Commento al testo «Yoga Vasistha. Capitolo 5. Sulla conclusione»
In verità, tutto questo è la coscienza suprema. Tuttavia, così come le onde si sollevano nell'oceano, allo stesso modo la molteplicità chiamata universo appare nella mente. Qua e là l'essenza si manifesta come attiva, mentre altrove rimane in uno stato passivo. Le sostanze simili alla pietra sono immobili, mentre gli esseri umani sono attivi. L'esistenza onnipotente presente in ogni cosa sostiene il concetto di ignoranza e perciò rimane come se fosse ignorante.
O santo, com'è accaduto che i concetti e le categorie siano diventati così universalmente accettati? Ti prego, spiegamelo!
Rama domanda: qual è la causa di questo condizionamento, di questa illusione? Le filosofie dello yoga e del Samkhya prendono in esame due principi fondamentali: prakriti e purusha. Purusha è la pura coscienza, prakriti è la forza della natura, la materia inerte. La filosofia dell'Advaita si spinge oltre e afferma che questa distinzione non è importante: tutto è l'Assoluto, tutto è Brahman (sia prakriti sia purusha). Non si può dire che una filosofia sia corretta e l'altra errata: ciascuna descrive la realtà a modo proprio e ciascuna ha ragione a modo proprio.
La filosofia del Samkhya, su cui si fonda lo yoga, è inclusa nella filosofia dell'Advaita. L'Advaita descrive la visione della realtà nella sua essenza più pura, così com'è, mentre purusha e prakriti costituiscono una descrizione propria del Samkhya, che spiega come la realtà si manifesta nel relativo.
L'origine dei tattva e la manifestazione del mondo

L'ignoranza ha la stessa natura del risveglio: entrambi hanno la medesima radice. L'ignoranza stessa è l'energia primordiale; l'intero samsara è costituito dall'ignoranza: è la grande mahamaya (la grande illusione). Dallo spazio del vuoto non duale sorse la vibrazione primordiale (spanda), chiamata anche shakti chit-rupini. Questa vibrazione generò onde nella coscienza: adya-shakti, anadya-shakti (le onde più sottili nello spazio del vuoto). In seguito cominciarono ad apparire onde più grossolane ed ebbe inizio la separazione tra prakriti e purusha.
Purusha è sempre silenzioso, inattivo, vuoto, quieto, privo di qualsiasi concetto, non legato a nulla e non identificato con nulla.
Prakriti è la forza primordiale che cominciò a vibrare e a generare i tattva. Inizialmente si manifestò come pura coscienza, ma poi, continuando a vibrare, generò l'elemento dello spazio. Sorse una sorta di comprensione secondo cui la coscienza occupava un volume: così apparve akasha-tattva. Poi, nell'akasha-tattva, iniziò un'oscillazione, un movimento che portò a una distribuzione disomogenea delle particelle. Così apparve vayu: l'energia del vento, l'elemento dell'aria. Quando l'elemento dell'aria continuò a muoversi, in alcuni punti le sue particelle cominciarono a muoversi con particolare intensità e a produrre calore; queste regioni iniziarono a separarsi e a condensarsi: così apparve agni (agni-tattva, l'elemento del fuoco). Quando le sottili particelle del fuoco cominciarono a rallentare il proprio movimento, passando a uno stato più denso e condensandosi, cessarono di essere fuoco e divennero l'elemento dell'acqua (apas-tattva, jala). Infine, quando nella regione dell'acqua alcune particelle divennero dense e inerti, si formò l'elemento della terra.

Tutti i grandi elementi (mahabhuta) si formarono dalla componente tamasica di prakriti.
Dalla componente rajasica di prakriti si formarono i cinque prana presenti nel nostro corpo, nonché gli organi d'azione (karma-indriya).
Dalla componente sattvica di prakriti si formò l'antahkarana, il nostro strumento interiore (chitta, manas, buddhi, ahamkara), costituito dagli elementi più sottili.
