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Fusione con Dattatreya attraverso la saggezza dell’Avadhuta Gita

30.09.2026
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Fusione con Dattatreya attraverso la saggezza dell’Avadhuta Gita

La divinità prescelta per il sadhu è la forma di Dio nella quale Dio si manifesta; è il suo futuro, il suo ideale, nel quale egli gradualmente si trasforma e si converte nel processo della pratica. La yoga dell’Ishta-devata, l’upasana dell’Ishta-devata, significa fondersi gradualmente con la divinità prescelta a diversi livelli.

Al livello della coscienza fondamentale ci fondiamo con Dattatreya attraverso la jnana-yoga, con il corpo della saggezza di Dattatreya, che è simile allo spazio della vacuità non duale. Al livello della forma, quando visualizziamo noi stessi nell’aspetto di Dattatreya, acquisiamo la sua forma sottile e le capacità di questa forma sottile, nella misura in cui riusciamo a farlo. Al livello della parola, quando recitiamo il mantra dell’Ishta-devata, la nostra parola si trasforma gradualmente nel prana di Dattatreya. Al livello della bhava, ci sintonizziamo gradualmente con la divya-bhava e la brahma-aham-bhava di Dattatreya, con le due bhava di Dattatreya.

La brahma-aham-bhava corrisponde alla Shiva-tattva, la divya-bhava corrisponde alla Shakti-tattva. L’Ishta-devata per il sadhu è il suo ideale, il suo futuro, verso il quale procede. All’inizio è molto difficile comprendere questo ideale e questo futuro: dove si trova Dattatreya e dove siamo noi? La distanza è grande, poiché all’inizio l’Ishta-devata viene percepita semplicemente come una forma, come un nome, come una leggenda, come un mito. Gradualmente, nella pratica, iniziamo a comprendere che dietro di essa vi sono coscienza ed energia. Poi, con l’aiuto dei metodi, ci uniamo gradualmente a questa energia e, secondo il principio: «Ciò a cui la coscienza pensa, quello diventa» — gradualmente questa coscienza acquisisce tali caratteristiche illuminate.

Sintonizzarsi con la coscienza di Dattatreya

Affinché la coscienza si sintonizzi costantemente e acquisisca tali caratteristiche, dobbiamo sapere chi è Dattatreya, a cosa pensa, e confrontare il corso dei nostri pensieri con il corso dei pensieri di Dattatreya, osservando se coincidono oppure no. Se coincidono, significa che tutto è corretto e che siamo sulla strada giusta; se non coincidono, significa che dobbiamo semplicemente correggere il corso dei nostri pensieri e quello dei pensieri di Dattatreya.

Poi bisogna analizzare non solo il corso dei suoi pensieri, ma anche la sua consapevolezza. Per esempio, tutto ciò che ci è noto possiamo comprenderlo attraverso le sette terre della saggezza, e Dattatreya si trova sulla settima terra della saggezza; al di là di essa — quindi analizziamo com’è questa terra della saggezza e che cosa la precede. Così, gradualmente, iniziamo a comprendere i diversi aspetti e le diverse sfaccettature di Dattatreya. Per esempio, iniziamo a studiare i mille nomi di Dattatreya, i centotto nomi di Dattatreya, a comprendere gli aspetti della consapevolezza risvegliata di Dattatreya e a percepirli come nostri. Poi iniziamo a studiare i suoi attributi, la sua shakti, e il loro significato. L’attributo in sé è una determinata forza dell’universo, un’energia che impariamo a riconoscere, a scoprire e a coltivare in noi.

Per esempio, se vogliamo comprendere il corso dei pensieri di Dattatreya, dobbiamo leggere la «Gita dell’Avadhuta». Quando il corso dei nostri pensieri diventerà uguale, scopriremo il principio di Dattatreya dentro di noi e la nostra coscienza inizierà in parte ad assomigliare alla coscienza di Dattatreya. Per trasformare l’energia, bisogna praticare le sadhana del corpo illusorio, dedicarsi assiduamente alla visualizzazione e alla recitazione dei mantra, identificandosi gradualmente: la mia mente è la mente della mia divinità, la mia parola è il mantra della mia divinità e il mio corpo è la forma della mia divinità.

