La forza della benedizione – Anugraha, shaktipatha, la forza di Dio. Percorrere il cammino spirituale significa sintonizzarsi con questa forza e invocarla costantemente. Anche i nostri sforzi sono importanti, ma quando ci impegniamo e applichiamo un metodo (upaya), questo rappresenta soltanto la metà. Concentrazione, meditazione, shat-chakra-yoga, kundalini-yoga, mantra-yoga: tutto questo è metodo (upaya).
Oltre al metodo esiste la saggezza (prajna). E la prajna arriva sempre attraverso la benedizione, attraverso l’Anugraha; non può essere inventata dall’ego né prodotta dall’ego, perciò nessuno può rivelare la prajna (saggezza) senza la benedizione del guru, senza la benedizione dell’ishta-devata, senza la benedizione di Dio. È impossibile inventarla con la mente, è impossibile crearla con l’aiuto dell’ego: è sempre qualcosa che arriva dall’alto come una benedizione. Pertanto, per rivelare questa saggezza, invochiamo la benedizione dei santi, del Guru Brahmananda e dell’ishta-devata.
Che cos’è la prajna? Prajna significa che realizziamo «Aham Brahmasmi», la Luce Divina al di là dei cinque involucri (le cinque kosha), nella quale non esistono né soggetto né oggetto.
I tre principi essenziali del cammino spirituale

Shravana – ascolto. Tutto inizia dal fatto che ascoltiamo parlare di Dio e del dharma: questo è shravana. Shravana significa che il guru cita le scritture, ne spiega il significato oppure parla con parole proprie; in ogni caso, dobbiamo ricevere il primo impulso, e questo è shravana.
Manana – riflessione. Quando ci siamo formati una rappresentazione di Dio, dell’Assoluto, la fase successiva è manana. Manana significa che dobbiamo trasformare tutto questo nella nostra esperienza. Riflettere su ogni cosa e comprenderla interiormente, capire se questa esperienza è davvero così oppure no, se comprendiamo Dio oppure no, se la nostra mente è ai piedi di Dio (Brahma-pada) oppure no. Qui è importante mantenere il contatto con il guru e con le sacre scritture, per eliminare tutti i dubbi, affinché Dio diventi la nostra esperienza personale, la nostra dhyana personale, il nostro samadhi personale.
Nididhyasana – contemplazione continua. Quando abbiamo eliminato tutti i dubbi, allora sappiamo dove si trova il punto di Dio, dove sono i piedi di Dio, e possiamo già noi stessi raggiungere questo punto in qualsiasi momento. Allora arriva la fase successiva: nididhyasana. Nididhyasana significa che ora non dobbiamo più uscire da questa esperienza, dobbiamo rimanere sempre in essa, essere sempre con Dio, non separarci da Dio. Come essere con Dio in piedi, seduti, sdraiati, durante il cammino, il lavoro, il pasto, la conversazione: tutta questa è l’arte della nididhyasana.
La nididhyasana è raggiungibile attraverso la contemplazione costante, quando siamo capaci di rimanere in meditazione persino durante le conversazioni o mentre camminiamo, quando la coscienza, indipendente dai cinque involucri, non si perde ma viene mantenuta. Tuttavia è ancora molto importante la devozione. La sola contemplazione non possiede una forza tale da strapparci immediatamente al samsara. Per questo sono necessarie grande ispirazione, una forte emozione, una forte dedizione di sé. Quando meditazione e devozione si uniscono, questa è nididhyasana. Perciò il sadhu dimora sempre nella contemplazione e nella devozione.
Gli stati di coscienza e la turiya
La contemplazione rivela la Natura della Mente al di là della veglia, del sonno con sogni e del sonno senza sogni. Jagrat, svapna, sushupti: sono tutti stati di maya, stati di illusione. Il Brahman invece è turiya, cioè il quarto stato. Se abbiamo trovato questa esperienza di turiya, essa è al di là della mente e al di là dei cinque involucri.
È molto difficile non uscire da questo stato di turiya se non siete in samadhi, ma vi trovate nella vita quotidiana, camminate e conversate. D’altra parte, non bisogna uscirne se vogliamo essere in Dio. Qui è importante la devozione: è necessario che il sadhu diventi le mani e i piedi di Dio, il tramite della Volontà Divina; allora questo diventerà sahaja-samadhi (samadhi naturale).
Il sahaja-samadhi è possibile, ma perché ciò avvenga devono verificarsi determinate condizioni: il nostro ego deve morire, abbandonarsi a Dio e dissolversi in Lui. Finché rimane anche solo un po’ di ego, esso è sempre un ostacolo, sempre dualità, sempre separazione da Dio. E anche quando pratichiamo, può comunque essere l’ego a praticare dentro di noi. Spesso accade che facciamo molto, ma dentro di noi rimane l’ego. Perciò bisogna dedicare la propria pratica a Dio, offrirgliela.
Domanda: Spesso si dice che nello yoga esistono due sentieri: il sentiero del samadhi e il sentiero della prajna. Potreste commentare e spiegare che cosa sono?

