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La contemplazione dello stato naturale come via di trasformazione spirituale

18.09.2026
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La contemplazione dello stato naturale come via di trasformazione spirituale

Continuiamo a discutere la pratica della contemplazione della sezione Prajñā-yantra.

Quando ci dedichiamo alla contemplazione, avviene una trasformazione della coscienza. Andare verso l’illuminazione significa trasformare costantemente se stessi in qualcosa di più grande, sviluppando in sé nuove qualità che prima non possedevamo.

Il cammino verso la liberazione consiste precisamente nello sviluppare queste qualità. Più precisamente, non nello svilupparle, ma nel riconoscerle come qualità che ci sono sempre appartenute. All’inizio, naturalmente, sembra che sviluppiamo in noi nuove qualità. Eravamo attaccati e poi ci siamo distaccati, e ci sembra di aver sviluppato in noi il distacco. La nostra mente era vincolata da giudizi fissi, poi abbiamo liberato la mente, acquisito flessibilità e apertura verso tutto. Allora pensiamo: «Sì, mi sono allenato, ho acquisito questo». Ma con il tempo, quando scopriamo la nostra natura originaria, vediamo che queste qualità ci sono sempre appartenute. Sono sempre state presenti dentro di noi, ma si trovavano in uno stato latente. Tutte le qualità superiori sono presenti simultaneamente proprio ora nella nostra coscienza. Pertanto, si può dire che non sviluppiamo le qualità, ma le riconosciamo come qualità che ci sono sempre appartenute.

La trasformazione consiste nel riconoscere ciò che ci appartiene originariamente. Originariamente all’Assoluto appartengono diverse qualità, se così si può dire: inconcepibilità (achintya), infinità (ananta), perfezione spontanea (arya), onnipervadenza (sarvabhava), purezza e immacolatezza originarie (niranjana). Queste qualità vengono evidenziate semplicemente perché nelle diverse scuole è consuetudine meditarvi. Nelle diverse tradizioni vengono messe particolarmente in risalto determinate qualità, sebbene si possa parlare all’infinito delle qualità dell’Assoluto.

Poiché queste qualità appartengono alla Coscienza assoluta, alla Fonte Suprema, appartengono anche a noi. Perché? Perché nella tradizione della laya-yoga non parliamo di un Assoluto separato da noi. Parliamo dell’Assoluto nel contesto della natura della nostra Mente, perché l’Assoluto è la nostra Mente fondamentale nella sua vera talità. E se queste qualità appartengono all’Assoluto, allora appartengono spontaneamente anche a noi.

Quando sentiamo che alla Fonte Suprema, alla Coscienza fondamentale appartengono qualità di portata universale, naturalmente non sentiamo che queste qualità ci appartengano. Ci sembra di doverle sviluppare grazie agli esercizi spirituali. Tuttavia, il processo del loro sviluppo e della loro acquisizione non significa introdurre qualcosa di nuovo, ma eliminare tutto ciò che ostacola la loro manifestazione. Si tratta cioè del riconoscimento di sé, quando scopriamo in noi ciò che esiste ed è sempre esistito. In altre parole, nel processo della pratica spirituale dobbiamo riconoscere noi stessi come l’Assoluto, come una divinità dotata di qualità perfette.

Le fasi della trasformazione spirituale

Il cammino dall’illusione alla realizzazione spirituale

Qual è la logica della trasformazione quando pratichiamo? All’inizio, naturalmente, siamo persone comuni immerse nell’illusione. Poi, quando ci troviamo di fronte alla necessità di rispondere per noi stessi alle domande sul senso e sul valore dell’esistenza, intraprendiamo il cammino spirituale e diventiamo praticanti, cioè sadhu. Quando facciamo chiarezza sul cammino e trasformiamo la nostra pratica in arte e maestria, saliamo di un altro gradino e diventiamo maestri della contemplazione, portatori della linea vivente dei santi. Quando la nostra maestria raggiunge il culmine, acquisiamo i segni della realizzazione e diventiamo yogi che hanno raggiunto la vera santità, cioè persone immerse nella Fonte che non la perdono in nessuna circostanza. Di solito, per raggiungere questi livelli una persona impiega tutta la vita. Tuttavia, dal punto di vista dei siddha, questo è soltanto l’inizio.

