Commento al testo «Yoga Vasishtha. Capitolo 6. La storia di Ikshvaki»
Quando avevo trent’anni, venivano ad ascoltarmi e sedevano davanti a me ventenni e diciannovenni. Oppure anche trentenni. Ora ho cinquant’anni, e siedono quarantenni, cinquantenni, sessantenni. Penso che quando avrò settant’anni, ci sarà una sala piena di nonne e nonni. Bisogna predicare affinché i giovani vengano nel sangha.
Ma i settantenni hanno un vantaggio rispetto ai ventenni: non hanno illusioni riguardo alla vita mondana e, a differenza dei ventenni, non sono tormentati dai desideri mondani. I ventenni non è che siano semplicemente avvolti dai desideri mondani: ne vengono letteralmente lacerati. È molto difficile seguire il dharma a vent’anni. Per i settantenni è più semplice: hanno già sperimentato ogni sorta di desideri, i loro desideri si sono esauriti, e non si preoccupano più di nulla.
Esiste un termine: «sindrome da deficit di attenzione». Nel nostro mondo moderno i medici la diagnosticano a un bambino sì e uno no. Che cos’è? In parole semplici, è rajas, quando la mente non riesce a concentrarsi e quando la mente ha molti desideri. E molti desideri significa che c’è molta energia, ma questa energia non è purificata e non trova uno sbocco, perché i canali non sono purificati, e non può né passare attraverso la sushumna né esprimersi in qualche modo; allora tale energia diventa rajas.
Pochi desideri significa che o c’è poca energia, oppure l’energia è sufficiente, ma ha trovato il proprio posto, si è calmata, è salita lungo la sushumna attraverso i canali purificati e ha iniziato a nutrire la sahasrara, ha iniziato a irrigare i loti nei chakra e a risvegliare le divinità nei chakra. Allora i desideri grossolani vengono sostituiti da quelli sottili, e quelli sottili si dissolvono nel trascendente. L’alchimia spirituale a livello delle energie nei sadhu avviene proprio così. Quando i desideri sono pochi, nelle qualità cominciamo ad assomigliare a Ishvara, alla purnatva. Diventiamo raccolti, integri e pieni in noi stessi. Allora la mente diventa molto forte, molto affilata, concentrata. Può illuminare qualsiasi sostanza sottile, qualsiasi tattva, entrare in qualsiasi stato. E persino entrare nel samadhi. Diventa discernente, come un sottile bisturi, ed è capace di separare jagrat da svapna, svapna da sushupti, sushupti da turiya, di comprendere le scritture.
Un discepolo ascoltava il suo Guru per sei-otto ore, studiando la filosofia della propria tradizione. Tutti gli altri discepoli semplicemente non ce la facevano più: si agitavano, si addormentavano. Lui invece ascoltava per sei-otto ore la filosofia elevata. Il Guru si trovava nel samadhi e semplicemente trasmetteva la sua conoscenza. Ma questo discepolo lottava tenacemente contro il sonno, il desiderio di mangiare e il dolore alle gambe. Ogni giorno veniva e ascoltava la filosofia per sei-otto ore. E poi, quando crebbe, compì egli stesso tapasya, e iniziò semplicemente a diffondere il dharma in tutto il mondo con una shakti incredibile. Questo è il risultato di una mente concentrata.
«Manu continuò: Quando dalla pura consapevolezza sorgono in essa stessa concetti e definizioni, allora essa comincia a considerarsi un’individualità. Tali individualità vagano in questo mondo illusorio. Nel momento dell’illuminazione si vede ciò che di solito non è visibile. Allo stesso modo, anche nell’esperienza individuale è possibile vedere la pura esperienza della Consapevolezza infinita. Ma questa conoscenza non si può leggere nei libri, e l’aiuto del Guru non può aiutare: essa può essere raggiunta solo da sé per se stessi».
L’aiuto del Guru è benedizione, diksha, trasmissione dell’Insegnamento e di molti metodi (upaya), ma esiste il libero arbitrio, di cui il discepolo deve servirsi da solo, laddove il Guru-tattva non può farlo al posto vostro. La vostra volontà non può essere diretta dalla volontà del Guru, se voi non avete una vostra volontà in tal senso. Il discepolo deve manifestare attività per praticare la vichara, per coltivare in sé il cammino della devozione; deve avere il desiderio di autoeducazione, di auto-vichara, di attività costante. Cioè non è una posizione passiva.
A volte la vita spirituale viene paragonata, come ho detto più di una volta, alla situazione in cui il Guru è il medico e il discepolo è il paziente. Il Guru ascolta il problema, poi scrive la diagnosi: «Malattia dell’ignoranza samsarica», «Malattia dell’esistenza nel samsara (karma)». E poi prescrive la cura: mantra 3 volte al giorno, meditazione 2 volte al giorno, 3 giorni al mese di ritiro, determinate restrizioni, dieta vegetariana. Cioè come di solito un medico scrive nella ricetta. E poi manda anche da specialisti mirati per ulteriori esami, per esempio da un astrologo per fare l’oroscopo. Come si dice in medicina: «Non esistono persone assolutamente sane, esistono persone non sufficientemente esaminate». L’oroscopo permette di compiere un tale esame supplementare. Oppure indirizza da uno specialista ayurvedico per determinare i dosha e armonizzarli. Ma tutto questo sono cose piuttosto specifiche, non essenziali.
