Creare una personalità yogica: le qualità di un vero discepolo
11.08.2026
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Commenti al testo «Swami Sivananda. Le qualità del discepolo di yoga»
«Le qualità del discepolo di yoga: il discepolo deve avere fede ed essere devoto senza riserve al Guru e a Dio. Deve avere fiducia nell'insegnamento del Guru e nei testi delle scritture yogiche».
L'intera sadhana comincia dalla fede. All'inizio la nostra fede è debole e si fonda su concezioni immature: a volte su un legame karmico, a volte sulla mente, sulla comprensione intellettuale, a volte su idee personali basate su aspetti esteriori. Per esempio, durante una grande assemblea, un discepolo ha visto un maestro, il maestro gli ha fatto una certa impressione ed egli ha creduto in lui. A volte alcuni maestri sanno conquistare la simpatia e risultare piacevoli; oppure il maestro ha sorriso ampiamente, il discepolo si è sentito ispirato e in lui è nata la fede, mentre, se non avesse sorriso, essa non sarebbe nata.
Ma alcuni maestri, per esempio i siddha, non cercavano affatto di piacere ai discepoli. Al contrario, talvolta si comportavano intenzionalmente in modo da distruggere la loro fede superficiale, perché tutto questo è superficiale. Non si può costruire il rapporto con il Guru su simili aspetti esteriori. La fede nel Guru deve essere più profonda, ma, per qualche ragione, all'inizio tutto avviene proprio così, ossia tutte queste cose accadono in superficie. Questa fede è ancora allo stato embrionale, mentre la vera fede, con il passare degli anni, si risveglia più in profondità. Si risveglia quando studiamo le sacre scritture, assimiliamo la visione e la filosofia, applichiamo i metodi, contempliamo e acquisiamo una certa esperienza spirituale. Allora rivalutiamo la nostra visione e il nostro atteggiamento verso il dharma, e in noi si risveglia una fede autentica e più profonda. Non prestiamo attenzione ai dettagli e agli aspetti esteriori. Per noi diventano essenziali lo spirito dell'Insegnamento, lo spirito del samaya, il bhava trasmesso dal Guru, ossia i sottili principi del discepolo. Da questo momento, tutto ciò che è involucro, sovrapposto e superficiale scompare. Imbocchiamo la via diretta e acquisiamo il vero samaya. Non è facile raggiungere neppure questo livello, ma chi vi è giunto è davvero benedetto e possiede un legame di samaya profondo e puro.
Spesso i siddha, desiderando che il discepolo acquisisse un legame di samaya così profondo, lo sottoponevano a prove in vari modi, per distruggere la sua fede superficiale e stimolare quella profonda e autentica, che non dipende da nulla. La fede superficiale è sempre facile da distruggere, subisce diversi mutamenti e dipende da fattori esteriori; la fede autentica e profonda, invece, è uno stato di profonda devozione e dedizione di sé, è il vero samaya. È impossibile distruggerla, ed è proprio da questo livello che comincia il discepolo.
Le tre qualità fondamentali del discepolo di yoga
«Egli deve provare una forte aspirazione allo spirito ed essere distaccato. La fede, l'aspirazione spirituale e il distacco sono le tre qualità importanti del discepolo di yoga».
Dunque, la fede (shraddha), l'aspirazione spirituale, mumuksha, ossia l'aspirazione alla liberazione, e il distacco, vairagya. Il distacco significa che le emozioni e le passioni devono essere sottomesse mediante la consapevolezza osservante, l'autoindagine e lo jnana yoga. Naturalmente, è possibile simulare il distacco, esibendolo per gli altri, in pubblico: «Devo controllarmi, devo essere distaccato per non perdere la mia reputazione sociale, devo mantenere una certa immagine». Ma l'immagine monastica è soltanto qualcosa di esteriore: non si può ingannare sé stessi. Se dentro di te hai simili emozioni, mentre esteriormente mantieni una certa immagine, questo non è ancora distacco. Il vero distacco non può essere in alcun modo modellato o fabbricato. Da dove nasce? Dalla consapevolezza, quando in te nasce questo osservatore interiore e sai di avere sempre una sorta di fortezza che ti proteggerà. Ricorri all'aiuto di un re che ti prenderà sotto la sua protezione; questo re invisibile è l'atma-vichara, la consapevolezza osservante. Questo è il vero distacco: quando, sullo sfondo di qualsiasi energia o situazione, ti rifugi sotto la protezione di questo re e diventi irraggiungibile per le emozioni esterne.
Virtù e qualità fondamentali
«La non violenza, la veridicità e il celibato sono le tre virtù fondamentali. Il discepolo deve essere mite, modesto, umile e magnanimo. Non deve essere mendace, astuto, interessato, ipocrita, rozzo, maleducato, avido ed egoista.
