Commento al testo “Yoga Vasistha”, capitolo secondo “L’aspirazione”
In questo mondo si può ottenere qualcosa solo con i propri sforzi. Quando qualcosa non riesce, bisogna cercarne le cause negli sforzi insufficienti. È evidente! Ciò che viene chiamato destino è un’invenzione, e non esiste alcun destino.
I propri sforzi, o Rama, sono quelle azioni mentali, verbali e fisiche che vengono compiute secondo gli insegnamenti di un uomo saggio, che conosce bene le Scritture. Solo grazie a tali sforzi, Indra divenne il re del paradiso, e Brahma divenne il creatore; tutti gli altri dèi e semidèi si trovarono al proprio posto.
Gli sforzi possono essere di due tipi: gli sforzi delle nascite passate e gli sforzi di questa nascita. Questi ultimi possono vincere i primi. Il destino non è altro che gli sforzi delle nascite passate. Tra questi due tipi vi è un conflitto costante in questa incarnazione, e a prevalere sono le circostanze più forti.
In questo capitolo il rishi Vasistha persuade Rama a intraprendere il cammino della pratica, facendo affidamento sui propri sforzi e sulla propria volontà. A tal fine lo ispira, dicendo quanto sia importante manifestare la propria volontà, che Rama non ha nulla se non la propria volontà. Non ha realizzato Dio, non ha dèi aiutanti che gli apparirebbero in sogno o in samadhi e lo condurrebbero alla liberazione. Non ha niente di tutto questo. Ha solo le proprie illusioni, la confusione, ma ha anche la propria volontà. Vasistha convince insistentemente Rama a credere in se stesso, a superare la propria amorfità, la propria dispersione e, basandosi sulla propria volontà, a intraprendere il cammino della liberazione.

Destino e propri sforzi
Vasistha dice: “Non pensare di essere limitato dal destino”. Dal punto di vista di una visione più bassa, il destino (daiva), naturalmente, esiste. Daiva è la nostra linea di vita, il percorso della vita. Il karma è ciò che abbiamo creato nelle incarnazioni passate. Naturalmente, queste cose esistono. Tuttavia Vasistha cerca di spiegare a Rama un punto di vista più elevato. Dice che le persone con capacità inferiori sono ciecamente limitate dal destino e dal karma, ritenendo che nulla possa essere cambiato con la propria volontà. Dice che sia il destino sia il karma sono semplicemente il risultato dei tuoi sforzi passati, sono i tuoi stessi sforzi passati, i cui frutti stai raccogliendo ora. Dice che se in questa vita applichi sforzi corretti in quantità sufficiente e nella giusta direzione, puoi superare i tuoi vecchi, passati, errati sforzi.
C’è un detto: “Se vuoi sapere chi eri in passato, guarda te stesso nel presente. Se vuoi sapere chi sarai in futuro, analizza il corso dei tuoi pensieri”.
È proprio la coscienza, il pensiero, la sankalpa-shakti (la forza dell’intenzione) a determinare la nostra prossima vita, il nostro destino. Il nostro destino attuale non è misticismo, cioè non è il risultato dell’intervento di forze soprannaturali. Il nostro destino attuale è la manifestazione delle nostre intenzioni, scelte e pensieri nel passato, nelle incarnazioni passate. Forse non ce ne accorgiamo molto, ma siamo tutti costituiti dal passato: il passato grava su di noi, il passato ci governa, il passato ci programma ogni secondo. Agiamo basandoci sul sostegno del passato. Il passato grava costantemente su di noi. Non ci rendiamo nemmeno conto di quanto rapidamente agisca. Nel momento in cui in noi si genera un certo atto di volontà o di consapevolezza, il passato influenza ancora più rapidamente la nostra mente e interpreta istantaneamente tutto. Il passato determina la nostra visione karmica. È proprio il nostro passato ciò che viene chiamato sanchita-karma e prarabdha-karma. I nostri sforzi attuali sono ciò che manifestiamo in questa vita. Sono chiamati anche purusha-kara, cioè la nostra intenzione, la nostra aspirazione volitiva, il nuovo corso dei nostri pensieri, che creiamo consapevolmente da soli.
Il vecchio karma, cioè il destino, e la purusha-kara, cioè i nostri sforzi personali, sono spesso paragonati a due arieti. Su uno stretto ponticello sopra un abisso si incontrano due arieti. Un ariete è il nostro karma passato, le nostre intenzioni, i nostri sforzi e le nostre scelte passate. L’altro ariete sono le nostre intenzioni attuali, le nostre azioni attuali. Di conseguenza deve rimanere un solo ariete, cioè vince quello che è più forte. Se in questa vita i nostri sforzi sono deboli, insufficienti o confusi, allora vincono le tendenze della nostra mente accumulate nel passato; di conseguenza, il nostro futuro continua a essere governato dal passato. Procediamo lungo il solco già tracciato, creato dalle intenzioni volitive passate. Se creiamo una sankalpa-shakti sufficientemente grande, cioè la forza dell’intenzione volitiva, siamo capaci di smuovere questo passato, di aprire un’alternativa nello svolgimento degli eventi, di aprire, come oggi va di moda dire, un universo variativo con uno scenario diverso della nostra vita, di cambiare le linee del nostro destino, di passare ad altre linee di vita. Tutto ciò dipende da quanto la nostra forza di volontà e la forza dell’intenzione (sankalpa-shakti) saranno attivate in questa vita.