Il livello successivo è quello del mahasiddha, possessore di un corpo divino illusorio. A questo stadio lo yogin comincia a trasformare non solo la propria coscienza, ma anche i propri elementi, compreso il corpo fisico. Quando tale trasformazione giunge al termine e gli elementi si dissolvono, lo yogin passa completamente alla visione pura, libera dal karma. Questa realizzazione è chiamata «il grande passaggio» nella tradizione dei maestri, oppure conseguimento del corpo divino arcobaleno (kaya-vyuha), quando tutte le componenti impure del corpo dello yogin, costituite da carne e sangue, si trasformano in luce. Non è metafisica, è realtà. Lo yogin scompare davvero da questo mondo, lasciando capelli, venti unghie e abiti.

C’è questa storia. Un’anziana monaca, durante il suo peregrinare per il Tibet, passò accanto a un villaggio. Si recò da alcuni laici devoti, che spesso le facevano delle offerte, e chiese loro di poter vivere per alcuni giorni nella loro stalla, dicendo di dover svolgere una determinata pratica in ritiro. Essi acconsentirono. Trascorsi alcuni giorni, si preoccuparono, pensando che nessuno le portasse da mangiare. Decisero quindi di andare a vedere come vivesse. Quando entrarono nella stalla, videro che al posto del corpo integro della monaca c’erano soltanto parti del corpo, disposte in angoli diversi. Da queste parti del corpo fluiva una luce arcobaleno, irradiando sottili flussi luminosi. I laici rimasero profondamente sconcertati. Pensarono che si trattasse di qualcosa di non umano e decisero quindi di non interferire. Quando tornarono nella stalla sette giorni dopo, videro che il suo corpo era completamente scomparso e che erano rimasti soltanto i suoi capelli, le unghie e gli abiti. Consideravano quella monaca semplicemente un’anziana analfabeta che seguiva gli insegnamenti, mentre si rivelò essere una praticante di altissima realizzazione, che aveva raggiunto il sarūpa-samādhi.

Ci fu un altro caso analogo. Uno yogin si guadagnava da vivere incidendo segni sacri sulle pietre in cambio di offerte. Ancora in gioventù aveva ricevuto istruzioni dal suo Maestro, ma tutti lo consideravano semplicemente un vecchio eccentrico. Disegnava segni sulle pietre, ricevendo in cambio un po’ di cibo e di vestiario, e per il resto del tempo sedeva tra le montagne e cantava diverse canzoni, il cui significato nessuno comprendeva. Verso la fine della sua vita, però, chiese che, dopo aver lasciato il corpo, non lo si toccasse per sette giorni. Prima della sua dipartita, venne da lui suo figlio e gli disse: «Devi ricordare tutti gli insegnamenti che hai ricevuto». Ma il vecchio si limitò a ridere e gli rispose: «Questi insegnamenti non mi servono più, ho già dimenticato tutto ciò che sapevo. Non me ne preoccupo». Il figlio pensò che il vecchio avesse semplicemente perso la memoria. Ma quando, dopo sette giorni, aprirono il luogo in cui si trovava il suo corpo, videro che di lui erano rimasti soltanto venti unghie, un ciuffo di capelli e gli abiti. Allora tutti gli altri yogin compresero che quel vecchio era un praticante di altissimo livello. Pensarono: «Quanto siamo stati ignoranti, non siamo riusciti a riconoscere un praticante di tale levatura e non abbiamo ricevuto da lui gli insegnamenti. Lo consideravamo una persona ordinaria, mentre era un grandissimo santo».