Ma nella vita spirituale tali rapporti medico-paziente sono accettabili solo all’inizio. Il paziente è una posizione passiva, mentre al discepolo è richiesta una posizione più attiva. E qui il discepolo non è più tanto un paziente, e il Guru non è un medico, ma piuttosto un guaritore tradizionale che insegna al discepolo a preparare autonomamente le medicine, a studiare autonomamente le proprietà delle erbe medicinali, a raccoglierle e a diventare guaritore, perché la vita spirituale è pur sempre autoguarigione, è autocura. In medicina si dice di non praticare l’automedicazione, perché il medico deciderà tutto per voi, e voi non sapete nemmeno quali pillole vi vengono proposte. E talvolta le aziende farmaceutiche ne approfittano e rifilano qualche evidente inganno. Ma nella vita spirituale voi stessi dovete diventare specialisti, voi stessi dovete orientarvi in tutti i metodi, in tutte le medicine, prepararle da soli e determinare per voi stessi la direzione dell’autoguarigione, oltre ad aiutare gli altri. Cioè, voi stessi dovete diventare guaritori; perciò il Guru non solo vi dà la medicina, il Guru stesso vi insegna la medicina spirituale, la medicina dell’autoguarigione. Perché il vostro compito non è soltanto guarire, il vostro compito è diventare guaritori in senso spirituale sia per voi stessi sia per gli altri.
La natura del vero «Io»

«Considera il tuo corpo e gli organi di senso come strumenti per acquisire esperienza, e non come te stesso. L’opinione “io sono il corpo” è un’illusione, e il cercatore deve evitare le illusioni. “Io non sono nulla se non pura Consapevolezza”: tale comprensione, se si riesce a mantenerla, favorisce la Liberazione e l’Illuminazione».
Quando a Ramakrishna chiedevano come vedesse gli esseri viventi, egli diceva: «Io li vedo così. C’è un cuscino, e su di esso è infilata una federa. Il cuscino è imbottito di cotone. I corpi sono semplicemente federe di pelle, e dentro di esse è stato messo il Brahman». Così spiegava in modo semplice l’Advaita. «E in queste federe di pelle è stata messa sat-chit-ananda, l’Assoluto, come il cotone nel cuscino». Ma la nostra visione dualistica vede solo le federe. E Ramakrishna proseguiva: «Ci sono federe di stoffa semplice, e ce ne sono di seta, con ornamenti, ben decorate. Ma tutto questo sono soltanto federe, e dentro di esse c’è lo stesso identico cotone. Non attribuite grande importanza a queste federe». Le federe sono gli involucri (kosha), visibili come ego, mente, qualità, capacità, corpo, bellezza corporea, forma maschile e femminile, nazionalità, diversi tratti del carattere, inclinazioni. I santi non attribuiscono loro importanza, perché dietro a tutte esse bisogna scoprire Dio, bisogna scoprire sat-chit-ananda.
«Finché non comprenderai che tu sei Coscienza, libera da nascita, vecchiaia e morte, gemerai: “Ahimè, sto morendo” oppure “Oh, dolore per me, la mia situazione è senza via d’uscita!”. Con tali pensieri l’ignoranza non fa che rafforzarsi. Libera la tua mente dai pensieri e dai concetti impuri. Rimani te stesso senza tali concetti. Occupato in varie faccende, dimora nello stato di equilibrio e governa il tuo regno nella pace e nella felicità. La Coscienza si diverte creando le apparenze dei mondi, e poi riassorbendole di nuovo in sé. La forza o energia che lega a questo mondo è la stessa forza ed energia che dissolve ciò che è stato creato e libera. Come l’albero è tutte le sue parti e le sue foglie, così la Consapevolezza infinita colma tutto l’Universo».
I principi di Shiva e Shakti
Il Brahman (l’Assoluto), quando è privo di attributi, è Coscienza infinita; quando è con attributi, è energia infinita. La Coscienza infinita e l’energia infinita sono appunto il principio di Shiva e il principio di Shakti. L’energia infinita è Shakti. La Coscienza infinita è Shiva, o il Brahman del Vedanta. Non possiamo dire che Dio sia soltanto Coscienza infinita, perché anche l’energia esiste, e noi abbiamo a che fare con l’energia. Ma non possiamo dire che sia una sola energia infinita, perché la sua essenza è Luce pura e Coscienza non duale.
Questi due aspetti dell’Assoluto sono chiamati prakasha e vimarsha. Prakasha significa che la Coscienza risplende sempre. Vimarsha significa che questa Coscienza infinita si manifesta sempre sotto forma di energia, e queste manifestazioni sono i trentasei tattva della Creazione, che si dispiega costantemente.
Gerarchia dei tattva e livelli dell’esistenza
Quegli esseri viventi che sono più saggi rimangono ai piani superiori di questi trentasei tattva. Sono esseri celesti. I più elevati tra gli esseri celesti non lasciano i primi cinque tattva. Quegli esseri celesti che non riescono a mantenersi al livello della Shiva-tattva (shambhava), al livello della Shakti-tattva (shakta), al livello della Vidya-tattva, della Ishvara-tattva, della Sadashiva-tattva (mandaleshvara, Mahamandaleshvara), cioè gli Dei-Creatori — i Brahma, i Vishnu e gli Shiva, che creano e sostengono diversi Universi. Essi scendono più in basso e riescono a mantenersi nei tattva misti. La Maya-tattva è una tattva intermedia, e poi vengono le kanchuka. Queste sono tattva puro-impure (miste). Al livello delle kanchuka vivono vari dèi, siddha, rishi. Infine, gli esseri viventi non sono riusciti a mantenersi nemmeno su queste tattva, perché le tattva miste (tattva puro-impure) sono il livello del corpo mentale (vijnanamaya-kosha). Gli esseri viventi che non sono riusciti a mantenersi su queste tattva scendono ancora più in basso e occupano un posto tra le tattva inferiori. Alcuni vivono nel mondo sottile, mentre altri nascono già nel mondo materiale, ricevendo un corpo fisico grossolano.
Ma gli esseri divini che hanno realizzato Brahman in misura sufficiente non scendono al di sotto dei primi cinque tattva, se non sono Avatar (incarnazioni divine). Gli Avatar discendono periodicamente in ogni yuga. Così è stato programmato dai Brahma, Creatori e sostenitori dell’Universo, affinché in ogni epoca vi sia la discesa di un Avatar per mantenere la linea di trasmissione, per sostenere il dharma.