Comprendere gli aspetti di Dattatreya attraverso lo studio, la visualizzazione e il mantra

Commento al testo «Gita dell’Avadhuta», primo capitolo

L’Avadhuta disse: «Solo per la grazia di Dio ai saggi viene concessa l’aspirazione a comprendere il Brahman non duale. Grazie a ciò essi si liberano dalla grande paura. In verità, tutto in questo universo è colmo dell’Atman e, poiché l’Atman è avvolto e permeato da se stesso, come posso adorare questa beatitudine suprema, senza forma, indivisibile e immutabile?»

Esiste un’espressione di un’altra incarnazione di Shiva, Shri Shankaracharya, che dice: «Sat Eva Bodha, Bodha Eva Sattva» («L’esistenza stessa è coscienza, la coscienza è l’esistenza stessa»).

«L’universo, costituito dai cinque elementi — etere, aria, fuoco, acqua e terra — è simile all’acqua di un miraggio e, essendo l’unico e impeccabile Atman, chi adorerò? In verità, solo l’Atman è tutto, e in esso non vi è né separazione né non-separazione. Mi sembrano confuse e prive di senso le affermazioni: l’Atman esiste o l’Atman non esiste».

Dobbiamo comprendere perché Shri Dattatreya la pensa in questo modo, perché il suo pensiero segue questa direzione e, in secondo luogo, come possiamo noi stessi acquisire un simile modo di pensare. Dietro questi pensieri si cela infatti qualcosa di ancora inconcepibile: la consapevolezza al di là dei concetti. I pensieri non sono altro che l’espressione di ciò che è al di là dei concetti. Questo significa capire come possiamo acquisire la stessa consapevolezza di Dattatreya.

Dattatreya segue l’insegnamento chiamato Shankara-upanishad. «Shankara» è Shiva. «Sankaroti iti Shankarah» («Colui che porta felicità e prosperità è Shankara»), cioè Shiva. «Upanishad» significa sedere ai piedi e ricevere direttamente gli insegnamenti dal Guru in uno stato di devozione. Shankara-upanishad indica l’insegnamento esoterico relativo a Shiva, la filosofia dello shivaismo. Dunque, Dattatreya stesso è contemporaneamente seguace dell’advaita, seguace dello shivaismo e, al tempo stesso, fondatore dell’advaita, fondatore dello shivaismo, incarnazione di Shiva.

Il discepolo riceve l’insegnamento di Shankara ai piedi del Guru

«L’essenza di tutta la vedanta è la conoscenza e la consapevolezza dell’Atman. Per sua natura, io sono quell’Atman informe e onnipervadente. Senza dubbio, io sono quell’Atman onnipresente, auto-fulgente, indivisibile, simile allo spazio, all’etere, puro nella sua essenza e non offuscato da maya».

La pratica dell’identificazione con l’Atman

Ecco come pensa Dattatreya, e così egli è consapevole. Questo significa che, nel cammino verso il nostro ideale, dobbiamo anche imparare a pensare, a essere consapevoli e a sentire in questo modo. Per esempio, camminate per strada e pensate: «Per sua stessa natura, io sono quell’Atman informe e onnipervadente». Poi vi svegliate di notte e ricordate: «Senza dubbio, io sono quell’Atman onnipresente, auto-fulgente, indivisibile, simile allo spazio, puro nella sua essenza e non offuscato da maya». Poi vi riaddormentate, sognate e ricordate: «Senza dubbio, io sono quell’Atman onnipresente, auto-fulgente». Poi i sogni svaniscono, sopraggiunge il sonno senza sogni e, in questo spazio oscuro, appare un lampo di consapevolezza che si espande nei loka infiniti, negli spazi infiniti. Ricordate ancora: «Senza dubbio, io sono quell’Atman».

