Commento al testo «Turiyatita-avaduta-upanishad»
Il cammino dell’avadhuta dopo lo stadio di turiyatita
E allora il progenitore di tutti gli uomini, Brahma, si avvicinò con rispetto a suo padre, Adi-Narayana (Vishnu), e chiese: «O padre compassionevole, racconta del cammino dell’avadhuta dopo lo stadio di turiyatita. Quali segreti vi sono su questo cammino?»
Egli chiede: «Racconta del cammino dell’avadhuta dopo lo stadio di turiyatita», cioè dopo che il quarto stato di coscienza è stato superato. Ciò significa che il vero cammino dell’avadhuta comincia quando riveliamo la natura della Mente, quando prendiamo coscienza di noi stessi nel sonno senza sogni e persino un po’ oltre, quando uniamo tutti e tre gli stati.
Lo stato dell’avadhuta è lo stesso stato del siddha o della divinità in un corpo umano. È simile a un gioco spontaneo, alla danza della divinità nel proprio mandala, che nella sua chiarezza interiore si è unita così tanto alla Fonte da manifestare liberamente le energie e goderne.
L’avadhuta non è vincolato né da cornici né da prescrizioni, a differenza dei laici, che sono condizionati dalle cornici sociali; dei monaci, che assumono volontariamente delle restrizioni; o dei praticanti tantrici, che osservano determinati impegni di samaya. Perché non è vincolato? Perché non ne ha bisogno in virtù della sua piena realizzazione.
Gli dei, i siddha e gli uomini sono esseri diversi. Persino entro i limiti del karma di due persone possono esserci enormi differenze; tanto più grandi sono le differenze quando parliamo di esseri così altamente realizzati come gli avadhuta.
Qui il dio Vishnu trasmette la spiegazione di questo stato elevato al dio Brahma.
Lo stato dell’avadhuta è qualcosa che dobbiamo coltivare dentro di noi come verità assoluta, come visione. Nella dimensione relativa non dobbiamo, e non possiamo, manifestarlo. Perché? Perché, come minimo, non ci riusciremo. Anche se volessimo immaginarci avadhuta, non abbiamo le qualità adeguate per essere liberi dalle leggi della fisica, dai cinque elementi materiali, dal prana e da molte altre cose. Perciò, nella dimensione relativa, dobbiamo seguire altre leggi.

Per esempio, se un avadhuta mangia carne, la digerirà con l’enorme forza del suo elemento fuoco e ne trarrà persino beneficio. Se invece noi mangiamo carne, non dobbiamo aspettarci altro che ottusità e tamas, perché è un alimento pesante. Perciò, a causa del karma del nostro corpo e dei nostri prana, non corrispondiamo ai principi dell’avadhuta nella dimensione relativa, almeno ora, in questo momento. Tuttavia possiamo senz’altro aspirare alla consapevolezza interiore di noi stessi come avadhuta al livello della verità assoluta, al livello della visione, poiché diciamo che la visione, o verità assoluta, deve essere completamente al di là di ogni limitazione.
La rarità del cammino dell’avadhuta e l’unico «sapore»
Il dio Narayana rispose: «I saggi dicono che colui che segue il cammino dell’avadhuta è rarissimo in tutti i mondi. Santi simili si possono contare sulle dita, poiché questo cammino è molto difficile ed è adatto soltanto a pochi. L’avadhuta è sempre puro, è l’incarnazione del distacco».
Che cosa significa «sempre puro»? A differenza delle persone comuni, inclusi i monaci, che aspirano soltanto a ottenere l’unico «sapore», l’avadhuta dimora già nell’unico «sapore». L’unico «sapore» significa che per lui tutto è diventato puro, egli percepisce continuamente tutto nello stato della visione pura. Da cosa nasce questa visione pura? Dal fatto che egli è continuamente immerso nella Fonte Suprema. Tale immersione gli permette di vedere tutto come il gioco dello stato originario, perciò le sue valutazioni e interpretazioni nella percezione non si attivano, non ha pensiero proiettivo né visione karmica.