La natura e la missione degli Avatar
Che cosa significa Avatar? Significa che in lui sono presenti sedici kala, sedici livelli di realizzazione spirituale. Significa che egli contiene in sé la pienezza e la purezza dei primi cinque tattva: Shiva-tattva, Shakti-tattva, Sadashiva-tattva, Ishvara-tattva e Sadvidya-tattva. E tutta questa purezza e pienezza dei cinque tattva puri discende attraverso il mondo mentale e astrale e si incarna direttamente nel mondo fisico come un lampo di luce arcobaleno, come uno splendore arcobaleno a cinque colori, oppure con una divinità, o con una sillaba-seme nella forma di un’intenzione. Perciò, quando Dattatreya si incarnò, il rishi Atri ebbe diverse visioni: dapprima apparve un ragazzo a tre teste in un corpo arcobaleno, e vi fu anche la visione dei tre Dei corrispondenti ai tre guna. Cioè, le tattva pure trafiggono i tre mondi e si incarnano in un corpo materiale terreno.
Quando un Avatar discende, ha la propria missione. Questa missione consiste nell’incarnare il sankalpa dell’essere che ha emanato questo Avatar dai livelli superiori della Creazione. Diverse divinità concedono a tali Avatar molte benedizioni, che rappresentano sottili shakti provenienti dai cinque tattva superiori, per esempio la sottile jnana-shakti, iccha-shakti, kriya-shakti, ananda-shakti e molte altre. Esse si manifestano sotto forma di attributi. Perciò, quando un Avatar si incarna, le persone spirituali lo vedono, e vedono anche i suoi attributi. Il luogo dell’apparizione dell’Avatar comincia a risplendere dei fuochi di sattva.
L’influenza dell’Avatar sul mondo sottile

Il fuoco di sattva comincia a turbare leggermente gli spiriti locali, gli esseri astrali, gli dèi locali che controllano gli elementi. Tutti percepiscono i cambiamenti magici nel mondo, la vibrazione dello spazio. Tutti gli esseri magici percepiscono il mutamento dello sfondo magico in quella località. A volte potete sentirlo anche voi, non è così difficile. Perché, se praticate, il vostro corpo diventa come uno scanner, la vostra sahasrara diventa come un’antenna che legge l’ambiente circostante, il territorio intorno.
Ma non bisogna essere troppo sensibili. Ci sono persone che sviluppano in sé la purezza dei canali o entrano in contatto con il corpo sottile e diventano troppo sensibili. Per esempio, quando mangiano del cibo, vi percepiscono tutti i pensieri del cuoco. Se il cuoco era mondano o pensava a qualcosa di sbagliato, allora non riescono proprio a mangiare. Questa è una sensibilità eccessiva. Bisogna allontanarsi dal piano astrale ed entrare in turiya, affinché i pensieri altrui non possano influenzarvi. Oppure si siedono su una panchina (e sulla panchina, naturalmente, nel corso degli anni si siedono persone diverse) e sentono come i canali si ostruiscono, come l’energia fluisce nel chakra svadhisthana. E pensano: «Ecco! La fine della mia pratica! Cinque ore di pranayama e kumbhaka sono andate sprecate». È rimasto seduto appena venti minuti su una panchina. Oppure siedono in treno accanto alla gente e pensano: «Quanto sono impure queste persone, mangiano carne». Non solo i loro canali sono ostruiti, ma inoltre alimentano con ciò anche la propria mente. E allora sentono realmente come i loro canali si ostruiscono, ma si ostruisce anche la loro mente: «Non voglio sedere con queste persone. Loro sono sporche, e io sono puro». Si rafforzano in tali pensieri. Allora il Guru dice: «Visione pura! Se avrai una visione pura, i canali non si ostruiranno nemmeno in mezzo a persone sporche. E vedrai che non esistono persone sporche, ma c’è solo Dio, che gioca in questi corpi». Cioè non bisogna «esagerare» con la sensibilità dei canali, con la sensibilità del corpo sottile, altrimenti vi sarà difficile vivere, non potrete proprio uscire, sarete molto vulnerabili. E allora che dire dei siddha, praticanti dell’unico sapore, che potevano mangiare qualsiasi cibo, stare in mezzo a qualsiasi persona? Significa che possiedono qualche altra realizzazione, migliore.
Il seguito divino e il confronto cosmico
Gli esseri divini, che percepiscono il cambiamento dello sfondo magico, lo splendore del sattva che si diffonde, vengono a vedere chi abbia cambiato così il mondo sottile. E se ha cambiato il mondo sottile, significa che cambierà anche il mondo fisico. Vengono a rendere omaggio a tale Avatar: «L’Avatar si appresta a incarnarsi! Namaste all’Avatar!» E gli portano i loro doni. Poi arrivano i protettori del luogo, giungono gli spiriti. Ma arrivano anche diversi esseri demoniaci, ai quali non piace affatto il cambiamento dello sfondo magico, l’aumento della proporzione di sattva in quel luogo. Gli esseri asurici pensano: «Che cos’è questo? Il mondo sta sfuggendo al nostro controllo! Che sattva è arrivato qui? Che spirito divino è apparso qui?» Sapete bene che esiste sempre questo confronto tra gli dèi e gli asura, mentre gli uomini si trovano nel mezzo.
E quando si incarna un Avatar divino, insieme a lui discendono diverse divinità. Hanno forma umana, ma non sono esseri umani per spirito sottile, poiché discendono non dalle sfere ordinarie, ma da quelle divine. Tutti loro sono dèi e dee che costituiscono il seguito dell’Avatar (molte dee Lakshmi, Sarasvati, molti protettori lokapala, assistenti, charana, sevaka). Tutti aspirano ad assumere un’incarnazione per aiutare l’Avatar a compiere la sua missione. Tutti sono legati a lui da antichi karma, e desiderano accumulare buon karma, compiere questa seva sul piano materiale. È come quando il presidente decide di volare da qualche parte in America: insieme a lui viaggia il «seguito». E alcuni partono in anticipo: per prenotare una camera in albergo, accordarsi, stabilire contatti, preparare gli incontri necessari. E queste sono le divinità che nascono prima dell’Avatar. Anch’esse nascono in forma umana, ma il loro karma, il loro destino è stato scritto da Brahma in modo da accompagnarlo e predisporre tutti questi incontri. Ci sono coloro che sono direttamente tale seguito. Perciò la manifestazione dell’Avatar è sempre la discesa di una grande shakti, di un grande gruppo di dèi, per l’adempimento del disegno divino.
