutta la terra, tranne il polo, era ricoperta d'acqua. In seguito, per un periodo molto lungo, tutta la terra, eccetto i poli, fu ricoperta di foreste. Poi sorsero montagne enormi, ma gli esseri umani ancora non esistevano. Per diecimila anni la terra fu ricoperta dai cadaveri dei demoni.

Un giorno gli dèi che vivevano nei cieli scomparvero dalla vista per la paura. E allora la terra divenne come un'unica montagna! Ricordo molti casi simili, ma lascia che ti racconti ciò che è importante.

Nel corso della mia vita ho visto apparire e scomparire numerosi Manu (i progenitori della razza umana). Un tempo sulla terra non c'erano né dèi né demoni, ma esisteva un unico uovo cosmico luminoso. In un'altra epoca la terra era popolata da ministri del culto che amavano bere, da servitori che deridevano gli dèi, e allora le donne avevano molti mariti. Ricordo anche un'altra epoca in cui la terra era ricoperta di foreste, gli oceani non esistevano nemmeno nell'immaginazione e gli uomini apparivano spontaneamente. In un'altra epoca non esistevano né le montagne né la terra stessa: gli dèi e i saggi vivevano nell'aria. In un'altra epoca ancora non esistevano né dèi né saggi e ovunque regnava l'oscurità.

Dapprima sorge il concetto della Creazione. Poi nell'universo sorgono la luce e le varie divisioni. Quindi, uno dopo l'altro, appaiono esseri diversi, stelle e pianeti.

In epoche diverse gli universi furono creati da divinità differenti: a volte fu Vishnu, considerato il protettore, a volte Brahma e, in un'altra epoca, Shiva.

Bhusunda continuò:

Naturalmente ricordo saggi come te, dee, demoni e re del passato recente e remoto. O saggio, questa è già l'ottava volta che nasci come il saggio Vasishtha, ed è l'ottava volta che noi due ci incontriamo. Una volta fosti generato dall'aria, un'altra dal vento, dall'acqua, da una montagna e dal fuoco.

Tutto ciò che è accaduto in questo ciclo è accaduto esattamente nello stesso modo nei tre cicli precedenti. Ma io ricordo gli eventi di dieci cicli simili. In ogni ciclo vi erano saggi che proclamavano la verità e rivelavano i Veda. Le sacre scritture furono create più e più volte.

Per annientare i demoni, il dio Vishnu nacque di nuovo, come Rama. E nacque per l'undicesima volta. E il dio Vishnu nascerà come Krishna per la sedicesima volta.

Ma tutto ciò è un'illusione, il mondo in quanto tale non è realtà. Sembra reale soltanto alla mente ottenebrata dall'illusione. Sorge e scompare in un batter d'occhio, come increspature sull'acqua. Tutti e tre i mondi in una certa epoca erano simili, mentre in un'altra erano completamente diversi. A causa di tutte queste differenze, in ogni epoca ho nuovi amici, parenti, servitori e dimore. A volte vivo sull'Himalaya, a volte sui Malaya, a volte vivo in questo nido.

Persino le direzioni cambiano di tanto in tanto. Poiché sono l'unico ad aver attraversato la notte del creatore Brahma, conosco la verità su questi mutamenti. Le direzioni del nord e del sud sono determinate in base alla posizione dei poli e al movimento delle stelle, del sole e della luna. Quando ciò cambia, cambiano anche le direzioni. Ma io so che questo mondo non è né reale né irreale. L'unica realtà è il movimento dell'energia nella coscienza cosmica. È proprio questo che, a causa di un'errata comprensione, appare come creazione e distruzione del mondo, e tale errata comprensione genera una falsa percezione delle relazioni e dei doveri. In alcune epoche il figlio si comporta come il padre, l'amico come il nemico e l'uomo come la donna. A volte, nei «tempi oscuri», le persone si comportano come nell'«età dell'oro», e viceversa.

Domanda: 

Vasishtha chiese: O Bhusunda, com'è possibile che il tuo corpo non sia soggetto alla morte?

Il segreto della longevità di Bhusunda

La libertà interiore rende la coscienza immune alla paura della morte

Bhusunda rispose:

O saggio, tu stesso sai tutto, eppure poni questa domanda affinché il tuo servitore non perda la propria eloquenza. Risponderò certamente alla tua domanda, poiché l’obbedienza è il modo migliore per onorare i santi.