Altruismo e amore cosmico.
In lui deve essere presente lo spirito del servizio disinteressato; deve servire i poveri e i malati. Deve condividere con gli altri tutto ciò che possiede. Deve percepire l’amore cosmico. Deve amare tutti. Il suo amore deve essere onnicomprensivo. Deve svilupparlo e perfezionarlo».
Quanto meno, deve cercare di farlo; vale a dire, quando entriamo nello stato del Dharma, ciò significa che entriamo in una sorta di flusso di trasformazione, che abbiamo preso la decisione, fatto la scelta di cambiare noi stessi, di non rimanere come prima, ma di trasformarci. A volte accade che una persona dimentichi di essere venuta al monastero per cambiare se stessa; il suo ego lo dimentica, la sua mente lo dimentica. Vuole rimanere com’era, conservare lo status quo, alcuni suoi attaccamenti, il sostegno sull’esperienza acquisita e così via. E quando glielo si fa notare, ne rimane sinceramente sorpresa. Ma in realtà è proprio per questo che è venuta: che cosa c’è da stupirsi? Il cambiamento è un processo positivo, se avviene nella giusta direzione. È come per un atleta: se sviluppa i muscoli, il suo corpo deve cambiare, i muscoli devono diventare più forti; sono quindi necessari cambiamenti positivi.
Nel processo dello yoga, i cambiamenti positivi avvengono nel senso che ci distacchiamo da ciò che non siamo: l’ego, gli attaccamenti, i klesha — nulla di tutto questo è ciò che siamo. Quando ce ne distacchiamo, è un bene, non un male. Per esempio, anche se ci dicono: «Distaccati da questo!», noi sentiamo: «Come sarebbe? Mi è sgradevole, mi fa male». In realtà, per lo yoga è invece un bene, è positivo, è un vantaggio.
Calma e purezza
«Deve essere calmo. La Luce Divina nasce soltanto in un’anima serena. In lui non deve esserci violenza. Non deve desiderare nulla e non deve mai mentire. Deve attenersi alla via di mezzo o sentiero mediano.
Purezza e autocontrollo.
Deve osservare il celibato assoluto e condurre una vita ordinata e disciplinata. Deve mantenere la moderazione in ogni cosa. Deve vivere in uno stato di appagamento. Deve possedere un autocontrollo assoluto. Deve disciplinare gradualmente i sensi e mantenerli sotto controllo. Deve parlare con mitezza, affetto e sincerità. Non deve esprimersi in modo rude o volgare».
Esiste il cosiddetto galateo monastico. Il galateo monastico esiste come ambiente educativo, come mezzo per allenare la mente. Nella società, il comune galateo esiste come una sorta di regolatore sociale, come un principio morale da rispettare affinché tutti possano relazionarsi armoniosamente gli uni con gli altri e comprendersi a vicenda; si tratta di determinate regole morali che non hanno una particolare utilità per il Dharma. Ma il galateo monastico non è soltanto un mezzo per favorire una comunicazione armoniosa; è anche un mezzo per allenare la mente. Ciò significa adottare determinati principi, di norma per allenare l’attenzione, la consapevolezza e l’abbandono di sé, allo scopo di cambiare il proprio atteggiamento.
Principi dell’alimentazione e dell’autocontrollo
«Deve rinunciare all’assunzione di sostanze tossiche, all’alcol e al fumo. Deve seguire un’alimentazione vegetariana. Il latte, i prodotti lattiero-caseari e la frutta secca possiedono un elevato valore nutritivo. Gli alimenti di origine animale eccitano le passioni e provocano inquietudine interiore».
Soprattutto nella fase iniziale, bisogna consolidarsi nelle questioni fondamentali dell’autocontrollo. Per esempio, c’era un novizio che non riusciva a osservare alcuni precetti nel monastero. Aveva delle impurità, delle klesha. Al contempo si considerava un praticante di alto livello, nello spirito dell’anuttara tantra, nello stile degli avadhuta, che presumibilmente possiede il «gusto unico» e accetta tutto. Ma dimmi, come puoi possedere il «gusto unico» se non riesci a smettere di fumare? Non capisco. «Gusto unico» significa che puoi fumare oppure non fumare. Puoi fumare sigarette comuni, puoi fumare qualche altra cosa terribile, e puoi fumare tutto con lo stesso gusto, giusto? Puoi persino inalare del fumo velenoso e continuare comunque a sentirti bene: questo è il «gusto unico». Fosgene, iprite: e non morirai, rimarrai perfettamente sano; ecco che cos’è il «gusto unico».