A differenza degli avadhuta, le persone si confondono nelle proprie valutazioni, nel proprio pensiero proiettivo e nelle proprie interpretazioni, che costantemente, come polvere, offuscano il puro specchio della consapevolezza. Ma l’avadhuta è così immerso nella presenza che per lui tutto è sempre perfetto e puro. L’avadhuta vive originariamente non nella dimensione degli uomini, sebbene a livello fisico possa camminare in un corpo fisico, assecondando le persone. Vive nella dimensione del mandala della visione pura, creata dalla sua mente sottile, dalla sua sottile chiarezza.

C’è una storia chiamata «Prabhu Linga lila». A mio parere, si trova nel testo sull’advaita «Yoga Vasistha». Vi si dice che una volta Prabhu Linga fece visita a Gorakshanath. Salutò Gorakshanath, che stava compiendo tapas. Gorakshanath, a sua volta, salutò anche lui, ma con una certa trascuratezza, poiché pensò che questo yogin, per livello, non potesse essere paragonato a lui.
Prabhu Linga lo vide e disse: «Finché non ti liberi dalla dualità e dall’identificazione di te stesso con il corpo, non conoscerai l’Assoluto, sebbene tu abbia conseguito alcuni successi».
Questo colpì Gorakshanath, ed egli disse: «Ma io non sono affatto attaccato al corpo. Ecco, prova: puoi colpirlo con una spada».
E quando Prabhu Linga lo colpì, Gorakshanath non provò nulla, cioè il suo corpo non fu ucciso né tagliato. Disse: «Ho padroneggiato i poteri magici grazie alle pratiche dell’immortalità (kaya-kalpa) e ai rituali magici che proteggono il mio corpo e lo rendono immortale».
Allora Prabhu Linga disse: «Bene, ora prova a colpire il mio corpo. Ti mostrerò che cosa significa unire la contemplazione al corpo ed essere non attaccati».
Gorakshanath si rifiutava, ma poi alla fine sferrò un colpo di spada, e la spada lo attraversò da parte a parte senza causare alcun danno al corpo di Prabhu Linga (a proposito, Prabhu Linga apparteneva alla scuola dei Lingayat). Gorakshanath colpì ancora e ancora. Era molto sorpreso, perché la sua spada non poteva arrecare danno al corpo di Prabhu Linga, ma lo attraversava. Così il suo orgoglio fu domato, ed egli chiese istruzioni a Prabhu Linga.

In seguito si scoprì che il Guru Matsyendranath aveva mandato Prabhu Linga affinché impartisse a Gorakshanath alcune lezioni che avrebbero liberato la sua mente.
Si può dire che Gorakshanath potesse proteggere il proprio corpo con l’aiuto della magia, cioè con qualcosa di simile al prana-vidya, al qigong duro. Se un maestro esperto di qigong duro viene colpito con una spada quando è entrato in questo stato tramite il metodo della «camicia di ferro» o un’altra sadhana, al suo corpo non sarà arrecato danno.
Ma Prabhu Linga dimostrò un livello di maestria completamente diverso, quando la natura della Mente è pienamente unita al corpo e gli elementi del corpo sono dissolti fino allo stato di chiara luce.
Le quattro fasi dello sviluppo spirituale
«Egli è l’oceano di tutta la saggezza e il mistero di tutti i Veda (Vedapurusha). È davvero un grande uomo, poiché la sua mente è completamente immersa nella mia. Noi due siamo indistinguibili e identici. All’inizio egli rinuncia all’attaccamento sotto forma di moglie, casa, famiglia e proprietà, diventando distaccato (kutichaka). Con ciò raggiunge lo stadio del monaco mendicante (bahudaka)».
La rinuncia all’attaccamento è un inizio necessario. Molti la considerano una sorta di punto importante nella vita e pensano che all’attaccamento si debba rinunciare alla fine della vita. In realtà, la rinuncia all’attaccamento è l’inizio del monachesimo.