La morte non desidera uccidere chi è privo di preferenze e avversioni, di false concezioni e abitudini mentali. La morte non uccide coloro che non soffrono di disturbi mentali, che non alimentano desideri e speranze da cui nascono inquietudini e paure, che non sono avvelenati dall’invidia, il cui corpo e la cui mente non ardono nel fuoco della malizia e dell’odio, che non vengono stritolati dalla macina della concupiscenza e della bramosia, che sono saldi e incrollabili nella consapevolezza del Brahman assoluto e la cui mente non salta come una scimmia.

O saggio, questi vizi non si avvicinano neppure a colui il cui cuore dimora in uno stato di completa beatitudine, armonia e quiete. Neppure le malattie del corpo e della mente possono assalirlo. La sua consapevolezza non aumenta né diminuisce, né nel sonno profondo né nello stato di veglia. Colui la cui mente e il cui cuore sono pacificati non è soggetto agli accecanti vizi della concupiscenza e dell’odio. Non cerca nulla e non evita nulla, non si arrende mai e non accumula nulla, sebbene faccia costantemente ciò che deve essere fatto. Non è soggetto ad alcun vizio. Tutta la gioia e la felicità, tutte le migliori qualità, tendono verso di lui.

Pertanto, o saggio, ognuno deve realizzare la verità indistruttibile ed eterna, libera da stoltezze e ricerche. Bisogna uccidere il fantasma della dualità e radicare il cuore nell’unica verità, che sola è dolce all’inizio, nel mezzo e alla fine.

La vera felicità non si trova nel mondo

La contemplazione della coscienza infinita si dischiude attraverso il respiro

La compagnia degli dèi, dei demoni o degli esseri celesti non dona una felicità senza fine. Ciò che è sempre buono non si può trovare né nei cieli, né sulla terra, né persino negli inferi: in nessun luogo di questa creazione. Tutte le azioni sono legate a malattie fisiche e mentali e a diverse forme di infelicità: qui non si può trovare una felicità senza fine. Una simile felicità eterna non si può trovare nelle sensazioni di alcun organo di senso, poiché esse hanno un inizio e pertanto avranno anche una fine.

Né il dominio sul mondo intero, né il conseguimento di forme divine, né lo studio delle scritture, né l’aiuto agli altri, né l’ascolto o la narrazione di storie, né la longevità o la morte, né il paradiso né l’inferno possono essere paragonati allo stato mentale di un santo.

Bhusunda continuò:

Il migliore di tutti gli stati, o saggio, è la visione dell’unica coscienza infinita. La contemplazione della coscienza infinita non lascia spazio alle inquietudini, pone fine al lungo sonno costituito dalla visione di questo mondo, purifica la mente e il cuore, dissolve le paure e le sventure. Questa contemplazione non è una semplice speculazione mentale. È facile per coloro che sono come te, ma è piuttosto difficile per me.

Tuttavia, questa contemplazione della coscienza ha stati affini che le somigliano. Tra essi vi è la concentrazione sulla forza vitale o sul respiro, che permette di superare le sofferenze e favorisce la beatitudine. È proprio questa la contemplazione che pratico.

La pratica della contemplazione del prana

Di seguito Bhusunda rivela il segreto della propria longevità.

La contemplazione della forza vitale dona longevità e comprensione della verità.

L’energia che vibra nel loto del cuore è chiamata prana: essa permette agli occhi di vedere, alla pelle di sentire, alla bocca di parlare, al cibo di essere digerito e, in generale, svolge tutte le funzioni corporee. Ha due funzioni distinte, prana e apana, dirette verso l’alto e verso il basso, e io sono devoto a esse, instancabili, risplendenti nel cuore come il sole e la luna, simili alle ruote dell’intelletto che sorveglia la città del corpo, agli amati cavalli del re chiamato senso della propria importanza. Contemplandole, vivo come nel sonno profondo, eternamente in una coscienza omogenea.

Colui che osserva il prana e l’apana non rinasce più in questo mondo e si libera da ogni attaccamento.

La luce della comprensione dissipa l’oscurità nel proprio cuore

Bhusunda racconta poi che contempla la coscienza infinita, che è presente nel prana, ma che di per sé non è né il prana né qualcos’altro.

La dedizione al prana purifica il cuore e la mente dalle impurità, libera dalle illusioni, permette di raggiungere il risveglio interiore e di rimanere se stessi mentre si compiono le azioni che devono essere compiute.

Bhusunda dice:

Per raggiungere la perfezione, non bisogna proteggere né proteggersi dall’oscurità esterna, ma cercare di distruggere nel cuore le tenebre interiori dell’incomprensione.