Ma quando non riesci a liberarti da una semplice klesha, dall’attaccamento al fumo, giustificare questo stato di inconsapevolezza con il principio del «gusto unico» è, quanto meno, poco serio. La purezza è purezza quando controlli completamente i desideri. Puoi abbandonare liberamente ciò che va abbandonato. All’inizio bisogna prestare attenzione al fatto che la mente non stia cercando in qualche modo di giustificare ciò che non può essere giustificato, che non stia cercando di inventare una trappola là dove non occorre inventare nulla, ma bisogna semplicemente agire, semplicemente adempiere.
I sensi devono essere tenuti sotto controllo, le klesha devono essere tenute sotto controllo, i prana devono essere purificati, gli attaccamenti devono essere eliminati. Se questo non avviene, è come se ti fossi tuffato in acqua e volessi nuotare, volessi nuotare velocemente, ma avessi un peso di 16 kg legato a una gamba e uno di 24 kg all’altra. Per quanto vigorosamente tu possa nuotare, è inutile, e tutte le tecniche elevate e le iniziazioni sono solo parole vuote. All’inizio del cammino spirituale assumiamo una posizione ferma e intransigente riguardo all’osservanza dei principi yogici e alla purificazione; e anche se qualcosa non riesce, ci lavoriamo, ma non cerchiamo di giustificarlo e non inventiamo nulla nella mente.
Sviluppo delle virtù per il progresso spirituale
«Virtù per conseguire un rapido progresso: deve sapersi adattare facilmente, essere coraggioso, misericordioso, generoso, tollerante, paziente, perseverante, sincero e appagato».
Naturalmente, all’inizio non possediamo sempre fin da subito tutte le qualità migliori; inizialmente queste qualità ci mancano. Per esempio, possono mancare la pazienza, la tolleranza e l’appagamento, ma dobbiamo semplicemente svilupparli: qualsiasi qualità può essere sviluppata. Per esempio, se manca la pazienza, la si può sviluppare. Si può elaborare un piano per sviluppare la pazienza e allenarsi un po’ ogni giorno, finché essa non sarà pienamente sviluppata.
Per esempio, se mi manca la pazienza, prendo una spina e mi pungo per cinque minuti, sopportando per quei cinque minuti; il giorno dopo mi pungo per dieci minuti e quello successivo per quindici. Dopodiché prendo un tappetino di spine o di piccoli chiodi, mi ci siedo sopra e rimango così per quindici minuti, poi per venti minuti, poi per venticinque; infine riesco tranquillamente a rimanervi seduto per cinquanta minuti o per un’ora. Questo è uno dei modi per sviluppare la pazienza: se prima una sola spina suscitava terrore, ora si può rimanere seduti sulle spine per un’ora senza alcun problema; una certa qualità è stata sviluppata.
Anche le altre qualità possono essere sviluppate; l’importante è comprendere che nulla è impossibile, che si può lavorare su ogni cosa e allenare ogni cosa. Se mi manca la volontà, scelgo deliberatamente ciò che non mi piace e lo faccio, costringendomi. Se prima ciò che non mi piace mi portava allo sconforto e alla confusione, ora posso farlo per sedici ore al giorno con grande gioia e concentrazione unidirezionale.
Formazione della personalità yogica
Coloro che comprendono che le qualità possono essere sviluppate dentro di sé possono creare se stessi come personalità yogiche. Ed è molto importante formarsi come personalità yogica durante i primi cinque-dodici anni. In questo periodo poniamo solide fondamenta, creando noi stessi come personalità yogiche. Quando vi sarete formati come personalità yogica, questa personalità yogica potrà fare qualsiasi cosa: compiere miracoli, spostare montagne, tutto sarà in suo potere. Ma se da qualche parte rimarranno delle lacune, se la personalità yogica risulterà in qualche modo immatura o debole, o se le mancherà qualcosa, allora, anche dopo trent'anni di sadhana, continuerà comunque a zoppicare.
Capita che una persona pratichi molto e a lungo, ma che qualcosa sia stato tralasciato, che nella sua personalità yogica vi sia una lacuna, un difetto, qualcosa che non è stato elaborato a sufficienza. È come se mancasse una parte del corpo, un braccio o una gamba. Ma la personalità yogica deve essere formata completamente. Serve pazienza: si sviluppa la pazienza; serve volontà: c'è la volontà; serve umiltà: si sviluppa l'umiltà; serve il controllo dei desideri: tutto questo è presente. In altre parole, è molto importante comprendere che la vita offre sempre un campo di opportunità per allenarsi e che bisogna sfruttarlo. Per esempio, se qualcuno vi rivolge parole cattive, è sciocco offendersi, perché questo è un modo per allenarsi; potete dire: «Su, dimmene ancora, avanti, dimmene altre», mentre in risposta praticate la visione pura: «Bene, avanti, ancora», e voi gli offrite amore. Così agite da yogi, vi allenate. Ma se qualcuno vi rivolge parole cattive e voi gli rispondete allo stesso modo, significa che siete completamente inconsapevoli, siete come il cane Seva. Se si fa il gesto di colpirla, lei mostra i denti, vero? In che cosa sareste allora migliori di Seva? In nulla. Seva non si allena, reagisce in modo condizionato, e neppure voi vi allenate. Se invece lavorate su voi stessi, allora tutto cambia completamente: passate al livello della personalità yogica.