Questa è la fase del corpo arcobaleno puro. Il santo Ramalinga Swamigal realizzò un livello simile non alla fine della vita, ma durante la vita stessa. Già mentre era in vita, il suo corpo non proiettava ombra, perciò era costretto ad avvolgersi in un lenzuolo. E, all’età di oltre cinquant’anni, semplicemente scomparve in un lampo di fiamma violetta. Questa è la fase culminante della trasformazione nel corpo arcobaleno puro.

Nella fase successiva, lo yogin diventa il possessore di migliaia di corpi e di infinite emanazioni magiche. Diventa una divinità creatrice.

Infine, nella fase successiva, lo yogin, se così lo si può chiamare, si trasforma in una grande divinità che crea interi mondi e universi. È cioè una divinità dotata di corpi divini sotto forma di universi. Dal punto di vista della coscienza umana sembra fantascienza, eppure è così.

E quando elenchiamo tutti questi livelli, si tratta della descrizione della nostra «carriera spirituale», del cammino spirituale che ci attende se pratichiamo con diligenza. Si può dire che colui che dimostra un grande zelo nel servizio salirà i gradini di questa «carriera».

Queste sono le fasi della trasformazione.

La natura della realizzazione autentica

La realizzazione autentica rivela la natura della Mente, non poteri indotti artificialmente

Molti ritengono che lo sviluppo spirituale implichi esperienze e visioni diverse. Tutto questo è certamente interessante, ma la vera trasformazione spirituale implica la scoperta dentro di sé di nuove qualità e la capacità di manifestarle. Grazie a che cosa avviene? Grazie al fatto che lo yogin scopre la natura della propria Mente, che è la fonte di tutte le qualità magiche. Senza scoprire la natura della Mente, è impossibile conseguire il vero risveglio. E anche se lo yogin acquisisce alcuni poteri soprannaturali attraverso mezzi magici, mantra o l’assunzione di vari preparati, ciò non può essere definito una realizzazione autentica.

Esistono due tipi di poteri mistici: kalpita-siddhi e akalpita-siddhi. Le kalpita-siddhi sono poteri soprannaturali ottenuti grazie a qualcosa di artificiale, per esempio: la recitazione di mantra, l’invocazione di determinati esseri e il loro assoggettamento, l’esecuzione di rituali, il contatto con alcuni esseri. Ma tutto questo è considerato qualcosa di artificiale.

Le siddhi akalpita sono siddhi naturali che sorgono come fioritura in seguito alla scoperta, da parte dello yogin, della natura del proprio «Sé». Lo yogin non si preoccupa dei siddhi, si preoccupa di scoprire la propria natura originaria. E questa natura originaria, manifestandosi, si rivela come la fioritura delle sue perfette facoltà soprannaturali (siddhi), in accordo con il suo destino, il suo karma.

Commento al testo «Laya amrita upadesha chintamani»

Iniziamo il testo «Laya amrita upadesha chintamani» («Il nettare liberatore dei preziosi insegnamenti»). È un testo fondamentale sulla pratica della contemplazione.

Disse lo yogin:

Chi comprende direttamente la natura del «Sé» non ha più nulla da comprendere.

Quando il non nato e l’inconcepibile sono conosciuti, non c’è più nulla da conoscere.

Chi è divenuto Coscienza illimitata e infinita, in alto, in basso e ovunque, non ha più nulla da diventare.

Se si riconducesse la radice di tutti gli insegnamenti, l’essenza di tutti i mantra e tantra, l’essenza di tutte le religioni e la si condensasse in un unico insegnamento, questo insegnamento sarebbe il seguente: «Comprendi la natura della tua Mente. Scopri il volto originario prima della nascita. Entra nel tuo stato naturale». Tutto il resto non è che un commento su come rivelare questa stessa natura.

Vagano come nelle tenebre coloro che non hanno scoperto la natura luminosa dell’originario «Sé», diventando ora spiriti affamati a causa dell’attaccamento, ora precipitando negli inferni a causa dell’odio.