Quando pensate in questo modo, sopraggiunge ciò che viene chiamato samavesha. Samavesha è una parola che significa «sam», «a», «vesha», cioè entrare da qualche parte o entrare in qualcosa. Samavesha significa che la grazia divina entra in voi come in un recipiente. Quando la grazia vi tocca, l’energia di Dattatreya, se vi sintonizzate in questo modo e pensate sempre come Dattatreya, samavesha si verificherà inevitabilmente. Allora dentro di voi si risveglia chit: è la forza della coscienza universale di Shiva, e voi diventate consapevoli della prima tattva. Si risveglia anche chiti. Chiti è la forza della coscienza universale di Shakti. Chit e chiti sono, proprio come Shiva e Shakti, le loro forze attive, la forza della seconda tattva. Dentro di voi cominciate a essere consapevoli di para-pramatri, cioè dell’essere supremo, Paramashiva, che sperimenta la propria esperienza; il Brahman della vedanta: questa è la consapevolezza di sé come Dattatreya.

La grazia divina risveglia l’unità di Shiva e Shakti

Nell’«Avadhuta-gita», Dattatreya prosegue:

«In verità, io sono imperituro, infinito, incarnazione della pura coscienza. Non conosco le sensazioni di felicità e sofferenza, né colui che le sperimenta. Per me non esiste alcuna attività mentale, buona o cattiva. Per me non esiste alcuna attività fisica, buona o cattiva. Per me non esiste alcuna attività verbale, buona o cattiva. Io sono coscienza immortale, pura e trascendentale».

I tre corpi illuminati di Dattatreya

Il corpo, la parola e la mente di Dattatreya sono completamente illuminati e dimorano nelle tre libertà. La sua mente è jñāna-kāya (il corpo divino della saggezza). La sua parola è māyā-kāya (l’energia illuminata della parola), che gioca nelle dimensioni sottili e si manifesta sotto forma di corpi divini illusori. La sua attività fisica è siddha-kāya — la capacità illuminata di manifestare energie diverse e stati di non-azione. Dattatreya è la pura coscienza immortale che si manifesta attraverso queste tre dimensioni. Il corpo, la parola e la mente di Dattatreya sono la sua manifestazione nelle tre dimensioni, nei tre piedi di Brahman — viśva (fisico), taijasa (astrale) e prājña (causale). Dattatreya stesso dimora nella dimensione di turīya, come pura coscienza, e di questa pura coscienza si dice che l’intero universo sia già contenuto nella coscienza suprema, nel Sé supremo, così come la coda variopinta del pavone è contenuta nel plasma del suo uovo. «Māyā randārasanyena» — questa espressione indica il vuoto non duale, nel quale l’intero universo manifesto è contenuto in potenza.

Le tre dimensioni illuminate del corpo, della parola e della mente di Dattatreya

«In verità, la mente è simile allo spazio; sembra essere diretta in tutte le direzioni; sembra trascendere ogni cosa; sembra essere tutto, ma in realtà la mente non esiste. Io sono uno e sono in tutto. Sono illimitato e al di là dei confini dello spazio. Come potrei vedere il mio stesso “Sé” apparire o scomparire?»

Alla base di tutti i tattva, di tutte le manifestazioni divine, vi è la coscienza divina — Śiva Bhaṭṭāraka. La radice «bhaṭ» significa nutrire; bhaṭa, bhaṭāra, bhaṭṭāraka — è il signore che nutre o sostiene. Penso che esista una parola simile in russo e in ucraino — «batrak», «batraka», cioè colui che lavora e nutre qualcuno, lo sostiene, lavora come bracciante — forse deriva da qui. Per esempio, qualcuno lascia la famiglia per lavorare per qualcun altro, viene assunto, lavora come bracciante e manda il denaro alla famiglia, la nutre e la sostiene; è il signore che sostiene — batraka, Śiva bhaṭāraka. Così la parola è cambiata nella coscienza popolare, ma in origine indica il signore al quale si rende culto, colui che nutre o sostiene ogni cosa. Dattatreya è quella coscienza che sostiene e nutre tutti, poiché la coscienza non è semplicemente coscienza: è sempre una fonte di energia, una fonte di forza e di nutrimento, il nutrimento per tutti gli esseri viventi. Gli esseri viventi agiscono in accordo con i propri karma solo perché sono nutriti da questa coscienza originaria fondamentale.