Lo scopo dell’intervento divino
Il risultato di tale disegno divino è il cambiamento della situazione sulla Terra, una correzione. Perché bisogna correggere? Perché i terrestri si ingannano continuamente. I re della Terra entrano nelle illusioni, nelle klesha, negli oscuramenti e cominciano a governare in modo egoistico. Anche le persone stesse entrano in vari stati errati. La società periodicamente esce dallo stato di equilibrio. E allora le oscure forze demoniache dei mondi sotterranei (naga, rakshasa, pishacha) cominciano ad aprire portali nel mondo degli uomini, a lacerare il tessuto astrale dell’universo e semplicemente a irrompere, divorare le anime delle persone, catturarle, cercare di imporre le loro leggi ingiuste, cambiare l’etica di base, violare l’equilibrio armonioso di sattva, rajas e tamas nel mondo. Cioè la Terra, come tutti i mondi (e la Terra in particolare), è una sorta di arena di equilibrio e di rivalità tra diverse forze. E poiché questo mondo è osservato anche da esseri divini, essi periodicamente prendono decisioni riguardo alla correzione della realtà. Per questo inviano una sorta di forze speciali spirituali per correggere il territorio.
Quando l’Avatar si incarna, manifesta i suoi giochi, i suoi compagni lo aiutano, ed egli crea una nuova religione o ripristina una religione dimenticata, le linee di trasmissione perdute, perché tutte le linee di trasmissione degenerano sistematicamente. I Maestri lasciano il corpo, e non sono riusciti a lasciare dopo di sé discepoli degni. Ecco, la linea è degenerata, la samaya è andata perduta, gli dèi se ne sono andati, le pratiche hanno perso la loro forza. Accade costantemente così.
Shankara come Avatar e il ripristino dell’Advaita

Per esempio, Shankara fu un Avatar di questo tipo. L’Advaita esisteva prima di Shankara, ma nell’India vedica di mille anni fa, chi conosceva l’Advaita? Nessuno: tutti seguivano o i rituali, o charya e kriya-tantra, o pratiche shakta, oppure una superficiale upasana dualistica. Arrivò l’Avatar e disse: «Guardiamo nei Veda! Che cosa state praticando qui? Dove siete finiti, in generale?» Shiva stesso discese, inviò la sua emanazione nel grembo della madre. Shankara disse: «Guardate l’essenza e il significato originari dei Veda. Guardate l’Assoluto, Dio, che è al di là del nome e delle forme. Guardate direttamente nella visione, nella contemplazione e nella consapevolezza».
Allo stesso modo venne Dattatreya, essendo un Avatar unico. Vishnu discese molte volte in forme del tutto inconcepibili, quando vi erano problemi sulla Terra. Molti santi portano in sé diverse forze divine, e talvolta gli Avatar possono agire persino fingendo di essere persone comuni, Maestri comuni o santi comuni. Hanno una missione particolare, ma non agiscono come Avatar, sebbene possano essere parti di tali Avatar. Non sono purna-Avatar. Un purna-Avatar è un fenomeno raro; le incarnazioni parziali si incontrano più spesso. Non si dichiarano Avatar, semplicemente agiscono, accettando tutta la stoltezza del mondo degli uomini. Questo si chiama vidya-maya.
Vidya-maya — l’arte dell’illusione consapevole
Vidya-maya è l’accettazione dell’illusione consapevole e di tutta l’ignoranza di questo mondo al fine di aiutare questo mondo. In altre parole, tali santi stanno al gioco del mondo degli uomini, fingono di avere certi desideri; anzi, li fanno persino sorgere, per comprendere il mondo degli uomini e aiutare, per trovare un contatto, per predisporre in qualche modo le persone nei propri confronti. È simile a quando un adulto arriva in un asilo e comincia a studiare i bambini. Poi pensa: «I bambini giocano con i cubi, bisogna capire che gioco è, sedersi con loro e giocare». Tutto questo è vidya-maya.
Gli Avatar parziali possono essere diversi. Gli Yuga-Avatar sono Avatar che vengono in ogni yuga. Gli Shakti-Avesha-Avatar sono coloro che contengono in sé una forza particolare, contengono in sé qualche aspetto della shakti di Dio, incarnano la shakti di qualche divinità superiore (kriya-shakti, aishvarya-shakti, iccha-shakti o jnana-shakti). Una certa forza agisce superando la resistenza del samsara, l’astrologia, il karma. È un nonsenso, ma agisce in modo molto cumulativo, producendo un grande effetto in questo mondo. Ci sono i lila-Avatar: sono coloro che semplicemente si divertono e benedicono con i loro divertimenti il mondo degli uomini.
Vidya-maya è l’arte dell’illusione controllata, dell’illusione governata o del dimorare in un’illusione consapevole, quando l’Avatar, possedendo la piena conoscenza (o anche non un Avatar, ma un siddha o uno jnani), fa finta di sostenere tutte le illusioni del mondo degli uomini. Ma le sostiene senza identificarsi con esse, e ha una determinata strategia. Cioè, non sostiene semplicemente le illusioni del mondo degli uomini: conduce le persone in una determinata direzione. Indica loro il cammino verso la Liberazione nel loro stato. La domanda è: perché sostenerle, perché non dire: «Abbandonate le vostre illusioni e mettetevi sul cammino, accettate il Simbolo della Fede e praticate»? Se lo si dicesse così alle persone, non starebbero nemmeno ad ascoltare. È necessario, è una tattica sottile che si chiama «mezzo abile dei risvegliati».