Bisogna sempre capire se in noi è presente o meno il comportamento di Seva, e si possono scoprire molte cose. Se le si mostra il prasad, scodinzola ed è felice. Sono tutte reazioni condizionate. Quando invece lavoriamo su noi stessi ed estirpiamo questo modo di reagire condizionato, questo è tapas: sottraiamo continuamente la mente alle reazioni condizionate e la alleniamo.
Serietà e servizio
«Deve essere serio, attento e diligente. Deve possedere fede, operosità, perseveranza e resistenza».
Qualunque compito intraprendiamo nel monastero, dobbiamo pensare che non si tratta di una questione di prestigio, di orgoglio o di onore personale: è una questione di servizio a Dio. Il servizio a Dio non può essere svolto con negligenza o superficialità; ogni servizio deve essere compiuto degnamente. Non è il monaco responsabile ad affidarcelo, è Dio stesso che ce lo affida; in quel momento Egli si manifesta attraverso il responsabile. Almeno, per il progresso spirituale è meglio pensare sempre così. Allora comprendi che ciò che ti è stato affidato in quel momento deve essere fatto con totale dedizione, responsabilità, attenzione e umiltà. Un simile atteggiamento verso il servizio educa profondamente. Ma se pensi: «È solo un monaco, non mi piace molto e non ho neppure voglia di farlo», allora è meglio non farlo affatto, perché si commette aparadha. Questo è un approccio mondano all'attività, e allora è meglio non fare nulla, perché ne consegue che non servi Dio, e non si capisce chi tu stia servendo, dato che il nostro principio non è il fare, ma il servire. Il principio del servizio è uno stato molto elevato: qualsiasi cosa tu faccia, la fai con dedizione assoluta.
Per esempio, potremmo anche non fare assolutamente nulla: le offerte ci basterebbero per il cibo e potremmo comunque praticare. Ma perché facciamo tutto questo? Perché così educhiamo noi stessi, impariamo a servire Dio e a donarci attraverso ciò che facciamo. Questa è sadhana, una sadhana completa.
Buonumore e stato d'animo positivo
«Deve aspirare ai propri ideali e alla propria meta. Deve essere sempre di buonumore. Il buonumore tonifica e rafforza meravigliosamente la mente».
Che cos’è il buon umore? Nel linguaggio dell’Insegnamento, è la visione pura e l’orgoglio divino. Oggi, persino nel mondo, si presta grandissima attenzione al pensiero positivo. Queste tendenze sono arrivate anche in Russia, mentre in Occidente erano già presenti una ventina d’anni fa. Per noi è molto importante comprendere che un tunnel positivo della realtà, un atteggiamento positivo, non è semplicemente qualcosa di energico e allegro, ma qualcosa di molto più profondo. È la visione pura, lo spirito di devozione, divya-bhava, l’orgoglio divino. È la gioia derivante dal fatto che servi Dio, che mediti su di Lui, che vai verso di Lui, che ti avvicini al centro dell’esistenza. Essa non finisce mai: è la principale positività che scaturisce da tutto ciò.
Tutti gli dèi nelle dimensioni superiori si trovano in un simile stato positivo; sono tutti in uno stato di lieve estasi, a seconda del livello di dhyana. Così come agli esseri umani è proprio un certo tipo di visione, di mentalità, di bhava, lo stesso vale per gli dèi. Gli dèi si distinguono dagli esseri umani perché sono profondamente immersi nel proprio bhava, e il bhava dona loro una grande estasi e un grande entusiasmo.
Per esempio, i cieli della passione corrispondono al primo dhyana. Se nel primo dhyana avete sperimentato beatitudine ed entusiasmo, là questo è uno stato normale. Gli esseri umani devono praticare molto per raggiungerlo, mentre là tutti vivono in esso senza mai uscirne, cioè tale beatitudine è concessa per diritto di nascita. Invece, per esempio, il livello estremamente sottile di chiarezza corrispondente al quarto dhyana è proprio del Mahar-loka.
Determinazione incrollabile e qualità del vira-yogin
«Egli deve possedere discernimento, una determinazione incrollabile e un intento inflessibile. Deve essere perseverante nei suoi propositi».