Nel corso della reincarnazione, gli esseri viventi vengono trascinati da diversi flussi karmici proiettati dalla loro coscienza.

Nell’insegnamento dell’antarbhava-vidya (l’insegnamento del bardo) si dice che dopo la morte davanti alla persona compaiono cinquantadue divinità pacifiche e quarantotto divinità irate. Queste divinità pacifiche e irate vengono proiettate dal flusso della coscienza dello yogin. E se lo yogin non ne riconosce la natura vacua e le considera qualcosa di separato da lui, esse gli producono un’impressione sconvolgente.

Il processo di reincarnazione e liberazione

La reincarnazione avviene perché la coscienza della persona o dell’essere viene trascinata dai flussi karmici e comincia a dirigersi verso il luogo della nuova nascita, verso una nuova madre, seguendo una qualche visione o luce. Al momento della reincarnazione, lo yogin addestrato nella contemplazione può raggiungere la liberazione, anche se non l’ha raggiunta durante la vita. Poiché la rete vincolante dei venti nei canali e il corpo fisico sono assenti, la sua mente è estremamente mobile, cioè può assumere qualsiasi forma.

Lo yogin che ha praticato con successo la contemplazione può, in questo momento, raggiungere il culmine della propria realizzazione, se fissa la mente in modo unidirezionale sulla contemplazione e sulla natura del «Sé», sulla Chiara Luce, invece di seguire le visioni nello stato intermedio. In tal caso, in quel momento, la sua morte diventerà il culmine, la via verso l’illuminazione autentica e completa, perciò non tornerà più nel samsara. Al contrario, un essere vivente ordinario, che non conosce la natura della Mente e non è addestrato nella contemplazione, sarà confuso dalle diverse visioni pacifiche e irate che si manifestano. La sua coscienza verrà spostata, e perciò dovrà seguire qualche visione, per poi reincarnarsi in uno dei mondi.

La contemplazione della Chiara Luce conduce alla liberazione, non a seguire le visioni

Al momento della morte si decide il destino dell’essere vivente: si può intraprendere nuovamente il cammino del samsara oppure il cammino del nirvana. Il cammino del nirvana inizia quando riconosciamo tutte le visioni come illusioni, come non differenti dalla natura del «Sé», quando entriamo in modo unidirezionale nella contemplazione e auto-liberiamo le visioni, invece di lasciarci incantare da esse e dalle esperienze che sorgono. Il cammino del samsara inizia quando la persona non riconosce le visioni, comincia a considerarle qualcosa di esterno a sé e cade sotto la loro influenza. Proprio da questo fatto (dal riconoscimento, molto sottile, oppure, al contrario, dalla distrazione) dipende la vita successiva della persona: se continuerà a reincarnarsi, se entrerà nelle terre pure oppure se raggiungerà la liberazione completa, unendosi alla Fonte Suprema.

Lo yogin stabile nella contemplazione riuscirà a reincarnarsi nelle terre pure, a proseguire lì la propria pratica e a raggiungere la piena illuminazione in cinquecento anni, per esempio: nelle terre pure dei mahasiddha, nei cieli di Maitreya, nei cieli di Dattatreya, nel mondo di Shiva, nei cieli di Matsyendranath e Gorakshanath. Tuttavia, uno yogin simile deve conoscere bene la natura della propria Mente e raggiungere una certa stabilità nella contemplazione, per non perdere la consapevolezza.

Se durante il sonno con sogni una persona è consapevole di sé e può continuare la contemplazione, meditare sulla Fonte Suprema, ciò garantisce che possa liberarsi nell’ultima fase dello stato intermedio. Se uno yogin è consapevole di sé durante il sonno senza sogni, ciò garantisce che si libererà nei primi momenti dello stato intermedio, subito dopo la morte. Infine, se uno yogin possiede una coscienza completamente continua e ha riconosciuto la Luce Chiara originaria, è già liberato in vita.