Logica parasattarka: la visione trascendente della realtà
Il mondo non dipende direttamente da cause ed effetti. È molto più complesso: è probabilistico, casuale, stocastico. Il mondo, prima di tutto, dipende interamente dalla manifestazione della coscienza. E solo in secondo luogo dipende da cause ed effetti. Questa teoria paradossale nell’insegnamento è chiamata «logica parasattarka». «Parasattarka» significa visione mistica trascendente, propria dei siddha. La teoria della logica parasattarka è esposta in parte nello «Yoga Vasishtha»; è stata anche rivelata dal santo Abhinavagupta. Non è una logica, ma piuttosto una profonda visione trascendente, che afferma che il mondo non è determinato, che in esso i nessi di causa ed effetto non svolgono un ruolo importante. In esso gioca un ruolo importante il principio della coscienza, ed è proprio dal principio della coscienza che dipende quale sarà il nostro ambiente e la nostra prossima vita. Per dirla più semplicemente, tutto è nelle nostre mani. Se cambiamo la nostra coscienza, possiamo cambiare la nostra vita, il nostro ambiente. Solo con la forza della ragione e con la forza della coscienza possiamo cambiare tutto: non c’è nulla di impossibile. Se applichiamo una forza d’intenzione (sankalpa-shakti) sufficiente, tutto comincia a manifestarsi.
Dal punto di vista della logica parasattarka, tutti gli eventi nell’universo, tutti i processi e le realizzazioni esistono già; non abbiamo bisogno di crearli di nuovo. È come se l’universo fosse un magazzino sconfinato di varie situazioni, cose, varianti di eventi, e in esso tutte queste esistessero già simultaneamente. Non dobbiamo crearle, dobbiamo solo scegliere. Ma per fare una scelta dobbiamo dimostrare un determinato stato di coscienza. A un alto livello di realizzazione della coscienza, l’universo diventa probabilistico, stocastico, e cambiare la visione karmica, l’ambiente e se stessi non significa, applicando sforzi, produrre cause e raccogliere effetti. Il cammino di cause ed effetti, dello sforzo prodotto, è il cammino della visione karmica condizionata del mondo degli esseri umani. La cosiddetta «visione karmica impura», o samsara. Il cammino degli dèi è diverso, poiché la realtà in cui dimorano gli dèi è molto diversa da quella umana. Questa realtà non è deterministica, è ludica, probabilistica, stocastica. In essa svolgono un grande ruolo la probabilità e il caso, su cui si può influire con la forza della coscienza.
Per esempio, nello stato di una dimensione pura, non è che tu crei certe cause mediante gli sforzi e ne raccolga gli effetti; semplicemente cambi te stesso dall’interno e attrai una nuova variante della realtà. Con la forza della coscienza attrai probabilità. Se hai sufficiente forza di coscienza, attrai situazioni probabilistiche che puoi indirizzare sottilmente nel corso necessario. Non fai nulla sul piano esterno. O forse lo fai, ma non fai troppo affidamento sulle azioni esteriori: cambi te stesso dall’interno e semplicemente modifichi le probabilità. Formandosi, le probabilità creano attorno a te un nuovo quadro del mondo o un mondo completamente diverso. Proprio questo è il cammino dei siddha, il cammino degli esseri divini, chiamato «prakamya-siddhi». Essi hanno una psicologia completamente diversa, un diverso quadro del mondo, un’altra visione karmica. Qui tutto è determinato dalla coscienza, dalla volontà, dalle qualità sovrane e volitive dell’essere come operatore.
La preziosa nascita umana e le forze divine
Nei mondi inferiori gli esseri non sono operatori sovrani e volitivi, cioè con la forza della coscienza non sono capaci di influire sulla materia, sul mondo circostante, sulla propria vita. Sono completamente soggetti alla legge del karma, alla legge del destino. Per gli esseri dei mondi inferiori le leggi del karma e le leggi del destino agiscono in modo molto rigido. Agiscono nonostante tutto, ed è impossibile smuoverle.
Perché la preziosa nascita umana è considerata preziosa? Perché è proprio uno dei mondi in cui è possibile spostare le leggi del destino, è possibile cambiare la realtà con la forza della propria coscienza, con la forza dell’intenzione. Negli esseri umani, a differenza degli esseri inferiori, come gli animali, gli esseri dell’inferno o gli spiriti, è in una certa misura attivata, dischiusa la sankalpa-shakti (forza di volontà, forza dell’intenzione). Sviluppando questa forza di volontà, la sankalpa-shakti, essi possono ottenere una seconda forza divina, che si chiama «aishvarya-shakti» e si traduce come «potere divino». Per «potere» in questo caso si intende la capacità di esercitare influenza, la capacità di porsi nei confronti della realtà come un operatore dotato di potere e volontà.
Per esempio, nella situazione attuale l’uomo non può porsi come operatore dotato di potere e volontà nei confronti della realtà esterna: la realtà esterna sembra indipendente dalla coscienza, esistente di per sé, grossolana e non soggetta ad alcun controllo, oppure soggetta, ma con enorme difficoltà. Tuttavia, quanto più saliamo nella gerarchia spirituale degli esseri divini, tanto più vediamo che per gli esseri divini le cose stanno diversamente. Per loro non esiste un ambiente esterno separato dalla coscienza: questa è un’illusione, un mito. Per loro l’universo esterno, l’ambiente esterno, è integrato nella loro coscienza, è una manifestazione della loro coscienza. Essi possono influenzarlo efficacemente, ponendosi nei suoi confronti come operatori dotati di potere e volontà. L’universo è un ambiente risonante che risponde agli impulsi della coscienza. Nella tradizione dell’insegnamento del laya-yoga questo è chiamato:
sankalpa-shakti (forza dell’intenzione divina, della volontà)
aishvarya-shakti (forza del potere divino)
kriya-shakti (forza dell’azione divina)

Nel processo della pratica spirituale padroneggiamo gradualmente queste forze. Se non le padroneggiamo, ciò significa che la pratica non porta i frutti dovuti, poiché il padroneggiamento di queste forze è inequivocabilmente un indicatore e un criterio del vostro successo nella vita spirituale.
Stadi della realizzazione spirituale
Se parliamo dell’ordine di padronanza di tali forze, si può dire che all’inizio, naturalmente, padroneggiamo un certo livello di consapevolezza, di comprensione intellettuale. Tutto comincia dalla comprensione intellettuale. Comprendere la visione dell’advaita almeno a livello intellettuale è già un grande conseguimento. A molti non riesce, anche dopo anni di studio della «Viveka Chudamani», dell’«Atma Bodha», dei testi di Ramana. Ma almeno a livello intellettuale dovremmo acquisire una comprensione della filosofia dell’advaita. Naturalmente, la comprensione intellettuale della filosofia dell’advaita non vi darà la realizzazione; tuttavia, quanto meno, vi darà una certa struttura mentale, una base e un sostegno per la vostra ulteriore pratica spirituale.
La fase successiva: acquisiamo una comprensione non concettuale dell’advaita. La comprensione non concettuale dell’advaita comincia quando nel nostro cielo iniziano a volare elefanti, quando afferriamo un coniglio cornuto per le sue corna inesistenti. È la stessa cosa della visione zen: non è verbale, non è legata al pensiero, e tuttavia è chiara, e noi cominciamo davvero a penetrare in questa visione non concettuale. In confronto a questa visione, la comprensione intellettuale è ristretta e affine all’illusione. Quando uno yogin dischiude una tale visione, si dice che padroneggia la visione (lo sguardo), e padroneggia anche la consapevolezza.
La consapevolezza nuda come cuore della pratica
La consapevolezza è il modo di realizzare la visione. Di solito nell’insegnamento del laya-yoga parliamo sempre della consapevolezza nuda. Quando si tratta di pratica spirituale, parliamo sempre della pratica della consapevolezza nuda. Se una persona ha realizzato la consapevolezza nuda, si può dire che sia un praticante compiuto del laya-yoga. Se non ha realizzato la consapevolezza nuda, allora, anche se recita mantra, studia la filosofia, esegue asana, prostrazioni, puja alle divinità, resta ancora da chiedersi se sia o meno un praticante di laya-yoga. Perché il laya-yoga non è legato a nulla di esteriore.
Ad esempio, se una persona non osserva alcun comandamento, non compie né prostrazioni né rituali, non porta alcun segno distintivo, non conosce neppure un testo sacro, ma quando le si chiede dell’essere consapevole nudo lo dimostra istantaneamente, si può dire che tale persona è davvero un autentico praticante di laya-yoga, perché ha colto l’essenza stessa. Al contrario, se una persona esegue asana, prostrazioni, puja, pratiche magiche, studia i testi sacri, ma non ha ottenuto l’esperienza viva dell’essere consapevole nudo, difficilmente può essere annoverata tra i veri praticanti di laya-yoga. Poiché la padronanza dell’essere consapevole nudo è il nucleo più profondo dell’insegnamento, da cui tutto il resto si sviluppa e di cui costituisce un complemento. È proprio questo segreto che innanzitutto il discepolo deve apprendere dal maestro. Le pratiche magiche, i rituali, la filosofia e i testi sacri, naturalmente, aiutano molto, tuttavia sono secondari. Anche le meditazioni sedute, i pranayama, la gestione della forza vitale: tutto questo sono parti necessarie dell’insegnamento, tuttavia il nucleo della pratica è proprio la padronanza dell’essere consapevole nudo.