Per esempio, ho sentito dire che in India c’è una certa persona nel governo, un funzionario del livello di viceministro, che è considerato un’incarnazione di Dattatreya. Lo chiamano Guruji. Fuma sigarette, è protetto da guardie armate di mitra, ha il suo gabinetto, il suo ufficio nel governo. E tuttavia lo considerano un Avatar di Dattatreya. Forse non completo, ma una parte (amsha). Sta compiendo una sua seva segreta. Ho pensato: «Beh, Dattatreya può divertirsi in modi diversi. Se vuole, può essere anche così: un funzionario indiano con il sigaro. È un amante di vari trucchi. Può dare alle persone benedizioni e risveglio con metodi diversi». Tutto questo è vidya-maya. Cioè vidya-maya è l’arte di mantenere un’illusione consapevole, il fare finta di non essere risvegliato.
Quando molti cercatori spirituali inesperti e orgogliosi intraprendono il cammino, c’è un altro aspetto: fanno finta di essere risvegliati. L’orgoglio vuole mostrarlo. Rajneesh Osho aveva un discepolo che, non appena se ne andò da Rajneesh, da Rajneeshpuram, creò da qualche parte in Europa una comune, vi radunò delle persone e cominciò a istruirle. Ma Osho rise di lui e disse: «No, non è risvegliato». Questo discepolo affermava di essere risvegliato, ma non appena Osho andava a fargli visita, riconosceva di non essere risvegliato e al tempo stesso diceva: «Be’, Guru, è pur sempre così grande il desiderio di essere risvegliati». Osho rideva di lui. Questa è vidya-maya al contrario, quando c’è il desiderio di costruirsi l’immagine di un risvegliato.
Ma gli esseri veramente risvegliati, al contrario, nascondono il proprio risveglio per aiutare le persone nelle loro condizioni. Perché se manifestassero il risveglio, sarebbe impossibile aiutarle, altrimenti le persone non lo accetterebbero. È come con i bambini. Quando gli adulti giocano con i bambini, per stabilire con loro un contatto psicologico, devono scendere al loro livello, parlare con loro nella loro lingua, per renderli in qualche modo ben disposti verso di sé. Se un adulto cominciasse a parlare ai bambini con un linguaggio da adulto, i bambini si annoierebbero, non sarebbe interessante per loro. Ogni psicologo lo sa. E gli Avatar usano vidya-maya, parlando con le persone come con bambini, nella loro lingua, usando i loro concetti.
La visione di Dio in ogni cosa: l’esperienza di Ramakrishna
«Ahimè, l’uomo ignorante non lo comprende, sebbene la Consapevolezza si trovi in ogni cellula del suo corpo. Colui che vede che la Coscienza è tutto gode di una beatitudine infinita».
Quando un giorno Ramakrishna stava officiando il culto nel tempio della Madre Kali, improvvisamente ebbe un lampo di risveglio, sperimentò lo stato di samadhi e vide Dio in ogni cosa, in ogni oggetto. Aveva dei fiori per la puja, che offriva durante l’arati. Prese questi fiori e cominciò a spargerli in tutte le direzioni, perché se Dio è in tutto, allora bisogna fare la puja a tutto.
Di solito, quando facciamo un’offerta, Dio per noi si localizza in una divinità concreta. Non ci viene in mente di fare la puja a un tavolino, a una colonna, a un divano, alle pareti, a una persona che entra. Diciamo: «Questa è una forma di Dio, possiede tali e tali qualità. Ha centootto nomi, ha milleotto nomi, ha una gayatri, una sillaba seme, una gita, una kavacha, luoghi santi, mitologia, storia dell’origine e proprie scritture». Ma un bicchiere, una colonna o un divano non hanno né gita, né kavacha, né sillaba seme, né mitologia, né templi, né devoti. Ogni divinità ha i propri templi e i propri devoti, mentre loro non hanno nulla. Come possono essere Dio?» E non ci viene in mente di gettare loro dei fiori, ma Ramakrishna lo vide, la sua mente si spalancò nel nirvikalpa-, savikalpa- o sahaja-samadhi. Cominciò a offrire fiori a tutto ciò che era intorno.
E quando facciamo upasana, compiamo la puja, adoriamo la divinità, ma intendiamo che l’energia di questa divinità e la coscienza sono diffuse in tutto, e meditiamo su questa coscienza diffusa.
Domanda: «Gurujī, in tal caso Ramakrishna vedeva Dio anche in se stesso, cioè se stesso nel ruolo di Dio?»
Sì, lo vedeva. Vedeva anche questo. Diceva: «Oggi ho visto molte forme di Dio. Una di esse è davanti a voi».
Quando Ramakrishna voleva andare a Vrindavan, pensava che là tutti fossero in estasi per Krishna. Quando arrivò a Benares (a Varanasi), pensava che là tutti fossero in nirvikalpa-samadhi ventiquattr’ore su ventiquattro. Arrivò e vide che non era affatto così, che tutte le persone erano persone come le altre, tutte ordinarie, con i loro desideri mondani. Ma a Vrindavan pensò: «Se qui ci sono stati Chaitanya, le gopi, Krishna, allora qui devono esserci energie sante», e cominciò a pregare. E mentre navigava su una barca, vide due giovani molto belli: erano Chaitanya e il suo compagno. Si muovevano verso di lui, erano bellissimi, con il corpo dorato. Gridò loro, alzò le mani. E quando entrarono nel suo corpo, egli entrò in samadhi, perse conoscenza e cadde dalla barca. Un’altra volta, quando arrivò a Varanasi (a Benares), vide nei luoghi di cremazione i corpi che bruciavano, cadaveri ovunque, e accanto camminava una grande figura bianca luminosa e splendente, con capelli rossi arruffati, che con cura estraeva le anime e sussurrava all’orecchio astrale di ogni anima il nome del Brahman (dava la diksha), e grazie a questo nome l’anima raggiungeva la liberazione. Perciò si ritiene che chi lascia il corpo a Varanasi raggiunga la liberazione, e molti indù vengono appositamente a lasciare il corpo a Varanasi.