La pratica dello stato naturale

Per comprendere lo stato naturale, lascia che il corpo e la mente rimangano rilassati. Rimani naturalmente libero, senza sforzarti nemmeno nel rilassamento. Allora nella mente nasce l’equilibrio, nel cuore la pace, il corpo si muove in modo fluido ed elastico, mentre svaniscono i pensieri futili e l’agitazione.

Quando praticate la contemplazione, concentrandovi sul senso dell’«Io», appare una sottile consapevolezza, un osservatore interiore. Notarlo e cominciare a stabilirsi in questo osservatore interiore è l’inizio della pratica della contemplazione. Gradualmente, la maggior parte della vostra coscienza dovrebbe trasferirsi in questo osservatore interiore, e allora nasce in voi una nuova dimensione della realtà, che comincia a donarvi integrità interiore ed equilibrio. Gradualmente, questa integrità interiore diventa la vostra natura, perciò gli elementi del vostro corpo cominciano ad armonizzarsi e a bilanciarsi.

Il rilassamento e l’osservatore interiore generano equilibrio e armonia nel corpo

Contemplando tutto ciò con cui hai a che fare, uniscilo alla comprensione del vuoto illimitato, dell’«Io» puro, inconcepibile e infinito.

Praticare l’atma-vichara, la concentrazione sul senso dell’«Io», non significa condurre la coscienza all’interno e separarsi dal mondo, dagli oggetti esterni. Significa contemplare e mantenere l’osservatore interiore, unendo il senso dell’«Io» agli oggetti esterni, mescolandolo con essi. Allora l’intero mondo esterno e la nostra coscienza interiore diventano una massa di coscienza omogenea e unitaria.

Quando abbiamo riconosciuto l’osservatore interiore, questo è ancora solo una parte del lavoro. L’altra parte consiste nell’imparare a sostenerlo continuamente. Ma anche quando sosteniamo continuamente lo stato dell’osservatore interiore, la terza parte della pratica spirituale consiste nello sviluppare flessibilità e fusione.

Che cosa significa fondersi? Per esempio, si può guardare un determinato oggetto in modi diversi. Si può semplicemente vederlo come un oggetto, e allora avete una freccia della coscienza rivolta con la sua punta verso l’oggetto, perciò vi dimenticate di voi stessi quando lo guardate. Ma quando praticate il ricordo di voi stessi, questa freccia della coscienza ha due punte. Vale a dire, uno sguardo è rivolto all’oggetto, mentre l’altro è rivolto a voi stessi, al senso dell’«Io». Allora siete nella contemplazione, percependo l’oggetto, ma questo oggetto è ancora separato da voi. Almeno ricordate voi stessi mentre vedete questo oggetto, perciò non vi perdete più negli oggetti, nelle emozioni e nei pensieri, né vi identificate con essi.

A un livello ancora più profondo, contemplate l’«Io» e guardate l’oggetto senza esprimere giudizi, senza valutarlo, senza introdurre conoscenze ed esperienze passate, senza proiettare alcuna aspettativa. Si può dire che lo vedete con gli occhi di un neonato.

Nei tantra si trova questa espressione: «Non pensare, non valutare, non analizzare, non riflettere, non creare proiezioni mentali: rimani nello stato naturale».

Quando contempliamo un oggetto in questo modo, non abbiamo un punto fisso dal quale lo vediamo. E allora le barriere tra soggetto e oggetto cominciano a dissolversi. In quel momento l’oggetto è una parte di noi, e noi siamo una parte dell’oggetto. Allora questo oggetto diventa parte della vostra mente. Questo è più o meno ciò che si può chiamare fusione nella contemplazione.

Errori nella contemplazione

Non congelare la coscienza rendendola insensibile o ottusa, ma non essere nemmeno ipersensibile e delicato.

Contemplando, lascia che la presenza acquisti forza e chiarezza, radicati nelle situazioni e nel camminare, non rimanere sospeso nel Vuoto.