Pertanto, questo mondo è costituito dalle diverse forme di prakriti (energia materiale): le componenti sattviche, rajasiche e tamasiche si manifestano come questo mondo. Purusha, la coscienza primordiale, è libero da tutto ciò e non prende parte a nulla di tutto questo. Questo mondo, costituito da prakriti, è formato da diverse forme di ignoranza.
I tre guna e i mondi dell'esistenza
Nelle dimensioni paradisiache predomina sattva. Sono mondi del pensiero, mondi magici e mentali; vi dimorano gli dèi e i siddha. La loro realtà è governata dalla volontà, perché lì non esistono elementi grossolani: i corpi sono costituiti di luce e gli stessi mondi sono composti di luce e di prana sottile. Rajas e tamas vi sono presenti solo in minima parte. Molti — musulmani e cristiani — desiderano rinascere nelle dimensioni paradisiache al termine di questa vita. Si tratta proprio di questi mondi: sattva puro, nessuna energia grossolana, nessun tamas, nessun rajas, nessun prana grossolano; i corpi sono costituiti dall’elemento vento, talvolta dall’elemento fuoco e dalla coscienza.
Nel nostro mondo vi sono abbastanza rajas e tamas, mentre sattva è represso; perciò il mondo non è governato dalla forza del pensiero: non è un mondo magico, bensì materiale. Qui i tattva sono difficili da controllare con la forza della mente. Il mondo del corpo grossolano crea una cultura corrispondente.
Esistono anche mondi ancora più densi, nei quali predomina tamas e non vi è neppure un’attività della mente e del movimento pari a quella presente qui: mondi molto viscosi, densi e inerti.

Il cammino della purificazione e la sadhana
Il nostro compito in questa vita è purificarci, per quanto possibile, da tamas e rajas, accrescere sattva, affinare la nostra coscienza, liberarla da tutti gli attaccamenti, da tutti i klesha, da tutte le forze dense e dai vincoli che ci trattengono come catene. Poi, usando sattva come trampolino o cosmodromo, compiere uno slancio verso la purissima coscienza infinita. Questo è il cammino tradizionale della sadhana vedica e della cultura vedica: purificarsi, diventare sufficientemente sattvici, come gli abitanti celesti, e poi compiere il passaggio da sattva al trascendente.
Esistono alcune correnti estreme secondo le quali non è necessario purificarsi e coltivare sattva, e anche rajas e tamas possono essere usati come un cosmodromo per il salto nel trascendente. Ma tutti i saggi sadhu considerano questa idea con grande scetticismo, poiché rajas e tamas sono energie difficili da controllare. Se sei sotto il dominio di queste energie, come puoi usarle per compiere il salto? Sono loro a usare te. Soltanto una persona molto forte, saggia e illuminata può usarle. Chi non è risvegliato non ha alcuna possibilità, perché l’uso dei tattva presuppone il loro pieno controllo in uno stato di fluidità e armonia. Questo è chiamato samyama (equilibrio).
Per esempio, avete un’automobile e dovete arrivare a Mosca. Ma, oltre all’automobile, avete un toro selvaggio e un gatto pigro. Con quale mezzo arriverete più velocemente? È evidente. Il toro è selvaggio e difficile da governare: invece di arrivare a Mosca potreste semplicemente cadere dalla sua groppa. Il gatto è pigro, non vuole andare da nessuna parte e ancor meno vuole trasportarvi. Il gatto è tamas, il toro è rajas, mentre l’automobile, o il cavallo, è simile a sattva.
Purificare non significa non usare. Nel corpo sono presenti tutte le energie, e hanno il diritto di esistere. La questione è piuttosto che devono essere completamente purificate, rese luminose e risvegliate, facendo leva sulla parte più sattvica: affinché tamas sia sotto controllo e rajas non interferisca, ma agisca soltanto quando è necessario, per esempio quando il prana deve muoversi. E, usando sattva, creare per sé un corpo divino e compiere il salto nella coscienza trascendente. Questa vita è destinata a questo: l’essere umano deve diventare divino, e questa divinità è celata dentro di lui.