Sette stadi dello sviluppo spirituale

«Questa comprensione si raggiunge con lo studio delle scritture e in compagnia dei saggi. Questo è il primo passo. La riflessione e l’interrogarsi sono il secondo. Il non attaccamento o libertà psicologica è il terzo».
«Libertà psicologica» non è una traduzione del tutto corretta. «Psico» significa anima. Vairagya non è libertà psicologica. È, appunto, libertà dai movimenti dell’anima. La psicologia occidentale, con la parola libertà, intende la libertà di espressione di sé per l’anima, la libertà per l’ego. Cioè l’uomo libero moderno, con i suoi diritti, la democrazia sviluppata, la libertà di creatività e di espressione di sé, è il suo ideale. Ma agli occidentali non è mai nemmeno passato per la mente quel livello di libertà di cui parlavano i saggi orientali. Che cos’è la libertà intesa in Occidente? È anava-marga, anava-yoga, ahamkara sviluppata, libertà di soddisfare i desideri, libertà di ampliare continuamente l’elenco dei desideri e di soddisfarli. Ma in realtà si tratta di una certa schiavitù, solo più sottile.
La libertà nella tradizione del Vedanta, nella tradizione dei siddha, è la libertà di trascendere l’anima, di purificare l’anima. È libertà dall’anima stessa, perché per anima intendiamo il corpo sottile, manas, ahamkara, buddhi: antahkarana, l’intero strumento interiore. La libertà implica che ci liberiamo dall’anima stessa e volteggiamo nella dimensione di turiya, e poi utilizziamo l’anima come strumento illusorio, come corpo illusorio in quanto energia (shakti). Questa è la libertà nel Brahman. Ma se l’anima non è matura, se non ha ancora percorso il cammino dell’antahkarana, non ha sviluppato l’ego, manas e buddhi, cioè se non è stata attraversata l’anava-marga, allora la libertà nel Brahman per essa non è possibile: semplicemente non potrà servirsene. Si perderà in questa libertà e perderà la consapevolezza. Questo sarà jada-samadhi.
Un occidentale studiava vari scritti vedantici, poi aveva sentito dire che alcuni mahatma possono dare la liberazione con un solo tocco. E immaginò un simile strumento; diceva: «Io me lo rappresento proprio come una specie di poltrona da dentista, con molti fili. Qualunque persona vi si sdraia, e le si può dare la liberazione semplicemente collegando i morsetti al cervello e dirigendovi una certa energia. Allora si potrebbe rendere liberata anche ogni scimmia». Così ragionava. Ma questo è impossibile, perché nella scimmia l’antahkarana non è stato creato al livello dovuto, non ci sono qualità, non sono state educate le strutture sottili della coscienza. E anche se un santo le imponesse la mano, essa riceverebbe shaktipat ed entrerebbe in samadhi. Ma che samadhi sarebbe? I prana entrerebbero nella sushumna, ma sarebbe jada-samadhi (samadhi oscuro), perché i livelli sottili superiori della coscienza non sarebbero realizzati. L’anava-marga deve essere attraversata.
Sesta tappa: il corpo causale e jagrat-sushupti
«La quarta consiste nello spezzare le catene delle tendenze e dei condizionamenti. La felicità derivante dalla consapevolezza è il quinto passo: qui l’uomo vive come in un dormiveglia. L’Autoconsapevolezza è il sesto passo, in cui il saggio è immerso nell’oceano della beatitudine e vive come in uno stato di sonno profondo».
Il sesto passo dell’Autoconsapevolezza significa che è divenuto accessibile il mondo causale, il corpo causale (buddhi), il sonno senza sogni. E quando ci alleniamo nello Shambhavi-mudra, nel Mahashanti, nell’Atma-vichara, aspiriamo proprio ad aprire e rendere accessibili il corpo causale, il mondo causale, e a stabilirci in uno stato di consapevolezza contemplativa senza confini, limitazioni e concetti. Tutto questo viene chiamato niralambha-meditazione o amanaska-yoga. Tale stato è chiamato anche jnana sagara (oceano di saggezza). Colui che ha raggiunto questo sesto stadio comprende: «Nessuno viene e nessuno se ne va, io non vengo e non me ne vado, perché la coscienza infinita pervade tutto, non dipende dalla geografia e non sta ferma». Il corpo si muove, i samskara del corpo sottile si muovono, ma la coscienza infinita del corpo causale nel sonno senza sogni non ha dove muoversi e non ha qualcuno che si muova; dimora come essere immobile.
Prendiamo, per esempio, l’essere, lo spazio (e la coscienza infinita nel sonno senza sogni è ciò che più si avvicina allo spazio): possiamo forse dire che lo spazio di una scatola, se portiamo qui una scatola, si sia spostato ed entrato in questo luogo? Lo spazio, il vuoto all’interno della scatola, è qualcosa di immobile, qualcosa di separato dalla scatola stessa. Si può dire che lo spazio dentro una qualche scatola possa essere distrutto o che possa essere liberato? Queste sono solo nostre illusioni. Non può essere né distrutto né liberato: è sempre uguale, sempre lo stesso.
Noi non creiamo lo spazio, non possiamo nemmeno influenzarlo in qualche modo. Ma possiamo scoprirlo, possiamo vederlo. Dimenticarlo o scoprirlo è in nostro potere. E il processo di scoperta, nello stato di veglia, dello spazio infinito corrispondente al sonno senza sogni (sushupti) è proprio il processo di scoperta della consapevolezza naturale. Quando essa raggiunge il culmine, questo si chiama turiya. Ma prima di raggiungere jagrat-turiya, attraverso che cosa dovete passare? Attraverso jagrat-sushupti, tutti i monaci lo sanno.