Tre aspetti della realizzazione: visione, consapevolezza e azione
Infine, oltre alla visione e all’essere consapevole nudo, esiste l’azione. L’azione, o comportamento, è il modo in cui lo manifestiamo sul piano relativo, esteriore. Si può dire che è il modo in cui viviamo, utilizzando la visione illuminata e l’essere consapevole nudo illuminato. Proprio la fase conclusiva dell’azione è il culmine della realizzazione. Per azione qui si può intendere il dimorare spontaneo nella non-azione, in uno stato di gioco, simile a una divinità. Per azione si può intendere anche il principio del servizio, il far passare attraverso di sé determinate shakti universali come un certo gioco. Per azione si può intendere anche la padronanza di diverse forze universali.
Dunque, prima padroneggiamo la visione. La visione può essere riferita a jnana-shakti (la forza della saggezza). Nel momento in cui avete ottenuto la consapevolezza non concettuale nella non-dualità, la vostra jnana-shakti è attivata. Quando questa jnana-shakti acquisisce forza spirituale, diventa il vostro modo di vivere. La vostra saggezza si manifesta costantemente. Non è che ieri avevate la saggezza, e oggi è accaduto qualcosa, perciò l’avete perduta. Ai neofiti a volte succede così. Per esempio, eseguono pratiche, studiano la filosofia, ma poi accade qualcosa e cominciano a chiedersi: «Il mondo è davvero Brahman, oppure è comunque reale? Il mondo è davvero un’illusione simile a un sogno, o forse è qualcos’altro?» Jnana-shakti significa che la nostra visione ha acquisito forza e noi ci guidiamo costantemente con essa. Ciò significa che non perderemo mai più la visione. La visione non duale al di là di soggetto e oggetto è diventata il nostro essere ininterrotto, è penetrata nella nostra vita, nella nostra carne e nel nostro sangue.
Svatantriya-shakti: l’energia della libertà
Quando la jnana-shakti acquisisce una forza spirituale così grande, nello yogin si attiva un’altra shakti: svatantriya-shakti (l’energia della libertà). Parliamo spesso del principio del conseguimento della liberazione. La liberazione avviene proprio quando la jnana-shakti diventa svatantriya-shakti, quando diventa una reale energia di libertà. Per esempio, abbiamo molte limitazioni e, affinché queste limitazioni scompaiano, dobbiamo realizzare l’opposto delle limitazioni, cioè la libertà. Per esempio, questa è:
- libertà dello spazio, libertà di possedere uno spazio illimitato, libertà di essere indipendenti dallo spazio, libertà di muoversi in esso
- libertà del tempo (indipendenza dal flusso del tempo), libertà di essere immortali, libertà di modellare il futuro, cambiare il passato, essere indipendenti dai tre tempi: passato, presente e futuro
- la libertà è anche connessa alla manifestazione della shakti (energia): è la libertà di manifestare conoscenza, volontà, azioni, o cinque tipi di energia: creazione, mantenimento, dissoluzione, illuminazione e occultamento
Tutti questi sono diversi livelli di libertà, che possono essere raccolti in un unico concetto capiente: «svatantriya-shakti». Svatantriya-shakti è l’energia del Sé superiore, l’energia dell’Assoluto. Quando padroneggiamo in misura sufficiente il principio della presenza contemplativa, quando entriamo nella visione dell’advaita, ciò significa che realizziamo una parte dell’Assoluto in noi stessi. L’Assoluto comincia a trasmetterci le sue possibilità, le sue prerogative e le sue qualità. Una di queste qualità è la libertà, svatantriya-shakti.

Per esempio, quando grazie alla pratica della contemplazione siete diventati liberi dagli attaccamenti, dal vostro egoismo, dalla rabbia, dalla brama, questa è una delle manifestazioni della svatantrya-shakti. A un livello più elevato, una persona diventa libera da un luogo specifico di permanenza, dall’abitazione, dall’identificazione di sé con concetti familiari, razziali, di clan, nazionali, strettamente religiosi. La sua libertà cresce sempre di più. Tutto questo sono diverse manifestazioni dei livelli di libertà.
In uno dei testi yogici si dice che lo yogin trova per sé una nuova dimora quando possiede un livello sufficiente di energia. Il grado della sua libertà smette già di legarlo a un unico luogo specifico. Diventa possessore di shakti; per lui la mobilità negli spostamenti diventa qualcosa di naturale, simile a come avviene per gli dèi.
Samarasa-vidyā: un unico «sapore»
Al livello della padronanza della svatantrya-shakti, lo yogin realizza il cosiddetto stato dell’unico «sapore» (samarasa-vidyā). L’unico «sapore» significa che lo yogin può percepire con equanimità il bene e il male, la felicità e l’infelicità, il dolore e la gioia, il cattivo e il buono, il puro e l’impuro, il passato, il presente e il futuro, l’interiore e l’esteriore. Né la gioia né il dolore possono più colpire il suo cuore. Talvolta questo può essere un buon criterio per verificare i discepoli.