«Perché non comprendi che tu sei, in verità, quell’Assoluto? Tu sei quell’Ātman eterno nel quale tutto si riflette allo stesso modo. Tu sei il Signore illimitato e sempre splendente. Come puoi dunque pensare al giorno (alla luce) o alla notte (all’oscurità)?»

Dattatreya è nityodita. Nityodita è composto da due parole, «nitya» e «udita», cioè ciò che si eleva eternamente, ciò che esiste eternamente, ciò che non cade mai e si innalza per sempre. Dattatreya si eleva eternamente al di sopra della quotidianità del saṃsāra. Si eleva al di sopra di tutte le coppie di opposti, compresi il giorno e la notte, a differenza di un’altra coscienza chiamata śāntodita — ciò che periodicamente scende e sale allo stesso tempo.

La non dualità della meditazione e di colui che medita

«Contempla sempre l’Ātman. È indivisibile e ovunque è lo stesso. Tu dici: “Io sono colui che medita” e “l’unico supremo” — l’oggetto della meditazione. Perché dunque separi ciò che è inseparabile? Non sei mai nato e non morirai mai. In nessun momento hai mai avuto un corpo. Le Upaniṣad proclamano in molti modi diversi questa verità universalmente nota: “Tutto è Brahman”.

Dattatreya personifica la forza della capacità conoscitiva del Sé supremo dell’essere divino supremo, la sua forza di auto-consapevolezza. È la forza dell’Ātman, la forza del Sé, grazie alla quale esso è sempre soggetto e mai oggetto, cioè il soggetto supremo, il conoscitore supremo e l’osservatore supremo, colui che può osservare tutti, ma che nessuno può osservare. Questa forza è chiamata baindavī-kalā. «Baindavī» significa relativo al bindu, mentre «kalā» è śakti (energia). Il supremo Dattatreya, in quanto Sé supremo autocosciente, grazie a questa forza — la forza dell’autocoscienza — si manifesta come la forza della capacità conoscitiva in ogni essere, la forza del soggetto supremo.

Dattatreya come soggetto supremo e osservatore onniveggente

«Per te e per Me non può esserci né unione né separazione. In realtà non esistono né “Io”, né tu, né questo mondo. Esiste soltanto l’Ātman ovunque».

Dattatreya è la coscienza divina che, per quanto possa manifestarsi, è sempre sovrana e non dipende da alcuna condizione esterna. Perciò un altro suo nome è svatantra-citi, cioè l’energia della coscienza autoconsapevole, autosufficiente e fondata su se stessa, sempre sovrana e che, per quanto possa manifestarsi, non dipende mai dalle condizioni esterne. Perciò Dattatreya è un avadhūta, vale a dire che talvolta Dattatreya si manifesta al di là delle varṇa, degli āśrama e delle condizioni castali, ma, per quanto possa manifestarsi, non viene contaminato da nulla e rimane sempre coscienza divina, sovrana e autosufficiente.

«Tu non appartieni ai cinque oggetti dei sensi, come il suono, il tatto, la forma, il gusto e l’odore; allo stesso modo, essi non appartengono a te. In verità, tu sei quella realtà suprema. Che cosa, dunque, può rattristarti? Per te non esistono né nascita né morte, non hai memoria, per te non esistono né non-connessione né liberazione, né bene né male. Perché piangi, mio caro? Il nome e la forma non appartengono né a te né a me».

Il mistero della nostra coscienza trascendentale

Dattatreya non parla di astratte questioni filosofiche: ci rivela il mistero della nostra coscienza, un mistero reale. Anche se per ora non siamo in grado di afferrarlo, comprenderlo e sperimentarlo direttamente, dobbiamo prendere con la massima serietà ciò che Dattatreya ci rivela sul mistero della nostra coscienza. Indipendentemente dal fatto che ne abbiamo esperienza o meno, che la sperimentiamo o meno, essa svolge un ruolo per noi, ha un significato, è dentro di noi. In realtà non si perde, ma non è ancora stata riconosciuta.