Il karma e la visione karmica
Quando percorriamo il cammino del divino, è come andare controcorrente, perché il nostro karma si ribella, insorge e vuole continuare come prima. Perciò questo è chiamato tapasya, ascesi: è infatti molto più semplice seguire il richiamo del karma e assecondarlo. Quando una persona segue il richiamo del karma, prova gioia e piacere, ma si tratta di una gioia di ordine inferiore. I suoi chakra inferiori sono appagati, mentre quelli superiori sono chiusi. Sente che, apparentemente, va tutto bene, ma che qualcosa non torna: il corpo è soddisfatto, ma l’anima no.
Quando le persone amano il corpo l'una dell'altra, amano la personalità l'una dell'altra, amano le cose materiali, utilizzano i chakra inferiori, i loro prana si muovono ed esse gioiscono. La prakriti agisce in loro, la natura le spinge ad avere figli, a sposarsi, a innamorarsi, a fare shopping, a fare carriera. Sono spinte dalla prakriti condizionata dal karma, ma la loro essenza non è risvegliata, la loro anima non è appagata. Nonostante la loro energia si muova, non ne sono veramente felici, perché questo non è uno stato di integrità, non è uno stato di ananda divina, non è uno stato di raffinata apertura e grandezza divina.
Allora l'essere umano, intraprendendo il sentiero del sadhu, rinuncia ad assecondare la prakriti, non segue il richiamo del karma e cerca dentro di sé il purusha, lo spirito divino, intraprendendo il cammino dell'autodisciplina, della tapasya e del controllo dei desideri.
In base al karma, ognuno ha i propri desideri, condizionati dalle nascite passate:

Chi nella vita passata ha vissuto nei mondi asurici tende alla rivalità e alla sfida: «O sono io a sfidare gli altri, oppure sono gli altri a sfidare me». Questa è la coscienza degli asura.
Chi nelle vite passate è stato un essere umano ruota attorno a ciò che è umano: attaccamento, amore, separazione, sentimentalismo, felicità umana: questo è il mondo degli esseri umani.
Chi ha vissuto nello Svarga-loka (era una divinità nelle dimensioni paradisiache) porta in sé le qualità dell'orgoglio, dell'arroganza, della pseudo-soddisfazione di sé e del narcisismo: «Quanto sono bravo, sto così bene, ma non ho bisogno di nulla».
Chi possiede il karma dei preta è sempre insoddisfatto, vive sempre con la mano tesa; non ha mai abbastanza amore, energia, denaro o spazio abitativo: nulla gli basta. Anche se gli si dà qualcosa, troverà il modo di rovinarla e di non esserne soddisfatto.
Le anime provenienti dal mondo animale sono molto felici di ricevere questo corpo. Per loro è una fonte inesauribile di piaceri. Vivono attraverso il muladhara chakra e lo svadhisthana chakra. Lo scopo della loro vita è ottenere quanti più piaceri possibile, mettersi al sicuro e sopravvivere. Questa è la vita più primitiva.
Una persona proveniente dalle dimensioni infernali e portatrice del relativo karma avrà molte paure, malattie e problemi, perché il suo corpo sottile ricorda tutto questo.
Ma la preziosa nascita umana significa che possiamo prendere tutto questo sotto controllo e purificarlo mediante l'autodisciplina. Possiamo modificare il rapporto tra i tattva: rafforzare il sattva, purificare il tamas, sottomettere il rajas. Possiamo divenire simili alla coscienza degli esseri celesti per bhava e purezza mentale, per poi aprire la coscienza trascendentale non duale.
La coscienza individuale e la trappola della personalità
«Così l'infinito si riveste degli abiti dell'ignoranza; ciò viene chiamato coscienza individuale, simile a un elefante attirato nella trappola del mondo apparente».