Un monaco è colui che deve abituarsi al fatto di non possedere nulla, di non avere nulla: né beni, né amici, né parenti. È colui che è pronto, sempre e in qualsiasi condizione, a essere completamente indipendente, autonomo, autosufficiente e ad avere un legame solo attraverso il Dharma, poiché non ha alcun altro legame. Quando indossate il sanghati del monaco, dovete sempre ricordare che ora né i parenti, né i figli, se ci sono, né gli amici nel mondo, e neppure gli dèi del mondo della passione hanno potere su di voi, e che avete una sola linea di connessione: attraverso la linea dell’insegnamento, la guru-parampara e l’Assoluto.

«Dopo passa allo stadio di hamsa (eremita). E allora intraprende il sentiero più elevato, diventando Paramahamsa. In questo stadio comprende l’intero mondo come non distinto da sé. Colui che è diventato distaccato rinuncia ai beni ed esegue i rituali prescritti. Getta via il filo sacro, i gioielli e, indossato un perizoma, compie la pratica.
Nello stadio del monaco mendicante il praticante rinuncia a tutte le cose e ha a disposizione soltanto una veste, un bastone, una brocca per l’acqua, una ciotola per il cibo e per raccogliere le offerte.
Nello stadio dell’eremita il praticante ha soltanto un abito di pelle di cervo.
Allo stadio di Paramahamsa il praticante non ha alcun vestito, non osserva rituali e conduce una pratica comprensibile solo a lui. A questo stadio, come dicono i saggi, porta i sandali sulla testa, essendo l’unico a comprenderne il significato».
Qui viene descritta la pratica di un distacco sempre maggiore. Il distacco non va inteso soltanto in modo esteriore. Esso consiste nello sviluppo della consapevolezza interiore e nella liberazione dalla dipendenza, prima di tutto, della coscienza.
Un re invitò nel suo palazzo un sadhu per alcuni giorni. Questo sadhu era abituato, invece dei cuscini, a mettere una pietra sotto la testa, un’altra sotto la schiena e una terza sotto le anche. E così dormiva sempre. Un giorno il re lo invitò e disse: «Guarda, vedi che letto! Probabilmente nella tua vita non hai mai dormito su uno così». E dopo un paio di giorni venne e chiese al sadhu: «Come hai dormito su di esso?» Quello disse: «Ho sempre dormito su un letto così». Il re si indignò, perché quelli erano gli appartamenti più raffinati e costosi. Disse: «Non può essere!» Ma il sadhu gli disse: «Vieni, vedrai tu stesso». E il re vide che sopra il letto giacevano tre enormi massi, sui quali il sadhu di solito dormiva sempre. E allora il re ammirò questo grande santo.
Queste «tre pietre» sono il simbolo del distacco e del non-attaccamento quando toccate qualcosa. Anche se siete in contatto con gli oggetti, siete sempre distaccati se dimorate nel corretto stato mentale, vi trovate in contemplazione consapevole. Questo non vi afferra mai. Qualunque cosa facciate, non nasce in voi attaccamento a essa, non nasce dipendenza, perché sopra tutti questi oggetti è come se poneste queste «tre pietre», che simboleggiano il distacco. Se sentite che il distacco si perde, che qualcosa vi trascina, è il segnale che è stato ammesso un atteggiamento disattento verso una qualche energia. Possono essere cose materiali, un servizio verso cui è sorto un aggrapparsi, relazioni amichevoli che all’improvviso sono penetrate nell’anima e sono diventate qualcosa di scorretto, che genera attaccamento, un buon libro o una concezione, quando ha iniziato a esercitare influenza e pressione sulla vostra mente, disturbando concretamente la contemplazione. Ogni volta che perdete il distacco e la consapevolezza, è segno che è necessario ristabilirli.

