Sette stadi della saggezza e la natura dell'autoconsapevolezza
05.09.2026
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Commento al testo «Yoga Vasistha», capitolo 3. La storia di Lavana.
Vasistha racconta a Rama la storia del re Lavana, illustrando con questo esempio la filosofia del pratibimba-vada. Egli dice che Lavana compì un rituale religioso che gli consentiva di ottenere una posizione elevata, proprio come un tempo aveva fatto il re Harishchandra. Poiché eseguì il rituale mentalmente, vale a dire come manasika-puja, per un anno intero, il risultato non tardò a manifestarsi. Tuttavia, questo rituale comportava una complicazione, poiché colui che lo eseguiva aspirava a una posizione estremamente elevata. Indra metteva sempre alla prova simili esseri. Coloro che eseguivano il rituale sul piano materiale, li metteva alla prova sul piano materiale. Poiché Lavana eseguì il rituale come manasika-puja, egli lo mise alla prova sul piano mentale. Il fachiro che gli mandò era in realtà un messaggero divino.
I sette livelli della stoltezza e della saggezza
Rama chiese: «O santo, quali sono questi sette livelli di cui parli?»
Vasistha rispose: «O Rama, nella stoltezza vi sono sette gradini discendenti, mentre nella saggezza vi sono sette gradini ascendenti. Ora te li descriverò. Dimorare costantemente nell’autoconsapevolezza è liberazione: quando l’autoconsapevolezza è intermittente, sorgono l’egoismo e la mancanza di libertà».
«Dimorare costantemente nell’autoconsapevolezza è liberazione». L’essenza di questa frase esprime il principio fondamentale dell’insegnamento del laya yoga. Quando invece si verifica un’interruzione nella consapevolezza, sorgono l’egoismo, la sofferenza e l’illusione. Ne consegue che tutto consiste nell’entrare correttamente nell’autoconsapevolezza. E poi, senza distrarsi, nel conseguire non un’autoconsapevolezza intermittente, bensì continua.
Che cosa distingue un santo da un neofita? Il fatto che nel neofita l’autoconsapevolezza è intermittente. Anche se sperimenta qualche lampo di chiarezza, intuizione o espansione della coscienza, tutto ciò dura poco, è instabile e si perde sotto l’influsso di qualche fattore destabilizzante.
L’autoconsapevolezza del santo risplende con potenza, come la luce di una lampada in una stanza dove non soffia il vento. Non si interrompe. Opera ininterrottamente e neppure forti fattori di disturbo sono in grado di scuoterla.
Principi dell’autoconsapevolezza
«Lo stato di autoconsapevolezza è quello in cui non vi sono inquietudini mentali, né distrazioni né ottusità della mente, né egoismo né percezione della molteplicità».
Dunque, qui Vasistha definisce il principio della presenza, l’autoconsapevolezza, la contemplazione, lo stato naturale: sono tutti sinonimi.
Il primo principio afferma: non vi sono inquietudini mentali. Non appena avete intrapreso il sentiero della contemplazione e vi è stato spiegato il principio dell’autoliberazione, in teoria tutte le inquietudini mentali dovrebbero abbandonarvi, perché il segreto dell’apparizione e della dissoluzione dei pensieri vi è chiaro. E allora non avrete più inquietudini mentali. Se le inquietudini mentali permangono, significa che il segreto dell’autoliberazione non è ancora stato conosciuto e che occorre conoscerlo senza indugio.
Lo yogin che ha padroneggiato il segreto dell’autoliberazione consegue quanto meno shanti, la quiete della mente. Egli scopre il segreto dell’autoliberazione comprendendo che i pensieri di per sé non possiedono un’essenza propria e che il loro fondamento è una coscienza intuitiva più sottile, simile allo spazio. La cosa più importante nella pratica è spostare il centro dell’attenzione sulla consapevolezza intuitiva, simile allo spazio, invece di seguire i pensieri o, peggio ancora, le emozioni. Coloro che non lo comprendono possono credere che reprimere le emozioni, bloccare i pensieri e dimorare nel vuoto mentale costituisca il sentiero. Tuttavia, ciò di per sé non costituisce il sentiero. Viene fornito questo esempio: un pezzo di legno insensibile non prova emozioni. Lo si può forse definire un sannyasin perfetto, dotato di vairagya? I cristalli non hanno pensieri. Li si può forse definire liberati?