Per esempio, un discepolo si avvicina al maestro e chiede:
Domanda: Maestro, ho realizzato l’unico «sapore»?
Il maestro risponde:
– No.
Il discepolo dice:
– Oh, che dolore! Ho praticato così tanto! Davvero il Guru non potrebbe dirmi che l’ho realizzato almeno un poco?
Il maestro dice:
– Ma proprio il fatto che tu ne sia così profondamente turbato dimostra che non l’hai realizzato. Se non ti rattristassi tanto per questo, forse ci sarebbe qualche possibilità di darti una conferma un po’ incoraggiante. Ma proprio il fatto che tu ne sia così fortemente ed egoisticamente turbato, che lo desideri con tanta passione, mostra che per ora l’unico «sapore» non è la tua esperienza.
L’unico «sapore» presuppone sangue freddo, impassibilità, calma, leggerezza, auto-liberazione rispetto a tutto: alla vita esteriore, alle proprie esperienze mistiche, ai propri grandi conseguimenti, al senso della propria importanza, al proprio egoismo, in generale, a tutto ciò che costituisce la dualità. Presuppone impassibilità, auto-liberazione, la capacità di rapportarsi con leggerezza a tutto, la capacità di accogliere qualsiasi manifestazione della vita, la capacità di amare sia il riconoscimento sia i rifiuti; sia ciò che benedice, sia ciò che porta ostacoli. Se invece non lo accogli, non sei capace di amarlo, questo indica che per ora è ancora presto cantarti qualche ditirambo, fare affidamento su qualche tua esperienza personale. A questo bisogna semplicemente rapportarsi con calma, come a una normale esperienza che è sorta, è venuta ed è andata, come a una parte della pratica spirituale. Tutto questo riguarda i processi della svatantrya-shakti.
Sankalpa-shakti: la forza dell’intenzione
Infine, quando lo yogin padroneggia in misura sufficiente la svatantrya-shakti, o energia della libertà, in lui si sviluppa la forza dell’intenzione. Egli padroneggia la shakti successiva: sankalpa-shakti. Se al livello della padronanza della jñāna-shakti lo yogin ha realizzato soltanto la visione non-duale, allora al livello della svatantrya-shakti questa visione non-duale ha davvero iniziato a liberarlo. Per esempio, una volta ho parlato con una persona che praticava l’advaita e affermava di aver già realizzato la visione non-duale. Si verificò una situazione piuttosto delicata e io chiesi:
– Ma allora, in questo caso, come la mettiamo con l’advaita, se tutto è Brahman oppure tutto è illusione? Perché vi preoccupate così tanto di questo?
Disse:
– La filosofia è una cosa, la vita è un’altra. Per ora, nella vita, questo non mi riesce.
Questo significa che la persona aveva padroneggiato fino a un certo punto la jñāna-shakti, ma la svatantrya-shakti, l’energia della libertà, non si era ancora manifestata nella vita quotidiana.

Quando lo yogin padroneggia la svatantrya-shakti, l’energia della libertà, smette di essere una persona ordinaria. Può essere un monaco o un avadhuta, un laico, e tuttavia è completamente libero dalle illusioni, dai concetti, dall’egoismo, dai pregiudizi razziali, nazionali o di qualsiasi altro tipo. La cosa più importante è che è libero dal proprio ego. Ma questa libertà non gli consente ancora di operare con la realtà, di manifestare siddhi, di raggiungere i propri obiettivi. È come se fosse libero per se stesso, ma esteriormente è ancora soggetto alla legge del karma, influenzato dagli elementi, dalle sequenze degli eventi futuri e così via.
Nella fase successiva, quella del padroneggiamento della sankalpa-shakti, la fase della volontà, lo yogin può applicare la propria conoscenza illuminata già come un operatore autorevole e volitivo. Può manifestare la sua conoscenza per governare gli elementi esterni, per modellare il futuro, per modificare il proprio karma e quello degli altri. Può già, in una certa misura, agire nel ruolo di siddha (perfetto) o nel ruolo di divinità. Questo è appunto il principio della sankalpa-shakti. Lo yogin padroneggia l’intenzione. Ad esempio, i suoi pensieri si materializzano, le sue parole si avverano, la sua benedizione possiede una certa forza. Questo indica che lo yogin ha padroneggiato la sankalpa-shakti e alcuni siddhi. Nella tradizione del laya yoga, il padroneggiamento di questi siddhi non avviene grazie a tecniche, né grazie alla recitazione di mantra o all’invocazione della benedizione di divinità particolari. Avviene soltanto grazie al dimorare nella presenza contemplativa e al padroneggiamento dell’unico “sapore”, grazie al continuo dimorare nella non dualità.
In uno dei testi di Shankara ci sono questi shloka:
«Colui che medita continuamente “Io sono Brahman”, entro un anno padroneggerà diverse forze divine».
Shankara, probabilmente, parlava di sé. Poiché Shankara era uno yogin divya, e per di più un avatar, è del tutto possibile ammettere che in un anno di tale meditazione egli abbia acquisito tutto questo. Un tale yogin non padroneggia nulla, ma semplicemente ricorda ciò che aveva raggiunto in precedenza. Nel caso dei praticanti ordinari, invece, bisogna sempre fare delle correzioni. Tuttavia, quando la presenza dello yogin acquista forza, egli passa realmente da un universo condizionato e determinato a uno probabilistico. Con la forza della coscienza può attrarre probabilità, cambiare universi variabili, naturalmente fino a un certo grado, modificare le sequenze degli eventi futuri, operare con i nessi e le catene di causa-effetto, influire sul passato e governarlo. Grazie a ciò, la sua coscienza acquista una grande forza, egli entra nel processo di creazione del mandala. In questa fase comincia già, con la forza della propria coscienza, a creare qualcosa o a produrre qualcosa.

Aishvarya-shakti: l’energia del potere divino
Quando la sua volontà, la sua intenzione acquisisce una grande forza, si apre il livello successivo, chiamato “aishvarya-shakti”. Aishvarya-shakti è l’energia del potere divino. Non è legata all’autoesaltazione, a una manifestazione egoistica. È piuttosto l’energia del potere divino propria dell’Assoluto, che si manifesta attraverso la coscienza dello yogin. Ad esempio, nel testo “Il cammino dell’orgoglio divino” viene descritta questa fase, quando nello yogin sorgono numerosi sogni o diverse visioni legate alle offerte. Quando nelle visioni o nei sogni vede numerose situazioni in cui vari esseri divini gli fanno offerte o gli esprimono rispetto.
Si ritiene che la pratica dell’orgoglio divino sia ciò che attiva l’aishvarya-shakti (l’energia del potere divino), ciò che rende una persona un tramite delle forze divine dell’Assoluto. A questo stadio l’uomo ottiene il dominio sulle proprie energie, sugli elementi esterni, può pacificare spiriti e demoni. Egli diventa già una divinità nascente, e il mondo intorno a lui comincia a purificarsi, comincia a manifestarsi il mandala, le dimensioni pure. Non è ancora una realizzazione completa, ma l’inizio di tale manifestazione. Uno yogin dotato di potere divino può pacificare spiriti e demoni, vincolarli con giuramenti e obbligarli a intraprendere il cammino del Dharma o a non nuocere agli esseri viventi. Un tale yogin può anche creare interi universi variativi di grande livello. Per esempio, creare uno spazio per i suoi discepoli; creare terre pure con la forza della visualizzazione e dell’intento. Egli acquisisce la capacità di manifestare i propri corpi illusori e diversi aspetti in varie loka. Può influenzare, con la sola forza della propria coscienza, il clima globale del pianeta, i processi che avvengono nel sistema solare, nell’universo, in altri mondi. Perché le forze universali che governano il tempo atmosferico, i pianeti, il corso del tempo, cominciano a rispondere agli impulsi della sua coscienza. Questo è lo stadio autentico dei siddhi.