Queste parole di Bhusunda sono molto importanti. Egli dice che, per vivere felicemente, non bisogna proteggersi da qualcosa di esterno né fare affidamento su qualcosa di esterno. È necessario dissipare le tenebre dell’incomprensione nel cuore. Tutto sta proprio in questo. Quando queste tenebre dell’incomprensione scompaiono, si può vedere il mondo autentico e sorge la comprensione della verità.

Spesso cerchiamo all’esterno le cause dei nostri problemi. Anche dopo essere diventati praticanti, cerchiamo di fare cose del genere. Pensiamo che le difficoltà che sorgono possano dipendere dagli altri o dalle circostanze esterne. Eppure, se guardassimo semplicemente nel nostro cuore, vedremmo che tutte le difficoltà sorgono perché noi stessi non ci comprendiamo davvero.

In uno dei testi Vasishtha dice:

Chi non conosce se stesso è accompagnato da sofferenze e sventure.

Ma quando le tenebre dell’incomprensione nel cuore si dissipano, sorge la visione della verità così com’è.

Contemplazione della coscienza infinita

Bhusunda dice:

Contemplo questa consapevolezza infinita, che è presente nel prana, ma che non è né il prana né qualcos’altro. Contemplo questa coscienza infinita, che è la presenza interiore nell’apana, ma che non è né l’apana né qualcos’altro. Ciò che È dopo che il prana e l’apana hanno cessato di esistere, e ciò che si trova nel mezzo tra il prana e l’apana: io contemplo questa coscienza infinita. Contemplo questa coscienza, che è il prana del prana, la vita della vita, la sola responsabile della conservazione di questo corpo, la mente della mente, l’intelletto dell’intelletto, la realtà del senso dell’ego. Rendo omaggio a questa coscienza, nella quale tutto dimora e dalla quale tutto sorge, che è tutto, che è tutto in ogni cosa ed è infinita, che purifica ogni cosa e la cui visione è la virtù suprema. Rendo omaggio a questa coscienza, nella quale il prana cessa di muoversi, mentre l’apana non è ancora sorto, e che dimora nello spazio davanti al naso. Rendo omaggio alla coscienza che è la fonte del prana e dell’apana e che permette agli organi di senso di funzionare, che è l’essenza dell’esterno e dell’interno, l’unico scopo di tutte le pratiche e la causa di tutte le cause. Cerco rifugio in questo essere supremo.

Lo stato di imperturbabilità

Pranayama, imperturbabilità e piena presenza nel presente

Bhusunda continuò:

Con la pratica regolare e sistematica del pranayama ho raggiunto uno stato di purezza. E non mi turba nemmeno il fatto che il monte Meru o il Polo Nord tremino. Questo stato di samadhi, o di completa imperturbabilità, non si perde, sia che io cammini o rimanga fermo, dorma, sogni o sia sveglio. Il mio sguardo è rivolto dentro di me, conosco la mia vera natura e dimoro sempre in essa, in qualsiasi condizione esterna e qualunque cataclisma scuota il mondo. È così che ho vissuto fin dalla precedente distruzione cosmica.

Non rifletto sul passato o sul futuro: la mia attenzione è costantemente nel presente. Faccio ciò che deve essere fatto ora, senza pensare ai risultati. Senza riflettere su ciò che esiste o non esiste, su ciò che è desiderabile o indesiderabile, rimango me stesso, e perciò sono sano, felice e non mi ammalo.

Il mio stato è il risultato della concentrazione sul momento in cui le due funzioni del prana si uniscono; non nutro pensieri come «ho raggiunto questo e ora devo raggiungere anche quello». Non lodo né biasimo me stesso o gli altri; la mia mente non esulta quando consegue qualcosa ritenuto buono e non cade in depressione se ottiene qualcosa ritenuto cattivo: da qui derivano il mio stato di felicità e la mia salute. Rifiuto persino il desiderio di vivere, perciò la mia mente non desidera nulla e dimora in uno stato di pace e armonia. Vedo un'unica essenza in ogni cosa (in un pezzo di legno, in una bella donna, in una montagna, in un filo d'erba, nel ghiaccio, nel fuoco e nello spazio) e non sono turbato da pensieri come «che cosa devo fare adesso?» o «che cosa accadrà domani mattina?». Non mi preoccupano le riflessioni sulla vecchiaia e sulla morte, né la ricerca della felicità; non considero nulla «mio» o «non mio». So che tutto ciò che mi circonda, sempre e ovunque, è un'unica consapevolezza cosmica. Questi sono i miei segreti, ecco perché sono felice e in salute. Non penso «io sono il mio corpo» nemmeno quando lavoro, poiché so che l'apparenza di questo mondo è un'illusione; vivo come in un sonno profondo. Non mi turbano né la ricchezza né le sventure quando mi toccano in sorte, poiché le considero equivalenti (così come guardo entrambe le mie mani semplicemente come mani). Qualunque cosa io faccia, non è contaminata dal desiderio o dall'impurità del senso dell'ego; perciò non perdo la testa né quando sono potente, né quando, a causa della povertà, chiedo l'elemosina. Le speranze e le aspettative non mi toccano e, anche quando una cosa è vecchia e logora, la guardo con occhi nuovi, come se fosse nuova. Gioisco con chi è felice e condivido il dolore di chi soffre, poiché sono amico di tutti senza appartenere a nessuno, e nessuno appartiene a me. So che io sono il mondo, tutte le azioni che vi si compiono e la sua intelligenza. Questo è il segreto della mia longevità.