Né la repressione delle emozioni in sé, né il blocco dei pensieri e il dimorare nel vuoto costituiscono ancora un fattore di liberazione. L’autentico fattore di liberazione è il riconoscimento della sottile vacuità illuminante, della coscienza infinita simile allo spazio, che sorge come risultato di una contemplazione impeccabile.
«Non vi è percezione della molteplicità» significa che, osservando la molteplicità e le differenze, non vi lasciate tuttavia affascinare da esse, ma le percepite come manifestazioni dell’unica coscienza infinita. La molteplicità è secondaria e inessenziale. L’unica coscienza infinita è essenziale e fondamentale. Gli stolti si smarriscono nella molteplicità, i saggi scorgono l’unità nella diversità. Al contempo, non neghiamo la molteplicità. Non è qualcosa di negativo. La molteplicità è una fioritura, un fattore di multiformità, la varietà delle energie universali. Tuttavia, tutto questo è irreale, privo di sostanza, come i fiori nel cielo o le corna di una lepre. Non è più reale di un riflesso nello specchio. Questa molteplicità è simile a un ornamento: sono motivi sullo specchio dello stato naturale.
Il saggio non rifiuta la molteplicità. Ma vede che la molteplicità stessa è irreale, come è irreale un serpente scambiato per una corda. Perciò, contemplando la molteplicità, il saggio scorge il puro specchio dell’unica mente. Lo stolto, invece, è completamente privo della comprensione dell’unità e attribuisce un’importanza enorme alla molteplicità. Poiché la molteplicità lo ammalia, la sua mente è divisa e frammentaria, ed egli stesso è diviso. Così viene coinvolto nei diversi tipi di giochi della molteplicità di questo universo.
Chi invece ha padroneggiato l’autoliberazione scorge impeccabilmente l’unità, considerando la molteplicità come un gioco di energie, come una manifestazione creativa dell’Assoluto, come un motivo, una decorazione, un ornamento, ossia una splendida aggiunta alla coscienza infinita, indistinguibile da essa stessa.
«Privo di egoismo» significa che colui che dimora nell’autoconsapevolezza non è più affascinato dall’illusione del proprio «io». Gli sono estranei le paure egoistiche, l’invidia, i dubbi, gli attaccamenti, la simpatia, l’antipatia e altre cose simili: tutte queste sono funzioni dell’ahamkara (il falso ego). Ma come possono esistere, se l’ego stesso viene riconosciuto come irreale, come una semplice increspatura sullo specchio dell’autoconsapevolezza? Possono essere conosciute sotto diversi aspetti. In primo luogo, come completamente illusorie, irreali, come qualcosa che si può abbandonare, respingere, da cui ci si può separare senza rimpianto, che si può recidere insieme alla speranza e alla paura in quanto ostacolo, pesante zavorra. In secondo luogo, possono essere riconosciute come un gioco dello specchio dello stato naturale, come la sua lila creativa, come il suo ornamento.
Il primo caso è adatto al praticante principiante. Il secondo, a un esperto maestro di yoga o a un siddha. In tal caso, persino la motivazione, gli impulsi e le manifestazioni egoistiche hanno perso la loro forza. Sono innocui come un serpente a cui siano stati strappati i denti. Qualunque cosa si manifesti, viene percepita semplicemente come un gioco; dietro di essa non vi è alcuna essenza e non vi è alcun attaccamento nei suoi confronti. Lo yogin ha perso l’ego, perciò anche tutto ciò che sperimenta è privo di egoismo.
L’ottusità della mente, l’oscurità della coscienza, il tamas, sopraggiungono quando non dimoriamo nella sottile autoconsapevolezza della buddhi, bensì nel grossolano manas, e quest’ultimo non è rivolto verso se stesso, ma è fortemente orientato verso gli organi di senso e gli oggetti.
Quando invece contempliamo, avviene qualcosa di diverso: il manas si distoglie dagli oggetti esterni e comincia a riconoscere la propria fonte, se stesso, la propria consapevolezza «Io sono». Nelle profondità della consapevolezza «Io sono» scopre una presenza sottile, appena percettibile, che costituisce la sua intuizione, il suo sacro fondamento. Questa è la buddhi. Quando medita ininterrottamente sulla buddhi, la sua coscienza non è mai ottusa né oscurata. La sua coscienza è sempre illuminata dalla luce della saggezza intuitiva.
I sette stati dell’illusione
«L’illusione che vela questa autoconsapevolezza presenta sette aspetti: lo stato germinale di veglia, la veglia, la veglia completa, il sogno da svegli, il sogno, la veglia sonnolenta e il sonno profondo.