Tra i più grandi yogin che padroneggiarono l’aishvarya-shakti vi furono il rishi Tirumular, il santo Gorakshanath, il siddha Dattatreya. Tali yogin non sono limitati dalla forza di un solo universo: possono creare diversi universi variativi, entrarvi e trasferirvi altri esseri. Possono modificare localmente lo stato del tempo e dello spazio in una determinata area. Per loro non c’è nulla di impossibile, non sono limitati come le persone comuni. Per esempio, se un tale yogin nasce nel mondo degli uomini, può usare la propria aishvarya-shakti per recare beneficio a un gran numero di persone. Allora un tale yogin viene chiamato shakti-avesha-avatar, cioè un avatar dotato di poteri speciali, dotato della forza divina di cambiare l’ordine delle cose corrispondente. Spesso gli dèi inviano nel mondo degli uomini i propri avatar, dotati di grande sankalpa-shakti e aishvarya-shakti, per coordinare il mondo umano. Questo avviene continuamente. Gli avatar o i grandi yogin non nascevano solo nell’antichità: nascono ininterrottamente.
Grazie a che cosa uno yogin può manifestare l’aishvarya-shakti, la forza dell’operare volitivo e sovrano? Grazie al fatto che è uno con la Sorgente Suprema ed è immerso in una presenza di livello molto profondo. Il suo livello di contemplazione della non-dualità è così profondo che, come un magnete, può attrarre diverse forze universali. Per esempio, se un tale yogin rinasce nel mondo degli uomini, può cambiare il corso della storia, il corso dello sviluppo della civiltà, il corso dello sviluppo dell’umanità, a seconda di quanto gli basti la sua forza spirituale. Tutti i grandi fondatori di vari insegnamenti e religioni furono possessori di una colossale sankalpa-shakti e aishvarya-shakti. Se poi questo yogin possiede una forza spirituale ancora maggiore, può annullare completamente le leggi della visione karmica del mondo degli uomini, introdurre altre leggi o un’altra visione, per esempio così come fece il santo Dattatreya.
Kriya-shakti: la forza dell’azione
Infine, l’ultimo livello di padronanza della shakti è chiamato “forza dell’azione”, o “kriya-shakti”. Il livello di padronanza della kriya-shakti significa che ora l’universo, o il mondo esterno composto dagli elementi, risponde pienamente agli impulsi della coscienza. Di solito la kriya-shakti, o forza dell’azione, comprende cinque tipi di energie: la forza di creare, la forza di sostenere (conservare e proteggere), la forza di dissolvere e distruggere (per esempio ostacoli o fenomeni negativi), la forza di celare il divino e la forza di manifestare il divino. Si ritiene che la pienezza delle azioni della kriya-shakti sia propria solo dei grandi dèi del livello di Brahma e, forse, di rishi eminenti. La forza della pienezza delle azioni significa che lo yogin, con la forza della propria coscienza, può creare nuovi universi, come il figlio del saggio nella “Tripura Rahasya”, che creò un universo separato all’interno di una collina e vi si manifestò come suo creatore, custode e distruttore. Con la sola forza della propria coscienza egli creò un intero tunnel di realtà, manifestandosi come divinità. Questo è precisamente il dominio della kriya-shakti.

Dunque, quando ci esercitiamo nello stato naturale, queste forze, una dopo l’altra, diventano gradualmente accessibili a noi, e possiamo applicarle nella nostra vita. Naturalmente, ciò non avviene sempre esattamente come descritto nell’insegnamento. A volte in noi possono manifestarsi maggiormente alcune forze, e a volte altre. Talvolta possiamo fermarci soltanto allo stato di jnana-shakti, quando abbiamo realizzato un certo livello di consapevolezza. A volte realizziamo lo stato di libertà, ma talvolta padroneggiamo un livello tale che la nostra volontà può manifestarsi e possiamo realmente cambiare la nostra vita.
Gli sforzi corretti e il superamento dell’incomprensione
Vasishtha dice inoltre:
«Gli sforzi che non corrispondono ai testi sacri sono motivati dall’incomprensione. Quando non vi sono risultati degli sforzi, bisogna esaminare attentamente le proprie azioni, chiarire ciò che deriva dall’incomprensione e, una volta individuato, sradicarlo».
Spesso una persona compie degli sforzi, ma questi sforzi possono essere errati, non corretti. Compie questi sforzi a causa della propria incomprensione. L’incomprensione nasce dall’assenza di un adeguato livello di consapevolezza. Ne consegue che, prima di compiere qualsiasi sforzo, lo yogin deve sviluppare un determinato livello di consapevolezza. In caso contrario, questi sforzi non porteranno i frutti necessari. Per esempio, persino nella vita mondana possiamo osservare come le persone possano compiere sforzi colossali, e tuttavia questi sforzi possano spesso concludersi con un crollo o un fallimento. Ciò accade perché esiste incomprensione.
«Non vi è forza maggiore delle azioni corrette nel presente. Perciò bisogna, stringendo i denti, compiere sforzi per vincere il male con il bene, e il destino con gli sforzi nel presente».
La pratica spirituale non è altro che l’applicazione continua di sforzi corretti. Qui c’è la frase: «Compiere sforzi per vincere il male con il bene». Se consideriamo le categorie duali male – bene a partire dalle comuni impostazioni morali, ciò sarà superficiale. Quando questo risuona dalle labbra di un siddha o di un rishi, va compreso più profondamente. Per «male» qui si intende l’energia inconscia, l’entropia, il caos, l’oscurità della consapevolezza. Se si intende il termine «bene», allora si tratta sempre di un alto livello di auto-organizzazione, di visione pura, di mandala, cioè di energia che è diventata consapevole. Energia che, con l’aiuto della consapevolezza, si è trasformata in qualcosa di divino, in qualcosa di bello. La nostra visione karmica impura, nella quale dimoriamo, contiene in sé sia l’energia della consapevolezza sia l’energia del caos, l’energia dell’entropia. Di fatto si tratta di due opposti polari, chiamati nell’insegnamento «principio di Purusha» e «principio di Prakriti». Prakriti è sempre disorganizzata, inerte; Purusha è sempre autoconsapevole e altamente organizzato. Quando interagiscono tra loro, nel processo di questa interazione possono nascere o stati di tamas, quando l’oscurità prevale, oppure di rajas, quando prevale il principio del dinamismo, oppure di sattva, quando prevale il principio della consapevolezza. La pratica spirituale consiste sempre nel cambiare la propria vita in meglio, introdurvi consapevolezza, purezza, bellezza, amore, armonia, cioè fare del caos un ordine. E questo non è un ordine che derivi da qualche impostazione e rappresentazione mentale, ma un ordine come alto livello di auto-organizzazione, alto livello di consapevolezza. Quando introduciamo chiarezza in qualcosa, introduciamo una tale auto-organizzazione nel caos e nell’entropia.
Per esempio, la nostra mente è confusa, in essa non c’è ordine. Con una diligente pratica spirituale portiamo ordine nella nostra coscienza. Oppure i nostri prana e gli elementi sono sbilanciati, in essi non c’è ordine. Con lo shat-chakra-yoga e la pratica padroneggiamo gradualmente le energie del nostro corpo. Se nel Centro del Dharma non c’è organizzazione, lì è difficile tenere lezioni, pratiche o ritiri, non vengono rispettati i principi dell’insegnamento. Ma quando applichiamo chiarezza, tutto va al suo posto; al posto del caos otteniamo un alto livello di organizzazione: yantra, mandala, splendide pratiche, sutra, ecc. Tutto questo è un unico principio, che consiste nel fatto che portiamo chiarezza in tali elementi di caos, negli elementi dell’incoscienza. Questo principio è continuo; si può dire che sia una grande battaglia per trasformare il caos in ordine. Quando la nostra chiarezza diventa sufficiente, l’energia dell’oscurità (tamas), l’energia del caos (della prakriti inconscia) comincia a cedere e a sottomettersi. Allora lo yogin, con la forza della propria coscienza, crea un mandala: un mondo indipendente dall’energia del caos, colmo di purezza, amore, armonia e bellezza, un mondo di energie illuminate, costituito da rappresentazioni ideali, un universo che si manifesta solo in forma divina. La manifestazione del mandala è il vertice della realizzazione, quando lo yogin, avendo padroneggiato l’energia della volontà divina, del potere divino e dell’azione divina, trasforma completamente quella realtà circostante in cui si trova.