Il commiato da Bhusunda

Vasishtha disse:

Allora dissi a Bhusunda: «Il racconto della tua vita è splendido e sorprendente. Benedetti coloro che ti hanno visto. Sei come un secondo creatore. Rare sono le persone come te. Provo un'immensa beatitudine per averti incontrato. Possano le benedizioni continuare a riversarsi sul tuo capo. Ora permettimi di lasciarti».

O Rama, udendo queste parole, Bhusunda si inchinò nuovamente davanti a me e, nonostante le mie obiezioni, mi accompagnò per un certo tratto, stringendomi forte la mano ed esprimendo la sua amicizia. Poi ci separammo, e la separazione degli amici è davvero dolorosa. Tutto questo avvenne nell'epoca precedente.

Questa è la storia di Bhusunda, o Rama: anche tu pratica il pranayama come Bhusunda e cerca di vivere come lui.

Il caloroso commiato tra Vasishtha e Bhusunda dopo la conversazione

Le due verità: visione e meditazione

Che cosa significa praticare come Bhusunda?

Bhusunda ha dato qui meravigliosi insegnamenti sulla pratica delle due verità: la visione e la meditazione. A volte si parla delle due verità come visione e condotta, altre volte come visione e meditazione. Esiste un'espressione: «Spiegare le ali delle due verità». La prima ala è la visione, la comprensione non duale, mentre la seconda ala è la meditazione. Naturalmente, la cosa più importante è la visione, perché la pratica senza visione è un'illusione. Si può praticare ostinatamente e senza criterio ciò che non si è compreso o ciò che non si conosce, senza sapere come andrà a finire. Questa è la pratica senza visione. Al contrario, vi è il dominio della sola visione senza meditazione. La visione, o la pratica del dimorare nella visione senza meditazione, è paragonata a un ricco oppresso dalla propria avarizia, incapace di ottenere il vero frutto della sua ricchezza.

Supponiamo che, pur avendo la visione, non riusciamo in alcun modo ad accedere alla corretta meditazione: non possiamo allora servirci della ricchezza di questa visione. In altre parole, essa non ci aiuta affatto nella vita. Sentiamo che la nostra visione è molto bella, ma è inutile. È molto lontana dalle nostre circostanze e nella vita non ne ricaviamo grande beneficio.

La vera visione reca beneficio se viene applicata nella pratica, ma se non la si mette in pratica non porta alcun beneficio. Diventiamo simili a un ricco che non sa come disporre della propria ricchezza. Quando uniamo la visione alla meditazione, si forma il prezioso frutto della pratica dell'insegnamento. In altre parole, unire la visione alla meditazione significa ricongiungere l'advaita con la propria vita, ricongiungere l'incondizionato con ogni istante della propria percezione, con la condotta e con l'azione, con le proprie circostanze.

L'incontro con l'insegnamento supremo

Siete stati incredibilmente fortunati. Grazie ai vostri meriti passati, in questa vita avete incontrato il più elevato insegnamento della tradizione dei rishi e dei siddha. Ma dovete anche saper gestire adeguatamente questo incontro per ottenere dei risultati. E a seconda di come voi stessi gestirete questo incontro e questo insegnamento, raccoglierete i diversi frutti della vostra pratica.

Che cosa significa gestirlo correttamente? Significa acquisire la vera visione. Finché non avrete acquisito la vera visione, la pratica rimarrà fortemente dubbia, anche se praticate con ostinazione. E quando tale acquisizione sarà completa, occorrerà acquisire anche la vera meditazione. Meditazione significa cercare di essere sempre in contatto con la visione e introdurla nella propria vita in ogni istante. Allora essa si manifesterà correttamente nel comportamento e il cerchio si chiuderà.