Il diamante nascosto come immagine della coscienza trascendentale non riconosciuta

Per esempio, se qualcuno sa che nella tua tasca c’è un diamante, una pietra preziosa, mentre tu non lo sai e non l’hai mai visto, ma lui ne è assolutamente certo e ti dice: «Hai un diamante prezioso in tasca». Puoi dubitarne, dal momento che non l’hai visto e non ci credi nemmeno, ma il diamante non scompare dalla tua tasca per questo: rimane al suo posto. Colui che ti rivela questo mistero ha assolutamente ragione; semplicemente, devi ancora venirne a conoscenza, familiarizzare con questo concetto e abituartici, per poi imparare anche a utilizzare questo diamante.

Allo stesso modo, Dattatreya ci rivela il mistero della nostra coscienza trascendentale. L’espressione «Pramāṇu paroha krameṇa» significa procedere lungo un cammino di graduale ascesa, di passaggio da un livello all’altro, dal conoscibile (prameya), cioè dall’esterno, al pramāṇa (la conoscenza), ai mezzi della conoscenza, e dalla conoscenza al conoscitore, cioè al Sé supremo, al soggetto. Il principio è il seguente: tutti i pramāṇa si trovano nel pramātṛ (il conoscitore), tutte le conoscenze si trovano nel conoscitore, l’intero mondo conoscibile non è altro che conoscenza, e tutta la conoscenza si riduce alla coscienza di colui che conosce.

Esiste un’espressione comune secondo cui le persone ordinarie discutono degli altri e degli eventi del mondo. Le persone di rango più elevato, dotate di capacità superiori, non discutono degli altri: discutono delle idee. I primi discutono del conoscibile, del mondo esterno; i secondi discutono della conoscenza in sé, delle idee. Infine, le persone dotate di una coscienza ancora più elevata non discutono delle idee: discutono di colui che sperimenta, della fonte, del soggetto, cioè praticano la vicāra.

«O mente, perché vaghi come uno spirito irrequieto? Riconosci questo Ātman indiviso e uniforme. Rinuncia a tutte le passioni e sii felice. In verità, tu sei quella realtà immutabile che è la stabilità stessa, l’unità e la libertà. Non provi né passione né distacco. Perché allora ti tormenti e ti affliggi desiderando gli oggetti del desiderio?»

Svetchchhaya significa ciò che esiste per propria volontà, e non per volontà di qualcos’altro. Dattatreya è la coscienza che si fonda sulla propria unica volontà sovrana, separata da tutti gli oggetti esterni e dalla mente, nonché da tutti i desideri e le passioni. Svabhitau significa ciò che, sul proprio schermo, cioè in sé stessa come base, e non su qualcos’altro, manifesta l’intero mondo esistente. La coscienza originaria di Dattatreya è simile a uno schermo: su questo schermo si manifestano oggetti diversi, proprio come in uno specchio sorgono i riflessi. Quando la forza della nostra coscienza, la viveka, diventa abbastanza forte da distinguere lo specchio dal riflesso, iniziamo a riconoscere questo principio dello specchio, iniziamo a comprendere ciò di cui parla Dattatreya e il modo in cui cerca di farsi ascoltare da noi.

Dattatreya come Brahman e chit-chiti

«Tutte le Upanishad affermano che il Brahman, o realtà suprema, non ha alcun attributo, che è puro, immutabile, privo di forma e permea tutto in egual misura. Sappi che Io sono questo Brahman».