Superare la pigrizia e acquisire il controllo
In seguito Vasishtha dice:
«Una persona pigra è peggiore di un animale. Non bisogna mai cedere alla pigrizia; bisogna aspirare alla liberazione, vedendo come la vita se ne va a ogni istante. Non bisogna immergersi nei piaceri dei sensi come un verme nel letame».
Le parole sono molto semplici, ma colpiscono l’essenza stessa. Vasishtha dice che devi disporre di questa preziosa vita umana in modo da compiere il giusto sforzo e ottenere qualche risultato positivo e corretto. In questa vita possiamo cambiare la nostra situazione. Possiamo, da essere mortale condizionato dalle leggi della natura e dal proprio karma, diventare una divinità, passare a un’altra visione karmica. Diventare immortali e, invece dell’interruzione della personalità e di nuove rinascite inconsce, prendere tutto questo sotto controllo. Prendere sotto controllo la propria vita e la propria morte, lo stato del proprio corpo e degli elementi, il proprio destino: rendere tutto questo governabile, affinché sia come vogliamo noi e non come vogliono le leggi dell’evoluzione, dei geni, della natura e così via. Gli elementi controllabili nella nostra vita sono pochissimi; proprio per questo si dice che l’uomo non governa il proprio destino, l’uomo non governa la vita, ma è la vita a governare lui. Purtroppo, l’uomo non è una divinità. Supponiamo che lo vogliamo o no, il nostro corpo con gli anni si logora, invecchia. Non accade che siano passati cinque anni e voi siate diventati più giovani, più forti e più sani, e che dopo altri dieci anni abbiate cominciato a correre proprio come un ragazzo. Nulla del genere accade, naturalmente, se non vi applicate uno sforzo. Non possediamo il tempo, non controlliamo quanto a lungo resteremo su questa terra. Esiste la morte, ed essa, senza chiedere, ci trasferisce in un altro corpo, in un altro mondo, in un’altra situazione, portando via tutto ciò che consideravamo prezioso. È una situazione completamente fuori dal nostro controllo. Inoltre non possediamo le possibilità del nostro corpo, non possiamo trasformarlo, teletrasportarlo, ecc., come gli dèi. Al contrario, questo corpo ci impone continuamente i suoi limiti.
Lo stesso è legato agli elementi esterni. Per esempio, non abbiamo l’opzione “impostare il tempo per oggi”: è incredibile. Tutto questo sono elementi non governabili, tutto ciò che viene chiamato visione karmica impura, caos, samsara. Se consideriamo i mandala, le terre pure, i mondi degli dèi, al contrario, lì tutte queste cose sono controllate dalla forza della coscienza. Tutto questo può essere cambiato, reso esattamente come lo desideri. Il rishi Vasishtha dice: «Rama, puoi ottenere questo se compirai sforzi sufficienti, se userai questa vita per sviluppare la forza della tua coscienza». Quando sviluppiamo la forza della nostra coscienza, possiamo in una certa misura prendere sotto controllo la nostra rinascita, la nostra vita, il nostro ambiente e dirigere gli eventi nel modo dovuto. Tutto questo, gradualmente, uno dopo l’altro, comincia a essere domato e, da manifestazioni incontrollabili, diventa sempre più controllabile.