Quando iniziamo a praticare la contemplazione, per esempio concentrandoci sul senso dell’«Io», se ci riesce bene, esiste il pericolo di congelare la coscienza, renderla insensibile, cercando di separarsi dalla realtà e concentrandosi rigidamente all’interno. Tuttavia, questo è un errore che indica una deviazione nella contemplazione. Un altro pericolo è rendere la coscienza troppo vulnerabile e ipersensibile. Ma lo yogin evita gli estremi, cercando di radicarsi nella contemplazione in modo tale da essere al contempo aperto al mondo e protetto da esso. Per questo qui si dice: «Non rimanere sospeso nel vuoto».

Esiste anche un terzo errore, quando lo yogin cerca di dirigere la propria mente verso il non manifestato, ma si aggrappa troppo a esso, negando completamente pensieri, sentimenti e oggetti esterni. Certamente, quando contempliamo, la mente deve stabilirsi nel non manifestato, in uno stato oltre il pensiero, al di là dei concetti. Ma questo non significa smettere di pensare. Pensieri e sentimenti possono sorgere, tuttavia la coscienza si trova in un punto al di là dei pensieri e dei sentimenti, e grazie a ciò essi si auto-liberano non appena sorgono. Che cosa significa «si auto-liberano»? Scompaiono nel momento stesso in cui toccano quel punto della coscienza in cui ci troviamo durante la contemplazione corretta.

La contemplazione stabile unisce il sostegno interiore all’apertura verso il mondo

Comprendi: essere rilassati non significa abbandonarsi all’inazione o all’ozio.

Quando molti sentono parlare della pratica della contemplazione naturale, del rilassamento e del non-agire, possono pensare: «Oh, questo fa per me. Sono pigro, quindi il non-agire fa proprio al caso mio».

Tuttavia, il non-agire di cui si parla non implica l’inerzia della coscienza. Non-agire significa stabilire la propria mente in un punto in cui è impossibile compiere qualsiasi azione, in cui l’azione e il soggetto che compie uno sforzo non possono esistere. Le azioni possono essere compiute, ma vengono compiute proprio da questo punto. In altre parole, devono essere svolte innumerevoli pratiche, può esserci una diversa attività, ma questa attività proviene sempre da quel punto in cui non vi è alcuna azione. In tal modo lo yogin dimora nel non-agire anche quando fa qualcosa. Non è attaccato ai risultati, agisce spontaneamente, senza motivazioni egoistiche. Non vi è discriminazione, né appoggio su un’esperienza già formata. È come se facesse senza fare, parlasse senza parlare, pensasse senza pensare, perché agisce non dagli strati grossolani della mente concettuale (manas), ma dalla sottile coscienza intuitiva (buddhi).

Intraprendere il cammino del non-agire non significa rinunciare alle azioni o alla pratica. Essere nella naturalezza non significa dimorare nella pigrizia e nell’ottusità.

Essere spontanei non significa comportarsi come un buffone o un pazzo. Che ogni azione venga compiuta con attenzione e che la pratica prosegua.

Quando intraprendiamo il cammino spirituale dell’insegnamento dell’anuttara-tantra, vi sono molte azioni che dobbiamo compiere. Se non le compiamo, non potremo purificare i nostri canali né eliminare le oscurazioni della mente. Si dice che la nostra natura originaria non debba realmente essere corretta, né che vi si debbano apportare modifiche, poiché è già perfetta. Ma se non correggiamo la mente condizionata, il successo sul cammino spirituale sarà impossibile. Perciò pratichiamo diverse pratiche spirituali, quando è necessario correggere qualcosa in noi. Se occorre purificare i canali, purifichiamo i canali; se occorre praticare la concentrazione, ci dedichiamo a essa. Tuttavia, la nostra coscienza di base si trova sempre al di là dell’azione, cioè in quel punto in cui non vi è agire. Se comprendiamo questo principio e lo seguiamo, si dice che ci troviamo nella contemplazione corretta.