«Essere perseverante nei propri propositi» significa avanzare senza indietreggiare, senza arrendersi di fronte a maya, all’ego, ai klesha, ai desideri e alle varie difficoltà; significa andare avanti e vincere continuamente. Se abbiamo un carattere debole e una volontà debole, è facile confonderci e turbarci. Ma io penso: che monaco o che monaca è mai uno che può essere portato alle lacrime? Queste sono qualità non sviluppate. Se nel mondo astrale le apparisse una divinità irata, dove finirebbe la sua anima? Le «scenderebbe nei talloni».
Devi guardare persino una divinità irata senza battere ciglio, integrando la presenza come se nulla fosse. Occorre una volontà fortissima, una determinazione e una fede fortissime, e non bisogna spaventarsi di nulla; bisogna avanzare come se fosse del tutto naturale: queste sono le qualità del vira-yogin.
Le qualità del vira-yogin e la distinzione tra i tipi di coscienza
Il vira-yogin può compiere sadhana mondane oppure irate. Possiede una fede fortissima, autosufficienza e una grande volontà. Può svolgere con grande pazienza un lavoro difficile, e il suo cuore non tremerà. Il cuore del pashu trema di paura, trema per la confusione, trema di fronte a qualsiasi cosa, perché è un pashu; il vira invece non trema: percepisce ogni cosa o come una sfida, o come una prova, o come una verifica, e considera tutto una questione d’onore.
Occorre estirpare gradualmente da sé la coscienza del pashu e consolidarsi nella coscienza del vira e del divya. Un discepolo esperto deve distinguersi per l’assenza del pashu nella propria coscienza e per la predominanza della coscienza del vira e del divya.
A volte bisogna mettersi alla prova: «Possiedo la coscienza del vira?». Per esempio, una monaca praticava di notte nel bosco per verificare se si sarebbe spaventata oppure no. A volte bisogna porsi in determinate condizioni per vedere se il proprio cuore trema oppure se si riesce ad andare avanti e a progredire senza alcun problema.
Non bisogna aver paura di assumersi un servizio difficile, di sfidare se stessi, di fissare obiettivi più elevati, di rinunciare a qualcosa per i propri ideali, di correre rischi: questa è la coscienza del vira. Il pashu ha sempre paura di affaticarsi troppo, di perdere le proprie comodità, di rischiare. Il pashu è una persona timida, un «pinguino sciocco». Il vira è colui che non ha paura, colui che è pronto ad avanzare, perché il pashu non conseguirà mai nulla: il pashu ha paura di cambiare luogo di residenza, di trovarsi in qualche situazione insolita, di andare in ritiro e così via. Il vira considera tutto questo del tutto normale.
Regolarità della pratica e qualità dello yogin
«La sua pratica deve essere regolare: la regolarità è la chiave del successo nello yoga. Deve essere calmo, saldo e perseverante. Deve essere coraggioso e cortese. Le sue parole devono essere in armonia con i suoi pensieri e le sue azioni. Deve praticare quotidianamente l’auto-osservazione e l’autoanalisi».
L’auto-osservazione e l’autoanalisi non sono autoriflessione, anche se molti le confondono con essa. L’autoriflessione implica un’introspezione mentale, mentre l’auto-osservazione e l’autoanalisi sono una pratica concreta dello jnana yoga che consente di penetrare sempre più in profondità attraverso il corpo astrale e quello mentale.
L’autoriflessione significa che rimaniamo sul piano della mente, al livello dei pensieri: restiamo sospesi da qualche parte e li esaminiamo da ogni prospettiva, senza però andare in profondità né autoliberarci; pertanto, l’autoriflessione non è molto appropriata per uno yogi. Per esempio, chi pratica l’autoriflessione può tenere un diario in cui scrive: «Oggi mi hanno detto questo, io ho risposto quello e mi sentivo così». Lo annota: questa è riflessione, un modo di rispecchiare se stessi.
Ma arriverà il momento in cui avrà imparato l’autoliberazione e allora strapperà e getterà via tutto questo, perché non avrà più alcuna importanza. Se terrà un diario, sarà un diario della sadhana. Kumbhaka: 30 volte; padmasana: 30 minuti; chandali: 100 cicli. Questo è l’unico diario che può tenere. Tutto il resto dell’autoriflessione non ha più alcuna importanza, perché è stata soppiantata ed è comparsa l’autoindagine. Ora non importa più quali pensieri attraversino la coscienza: tutto ciò è irrilevante; ciò che conta è soltanto l’autoindagine (vichara).
Sradicamento dei vizi e purificazione dell’anima
«Sradicate i vizi. Smettete di sparlare e di vantarvi, liberatevi della pigrizia, scacciate le cattive abitudini».