Il simbolo dei «sandali sulla testa» e l’unico «gusto»
Dunque, qui si dice:
«Allo stadio di Paramahamsa il praticante non ha alcun vestito, non osserva rituali, conduce una pratica comprensibile solo a lui. Porta i sandali sulla testa, essendo l’unico a comprenderne il significato».
Bodhidharma è noto per aver incontrato l’imperatore Wu con i sandali sulla testa. I «sandali sulla testa» sono un simbolo vedico degli antichi rishi, descritto nelle Upanishad, che simboleggia l’unico «gusto» o la coscienza «capovolta», quando l’alto ha cambiato posto con il basso, il dietro con il davanti, lo zenit con il nadir, la sinistra con la destra, il maschile con il femminile, i cieli con l’inferno. L’unico «gusto» è lo stato in cui lo yogin dimora in una condizione paradossale, assurda per una persona comune, e solo lui stesso conosce il proprio stato. Agli altri il suo stato è ignoto. Persino gli dèi non possono riconoscerlo, se egli non lo vuole. Se vuole, manifesta il suo lila come una persona comune. Se vuole, si manifesta come guru. Può rivelare questa o quella parte della propria anima a volontà, ma nessuno può comprenderlo, perché egli è al di là di qualsiasi valutazione e identificazione.
Spesso, quando percepiamo i maestri o i praticanti più elevati, in virtù del nostro pensiero proiettivo siamo comunque inclini a valutarli e a vederli in modo stereotipato. Ma bisogna sempre ricordare che l’avadhuta porta i sandali sulla testa, essendo l’unico a comprenderne il significato.

Le qualità dell’avadhuta e l’auto-liberazione
«Egli non si rade, cammina in modo provocatorio, dall’esterno sembra un folle. Tutti gli dèi cantano le sue lodi, e la sua santità non ha limiti. È colui che porta a termine tutti i doveri religiosi e mondani. È libero dal merito religioso e in qualsiasi situazione è calmo come una montagna. Influenze come il freddo, il caldo, il dolore, la felicità, le sofferenze, la vergogna o il disonore non prendono più il controllo su di lui».
Un simile stato cresce come risultato della costante coltivazione di un unico «gusto», come risultato del continuo ingresso nella non-dualità. Non può essere in alcun modo imitato, manifestato esteriormente. Anche se qualcuno cercasse di imitarlo, ciò non gli porterebbe alcun beneficio. Questo stato è legato all’auto-consapevolezza interiore, quando lo yogin può auto-liberare strati molto profondi di karma.
«Tutte le vasana nel corpo vengono bruciate dal fuoco della saggezza: lode, biasimo, orgoglio, lusso ostentato, competizione, arroganza, desiderio, odio, amore, ira, avidità, illusioni, gioia, intolleranza, invidia e attaccamento alla vita».
Qui si dice: «Tutte le vasana nel corpo vengono bruciate dal fuoco della saggezza». Che cos’è questo fuoco? Shuddhi-ushanam, o calore mistico, che sorge come risultato della purificazione dei canali e della contemplazione; il prana, che circola nel corpo e lava via dai canali i venti karmici impuri. Nell’avadhuta scompare l’identificazione legata alla lode, al biasimo, all’orgoglio, all’invidia, all’arroganza, all’odio, all’amore, all’ira, all’avidità e così via. Perché scompaiono? Ciò non significa che esse vengano in qualche modo bloccate o non possano manifestarsi. È energia, e all’energia è sempre proprio il movimento. Perciò possono manifestarsi, ma ora non si manifestano veramente, bensì come un gioco. Così come un serpente a cui sono stati strappati i denti non può più mordere, allo stesso modo tutte queste esperienze non hanno più alcun significato per l’avadhuta, poiché egli è continuamente immerso nella contemplazione trascendente. Queste esperienze saranno o una risposta alla situazione circostante, oppure un gioco per impartire qualche lezione ad altri esseri viventi.