La coscienza individuale, il nostro ego, che ci fa percepire come individui in questa incarnazione, la nostra personalità, è come una trappola in cui è caduto un elefante, un animale possente. L'infinito diventa finito, l'Assoluto diventa una personalità e viene ridotto al corpo.
Già oggi gli psicologi affermano che una persona non è necessariamente una sola personalità: in determinate circostanze possono emergere degli alter ego. Esiste persino una diagnosi specifica: personalità multipla.
Prendiamo, ad esempio, una donna. In una delle sue identità è una casalinga laboriosa, madre dei suoi figli; in un'altra è un'abitante dell'Africa che sa cacciare; in una terza identità si sente un uomo, beve birra e impreca come un uomo. Questa personalità emerge solo occasionalmente, in determinate circostanze. Ciò è classificato come una malattia e i medici si domandano perplessi: «Da dove vengono queste personalità?». Sono alter ego che affiorano dal subconscio. Lei si identifica maggiormente con una personalità, ma anche gli altri alter ego hanno acquisito forza e, in qualche modo, si immerge nel subconscio per poi riemergere come un'altra personalità.
La coscienza di ogni persona è strutturata in modo simile. Chi non controlla questo processo e non è legato a un'unica personalità stabile viene considerato malato. Ma in realtà nessuna personalità è importante, nessuna personalità esiste di per sé.
Dentro di noi esiste una coscienza profonda originaria, libera da ogni personalità. Gli yogi non cercano la via di una personalità forte e integra: cercano la via della libertà da qualsiasi personalità. Cercano la libertà di plasmare qualsiasi personalità (qualora fosse necessario) e di dissolverla, di non dipendere da alcuna personalità, perché la personalità è un insieme di determinate qualità ed è una limitazione, se ci identifichiamo con essa. È molto meglio poter gestire autonomamente le impostazioni di questa personalità e definire i parametri di qualsiasi qualità.
Antahkarana: lo strumento interiore e la sua dissoluzione
«Lo si chiama anima perché è vivo. A causa della concezione egoistica, lo si chiama ego. Poiché distingue e determina, lo si chiama buddhi (intelletto), ossia facoltà discriminante. Per la sua capacità di creare concetti e percezioni, lo si chiama mente. Poiché è naturale, lo si chiama natura».

La mente crea concetti e percezioni. L’ego genera il senso della personalità, l’ahamkara. Il buddhi confronta e determina a un livello sottile. Tutto questo, insieme alla memoria, costituisce il nostro strumento interiore: l’antahkarana. Dobbiamo comprendere a fondo questo strumento interiore. È il nostro software e dobbiamo capire come funziona tutto questo e dove si trova il sistema che lo controlla.
La chiave per liberarci da questo strumento si trova al di sopra della mente, al di sopra della memoria, al di sopra dell’ego e persino al di sopra del buddhi. È la coscienza pura da cui tutto questo ha origine. Dobbiamo scoprire questa coscienza pura per elevarci al di sopra dello strumento interiore e dissolverlo. Nello Laya Yoga tale processo è chiamato antahkarana laya chintana: la dissoluzione dello strumento interiore, l’antahkarana.
Dobbiamo scoprire dentro di noi la coscienza divina immortale e dissolvere la nostra memoria (chitta): prendere tutte le registrazioni interiori, i file della nostra memoria, e gettarli nel fuoco, dissolverli affinché non ci vincolino più, lasciandoli soltanto come tracce sottili che non suscitano attaccamento. Prendere il nostro ego e immergerlo nella luce della coscienza pura, dissolverlo, affinché l’idea di essere incatenati alla nostra piccola personalità con i suoi attaccamenti non ci vincoli più. Prendere la mente concettuale, il sistema operativo, e immergerla anch’essa nella luce di questo spazio e dissolverla, affinché poi riemerga, ma noi la utilizziamo soltanto in uno stato di completa libertà.