La pratica della purificazione è sempre legata alla necessità di placare e abbandonare gli stati inferiori dell’anima. Nel mondo degli uomini molte cose sono considerate normali. Ma nel mondo dei praticanti, per esempio, sparlare è qualcosa di cattivo e peccaminoso, qualcosa che tutti coloro che sono al di sopra di te vedono chiaramente. È sbagliato e bisogna liberarsene, così come bisogna liberarsi di altre cose.
L’autoindagine significa scrutare attentamente ogni giorno la propria anima ed esaminarla con cura per verificare che non vi si sia insinuato qualcosa di impuro, cattivo o scorretto e che non siano sorti giudizi bassi e impuri. Se ciò è avvenuto, lo purifichiamo, lo rigettiamo senza pietà, ci pentiamo e pratichiamo il samskara-shuddhi.
La vera samaya comincia quando nella nostra anima tutto è armonioso e puro. Non pensiamo a nessuno in modo scorretto, impuro o cattivo. Chi non lo fa mette a repentaglio e in dubbio la propria vita spirituale, rovinandola con le proprie mani. Dal punto di vista della vita spirituale, tutto ciò costituisce un vizio, e contro i vizi esiste un solo rimedio: purificarli e sradicarli. Non dovrebbe accadere che un praticante abbia trascorso diversi anni in monastero, ma conservi delle impurità profonde senza neppure vederle né ritenere necessario lavorarci sopra; naturalmente, questo è un grave errore.
Quando all’inizio scrutiamo la nostra anima, scopriamo di essere tutti peccatori e che al suo interno vi sono moltissimi giudizi impuri e moltissime immagini impure. A volte questo conduce persino a un profondo sconforto, ma è normale: abbiamo semplicemente cominciato a notare ciò che prima non vedevamo. In superficie pensavamo molto a noi stessi e immaginavamo molte cose, ma il nostro vero stato è dentro di noi. Ciò che dici e pensi in superficie non è importante, è soltanto una facciata; ciò che conta è quello che c’è dentro: il tuo atteggiamento, il tuo modo di pensare, la bhava e le immagini.
Molti santi cadevano spesso in un profondo sconforto: piangevano, singhiozzavano, pregavano e si pentivano davanti a Dio, dicendo: «Sono un peccatore». Non era una posa né ipocrisia: vedevano davvero la propria impurità, perché si confrontavano con la purezza di Dio e dei santi e comprendevano di non essere all’altezza. Ma se non lo si fa costantemente, non si diventa mai veramente santi.
Questo non significa che bisogna sentirsi peccatori e generare nell’anima stati di umiliazione. Forse nella tradizione cristiana si fa così, ma nella nostra no. Si tratta piuttosto di essere intransigenti: vedendo le aree scorrette e impure della mente, bisogna lavorare su di esse senza cadere nello sconforto ed essere spietati nei loro confronti. Condannare un’altra persona è peccato; anche pensare in modo impuro lo è, così come sparlare.
Il metodo della pratipaksha-bhavana
«Il positivo vince il negativo. Al mattino presto meditate per dieci minuti sul coraggio, ripetendo mentalmente: “Om, coraggio”. Quando lavorate o comunicate con le persone, sentite: “Sono coraggioso, divento sempre più coraggioso”. Gradualmente svilupperete il coraggio dentro di voi. Nel processo di meditazione si può sviluppare qualsiasi virtù. Concentratevi sullo sviluppo di due o tre virtù importanti, come ad esempio la veridicità, la misericordia, l’umiltà e il coraggio. Tutte le altre virtù verranno a voi da sole. Non disperate mai, non perdete mai la speranza, siate perseveranti nella pratica e otterrete sicuramente il successo.
Il positivo vince sempre il negativo. Coltivate l’amore e l’odio scomparirà. Coltivate il coraggio e la timidezza scomparirà. Questo è il metodo della pratipaksha-bhavana, la coltivazione di pensieri opposti o di qualità opposte».
Per esempio, se vi manca la chiarezza e vi trovate in un certo stato di vaghezza e ottusità, dovete riflettere sulla saggezza discriminante (viveka) e concentrarvi sull’acquisizione della chiarezza. Se vi è uno stato di mancanza di volontà, di compromesso, bisogna pensare a ciò che ne costituisce l’opposto, per esempio una forte volontà (iccha-shakti), e concentrarsi su di essa. Se manca la capacità di raccogliersi, di affrontare un grande problema in poco tempo e di coglierne l’essenza, bisogna concentrarsi su questa qualità. Grazie alla concentrazione, al coinvolgimento del subconscio e dell’immaginazione, è possibile sviluppare qualsiasi qualità.