«Colui che dice: “Questo è il mio destino, non posso oppormi ad esso”, non è saggio, e la fortuna lo abbandona. Con i tuoi sforzi ottieni la saggezza e poi comprendila: gli sforzi personali culminano nella comprensione dell’essenza.
Se sulla Terra non esistesse questa terribile fonte del male chiamata pigrizia, resterebbe forse qualcuno analfabeta e povero? A causa della pigrizia, gli uomini sulla Terra conducono una vita animale, piena di sofferenze e sventure».
Superamento del tamas e sforzi spirituali
Ciò che Vasistha qui chiama “pigrizia” si può dire che sia l’energia del tamas, che non permette di concentrare l’intenzione, di dirigere la coscienza nel canale necessario. La pratica spirituale dello yoga è un continuo superamento del tamas, è una continua sfida quotidiana a se stessi.
Spesso, parlando dell’insegnamento del laya yoga, diciamo che è un sentiero senza sforzo. Tuttavia, questo va compreso correttamente. Lo stato senza sforzo della presenza contemplativa è raggiungibile solo da coloro che hanno già sviluppato in sé le forze adeguate e padroneggiato un alto livello di contemplazione. Di fatto, questo è già il livello di un maestro realizzato. Ma finché questo livello non c’è, cerchiamo sempre di compiere sforzi per vincere il tamas, sia dentro sia fuori. Tamas significa che, a causa di una debole chiarezza, non riusciamo a concentrare la nostra coscienza su ciò che è giusto. Inoltre, a volte non sappiamo nemmeno del tutto dove si trovi questo “giusto”, a causa della mancanza di chiarezza.
Più avanti Vasistha dice:
«Ciò che viene chiamato destino, o volontà di Dio, è semplicemente il risultato delle azioni passate, degli sforzi personali nel passato. Il presente è infinitamente più potente del passato. Solo le persone ignoranti si accontentano dei risultati dei loro sforzi passati, che chiamano volontà di Dio, e non compiono alcuno sforzo nel presente».
Una delle definizioni della sadhana nello yoga è tapas. Tapas è zelo, sforzo, accensione. È uno zelo che accende dentro di noi lo spirito e alcune energie, cambiando il nostro destino.
«Se vedi che i tuoi sforzi nel presente a volte non producono risultati, devi capire che i tuoi sforzi ora sono semplicemente deboli, insufficienti. Una persona debole e poco intelligente vede la mano del destino nel fatto che incontra un nemico forte e potente, e gli cede».
Vasistha qui dice che possiamo anche compiere sforzi, ma a volte non ottenere risultati. Questo accade perché i nostri sforzi non hanno ancora superato gli sforzi compiuti nelle incarnazioni passate, perché sono ancora insufficienti. Ma non bisogna vedere in questo una qualche fatalità, un fato, cioè qualcosa che è impossibile cambiare. Significa che bisogna semplicemente compiere sforzi in modo più concentrato.
Quando nella pratica spirituale non si manifesta un certo risultato, ciò significa che la forza della nostra coscienza non è sufficiente per attrarre nuove probabilità. Significa che, per ora, la forza della nostra intenzione è poca per cambiare il destino, per attrarre nuovi universi variabili.
Molteplicità delle realtà e forza della coscienza
Per esempio, proprio adesso esistono situazioni in cui siete risvegliati, illuminati, simili a un santo. Un’altra variante: proprio adesso esiste una situazione in cui non siete illuminati, ma siete una persona molto ricca e prospera. C’è una situazione in cui siete un monaco molto esperto nella pratica spirituale. C’è una situazione in cui siete un mago, un siddha. Inoltre, c’è una situazione in cui non siete semplicemente illuminati, ma una divinità capace di operare con il tempo, lo spazio, le energie degli elementi.

Proprio adesso esistono anche altre situazioni in cui tutto vi va male, in cui subite solo sconfitte e la vostra vita trascorre nella rabbia e nella malinconia. Inoltre, proprio adesso esistono varianti di situazioni in cui godete di una vita mondana felice e tranquilla.
Tutto questo sono diverse variazioni di situazioni, ma la capacità di realizzare questo o quel tunnel spaziale, di attrarre questa o quella probabilità, dipende dalla forza della vostra coscienza. È proprio su questo che si basano la logica parasattarka e l’insegnamento dello “Yoga Vasistha”.
Noi non è che creiamo il nostro destino con determinate azioni, ma cambiamo la visione karmica. Non c’è bisogno di creare il mondo degli dèi, di generarlo da qualcosa. Bisogna semplicemente cambiare la visione karmica, e il mondo degli dèi si manifesterà all’istante.
Ad esempio, se ora cambiassimo istantaneamente la nostra visione karmica, la nostra coscienza, al posto di questa piccola sala sorgerebbe un grande, magnifico palazzo. Perché sorgerebbe? Non lo costruiremmo, non raccoglieremmo denaro per la sua costruzione: sorgerebbe naturalmente, perché è sempre stato qui. È sempre qui, ma si trova nella visione pura, cioè in un’altra dimensione karmica. Affinché diventi accessibile a noi, anche noi dobbiamo entrare in questa diversa visione karmica: la pura dimensione degli dèi. Non appena vi entreremo tutti, questo palazzo si manifesterà. Ciò accade grazie al fatto che cambiamo semplicemente la nostra coscienza e la nostra bhava, passando a un altro livello di energia.
Di fatto, anche dal punto di vista della logica parasattarka, quando le persone costruiscono palazzi con pietra, sabbia e cemento, in realtà non generano cause che portano a effetti. Con le loro azioni o con intenzioni affinate, esse semplicemente attirano probabilità, compiendo offerte magiche, quando dalla nuova realtà si illumina ciò che hanno concepito. Forse questo sembra molto paradossale, tuttavia è proprio così che accade.
Quando la forza della nostra coscienza non è sufficiente, non possiamo attirare queste o quelle probabilità e cambiare il nostro destino. Quando la forza è sufficiente, possiamo attirare con grande potenza diverse probabilità. Queste probabilità, come shakti universali, entrano nella nostra vita, e allora passiamo a un nuovo livello di cause ed effetti, entriamo in un altro tunnel della realtà. A volte questo può essere davvero molto interessante.
Esempio pratico di cambiamento della realtà
Ad esempio, una volta pensai che sarebbe stato bene cambiare un po’ la realtà e trovare nel territorio di “Divya Loka” qualcosa, per esempio statue o testi sacri, o una biblioteca, o una città sotterranea degli antichi siddha che praticano l’advaita. Pensai che non fosse necessario andare da qualche parte lontano, ma che bastasse cambiare la realtà, e allora in “Divya Loka” qualcosa avrebbe dovuto trovarsi. Non vi dedicai molta attenzione.
Secondo la teoria della logica parasattarka, se avete una forza d’intenzione sufficiente, potete cambiare persino il passato. Ad esempio, se il passato è una manifestazione della coscienza, allora, entrando in una forza di coscienza sufficiente, potete cambiare il passato, in cui in Russia da 2000 anni si sviluppa tradizionalmente la filosofia dell’advaita, che è la religione dominante. Tutto questo è possibile. Tutto dipende da quanto la vostra forza spirituale possa attirare probabilità.
Pensai che, se in una piccola area della realtà si fosse cambiata la coscienza, anche il passato avrebbe dovuto ristrutturarsi. Allora al posto di “Divya Loka” avremmo trovato testi sacri, statue di siddha. Per circa una settimana riflettei su questo. Mentre riflettevo, cominciai a sentire che la situazione cambiava a poco a poco.
Ad esempio, mi raccontarono che lì vicino ci sono villaggi dove viveva il khan Chinibek. Forse poteva praticare il buddhismo tibetano, dato che non era russo. Aveva una moglie che possedeva poteri magici. Lì, sotto il fiume, c’è una campana. Gli abitanti del luogo dicono che ancora oggi si può trovare. Poi iniziarono ad arrivarmi discorsi sul fatto che il luogo in cui viviamo non è la Russia, ma apparteneva ai Mari, cioè a qualche altra religione. In seguito cominciarono a dirmi che viviamo addirittura su uno strato culturale, cioè qui si trova una zona archeologica di studio dello strato culturale, dove si può trovare molto di interessante.
Dopo una settimana arrivarono degli archeologi, che iniziarono a dire di non costruire in un certo punto, perché quella era la loro zona, dove avevano intenzione di fare scavi. Pensai che ancora un mese di tali concentrazioni e sotto terra avremmo trovato una grande città, l’avrebbero dichiarata zona degli archeologi, e allora per noi qui sarebbe diventato davvero difficile vivere.
Tuttavia notai molto chiaramente come la mia coscienza avesse cominciato ad attirare queste probabilità. Forse, se questa coscienza avesse continuato a esprimere ulteriormente tale intenzione, avremmo potuto cambiare localmente questo spazio: trovare sotto terra testi sacri, murti dei siddha, cambiare il passato in cui esistevamo. Prima che iniziassi a farlo, non esisteva nemmeno una parola su tutto ciò, cioè questa realtà non esisteva. Essa fu attivata grazie al fatto che era stata creata una determinata intenzione.
È proprio in questo modo che lo yogin, applicando la forza della propria consapevolezza, cambia la realtà. Ad esempio, se voi, partendo dalla presenza, prendete la decisione di diventare immortali, cominciate ad attirare tale shakti. Prima di allora nel vostro lessico, nella vostra visione, non c’era nemmeno un concetto di immortalità. Era fantascienza o una fiaba. Ma, quando applicate una sankalpa-shakti sufficiente, la vostra coscienza comincia a cambiare la realtà.
All’improvviso cominciate ad aprire un tale tunnel della realtà, una tale visione karmica, in cui vedete che l’immortalità è possibile. Che l’immortalità è stata possibile per molti siddha, che oggi dell’immortalità si occupa la scienza più avanzata e in questo vengono investite enormi risorse. Quanto più profondamente lo scoprite, tanto più vedete che l’immortalità può senz’altro essere realizzata. Alla fine, con la forza della vostra sankalpa-shakti, cominciate a manifestare queste strutture, finché ciò non sarà realizzato. Poi riconoscete il principio dell’immortalità come sempre inerente a voi e a tutti gli altri. È proprio così che cambiamo la realtà con la forza della nostra coscienza.