In una foresta viveva un rishi, conducendo una vita di eremita molto retta. Il re provava invidia nei suoi confronti, perciò assunse una danzatrice molto bella, una delle cortigiane più belle, e la mandò a sedurre l’asceta. Dopo aver vissuto nella foresta per un anno, la cortigiana tornò portando un bambino. Disse che quel bambino era del rishi, sebbene in realtà lo avesse comprato in un villaggio vicino da una famiglia di bassa casta. Quando il rishi uscì dalla foresta, tutti cominciarono a deriderlo, dicendo: «Questo asceta ha vissuto un anno con una danzatrice! Che bei sadhu ci sono nelle foreste!» Allora il rishi si recò al palazzo reale e disse: «Se la mia santità non è stata violata, bruci la statua principale nel tempio». E la statua che egli indicò con il dito bruciò davvero.

Immaginate che vi lodino o vi condannino. Nasceranno nella vostra anima giudizi e dipendenza da ciò? Oppure immaginate che vi mettano al secondo, quinto, decimo posto, cioè vi mostrino che non siete nessuno. Vi dicono: «La tua opinione non viene presa in considerazione. Non è importante adesso, non sarà importante domani. Sei ancora solo al primo gradino, quindi con te non c’è proprio nulla di cui parlare». Come vi sentireste se qualcuno di livello più elevato vi guardasse con pietà? Oppure immaginate di essere posti in un lusso di livello regale: al mattino, al risveglio, vi servono un sanghati di broccato, cucito con fili d’oro e d’argento; prima di dormire i servi vi lavano i piedi; ogni volta persone servizievoli vi porgono un asciugamano per le mani; avete un telefono cellulare da quarantamila dollari, come il figlio del presidente; il vostro cuscino da meditazione è incrostato di diamanti e oro. Come vi sentireste? Reagireste a tutto ciò? Sorgerebbero qualche giudizio, ammirazione e simili? Oppure immaginate che vi inducano sistematicamente all’ira. Come vi sentireste con il vostro attuale livello di auto-liberazione? Oppure immaginate che vi provochino all’attaccamento. Qual è la vostra reazione? In quale caso potrete auto-liberarlo, e in quale caso «abboccherete» a questa energia ed essa vi trascinerà, vi risucchierà nel suo vortice?
Nello stato di avadhuta tutto questo è auto-liberato ancor prima di sorgere, perciò non produce nella mente alcun movimento, alcuna instabilità. Tutto viene visto in modo equanime e puro, semplicemente come un’unica coscienza.
Lo stato di avadhuta è uno stato in cui sei così immerso nella presenza che nessuna energia ha potere su di te.
La paradossalità dell’avadhuta
«Egli diventa libero, balbettando parole strane. Ovunque appaia, suscita paura, follia e condanna».
Si intende che l’avadhuta è incomprensibile agli altri, se si manifesta apertamente. La sua coscienza è paradossale, trascendente, assurda e troppo terrificante per la comune coscienza umana. Perciò egli è costretto o a interrompere i contatti con la società, a essere un «uccello solitario» e a comunicare solo con avadhuta simili a lui, che possono comprenderlo, oppure a nascondersi, a celare la propria coscienza, rimanendo avadhuta interiormente e attenendosi esteriormente a qualche cornice sociale.
Esempi di avadhuta nella storia
C’era un santo tibetano chiamato Chokgyur Lingpa. Si trovava pressappoco a quel livello. Molte volte il suo corpo diventava invisibile e, quando da lui si recava qualche lama tibetano che aveva molte concezioni dualistiche, egli gli metteva in scena vari spettacoli, dimostrando la propria coscienza. Per esempio, una volta, quando da lui venne una persona troppo legata a idee fisse, ordinò ai giovani servitori di servirgli il tè nudi. Un’altra volta cominciò a lanciare pietre contro il re, i suoi ministri e gli altri accompagnatori. Essi pensarono che a Chokgyur Lingpa «mancasse qualche rotella» e cominciarono a fuggire. Ma quelli che già conoscevano il suo livello elevato, al contrario, ritenevano che fosse una benedizione. Pensavano che fosse una buona cosa se Chokgyur Lingpa li avesse colpiti con una pietra. E poi Chokgyur Lingpa disse che, per coloro che aveva colpito con una pietra, in questa vita sarebbero stati completamente eliminati tutti gli ostacoli, mentre coloro che erano fuggiti non avevano avuto fortuna, perché i loro ostacoli erano rimasti. Era difficile comprendere la logica di Chokgyur Lingpa. Ma egli vedeva che quel momento e il luogo in cui erano giunti erano molto propizi, perciò persino una piccola purificazione del karma liberava dagli ostacoli. Ed essendo un eminente maestro-siddha, utilizzò quel momento per aiutare coloro che si trovavano vicino a lui.