La natura della coscienza e lo sviluppo del mondo interiore
«Che cos’è la coscienza? La coscienza è atma-shakti, l’energia dell’“Io” supremo. È proprio nella coscienza che Dio si manifesta come universo. La coscienza è formata da materia sottile. La coscienza è energia sottile. Il prana vibra nella coscienza e nella coscienza nascono i pensieri».
La liberazione avviene grazie alla coscienza; nel corso della pratica produciamo questa sostanza in grande quantità e la sviluppiamo. Il significato della sadhana è il potenziamento e lo sviluppo della coscienza; l’atma-shakti interiore, la magia interiore: ecco che cos’è la coscienza. A volte si dice: “Questa persona ha un ricco mondo interiore, mentre quello di quest’altra non è molto ricco”. Sadhana significa rendere il proprio mondo interiore molto ricco, straordinariamente ricco, così da entrarvi e dissolversi in esso per sempre, perché lì c’è un intero Universo.
Lo yogin che medita e pratica la consapevolezza crea il proprio mondo interiore come un mandala di visione pura. Per esempio, la terra pura di Divya-loka, il corpo illusorio, lo yoga dello spazio, dell’orgoglio divino, lo yoga dei nove sankalpa: tutto questo deve diventare il vostro mondo interiore, affinché possiate viverci liberamente per tutto il tempo necessario.
La consapevolezza si sviluppa quando le prestiamo attenzione praticando il pratyahara, quando ci concentriamo su di essa e pratichiamo il dharana. Quando non dedichiamo troppa attenzione agli oggetti esterni, quando cominciamo a vivere maggiormente nel mondo interiore e lasciamo agli oggetti esterni circa il trenta per cento dell’attenzione, allora diventiamo yogin maturi.
Vi dirò che non vivo poi così intensamente nel mondo esterno, ma vivo per la maggior parte nel mondo interiore. Per me gli eventi esterni non sono importanti quanto quelli interiori. Si svolge una storia interiore; il tunnel personale della realtà diventa più importante del tunnel esterno e collettivo della realtà. Allo stesso modo dovrebbe essere anche per voi: nel mondo interiore a volte praticate l’atma-vichara, a volte la shambhavi-mudra, a volte l’orgoglio divino o il kriya.
Questi sono gli eventi che accadono nella tua vita interiore, e la tua storia interiore si sviluppa così: dalla shambhavi mudra all’orgoglio divino, dall’orgoglio divino allo spazio, dallo spazio al sankalpa «tutto è uno con la mente» e così via. Questi sono i tuoi eventi interiori, mentre gli eventi esterni — ciò che è accaduto, una crisi esterna, un default, chi ha detto cosa — cessano tutti di essere importanti. La storia interiore domina su quella esteriore e la soppianta. Gradualmente, questo diventa la vostra essenza, il che significa che la vostra atma-shakti si sviluppa.
La storia interiore può essere soggetta a voi, sotto il vostro controllo; potete gestirla voi stessi, perché è costituita dalla vostra coscienza. Ma è impossibile governare la storia esteriore nel samsara: essa si muove secondo i karma globali delle persone. Se vi lasciate influenzare fortemente da essa, vi trascina via come il fiume del tempo. Molte persone hanno tentato di governare la storia esteriore: Napoleone, Gengis Khan, Alessandro Magno, ma non ci sono riuscite, neppure compiendo sforzi colossali.
Modificazioni della coscienza e sua purificazione
«Il prana vibra nella coscienza e nella coscienza nascono i pensieri. La coscienza è l’insieme delle impressioni, dei pensieri, delle vasana e delle aspirazioni. Il seme della coscienza è l’ego.
Modificazioni della coscienza.
La coscienza svolge le cinque funzioni dei cinque organi della percezione e della conoscenza, gli jnana-indriya. La coscienza è caratterizzata dai tre guna, o qualità: sattva, rajas e tamas. Lussuria, ira, avidità, gelosia, superbia, inganno, egoismo, simpatia e antipatia: sono tutte onde nella coscienza. L’inquietudine della coscienza svanisce quando scompaiono tutti i desideri. La coscienza si purifica grazie alla pratica del servizio disinteressato, del japa — la ripetizione dei nomi di Dio —, del tapas, dell’ascesi e della disciplina spirituale, della retta condotta, dello yama (autocontrollo) e della meditazione».
La purificazione della coscienza non è legata soltanto ai pensieri, ma anche al corpo sottile. Nella prima fase vengono purificati i pensieri; un praticante abbastanza esperto può controllarli senza difficoltà, tanto che non gli sorge neppure un pensiero impuro né per tre mesi né per sei mesi, ma soltanto pensieri puri o neutrali. Un praticante inesperto può generare continuamente pensieri impuri, per poi pentirsene o persino non accorgersene. Vigilando affinché i pensieri siano sempre puri, si ottiene gradualmente il controllo su di essi.