Nella coscienza pura, quando la mente e la coscienza limitata esistono soltanto come nomi, questo è lo stato germinale di veglia.
Quando in essa sorgono i concetti di «io» e «questo», tale stato è chiamato veglia.
Quando questi concetti sono rafforzati dalla memoria delle incarnazioni passate, questa è la veglia completa.
Quando la mente si è completamente aperta alle proprie fantasie e ne è colma, questo è il sogno da svegli.
Le concezioni errate delle sensazioni durante il sonno, che sembrano reali, sono i sogni.
Nello stato di veglia sonnolenta, una persona ricorda le sensazioni passate come se fossero reali nel presente.
Quando tutto ciò viene abbandonato a favore di un completo torpore inconscio, questo è il sonno profondo.
Questi sette stati possiedono ciascuno infinite suddivisioni».
Esiste una gradazione degli stati di coscienza. Di solito si parla di quattro stati. Qui, invece, viene presentata una gradazione di sette stati.
Di norma si parla della veglia, del sonno con sogni, del sonno senza sogni e del quarto stato, che li trascende: turiya. Tutte le modificazioni della mente sono, in ultima analisi, manifestazioni della medesima coscienza infinita. È come un oceano sulla cui superficie a volte vi sono increspature, a volte onde, a volte una calma assoluta; altre volte, invece, il limo si solleva e l'acqua diventa torbida, cosicché non si vede nulla. Tuttavia, nella sua essenza, è sempre lo stesso oceano.
Il compito del praticante, dopo aver scoperto dentro di sé la coscienza infinita, è superare gradualmente tutti questi sette livelli o tutti questi sette stati. Significa introdurre il principio dell'autoconsapevolezza nel sonno senza sogni, nel sonno con sogni, nelle fantasticherie e nella normale esperienza di veglia.
Può sembrare che l'esperienza di veglia o il sonno siano incompatibili con il principio della coscienza infinita, ma non è così. Non appena cerchiamo di risalire alla fonte del sonno con sogni, del sonno senza sogni, oppure di scoprire da dove si generino i pensieri e le esperienze, finiamo comunque, per così dire, per giungere al medesimo principio della coscienza illimitata. In ultima analisi, arriviamo sempre allo stesso punto.
La matematica dei siddha dell'Advaita è all'incirca questa: uno più uno fa uno, uno più due fa uno, uno meno uno fa comunque uno, uno meno due fa uno, uno meno infinito fa uno, infinito meno uno fa comunque uno. Da qualunque angolazione vi accostiate all'autoindagine, tornate alla fonte della coscienza infinita.
Vasishtha continuò: «Rama, ora ti descriverò i sette stati o dimensioni della saggezza. Conoscendoli, non ti lascerai guidare dall'incomprensione. Il desiderio puro o l'intenzione è il primo stato. La conoscenza è il secondo. Il terzo è quello in cui la mente diventa sottile».
Primo stato: l'intenzione illimitata
Il primo stato che conduce alla liberazione è l'intenzione, il desiderio puro, la sankalpa-shakti. Quando pratichiamo, dobbiamo affinare la nostra intenzione al punto che nulla possa ostacolarla.
Nei tempi antichi i maestri aiutavano i discepoli ad affinare la propria intenzione sottoponendoli a dure prove. Quelli erano i tempi. Si riteneva che, se la forza della tua intenzione era scarsa, non avesse nemmeno senso parlarti del sentiero dell'insegnamento. Se la tua sankalpa-shakti è debole, devi svilupparla, perché in tal caso la filosofia e tutto il resto sono inutili. Bisogna sviluppare la sankalpa-shakti affinché la propria intenzione diventi illimitata. Nella nostra epoca liberale questa pratica non è molto diffusa. Ma nell'antichità l'approccio dei siddha era molto radicale.
Quando possediamo una sankalpa-shakti illimitata, ossia un'intenzione illimitata, essa ci aiuta a superare ogni restrizione e ogni ostacolo. Quando ti assumi la responsabilità della tua scelta spirituale, né i mara, né gli dèi della passione, né i demoni, né le tentazioni, né i desideri, né gli ostacoli sul sentiero spirituale sono in grado di scuotere la tua intenzione. Ma quando l'intenzione è debole, una persona può vacillare molto facilmente. Le si apre una certa esperienza, oppure incontra un piccolo ostacolo, e già comincia a esitare.