Jagrat-sushupti significa che, da svegli, è come se dimoraste nel sonno senza sogni. Ma non state dormendo, siete adeguati. Non è che qualcuno si rivolga a voi e voi siate assenti: «In realtà sono nel sonno senza sogni!» No, in jagrat-sushupti dovete saper parlare, ridere, muovervi, manifestare volontà, compiere qualsiasi operazione logica, avere un intelletto sviluppato, memoria, logica, chiarezza, senso dell’umorismo, adeguatezza e capacità di comunicazione. Ma allo stesso tempo, su questo sfondo, in voi è presente l’esperienza di una coscienza molto più sottile, e essa non viene oscurata dalla vostra attività concettuale, dalla vostra definizione degli scopi, dalla comunicazione, dalle azioni del corpo, dalla volontà. Questo è jagrat-sushupti. Se fosse uno stato statico, possibile solo nella meditazione, allora non parleremmo affatto del sentiero del sahaj, del sentiero dello stato naturale, del sentiero dell’unione della presenza contemplativa nell’azione. Ma questa è appunto piuttosto una tendenza verso pralaya-kala.
Un Maestro arrivò e vide un discepolo seduto in meditazione. Questo Maestro chiese: «Che cosa hai imparato mentre ero assente?» Il discepolo si sedette con la schiena dritta e rimase seduto a lungo, senza muoversi. Il Maestro disse: «Bene, hai imparato a stare seduto bene, come un idolo di pietra, come una statua di pietra. Ma hai imparato a fare la stessa cosa nel movimento?» Jagrat-sushupti è quando potete dimorare in uno stato simile allo spazio al di là dei pensieri, ma al tempo stesso manifestate attività, movimento. Questo è il sentiero dell’auto-liberazione.
Auto-liberazione nell’azione
Grazie al dimorare nel centro interiore, la vostra attività si libera naturalmente nel momento in cui sorge. Esistono tre livelli di tale liberazione. I pensieri sorgono e subito si liberano: o come fiocchi di neve che cadono nell’oceano, oppure istantaneamente, come un serpente (quando è arrotolato, si slancia in modo tale che tutti i suoi nodi si sciolgono all’istante), oppure come un ladro che si introduce furtivamente in una casa vuota, per il quale non esiste alcun ostacolo. Si manifestano parole, azioni, e anch’esse si auto-liberano grazie al fatto che dimorate in uno stato simile al cielo. Questo è jagrat-sushupti. Non c’è una sola azione non liberata. Qualunque cosa facciate, tutto è auto-liberato. Non c’è una sola percezione non liberata. Qualunque cosa vediate, udiate, lecchiate, odoriate o tocchiate, tutto è auto-liberato. Cioè, non penetra nella vostra coscienza, non arriva fino in fondo, non lascia sedimento nella vostra anima, perché dentro di voi c’è un solvente universale.
Una decina d’anni fa raccontavo dell’«acqua regia». In chimica esiste questo concetto, probabilmente tutti lo sanno. Si mescolano acido solforico e acido cloridrico, e questa miscela può dissolvere qualsiasi cosa. Si chiama «acqua regia». E lo stato naturale, se è concentrato, forte, è simile all’«acqua regia»: qualunque cosa vi si getti dentro, si dissolve; tutto ciò che percepite, si dissolve. Questa è l’auto-liberazione, perché la liberazione dalla percezione avviene grazie al dimorare nella propria natura naturale. E dimorare nella propria natura naturale significa dimorare nel proprio corpo causale, come minimo.
Dimorare nel corpo causale

Non potete creare il corpo causale, inventarlo, negarlo. Certo, potete farlo, ma questo non risolve nulla: esso è già in voi. Così come avete un cuore, un fegato, una colonna vertebrale, allo stesso modo avete un corpo causale, e questa è la vostra natura naturale. Qui non c’è nulla di fantastico, nulla di insolito: vi è proprio per natura.
Ma la questione è come trasferire la percezione nel corpo causale. E quando avete ricevuto l’introduzione diretta e lavorate con la contemplazione, prima o poi tale percezione viene trasferita. Ma deve essere trasferita nello stato di veglia. Perlomeno, all’inizio non bisogna cercare subito di trasferirla durante la vita, potrebbero esserci difficoltà. È utile sperimentarla per un certo tempo nella meditazione, e poi bisogna uscirne. Perché se si entra in samadhi per ventuno giorni, la vita può finire, se non la si alimenta continuamente. Nel corpo c’è vita, nel corpo c’è prana, perciò bisogna uscire dal samadhi, bisogna sostenere la vita, il movimento e l’attività, ma la memoria e l’esperienza ottenute nel corpo causale vanno portate in questo mondo, nell’azione, nel servizio. Questo è lo stato di jagrat-svapna. Bisogna trovarsi in questo stato naturale nella vita quotidiana.
Conferma dello stadio del concepimento
Auto-liberazione significa che dimorate nel corpo causale come nella vostra natura naturale. È da qui (da jagrat-svapna) che inizia il sahaj-samadhi. E quando il Guru dà conferma al discepolo nello stadio del concepimento, gli conferma jagrat-svapna. E se si tratta del concepimento di uno stato elevato, allora può persino essere jagrat-turya.
Il guru non dà conferma quando il discepolo dice: «Ho avuto il samadhi nello svapna, quando stavo seduto con gli occhi chiusi, immobile e senza pensare, ma ora se n’è andato». Il guru dice: «No, no, non è questo. Neti-neti». Oppure il discepolo dice: «Ero nella coscienza trascendente, fuori dal corpo, al di là della veglia, del sonno con sogni e del sonno senza sogni. La grande turya mi si è rivelata!» Il guru chiede: «E ora dov’è?» «Ora se n’è andata». Il guru dice: «No, no, non è questo. Neti-neti».
La conferma dello stadio del concepimento è diversa: è quando esso è presente in questo momento, in queste circostanze, in questa situazione, in questa conversazione; non dimenticate, ricordate Dio. Cioè, mediante questo stato realizzate pratyaksha-advaita — l’esperienza diretta della non-dualità. Siete in Dio in questo momento. Questo è il “qui e ora”.
Tutti parlano del “qui e ora”. Entrate in qualsiasi negozio che venda prodotti new age e vi diranno “qui e ora”. Ma chi comprende che cosa sia davvero? Questo è hṛdayam, è un’espressione dei tantra, un’espressione dei santi, che è semplicemente diventata uno slang alla moda. È, come minimo, dimorare in jagrat-svapna. Non è una cosa così semplice. Per questo le persone compiono una grande tapasya, educano se stesse per anni, fanno seva, sadhana, praticano il samadhi. Questo è jagrat-svapna.