Ma una purificazione più profonda è legata al corpo astrale, al mondo delle immagini nel subconscio. È proprio il corpo astrale a governare noi e il nostro destino. Ogni persona nel corpo astrale può essere immaginata come una sorta di tunnel della realtà con molte immagini diverse: proprio come in questo mondo vediamo ogni cosa solida e dotata di forma, così anche nel mondo astrale ogni cosa possiede una propria immagine. Anche se pensate a qualcosa soltanto per un certo tempo, creerete un’immagine del genere.
Spesso gli spiriti, nel mondo del bardo, dopo aver lasciato il corpo, vivono nel mondo delle proprie immagini, e ciò che durante la vita sono riusciti a creare con il proprio pensiero li circonda dopo la morte.
Per esempio, un’attrice che amava essere applaudita e ammirata ricreerà continuamente queste situazioni nel mondo astrale e si intratterrà in questo modo. E una persona che amava andare in motocicletta continuerà a guidare una motocicletta astrale anche nel mondo astrale. Ognuno vive circondato da un’aura composta dalle proprie immagini. Il subconscio di chi era fortemente attaccato alla propria casa ne modellerà una, ma sarà una casa astrale, ed egli continuerà a vivere in questa casa, simile a quella in cui viveva durante la vita.
Il subconscio di una persona nel mondo astrale, che si trova nello stato intermedio nel Pitri-loka, modella le situazioni che era solito modellare in questa vita. Colui la cui coscienza modellava immagini colme di rabbia, orrore e paura sarà costantemente circondato da varie immagini demoniache e attirerà esseri e spiriti demoniaci. Chi invece è abituato a generare pensieri luminosi, venerare gli dèi e visualizzare i santi sarà accompagnato anche da loro. La purificazione significa che nel subconscio purifichiamo tutte le immagini errate e impure. Con l’aiuto della visualizzazione, del pentimento e del samskara-shuddhi, sostituiamo queste immagini esclusivamente con immagini del Dharma.
Coscienza pura e impura
«La coscienza colma di sattva è lo shuddha-manas, ossia la mente cosciente pura. La coscienza colma di rajas e tamas è l’ashuddha-manas, ossia la mente cosciente impura. Per preservare la salute psichica sono necessari il rilassamento mentale, il japa recitato in preghiera, la meditazione, il buon umore, il cibo sattvico e lo studio dei testi religiosi».
Il subconscio ci tradisce: per esempio, se non diciamo qualcosa ma la custodiamo nel subconscio, chi è in grado di entrare in contatto con esso la vedrà comunque. Supponiamo che un monaco mediti in ritiro e veda la coscienza di una persona e poi quella di un’altra. Se un’altra persona è adirata o risentita nei suoi confronti, egli lo vede. Ciò si manifesta sotto forma di una qualche immagine o di determinate azioni.
Il corpo astrale è visibile a coloro che sanno vederlo. È possibile entrare in contatto con esso durante la meditazione o nel corso di un sogno. Se l’anima di qualcuno è accigliata nel corpo astrale, quella persona apparirà accigliata. Se invece l’anima di qualcuno è gioiosa, apparirà gioiosa; se l’anima di qualcuno è adirata, apparirà come un’anima adirata. Ciò è visibile non soltanto agli esseri umani: gli spiriti lo vedono ancora meglio, per esempio gli spiriti degli antenati, se desiderano vedere la vostra anima, e anche gli dèi lo vedono con estrema facilità. Per questo è molto importante mantenere sempre la propria anima in uno stato di purezza.
La legge della trasformazione della coscienza
«Ciò a cui pensate è ciò che diventate. La coscienza assume la forma di qualsiasi oggetto verso il quale è diretta. Se pensate a una mela, la vostra coscienza assume la forma di una mela. Se meditate sull’immagine del Signore Gesù, la vostra coscienza assume l’immagine del Signore Gesù. Ciò a cui pensate è ciò che diventate. Questa è una legge psicologica immutabile. Nello stato di veglia la vostra coscienza risiede nel cervello. Nello stato di sonno con sogni, la vostra coscienza dimora nella gola. Nello stato di sonno profondo, la vostra coscienza riposa nel cuore».
Il compito del praticante è acquisire, con il passare degli anni, maggiore esperienza e saggezza spirituale. Essere più esperti spiritualmente non significa conoscere soltanto la filosofia o la contemplazione a un livello superficiale, bensì comprendere in profondità lo stato della propria anima, sul piano astrale, ed essere capaci di indirizzarla nella giusta direzione.
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