Quando dissolviamo questi strumenti, come se li immergessimo in una soluzione di pura coscienza immortale, essi subiscono una trasmutazione alchemica:

La mente (manas) cessa di essere una mente rigida; le sue valutazioni e i suoi concetti non ci vincolano più.
L’ego cessa di essere la personalità con cui ci identifichiamo e diventa uno strumento.
Il buddhi diventa il veicolo più puro della volontà divina.
La memoria diventa un insieme di tracce, informazioni con cui non ci identifichiamo.
Tutto questo si fonde in un’unica entità e diventa il nostro strumento, la nostra funzione, ciò che viene chiamato shuddha sattva svarupa (la forma più pura dell’Io originario).
Questo shuddha sattva svarupa è direttamente connesso alla divinità dell’Atman, alla presenza dello spazio puro, e può manifestarsi come corpo illusorio di luce, come corpo fisico illusorio, come emanazioni di corpi magici nei mondi densi e sottili, come spazio, in qualsiasi modo. In esso non vi sono più tamas, rajas o tattva grossolani. Questa è la trasmutazione lungo il sentiero dell’Insegnamento dello Laya Yoga.
Ciò che fonde questi tattva e questo strumento interiore è la coscienza divina e la grazia dell’anugraha-shakti della coscienza divina. Noi, in quanto personalità, non siamo in grado di dissolvere e fondere tutto questo. I processi dell’antahkarana laya chintana non sono compiuti dal nostro ego purificato né dalla nostra mente purificata e concentrata: sono compiuti dalla forza divina alla quale ci apriamo nel processo di contemplazione e di abbandono di sé.
I modelli della realtà e i loro limiti
«Esso stesso è conosciuto come corpo perché muta. È chiamato coscienza perché la sua essenza è la coscienza. La coscienza suprema — l’unica verità — si trova direttamente tra l’inerte e il cosciente. Essa sola crea la molteplicità ed è conosciuta con nomi diversi. Ma tutte le divisioni e le categorie sono state inventate da persone dalla mente distorta per trarre piacere dalle dispute e confondere gli ignoranti».
Modelli, classificazioni, concetti e categorie sono soltanto modelli mentali della realtà. Ma il modello non è la realtà, è semplicemente un modello. La mappa non è il territorio, è soltanto una mappa. Dobbiamo comprendere che i modelli hanno un ambito di applicazione limitato. Possiamo servirci di un modello, ma non dovremmo mai ritenere che il modello sia la realtà.

Per esempio, i quattordici mondi dell’universo vedico sono un modello, non l’universo stesso; l’universo è molto più complesso e non può essere descritto dalla mente logica. Esiste il modello secondo cui Brahman è Sat-Chit-Ananda, ma è un modello di pensiero, una descrizione della mente quando riflette sull’Assoluto; non è però l’Assoluto stesso.
La percezione come modello della realtà
Per comprendere l’Assoluto stesso, dobbiamo andare liberamente oltre i limiti del modello mentale e conoscerlo direttamente, immediatamente, al di là della mente. Persino l’universo che vediamo non è altro che un modello della realtà percepito attraverso gli organi di senso. Non è il vero universo in sé, perché tutto ciò che vediamo nell’universo è semplicemente costituito dai dati dei cinque organi di senso; è un segnale elaborato dal cervello.
Non vediamo questa sala, bensì percepiamo un’immagine che si forma nelle reti neurali del nostro cervello grazie agli occhi, alle orecchie, alla percezione cutanea e a tutti e cinque gli organi di senso. I cinque organi di senso (jnana-indriya) trasmettono un impulso, un certo segnale; le reti neurali elaborano questo segnale e ne presentano un’immagine. Dal cervello essa viene inviata al corpo sottile, che riceve il segnale: «Sì, qui c’è qualcosa di simile a una sala». Ma se avessimo gli organi percettivi di un serpente — i suoi jnana-indriya — l’immagine sarebbe diversa. Il serpente, per esempio, vede nella luce infrarossa, il suo udito è strutturato diversamente e percepisce il mondo in una gamma differente. E il serpente non vedrebbe affatto questa sala come una sala. Vedrebbe il mondo a modo suo.