Per sviluppare un'intenzione illimitata (sankalpa-shakti), è molto utile riflettere sulla legge del karma, sulle sofferenze, sulla preziosa nascita umana, sulla vecchiaia, sulle malattie, sulla morte, sull'impermanenza e sui propri limiti. È importante riflettere sull'impermanenza del tempo, che divora ogni cosa, per convincersi pienamente di quanto si è limitati, di quanto non si debba sprecare il tempo e di quanto non si debba vivere inconsapevolmente, dissipando senza motivo la propria preziosa forza vitale. Da un simile approccio nasce una potente intenzione di liberazione, alla quale nulla può opporsi.
Spesso le persone prestano attenzione alle circostanze esteriori. E, a seconda di come esse sono organizzate, la loro intenzione di praticare può essere forte oppure no. Ma, in realtà, tutto ciò non ha alcuna importanza. Che il monastero sia bello e ricco oppure no, che venga servito un prasada gustoso oppure no, che i monaci anziani siano gentili con voi, che rispettino alcuni vostri capricci oppure non ne tengano affatto conto, che il tempo sia bello oppure no: nulla di tutto ciò ha alcuna importanza. In realtà, se si presta attenzione a tutte queste cose e ci si lascia turbare da esse, non si raggiungerà mai la liberazione. Un vero yogin presta attenzione all'essenza, alla radice: «Sono mortale, sono limitato. Esistono saggi liberati. Esiste un sentiero. Tutto il resto non è così importante». Questa è la vera sankalpa-shakti.
Nell’antichità, in India, i maestri spirituali talvolta accoglievano discepoli sedendo sotto un albero o in una grotta. Ma i discepoli erano devoti al dharma e praticavano. Una volta udii una conversazione tra un monaco e un praticante laico. Il monaco disse: «Venite da noi, a “Divya Loka”, a praticare», e il laico rispose: «Ma lì da voi c’è sporcizia». Tuttavia, dal punto di vista della sankalpa-shakti, a volte è persino più utile praticare in condizioni austere e affinare così la propria determinazione, anziché in ambienti fin troppo lussuosi, soprattutto per i principianti. Talvolta le condizioni spartane sono più adatte per acquisire una sankalpa-shakti impeccabile.
Il secondo e il terzo stato: conoscenza e affinamento della mente
«La conoscenza è il secondo. Il terzo è quando la mente diventa sottile».
Il secondo principio indica la conoscenza. Oltre alla conoscenza intellettuale, esso implica la conoscenza dei metodi di pratica e del principio essenziale della consapevolezza. Quando uno yogin acquisisce una simile conoscenza, la sua mente diventa sottile. Ciò significa che egli coglie intuitivamente il fondamento dei pensieri, dei sentimenti, delle emozioni e di tutto il resto. Di norma, chi possiede una mente sottile ha un’intuizione ben sviluppata, chiarezza, flessibilità e la capacità di comprendere i testi sacri. In altre parole, comprende piuttosto bene ciò di cui si parla durante le lezioni. La sottigliezza della mente conferisce capacità sovrannaturali e poteri creativi. Chi manca di sottigliezza mentale non ha ispirazione, poteri creativi né una comprensione raffinata delle situazioni, della propria pratica dell’insegnamento, della filosofia e di altro ancora. Ciò significa che deve prestare attenzione a questo aspetto.
Il quarto, il quinto, il sesto e il settimo stato
«Il quarto è il divenire della verità. La completa libertà da attaccamenti e dipendenze è il quinto. Il sesto è la cessazione dell’oggettività. Il settimo è al di là di tutti questi».
Man mano che la coscienza si affina, si stabilisce nella propria verità. Quando si stabilisce nella propria verità, nella propria fonte, sorge l’autentica libertà e scompaiono le preferenze e gli attaccamenti. Tutto ciò che prima sembrava importante cessa di esserlo. Lo yogin raggiunge il livello iniziale dell’unico «sapore». Scompare anche la percezione dell’universo come qualcosa di oggettivo, reale e indipendente dalla coscienza.
L’inizio dell’unico «sapore» significa che per voi tutto comincia a diventare uguale. Non importa se soffrite fisicamente o, al contrario, sperimentate la beatitudine. Non importa se ricevete onori o, al contrario, siete umiliati. Non importa se vi trovate in ambienti raffinati e lussuosi o, al contrario, in condizioni non molto confortevoli. Non importa se nei sogni e nelle meditazioni vedete segni propizi o infausti. Non importa se avete esperienze mistiche oppure no. Non importa se il vostro livello di energia è alto o basso e se le nadi sono ostruite. Non importa se mangiate cibo di qualità adatto a un’alimentazione dietetica o vi nutrite di scarti. Non importa se il vostro status è elevato o basso. Tutto questo diventa più o meno equivalente e la vostra coscienza diventa molto stabile.