Un caso analogo accadde con un folle in Cristo, che un giorno si avvicinò a una chiesa e cominciò a lanciare pietre contro la sua parte superiore. Lì c’erano dei vetri che, colpiti dalle pietre, iniziarono a rompersi. Tutto questo avveniva alla vigilia di una grande festa, perciò vicino alla chiesa si era radunata una grande folla di persone. Tutti cominciarono a rimproverare quel folle in Cristo, e alcuni volevano persino picchiarlo con dei bastoni. Ma quando uscì il sacerdote principale e parlò con lui, disse che non dovevano colpirlo con i bastoni, perché era un santo eminente. Disse che, in occasione della grande festa cristiana, nella chiesa sotto la cupola si erano radunati molti spiriti maligni. Volevano far crollare una grande colonna, e quel santo li aveva visti e aveva cominciato a scacciarli, lanciando contro di loro pietre e gridando con ira qualcosa. Se non lo avesse fatto, forse le persone avrebbero subito qualche sofferenza. Il sacerdote principale di quella chiesa disse: «La logica di questo santo non ci è accessibile, perché egli dimora in una visione che supera la nostra. Non possiamo giudicare le sue azioni».

La natura divina dell’avadhuta
«Solo gli dèi conoscono la sua santità, agli altri non è dato comprenderla. Distaccato da tutto, privo di desideri, egli vaga dove gli pare, senza aver bisogno di nulla. Trae beatitudine dalla spontaneità del suo spirito. Non è toccato dal dolore, è indifferente alla felicità mondana».
Qui si dice: «Vaga dove gli pare». Che cosa significa? Sembra che viaggi semplicemente in luoghi diversi. In realtà, il vero avadhuta vaga non solo nell’universo fisico, ma anche in altri tempi, in altre dimensioni. Si può dire che vaghi attraverso vari universi alternativi, apparendo ora qui, ora là, grazie al potere della sua coscienza.
Molti ritengono che se una persona vive da vagabondo, non ha un luogo di residenza stabile, allora sia un vero avadhuta. Ma non è così semplice. Anch’io ho vissuto da vagabondo. Ma il vero avadhuta è uno stato molto profondo, che permette di passare nel corpo sottile, nel samadhi, in altri mondi.

Lo stato di unità con Brahman
«Libero dai desideri e dagli attaccamenti, ovunque solitario, in luoghi propizi o sinistri. Tutti i suoi sensi si trovano in inattività. Non si preoccupa della superiorità del proprio comportamento. È privo di sogni, poiché il giorno e la notte per lui sono ormai una cosa sola. Il suo corpo emana un profumo magnifico e risplende come il sole».
Probabilmente capite che questo viene detto di Dattatreya.
«Si mostra raramente in pubblico, ma se le persone riescono a incontrarlo, questa è una felicità indicibile. Vaga sempre da solo, come un bambino, uno spirito o un folle. Osserva sempre il silenzio e medita su Dio. Viene assorbito da Brahman, diventando immortale, dimorando in turiatita. Un tale eremita-avadhuta è completamente assorbito in Dio. Il suo corpo si dissolve, poiché ora egli è uno con la pranava (OM). Così l’avadhuta raggiunge il suo scopo nella vita».