Si può dire che, in un certo senso, gli jnana-indriya creano a modo loro l’universo di ciascun essere. Gli jnana-indriya del serpente creano l’universo a modo loro, quelli dell’essere umano a modo loro, quelli dell’animale a modo loro e quelli della divinità a modo loro. Ma com’è realmente l’universo? Ognuno guarderà questa sala a modo suo. E Vasistha dirà: «In realtà non esiste alcun universo separato da voi. Siete voi a crearlo: non appena distogliete lo sguardo, esso scompare».
L’osservatore e la fisica quantistica

Persino gli scienziati impegnati nella ricerca di fisica quantistica sono giunti a conclusioni così paradossali. C’è un articolo di uno scienziato intitolato «La luna scompare quando non la guardiamo?». Egli sviluppa una teoria di psicologia quantistica e vi vengono menzionati Pribram, Bell, David Deutsch, Amigo Swami e Robert Wilson. Tutto questo ebbe inizio già negli anni Venti del secolo scorso, ma nessuno ne era a conoscenza. I fisici arrivarono a queste conclusioni, ma ne furono talmente sconvolti che per molto tempo non riuscirono nemmeno ad abituarsi all’idea. Tutto ebbe inizio con la teoria di Einstein, quando Einstein disse: «Sì, se accettiamo la teoria secondo cui l’osservatore modifica l’universo, allora un topo può distruggere l’universo semplicemente guardandolo». Poi rifletté: «Ma come può essere? L’universo non si distrugge, bisogna continuare a cercare».
L’universo esiste proprio perché noi esistiamo e lo percepiamo attraverso i cinque organi di senso. Quando non lo percepiamo, si dissolve nel vuoto: non esiste al di fuori della nostra percezione.
Dove va a finire questa sala quando ce ne andiamo? Qualcuno potrebbe dire: «Dove mai dovrebbe andare? Rimarrà qui, così com’è». In realtà, quando questa sala scompare dal campo dei nostri jnana-indriya, si ritira nel non manifestato, nel vuoto; non esiste realmente. Qualcuno potrebbe dire: «Come può non esistere? Se verrò qui, la troverò ancora in piedi: tutte le pietre, tutte le colonne e il tetto saranno al loro posto». A questo bisogna rispondere: «No, sei arrivato tu e i tuoi indriya l’hanno creata. Non esisteva finché non c’era nessuno. Anche se arriva una sola persona, creerà questa sala. Perché la sala esista, sono necessari i tuoi indriya. Finché non ci sei tu come soggetto e non ci sono i tuoi indriya, non c’è neppure la sala. Non ci hai mai pensato?» Allora una persona scaltra potrebbe obiettare: «Ma se non c’è nessuno e installiamo una videocamera, la videocamera registrerà che la sala è al suo posto e noi potremo guardare le registrazioni». Si può rispondere così: in realtà, questo complica soltanto un poco la questione. Per guardare la registrazione della videocamera è necessaria una persona, un soggetto, un osservatore, e sono nuovamente necessari gli indriya. Creiamo soltanto un ulteriore meccanismo di trasmissione, ma gli indriya devono comunque creare la videocamera. Senza di te come soggetto, senza gli indriya, non ci sarà neppure la videocamera, perché anch’essa si dissolve nel non manifestato non appena l’ultima persona lascia la sala.
Siamo convinti che la realtà esista indipendentemente da noi, e questa è una convinzione molto forte e profonda, chiamata eternalismo. Tuttavia, sia la filosofia di Vasishtha sia gli scienziati moderni giungono alla conclusione che l’osservatore sia necessariamente richiesto come partecipante alla percezione e che sia proprio lo strumentario a creare il mondo che vediamo. In altre parole, affinché il mondo venga creato in linea di principio, è necessario un osservatore, un soggetto. E affinché venga creato un mondo concreto, è necessario uno strumentario concreto, cioè i concreti jnana-indriya di un determinato essere.