È di questo che parlavamo prima. Il cammino del samadhi è la concentrazione attraverso i dhyana, quando ci sono dharana, dhyana e samadhi (savikalpa, nirvikalpa). Il cammino della prajña è un cammino un po’ diverso, non è un cammino di concentrazione. Che cosa significa prajña? Significa che percorrete il cammino del sahaja-samadhi, non del nirvikalpa né del savikalpa, ma del sahaja-samadhi. La prajña è lo stato di vacuità e non-dualità, quando sperimentate il Brahman al di là del soggetto e dell’oggetto, quando vi abituate alla prajña. Prima studiate i testi, poi ricevete l’esperienza dal guru e vi abituate a dimorare nello stato naturale, nella Natura della Mente. Tutto questo è prajña.
Il cammino della prajña
Qual è il cammino della prajña? Innanzitutto deve esserci la vichara (indagine). Per esempio, ponete la domanda «Chi sono io?» oppure «Che cos’è l’Assoluto, che cos’è Dio?». Se ponete la domanda «Chi sono io?», questa è Atma-vichara. Se ponete la domanda «Che cos’è il Brahman?», questa è Brahma-vichara.
Quando avete compiuto buoni progressi nella vichara, conseguite la viveka o pancha-kosha-viveka. Questo significa che comprendete di essere al di là del corpo fisico, energetico, astrale, mentale e causale. In altre parole, pancha-kosha-viveka significa sapere: «Io sono il Brahman, non sono i cinque involucri».
E quando sapete di non essere i cinque involucri, sorge la vairagya. La vairagya è la conseguenza di tale conoscenza. La vairagya è proprio la prajña. Prajña e vairagya procedono insieme. E qual è il rovescio della vairagya? La resa assoluta di sé e la devozione a Dio. Perché sorge la vairagya? Non nasce dalla rinuncia, ma dalla devozione, quando siete profondamente devoti a Dio. Prapatti, atma-nivedana: questa è la vera causa della vairagya.
C’è un racconto. Quando dei briganti attaccarono un devoto di Krishna, egli cominciò a pregare Krishna. Krishna, nella Vaikuntha-loka, lo udì e volle inviargli il proprio aiuto. Andò dalla sua consorte e disse: «Un devoto è in difficoltà e mi sta pregando, quindi manderò una parte della mia coscienza sulla Terra per aiutarlo». Ma quel devoto, che dapprima pregava Krishna, poi pensò che avrebbe dovuto difendersi da solo e raccolse una pietra. Allora Krishna disse: «Beh, sembra che ormai possa cavarsela anche senza di me, non andrò sulla Terra».
Prapatti significa che ci rimettiamo alla volontà di Dio. Diciamo: «Non sia fatta la mia volontà, ma la Tua». Accettiamo tutto, diciamo: «Non appartengo a me stesso: appartengo a Dio. Non mi aggrapperò all’ego, mi terrò stretto a Dio». È molto difficile: bisogna sconfiggere l’ego ogni secondo, perché esso si aggrappa continuamente a qualcosa. Anche gli yogi hanno orgoglio, persino i sadhu. E Dio mette costantemente alla prova i sadhu. Dattatreya lo fa spesso in questo modo. Si manifesterà in modo tale che non lo riconoscerete e vi farà confrontare con le vostre illusioni. Persino gli dèi vengono confusi dal gioco di Dattatreya.

Le prove di Dattatreya
Quando gli dèi vennero a chiedere aiuto a Dattatreya nella battaglia contro gli asura, Dattatreya disse: «Qualcuno ha detto che avrebbe attraversato il Gange tenendosi alla coda di un cane. Anche voi siete venuti da me con un’idea del tutto inutile: ho già da tempo dissipato la mia forza nel vino e nelle donne; perché siete venuti da me? Perciò andate e cercate qualcun altro. Sì, prima praticavo lo yoga, ma ora ho già perso tutta la mia forza». Ma gli dèi erano devoti a Dattatreya e non volevano nemmeno ascoltare quelle parole. Pregavano Dattatreya, sapendo che li avrebbe salvati. E quando la loro devozione fu messa alla prova, Dattatreya disse: «Va bene, dunque, che cosa devo fare con voi? Vi aiuterò». Allora privò gli asura di Lakshmi e la consegnò agli dèi. Anche il guru Brahmananda metteva alla prova i propri devoti. Esistono molte storie al riguardo.
L’avadhoota è colui che viene sempre a metterci alla prova e a benedirci. Non può benedirci direttamente, subito, perché deve prepararci, e non è possibile prepararci in altro modo se non provocandoci. La sua saggezza è potentissima, ma è completamente trascendente. C’è un detto: «Per vedere che cosa c’è dentro, bisogna che venga fuori». Perciò talvolta l’avadhoota può provocare una persona affinché la sua karma venga fuori.
Un giorno Dattatreya arrivò a uno yajña tenendo un cane tra le braccia. Si ritiene che il cane sia un animale impuro e che, se un cane è presente nel luogo dello yajña, gli spiriti entrino in esso e divorino tutti i frutti del rituale. Ma Dattatreya, nonostante ciò, giocava con il cane. Allo yajña c’erano molti santi e rishi, che stavano accanto a lui con grande rispetto. E un brahmano pensò: «Perché questo giovane si comporta in modo così strano, mentre gli altri lo rispettano così tanto? Forse è una specie di mago o stregone che ha incantato tutti?»