All’inizio diventa stabile a livello del fondamento sottile, ma sul piano energetico può comunque oscillare notevolmente. Sentite che il vostro equilibrio interiore non cambia più: né l’alto né il basso, né la gioia né il dolore possono influenzarvi. Eppure sentite che il vostro stato energetico continua a oscillare fortemente. In seguito sentite che né la vostra mente né il vostro stato energetico oscillano più, e tutto diventa favorevole. Un simile yogin è come un possente elefante o rinoceronte.
Si dice: «Quando l’elefante va all’abbeveratoio, tutti i piccoli insetti si disperdono». Allo stesso modo, tutti i klesha, gli oscuramenti, gli ostacoli, le maledizioni, gli spiriti maligni e i karma passati dello yogin fuggono e si dissolvono quando egli, come un elefante, avanza nella pratica della consapevolezza. Per un tale yogin non ha importanza che lo biasimino o lo lodino: considera ogni cosa come un gioco. Non importa che i suoi progetti si realizzino oppure, al contrario, falliscano. Non importa che appaia bene agli occhi degli altri oppure no. Non importa che i suoi sensi siano appagati oppure no. Egli si trova sempre in uno stato estremamente propizio. Non importa che svolga un servizio prestigioso o un lavoro umile. Non importa quali siano i suoi rapporti con le altre persone: se mantiene l’armonia, lo fa per gli altri. Non importa che abbia amici oppure no, poiché è autosufficiente. Non importa che mantenga i legami con le persone care oppure che sia solo, come un uccello nel proprio universo. Tutto questo cessa di essere importante per lo yogin. Non perché venga respinto o negato, ma perché tutto sprofonda e si dissolve in un unico grande stato.
Descrizione pratica dei sette stati della saggezza
«Perché continuo a essere uno stolto? Devo cercare la compagnia delle persone sante e delle scritture, sviluppando il distacco» — questo è il desiderio del primo stato. Perciò la persona comincia a compiere diverse pratiche di conoscenza (osservazione diretta): questo è il secondo. Insieme a ciò cresce il non attaccamento e la mente diventa sottile e trasparente: questo è il terzo stato. Quando vengono praticati questi tre stati, nel cercatore sorgono una naturale avversione per i piaceri sensoriali e una naturale permanenza nella verità: questo è il quarto stato.
Quando tutto questo è stato vissuto pienamente, sorgono il completo non attaccamento e, al tempo stesso, la certezza nell’essenza della verità: questo è il quinto stato.
Quando una persona gioisce del proprio «Sé» supremo, cessa la percezione della dualità e della molteplicità dentro e fuori di sé, e gli sforzi compiuti nell’ispirare gli altri producono risultati sotto forma di esperienza spirituale diretta. Dopodiché non vi è altro fondamento, non vi è divisione, non vi è molteplicità, e l’autoconsapevolezza è spontanea, naturale e quindi ininterrotta: questo è il settimo stato trascendentale. È lo stato di colui che si è liberato in questa vita. Oltre questo vi è lo stato di colui che ha trasceso i confini del corpo.
Vasishtha descrive qui le sette terre della saggezza: i sette stadi del risveglio, descritti anche nell’insegnamento del laya yoga nel libro «Lo splendore dei preziosi misteri del laya yoga». Quando desiderate analizzare il vostro cammino spirituale e determinare lo stadio in cui vi trovate, potete sempre fare riferimento all’insegnamento delle sette terre della saggezza, i sette jnana-bhumi. Queste sette terre della saggezza abbracciano tutti i molteplici stati che lo yogin sperimenta sul cammino spirituale.
Vasishtha dice:
Rama, tutti questi grandi esseri che hanno salito i sette gradini della saggezza sono santi. Sono liberi e non sprofondano nella palude della felicità e dell’infelicità. Possono agire o non agire. Godono della coscienza suprema e non hanno bisogno degli altri per essere felici.
Lo stato supremo di coscienza può essere raggiunto da chiunque, persino dagli animali e dagli uomini delle tribù selvagge, da coloro che possiedono un corpo e perfino da coloro che non ne possiedono uno, poiché per questo è necessaria soltanto la crescita della saggezza.
Autorealizzazione
Auto-liberazione
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Rama
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Jnana-bhumi
7 terre della saggezza
Egoismo
Autore Гуру
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