La varietà dei mondi e lo strumentario della percezione

Lo strumentario dell’essere umano, del serpente, dell’asura, della divinità, del rakshasa, dello spirito affamato è diverso; diversi sono gli indriya e diversa è la memoria. Proprio per questo i santi dicono:
«Gli dèi vedono il fiume come nettare, gli asura come un’arma, gli esseri umani come acqua, i pesci come il loro habitat, gli spiriti affamati come flussi di pus ed escrementi e gli esseri infernali come lava infuocata».
Perché il loro strumentario è diverso ed essi creano mondi diversi, pur percependo il medesimo universo.
Lo strumentario di tutti gli esseri umani è pressappoco uguale. Se non fosse uguale, vedremmo il mondo in modi diversi. Ma le nostre descrizioni della realtà si assomigliano: se dico che questo è un colore grigio, voi siete d’accordo; se dico «la colonna è rotonda», comprendete più o meno di cosa si tratta. Lo strumentario è uguale, ma esistono alcune differenze: nelle mescolanze di sattva, tamas e rajas, nelle loro proporzioni, nonché nell’antahkarana (chitta, manas, buddhi) e nel suo funzionamento.
Penetrare nell’universo del Maestro non significa penetrare in un qualche universo personale del Maestro. Significa piuttosto penetrare in quella visione purificata che non è identificata con lo strumentario: con chitta, manas, buddhi e ahamkara. Ciò è legato allo strumentario purificato dei siddha e dei santi. Purificando noi stessi, ci avviciniamo sempre più a un’altra visione karmica. Quando ci saremo purificati a sufficienza, potremo guardare il mondo persino con gli occhi di Dattatreya, del nostro Ishta-devata, e l’universo ci apparirà in una forma completamente diversa.
Coscienza, morte e Liberazione

«Perciò, o Rama, soltanto la coscienza individuale è la causa del mondo apparente. Che cosa può fare questo corpo sordo e ignorante? Se il corpo muore, la coscienza non muore, così come un albero non muore quando una foglia cade da esso. Soltanto una persona ignorante pensa diversamente».
Dopo la morte del corpo fisico, l’anima della persona rimane. La mente di quest’anima disegna un’immagine mentale del corpo, e tale immagine mentale corrisponderà approssimativamente al corpo che la persona aveva in questa vita. Le sue abitudini, i suoi modi di dire, il suo modo di pensare, la sua mentalità e la sua memoria: tutto questo rimane. Perché l’anima rimane anima, la personalità rimane personalità e tutti gli attaccamenti persistono ancora per molto tempo.
Ma i sadhu aspirano a dissolvere questo strumento interiore mentre sono ancora in vita, a dissolvere l’anima nel divino, ad affidare l’anima al divino, a sottomettere l’anima al divino. Allora vivono nel corpo, ma la loro anima è dissolta nel divino e la loro mente non si raffigura più alcun futuro al di fuori del divino. La loro mente non si raffigura desideri né legami: si raffigura soltanto Dio. In realtà non si raffigura nulla, ma dimora dissolta in Dio.
«D’altra parte, se la mente muore, anche tutto il resto scompare e sopraggiunge la Liberazione definitiva. L’uomo che soffre e pensa: “Ahimè, sto morendo, sto scomparendo”, a causa dell’ignoranza si aggrappa a concetti errati. Egli sperimenterà nuovamente l’illusione del mondo in un altro luogo e in un altro tempo».