La pratica purifica la mente condizionata, mantenendo invariata la coscienza di base

La scoperta della natura originaria

Dimorando nella contemplazione, lo yogin scopra la propria natura originaria come qualcosa che si estende in tutte le direzioni senza ostacoli, simile allo spazio cosmico, come uno spazio interiore privo di confini e di centro, come una sfera simile al cielo senza nuvole.

Chiara, luminosa come la fiamma di un fuoco, incrollabile come un elefante, onnipotente come un dio, signore di migliaia di universi, maestosa come migliaia di dèi, vasta come l’universo infinito.

Dimorando in tale contemplazione, lo yogin rimanga non distratto e costantemente attento; eviti le distrazioni, i piaceri, gli svaghi e la mondanità, mediti da seduto e in piedi, viva semplicemente e coltivi la propria forza giorno dopo giorno, anno dopo anno.

Quando il discepolo riceve la trasmissione, di solito gli vengono date istruzioni di questo tipo: «Ora devi lavorare con questo metodo, mantenendolo di secondo in secondo, di minuto in minuto, di giorno in giorno, di settimana in settimana, di mese in mese e di anno in anno, finché non raggiungerai la piena realizzazione».

Il santo Neem Karoli Baba diceva: «Un santo è colui che dirige continuamente la propria mente verso l’Altissimo. Non appena si distrae, della sua santità non rimane più nulla».

È così perché la vera santità scaturisce dall’orientamento della coscienza verso la Base originaria, verso la Fonte Suprema.

La pratica spontanea e l’unità di vacuità e beatitudine

Quando la contemplazione avrà acquisito forza e potrà muovere il vento, tale yogin accolga tutto ciò che incontra sul cammino come pratica e permetta a ogni cosa di liberarsi nella presenza vacua, collocando la shakti nel manas e il manas nella shakti. Non esiste segreto più grande di questa contemplazione!

Quando lo yogin si è stabilizzato e dimora continuamente in connessione con la Fonte Suprema, può agire in modo più spontaneo. La sua contemplazione è ininterrotta e si dice che possa trasformare qualsiasi situazione in un’occasione di pratica.

Ciò significa che ogni situazione è adatta alla pratica spirituale. Che stiate preparando il cibo in cucina, conversando, facendo acquisti, camminando o viaggiando sui mezzi di trasporto, è proprio quello il luogo in cui potete svolgere la vostra pratica completa, perché la Mente originaria non è limitata da nulla e può essere unita a tutte le situazioni quotidiane.

Il Maestro è colui che può unire la propria coscienza originaria alle situazioni quotidiane. Ma acquisire il controllo della coscienza è solo l’inizio. In seguito lo yogin comincia gradualmente a controllare anche la propria energia. A tal fine impara a collocare la propria consapevolezza nei diversi centri all’interno del corpo sottile. Di conseguenza, si attivano le sottili gocce essenziali e gli elementi nel suo corpo iniziano a fondersi e dissolversi, mentre i venti cominciano a entrare nel canale centrale. In questo momento si sperimenta la beatitudine, e a ogni punto del corpo corrisponde una forma specifica di beatitudine; ciò dipende da quali venti entreranno nel canale centrale. In seguito lo yogin lavora sull’unità della vacuità e di questa beatitudine, che sorge come risultato della fusione delle gocce essenziali. L’unione della presenza contemplativa vacua con la beatitudine è uno dei segreti, il vertice dell’arte dei maestri. Tale unione permette di condurre i prana nel canale centrale, dissolvere in breve tempo tutti i karma e dischiudere i livelli più sottili della Chiara Luce nel flusso della coscienza. A questo scopo esistono le pratiche della sezione shakti-yantra, alcune delle quali ricevete come trasmissione, nonché una sadhana di livello superiore: nada-yoga e jyoti-yoga.

La presenza contemplativa si unisce alla vita quotidiana e al flusso interiore dell’energia

Forse la lezione è risultata un po’ complessa, ma questo è l’approccio: se si spinge subito l’allievo in acqua, imparerà a nuotare da solo.

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