La volontà divina attraverso gli sforzi personali
«L’uomo deve comprendere che gli sforzi personali sono semplicemente un altro nome della volontà divina. Gli sforzi personali sorgono dalla retta comprensione, che nasce nel cuore purificato dagli insegnamenti delle sacre scritture e dall’esempio dei santi».
Gli sforzi personali (sankalpa-shakti) sono la volontà divina che si manifesta attraverso l’uomo. Quando ci apriamo a questa volontà divina, il nostro sforzo personale cessa di essere egoistico: diventa qualcosa che non è più nostro, proveniente dall’ego, ma che proviene dal Sé superiore. Proprio in questo sta il segreto del fatto che il nostro sforzo personale può spostare la realtà e cambiare tutto in questo mondo. Se applichiamo abbastanza sforzo personale, possiamo diventare simili a quell’uccellino al quale l’oceano aveva portato via le uova dei suoi piccoli.
C’è una storia del genere. Un uccellino depose sulla riva dell’oceano le uova dei futuri pulcini. Durante una tempesta, l’oceano portò via queste uova. Pieno di determinazione, l’uccellino giurò di svuotare l’oceano e cominciò, con il suo piccolo becco, goccia dopo goccia, a esaurire l’oceano. L’oceano non faceva che ridere. Ma le voci su quell’uccellino si diffusero tra gli altri esseri, ed essi cominciarono a parlarne tra loro. Alla fine, persino gli dèi e i semidèi si interessarono a queste voci. Un giorno, al darshan del dio Vishnu, gli riferirono della grande determinazione di un piccolo uccellino di svuotare l’oceano. Il dio Vishnu stesso fu ammirato da una così grande aspirazione e determinazione. Pensò che bisognasse aiutare quell’uccellino, perciò chiamò a sé la divinità dell’oceano e la costrinse a restituire le uova a quell’uccellino. Così accadde l’incredibile.

Quando pratichiamo la disciplina spirituale, all’inizio siamo simili a quell’uccellino che cerca di svuotare l’oceano del samsara. È incredibile. Tuttavia, nel processo stesso della pratica spirituale, dentro di noi si dischiude una nuova forza divina e nuove divinità. Ciò che il nostro piccolo “io” non poteva fare, queste forze divine possono benissimo farlo. In questo sta il significato dell’applicare sforzi nella pratica.
La vera natura del destino e dei risultati degli sforzi
«Colui che desidera la liberazione deve rivolgere la mente impura verso fini puri mediante esercizi costanti. In questo consiste l’essenza di tutte le scritture. È necessario procedere con costanza lungo il cammino che conduce al vero bene. I risultati degli sforzi dello yogin saranno proporzionati all’intensità dei suoi stessi sforzi, e né il destino né Dio possono cambiarlo.
Senza dubbio, solo i propri sforzi sono responsabili di ciò che una persona ottiene come risultato. Se egli sprofonda nei dolori, coloro che lo circondano, per consolarlo, dicono che questo è il suo destino.
Tuttavia, il destino o l’intervento divino sono soltanto una convenzione che, a causa della frequente ripetizione, da alcuni viene considerata verità. Se il destino predeterminasse tutto nell’universo, avrebbero senso le azioni, persino quelle giuste? Avrebbero esse un qualche significato, e si potrebbe insegnare qualcosa a qualcuno? Il destino è semplicemente il risultato delle proprie azioni passate».
Dunque, se applichiamo sforzi sufficienti e cambiamo noi stessi, possiamo cambiare completamente, trasformare la nostra vita nella direzione che desideriamo. Per esempio, da esseri mortali diventare immortali, da esseri limitati diventare illimitati, da non liberi diventare liberati, da privi di forze creative o di un grande potenziale di coscienza diventare possessori di esse.
Perciò dico spesso agli allievi: «Impegnatevi molto nella giusta direzione e sarete sempre ricompensati». Compiere gli sforzi necessari non significa soltanto praticare la meditazione o concentrarsi sui chakra. Piuttosto, significa entrare gradualmente, passo dopo passo, in una nuova percezione dell’universo, della realtà, di se stessi, in una nuova visione karmica, imparare passo dopo passo a guardare il mondo con occhi nuovi, più elevati. In questo consiste il principio dell’insegnamento del guru-yoga e il principio della contemplazione.