L’arte di manifestare la visione

Che cosa significa entrare in contatto con la corretta visione? Naturalmente, non significa ripetere a ogni passo: «Tu sei Dio, io sono Dio, tutto è illusione. Questo o quello: tutto è illusione, e pertanto nella natura della mente dualistica nulla di tutto ciò esiste». Questo è accettabile durante le lezioni sull’autoliberazione, ma quando agiamo nella vita dobbiamo farlo in modo molto più sottile, molto più elegante e accurato.

A volte chiedo a una persona del genere: «Se l’hai realizzato, perché ne parli? Perché dire ciò che è già evidente?! È sufficiente dimorare semplicemente in questo stato. Dopotutto, non vai da chiunque a dire: “Tu sei un essere umano, io sono un essere umano, noi siamo esseri umani”. Se lo dici, significa che in te c’è qualcosa che non va. Forse sei tu stesso a dubitarne? Forse hai continuamente bisogno di prove e conferme? Perché sei così preoccupato al riguardo?»

Spesso una persona, se non comprende come manifestare la visione e il comportamento, può confondere la verità relativa con quella assoluta. Ti rivolgi a lei sul piano relativo e le chiedi: «Prabhu, passami il piatto». E lei risponde: «Tu sei Dio, io sono Dio, siamo al di là di chi porge il piatto e persino del prasada. A che servono simili discorsi, amico?» Allora pensi: «Capisco... Un caso difficile».

Ma il vero praticante sa come conciliare la verità relativa e quella assoluta. Si può agire in modo del tutto adeguato nella dimensione relativa, dimorando al contempo in quella assoluta. Semplicemente, ogni cosa ha il proprio posto e agisce al proprio livello. Stai conducendo un gioco, e se hai già accettato questo gioco, non hai bisogno di continuare a ripeterlo. Dimori nello stato di non-dualità, ma la tua non-dualità è ormai matura, giocosa, capace di celarsi, di nascondersi, di rivelarsi nella misura in cui lo desidera o di richiudersi, di interagire con gli oggetti relativi, di avere scopi nascosti, scopi di primo, secondo e terzo livello (i cosiddetti livelli di comportamento esteriore, interiore e segreto), inserendo armoniosamente tutto ciò nelle circostanze esterne. La tua visione non-duale è ormai multilivello, multiforme e giocosa, ma non si disperde né si perde; possiede significati e scopi diversi e, grazie a una chiarezza impeccabile, integra la molteplicità, lo spettro e la polifonia delle energie esterne in questo stato unitario senza commettere errori.

La metafora dell’attore perfetto

Un bravo attore che sul palcoscenico interpreta ora un re, ora un soldato, ora un contadino, non si precipita periodicamente verso il pubblico dicendo: «Oh, è tutto teatro! Non pensate male di me, in realtà sono una brava persona. Dopo lo spettacolo torno a casa da mia moglie. È tutto un gioco». Non fa così. Interpreta il proprio ruolo con sincerità e sentimento, abbandonandovisi completamente, senza tuttavia perdere la consapevolezza neppure per un istante. Questo è un attore perfetto. Si percepisce come essere umano, e tuttavia si abbandona al proprio ruolo, gli è devoto, vi mette l’anima e recita in modo che anche gli altri ci credano. Ci crede persino lui stesso, perché se non credi nel tuo ruolo, non riuscirai a interpretarlo sinceramente. In altre parole, ormai vive sul palcoscenico, non si limita semplicemente a recitare.

Ed è proprio così che il cerchio si chiude: la vita e il gioco diventano una cosa sola. È proprio a questo stadio che si può affermare che la visione, la meditazione e il comportamento sono completamente fusi. Quando è necessario, possiamo manifestare il livello assoluto; quando le circostanze lo richiedono, possiamo manifestare il livello relativo. Dimoriamo ininterrottamente nella consapevolezza meditativa.

Il vero yogin

Visione, meditazione e comportamento si uniscono nel cammino maturo dello yogin

La chiave per raggiungere l’armonia unendo visione, meditazione e comportamento consiste nel dimorare in una meditazione costante, saldamente radicati nella visione, e nel permettere alla meditazione di plasmare una molteplicità di modalità di comportamento benefico nelle circostanze relative. Di un tale praticante si dice allora: «Questo è un vero yogin. È esperto nella contemplazione, profondo nella visione, competente e raffinato nel comportamento, impeccabile nella meditazione».

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