Dopo che tutti se ne furono andati, questo brahmano si avvicinò a Dattatreya e gli chiese: «Dimmi, per favore, chi sei? Non riesco proprio a capire chi tu sia, a quale ashrama appartenga, a quale varna appartenga. Sei un brahmachari, un grihastha, un vanaprastha o un sannyasi?» E Dattatreya gli rispose: «Non appartengo a nessuna delle varna, appartengo alla quinta varna, che non è descritta nei Veda: sono un avadhuta. Mi trovo al di là di tutte le regole, di tutti i principi, di tutte le caste umane, di tutte le divisioni. Oggi partecipo allo yajña e gioco con un cane, domani passeggio con una donna, dopodomani bevo rame fuso, e poi cammino sul Sole, perché sono libero da ogni limitazione».
L’insegnamento sull’avadhuta
La mente dell’avadhuta è completa libertà: in essa non vi sono concezioni umane né dualità. È una mente simile allo spazio infinito, dove non vi sono né nome né forma, ma solo Luce Divina e Amore Divino. Il nome (nama) e la forma (rupa) sono maya, la divisione in soggetto e oggetto è maya, la divisione in interiore ed esteriore è maya, la divisione in cose sacre e non sacre è maya. Quando pensiamo: «Uomo, donna, moglie, marito, figli, figli maschi, laico, brahmachari, grihastha, vanaprastha, sannyasi, guru, discepolo», anche tutto questo è maya. In altre parole, ogni volta che dividiamo, questa è maya.
Ma non possiamo fare a meno di dividere finché viviamo in questo corpo e in questo mondo, perciò distinguiamo tra verità assoluta (paramartha-satya) e relativa (samvritti-satya). Quella assoluta è shuddha-jnana, quando possiamo dire «Aham Brahmasmi». Quella relativa è kriya-jnana, quando dobbiamo comprendere ciò che viene chiamato desha-kala-patra (luogo, tempo, circostanze).
Domanda: Aham Brahmasmi è il mahavakya dei sannyasi?
Sì. Se un capofamiglia cominciasse a ripeterla, la sua vita cambierebbe e perderebbe tutti gli attaccamenti.
La differenza tra avatar e avadhuta

Domanda: Qual è la differenza tra un avatar e un avadhuta?
Un avatar è l’intenzione di Dio di discendere in questo mondo: mediante la forza della sankalpa viene creato un corpo illusorio, nel quale viene trasferita una parte della coscienza della divinità. Per esempio, se il dio Vishnu, dimorando a Vaikuntha-loka, desidera discendere nel mondo nella forma di Krishna, Parashurama o Vamana, crea una sankalpa senza lasciare la propria dimora.
Un avadhuta, invece, è colui che, partendo da qualunque stato, ha realizzato lo stato di non dualità e vive in esso. L’avadhuta non compie necessariamente azioni folli: può vivere persino come un sadhu ordinario, ma se è interiormente libero, anch’egli è un avadhuta. A volte può manifestarsi come un saggio folle, andare in giro nudo, cosparso di cenere, e comportarsi come un folle per Dio. Dattatreya è un avadhuta. Oltre a lui, vi furono anche altri grandi avadhuta. Ma talvolta un avadhuta può manifestarsi anche come una persona comune, come un sadhu comune.
Mi hanno raccontato che da qualche parte in India c’è un uomo considerato una manifestazione di Dattatreya. Ricopre una carica equivalente a quella di un viceministro secondo gli standard russi, cioè lavora nell’amministrazione statale. Fuma sigarette e ha delle guardie armate di fucili automatici, ma tutti vanno da lui e dicono: «Namaste, Guruji». A volte materializza per loro alcune cose in ufficio. In altre parole, se rimuoviamo la nostra mente, l’avadhuta può manifestarsi in qualunque modo. Gli avadhuta giocano a giochi incomprensibili per gli uomini, sono guidati dall’interno dalla propria divinità o da Dio e da nient’altro; per loro tutte le norme sociali sono irrilevanti.
Ma quando si parla di avatara, l’avatara è il sankalpa di una divinità. L’avatara arriva con l’intenzione di fare qualcosa, di cambiare qualcosa: si tratta sempre di una sorta di missione. Per esempio, un medico va in ospedale non perché sia malato, ma perché è arrivato con una missione: è venuto a curare. Per esempio, esiste lo shakti-avesha-avatara, colui che è dotato di poteri speciali. Può non possedere una piena realizzazione, ma è una particella del Divino venuta per incarnare qualcosa; è nato solo per questo. Quando compie la sua missione, scompare.