Questo è il diretto insegnamento di Dattatreya, affinché non dubitiamo; quando pronunciamo il nome Dattatreya, intendiamo il Brahman. Dunque, Dattatreya è chit e chiti. Chit è l’energia universale della coscienza di Shiva, mentre chiti è l’energia universale della coscienza di Shakti, ed egli riunisce in sé queste due qualità. Quali sono le caratteristiche di questa coscienza, chit e chiti? Innanzitutto, in essa è assente ogni limitazione dello spazio, del tempo e di qualsiasi altra cosa: è completamente libera e illimitata. Possiede una forza illimitata. Inoltre, è capace di generare qualsiasi cosa. Possiede la svatantra, la volontà assolutamente libera. È il semplice mezzo per la liberazione e la grande ricompensa, il frutto, cioè il compimento di tutto in sé stesso, se riusciremo a scoprire questa coscienza.

La coscienza illimitata di chit e chiti, che unisce Shiva e Shakti

«Sappi questo: ciò che ha una forma è irreale, perché è limitato dalla propria forma; ciò che è privo di forma è eterno. Colui che illustra questa verità con la propria vita non è più soggetto alla rinascita. I saggi affermano che la Realtà è una e immutabile. Quando gli attaccamenti vengono abbandonati, allora unità e diversità cessano di esistere nella mente».

Meditazione sull’«Avadhuta-gita» e i tre stadi della pratica spirituale

Chi aspira alla liberazione e all’illuminazione dovrebbe meditare su ogni shloka dell’«Avadhuta-gita». Ogni riga dell’«Avadhuta-gita» è una trasmissione diretta, una diretta introduzione alla saggezza e alla consapevolezza naturale. Ricevere una trasmissione diretta di questo tipo può essere considerato shravana. Quando dentro di noi si risvegliano chiarezza e rivelazione, dobbiamo riflettere su di esse, riflettere con l’aiuto dell’analisi concettuale e poi meditare mediante la meditazione non concettuale.

Attraverso questa riflessione dobbiamo conseguire ciò che viene chiamato pancha-kosha-viveka, il discernimento tra l’Atman e i cinque involucri. Dobbiamo inoltre conseguire ciò che viene chiamato drik-drishya-viveka: il riconoscimento del vero soggetto, del vero oggetto e del vero osservatore. Quando la nostra viveka si sarà affinata, saremo in grado di riconoscere la turiya, la coscienza originaria, e saremo pronti a passare dalla manana, eliminando tutti i nostri dubbi, alla nididhyasana.

Dalla manana alla nididhyasana: il processo di crescita spirituale

Il passaggio dalla manana alla nididhyasana significa che abbiamo svolto un grande lavoro. Il passaggio dalla shravana alla manana procede insieme: shravana e manana vanno sempre insieme. A un livello semplice, ciò significa che avete ascoltato la lezione del Guru: dovete riflettere, dovete ponderare, perché non è tutto così rapido e semplice. Si dice che la percentuale di assimilazione sia del quindici per cento: ciò significa che, se ascoltate due volte, sarà il trenta per cento; tre volte, il quarantacinque; quattro volte, il sessanta; cinque volte, il settantacinque; settantacinque più quindici fa novanta, e ne resterà ancora una piccola parte: bisogna ascoltare una settima volta. Dalla settima volta è possibile assimilare completamente un insegnamento complesso: questa è la manana.

Non vi limitate ad ascoltare: svolgete anche un lavoro interiore, riflettete e cercate di comprendere. Nel processo di questa riflessione è possibile che si manifestino una rivelazione, un’intuizione: la shastra-kripa. Si aprono cose molto sottili, qualcosa si dissolve — le concezioni dualistiche —, cambiate punto di vista e vi meravigliate: «Com’è possibile che non lo capissi affatto?».

La comprensione interiore rivela la conoscenza sempre presente

È naturale, è così che cresciamo. Per esempio, quando andavamo a scuola, non capivamo molte cose e ci sembrava che andasse tutto bene, ma ora guardiamo noi stessi e ridiamo: comprendiamo che allora non capivamo, mentre ora comprendiamo. Allo stesso modo, dopo la manana scoprite una nuova conoscenza, una nuova rivelazione che in realtà era sempre stata presente, ma era come se fosse indistinta: questa è la manana.