Da qui nasce la capacità di auto-liberazione. Cioè, allora l’auto-liberazione avviene naturalmente. Non dovete fare nulla, dovete semplicemente restare, perché il corpo causale possiede la capacità naturale e innata di liberare tutto. È come se aveste una torcia in mano: non dovete fare nulla; quando qualcosa si avvicina al fuoco, brucia da sé, perché la natura della torcia è bruciare tutto. Tutto accade da sé, ma dovete essere vigili affinché la torcia non si spenga. Solo in questo senso è necessaria la vigilanza. Perciò questa è l’auto-liberazione.
Domanda: «E chi dimora nel corpo causale? Il buddhi o l’ahamkara è raccolto al livello del corpo causale?»
La vostra percezione dimora al livello del corpo causale. L’ahamkara è più in basso. Il buddhi percepisce il corpo causale. Perciò in parte, sì. Ma, in generale, è la vostra percezione. E la vostra percezione è una cosa difficile da definire, perché può trovarsi sia nel buddhi, sia nell’ahamkara, sia ovunque. Cioè è una coscienza che può colarsi in qualsiasi forma. Ogni persona, nella propria percezione, è indefinibile. L’Atman è indefinibile. Sembra che sia definibile, ma sono tutte cornici nelle quali noi stessi ci rinchiudiamo attraverso le identificazioni: io sono russo, io sono un uomo, ho un corpo, ho una certa memoria. Tutte queste sono etichette che gradualmente cadono, se ci esercitiamo nell’auto-liberazione.
La saggezza dei santi e l’auto-dedizione

Perciò nelle menti dei santi non vi sono costruzioni complesse, non vi sono concetti gravati da pesi, non vi sono situazioni senza via d’uscita: essi sciolgono facilmente tutti i problemi con un solo schiocco. Perché? Perché dimorano nel corpo causale, e lì non c’è né il problema, né colui che lo sperimenta, né il processo di presa di coscienza del problema stesso; ci sono solo sat, chit e ananda. Nel corpo causale esso viene percepito come ananda, ma non ancora profondamente, non ancora fino in fondo e completamente; mentre nella turya viene percepito nella pienezza assoluta e trionfante.
Perciò i santi sciolgono molto facilmente i problemi delle persone, semplicemente dimorando in tale stato causale e unendo il proprio stato al loro. Un’altra questione è che non sempre le persone possono servirsi di questo consiglio o sintonizzarsi sulla loro bhava, perché le loro menti sono forti e il karma vibra ancora molto. Hanno bisogno di tempo perché i loro karma si plachino un po’, e occorre per un certo periodo semplicemente trovarsi in una tale presenza oppure esercitarsi personalmente in questo.
L’auto-dedizione significa che, dimorando in questo stato causale, essi vi si abbandonano completamente. Ma al tempo stesso devono essere presenti un controllo e una guida saggi, per non diventare pralaya-kala, per non perdere l’azione nella visione o nella contemplazione, per non perdere la contemplazione nella visione. Cioè qui possono esserci moltissime sfumature sottili. Questa è l’arte della consapevolezza naturale. È il mantenimento di jagrat-svapna. Questa è nididhyasana, questo è lo stadio della gestazione, che viene dopo lo stadio del concepimento.
Il processo della nididhyasana e la dissoluzione dei karma
Se nella vita quotidiana mantenete saggiamente il jagrat-svapna, allora verrà il jagrat-turya. Non subito, ma gradualmente; bisogna sostenere questo stato. Nididhyasana è un processo lungo, perché occorre dissolvere molti karma. Nel vostro corpo sottile, nell’ahamkara, affioreranno svariate vecchie cause che avete creato, diversi stati d’animo (bhava), vari desideri. Il corpo sottile continuerà ad aprire diverse possibilità, a suscitare varie energie e desideri. Ma se dimorate nel jagrat-svapna, nel corpo causale, essi sorgono e si dissolvono.
Ramakrishna diceva che lasciava appositamente uno o due desideri. In realtà non aveva alcun desiderio, ma per entrare in contatto con le persone e vivere in questo mondo lasciava intenzionalmente uno o due desideri, oppure li inventava. Cioè, se non c’è desiderio, bisogna inventarlo, affinché vi sia un qualche attaccamento a questo corpo, a questo mondo. Ma dentro un vero yogin, in realtà, non vi sono desideri di alcun tipo.
Molti santi lasciano appositamente qualche desiderio per rinascere, per aiutare i discepoli, per vivere a lungo. E che desideri sono? Per lo più si tratta di seva (servizio), cioè il desiderio di diffondere il dharma, il desiderio di aiutare i discepoli, il desiderio di costruire templi, di predicare. Bisogna lasciare desideri puri. Perciò ognuno deve far sorgere determinati desideri sottili e puri, per esempio: «Desidero diffondere il dharma. Desidero predicare il dharma. Desidero servire Dio. Desidero costruire templi. Desidero scrivere libri o pubblicare testi sacri». Create tali desideri spirituali sottili, che aiutino e non ostacolino.
La settima jnana-bhumi
«Il settimo passo è trascendentale, è la Liberazione stessa; in esso vi sono una meravigliosa unità e purezza, e al di là di ciò è del tutto indescrivibile».
Questa è la descrizione delle jnana-bhumi, come avete capito, nello «Yoga-Vasistha». Ci sono sette terre della saggezza. E la settima jnana-bhumi si chiama turya o turyaga, quando si sperimenta il quarto stato — turya. Questo stato di turya ha otto livelli, e si chiamano nijananda, nirananda, sahajananda, jagadananda e così via. Ma per ora non ne parleremo.
Shiva Prabhakara siddha yogi Shri Guru Brahmananda Avadhuta ki — jai!
Shri Guru Swami Vishnudevananda Giriji ki — jai!