Anche quando una persona muore, la sua mente raffigura una nuova realtà e un nuovo corpo, che può essere sottile o grossolano a seconda del karma. E sperimenterà di nuovo sensazioni simili, comunicherà con persone simili, avrà un karma simile e si troverà in situazioni simili, continuando a fare ciò che faceva in vita. Ma poiché sarà libera dal corpo, il suo corpo sottile percepirà il mondo diversamente: si ritroverà in universi illusori, in mondi alternativi illusori, si perderà in essi e si confonderà. Se si tratta di un sadhu esperto, si libererà e non si smarrirà in questi mondi illusori. Ma se il sadhu è inesperto, si confonderà, si perderà in essi e alla fine entrerà in contatto con un mondo che lo condurrà a una nuova rinascita. Oppure entrerà in una dimensione paradisiaca, nei cieli, e vi vivrà per un certo periodo, finché dureranno i suoi meriti. Oppure entrerà nel mondo dei pitri (gli spiriti degli antenati) e incontrerà i parenti che si ricorderanno di lui.
Ma il sadhu non aspira a entrare senza controllo in un mondo qualsiasi, né aspira a una nuova nascita. Aspira a vivere a lungo in questo corpo per realizzare l’illuminazione e la Liberazione; aspira a dissolvere la propria mente.
«La coscienza individuale, limitata dalla mente, lascia un corpo e ne cerca un altro, come una scimmia nella foresta salta da un albero all’altro. Come una bambinaia porta un bambino da un luogo all’altro per distrarlo, così la limitazione della mente — un’abitudine o una tendenza psicologica — trasporta l’anima qua e là. Così, legata dalla corda della limitazione mentale, la coscienza individuale attraversa una varietà di nascite e sofferenze ricorrenti».

La Liberazione è il rifiuto di ogni interpretazione. Il mondo dei preta è un’interpretazione, una visione karmica; il mondo degli asura è un’interpretazione, una visione karmica. Tutti i mondi sono mondi karmici. La Liberazione è la libertà da qualsiasi visione karmica condizionata.
Karma, educazione e visione pura
Il nostro karma e la nostra educazione ci inducono a formulare giudizi diversi, compresi quelli impuri. Il bambino non è una tabula rasa. Ha un karma e possiede già una memoria, ma questa memoria non è ancora configurata: occorre un certo tempo perché stabilisca un collegamento con gli indriya. È la società che gli insegna a configurare questa memoria. Il bambino viene al mondo con un bagaglio karmico. Ma il tipo di personalità in cui questo bagaglio karmico prenderà forma dipende in larga misura dall’educazione. Talvolta dei bambini sono stati rapiti da scimmie o da altri animali e sono cresciuti nella giungla, imparando a correre come gli animali e comprendendo il loro linguaggio. E quando venivano ritrovati dopo alcuni anni, era molto difficile ricondurli a una normale vita umana. In altre parole, non si era formato lo strumento dell’antahkarana, ossia della socializzazione umana attraverso la società e l’educazione. Pur avendo la visione karmica di un essere umano, essi avevano assimilato alcuni linguaggi del mondo umano, ma continuavano a vedere il mondo a modo loro e non riuscivano a servirsene pienamente.

La nostra educazione ci induce a formulare giudizi diversi, compresi quelli impuri: questo è così, quello è cosà. Ma noi dobbiamo ricalibrare noi stessi verso la visione pura. La visione pura è la visione degli esseri divini. Come si dice: «Sull’isola d’oro non c’è nemmeno una goccia di fango». Gli dèi, gli esseri divini e i santi vivono nei mondi celesti, che sono interamente costituiti da tattva, elementi puri. Lì non si può trovare neppure un granello di sporcizia, come invece accade sulla terra. E quando pratichiamo la visione pura, ricalibriamo il nostro apparato percettivo verso tale visione. Un’altra questione è che ciò non può essere fatto meccanicamente. La corretta visione pura sorge naturalmente come risultato del mantenimento della presenza. E il lavoro con il sankalpa «Visione pura» serve soltanto a prepararci affinché, in seguito, questa diventi una visione pura naturale.