Nididhyasana significa che non tanto riflettete o scoprite qualcosa di nuovo, quanto piuttosto cercate ora di rimanere a questo livello. È simile al fatto che, con la shravana, vi mostrano uno stallone irrequieto e vi raccontano quanto sia bravo, mentre con la manana gli saltate in groppa e forse lui vi sbalza e vi disarciona, ma voi tornate a salirci sopra ancora e ancora. Nididhyasana significa che cercate di rimanere in sella e di non cadere più, imparate a cavalcarlo; nididhyasana significa che cerchiamo di affermarci, di stabilirci nella comprensione acquisita grazie alla manana, e poi di mantenerla continuamente.

I paradossi del samadhi nell'insegnamento di Dattatreya

«Come può un essere umano raggiungere il samadhi finché pensa a se stesso come a qualcosa di diverso dall'Atman? Ma, d'altra parte, il samadhi è irraggiungibile per una persona che pensa a se stessa come all'Atman. Come può essere raggiunto il samadhi finché una persona pensa che l'Atman esista e tuttavia non esista, e perché aspirare a raggiungere il samadhi se tutti sono uniti e liberi per loro stessa natura?»

Dattatreya vi pone domande complesse; queste domande possono facilmente far ribollire la mente di mille professori e dottori di ricerca, perché non esiste una risposta diretta al livello della logica ordinaria, al livello dei concetti, della filosofia e delle nozioni; qui non funziona la logica del pensiero frammentario, né quella del pensiero binario. Qui è necessaria l'esperienza di andare oltre la consapevolezza non concettuale e la penetrazione intuitiva.

Tuttavia, quando iniziate a comprendere intuitivamente le sue frasi, significa che la vostra manana elimina i dubbi dentro di voi e voi vi stabilite nella vera conoscenza, muovendovi verso la nididhyasana. Poi dovete consolidarvi a questo livello, rimanervi, non uscirne, proprio come se cavalcaste un giovane stallone non ancora domato e cercaste di rimanere in sella.

Domanda: Guruji, quindi la shravana è quando vai verso il recinto con il volto rivolto in avanti, cerchi questo recinto, lo trovi e ti avvicini, mentre la manana è quando entri e cerchi di domare e cavalcare il cavallo, e la nididhyasana è quando lo hai già domato, lo hai calmato e semplicemente lo cavalchi.

Sì, più o meno è così. Shravana significa che vai verso il recinto e ti raccontano: «Ecco questo è bravo, guarda com'è: non cammina, vola». Manana significa che cerchi di avvicinarti a lui da destra, da sinistra, di mettergli la sella in qualche modo, infilare la gamba, salire in groppa: è molto difficile. Nididhyasana significa che hai imparato a stare in sella, ma devi essere molto vigile: basta il minimo movimento imprudente e ti ritrovi nel fango, disarcionato.

La padronanza della forza interiore attraverso l'equilibrio e il controllo delle redini

È uno stallone molto irrequieto, straordinario, meraviglioso, magico; se impari a cavalcarlo, può sollevarti fino al settimo cielo, ma devi non cadere dalla sella e tenere sempre le redini. Se tiri troppo le redini, non andrà da nessuna parte, non vorrà muoversi; se le lasci andare, ti porterà via così velocemente che non ti accorgerai nemmeno di dove, cioè devi conoscere la tensione della forza.

Domanda: Om, Guruji, dal punto di vista dell'energia, se osserviamo, lei ha detto che viana-vayu e udana-vayu si possono considerare manana e nididhyasana, i livelli successivi. Volevo semplicemente chiedere: quando il cavallo disarciona, dove scaraventa la coscienza dall'udana-vayu? Dato che questa prana, l'udana-vayu, è sempre attiva, vero? Non può essere inattiva.

È attiva, ma non consapevole. La questione riguarda la sua consapevolezza. Scaraventa la prana-vayu che agisce nello stato di jagrat e, se si tratta del sonno, l'apana-vayu; nel corpo causale, nel migliore dei casi, la samana-vayu. La prana agisce nello stato di veglia, l'apana nel sonno con sogni, la samana-vayu nel corpo causale, l'udana-vayu nel turiya e la viana-vayu nel turiyatita.

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