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La coscienza come creatrice della realtà: l’incarnazione dell’intenzione

28.06.2026
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La coscienza come creatrice della realtà: l’incarnazione dell’intenzione

Commento al testo «Yoga Vasishtha»
Darò alcuni commenti ai sutra dello «Yoga Vasishtha» sui siddhi, chiamati prakamya-siddhi, cioè la capacità di incarnare un’intenzione. Tutta la nostra pratica spirituale è l’incarnazione di una determinata intenzione, cioè manifestiamo una certa intenzione e ci sforziamo di realizzarla. Per esempio, manifestiamo l’intenzione di liberarci dalle limitazioni o di liberarci dalla sofferenza, dalla morte e così via. Cerchiamo di realizzare questa intenzione. La realizzazione arriva o non arriva a seconda di quanto forte o debole, corretta o scorretta sia la nostra intenzione. Tale pratica di incarnazione dell’intenzione si chiama abhyasa, o pratica spirituale.

Secondo la filosofia del rishi Vasishtha, il mondo è una manifestazione del pensiero. Ciò che ci sembra un mondo esterno, oggettivo e reale è in realtà una grandissima illusione.

Immaginate che ci troviamo al centro. Di solito pensiamo sempre di trovarci alla periferia, tuttavia non è così. Siamo proprio noi (il nostro atman, la nostra coscienza) a trovarci sempre al centro, mentre intorno a noi accadono vari eventi. La vita, la nascita, la morte sono il balenare di diversi eventi, di ciò che viene chiamato oggetti esterni. Ma in realtà si tratta di un cambiamento che avviene prima di tutto nel flusso della coscienza. Non esiste alcuna reincarnazione in senso assoluto, ma esiste un cambiamento dei samskara, un cambiamento delle energie intorno a questo centro. Allo stesso modo non esiste alcuna vera vita soggetto-oggetto, ma esiste il gioco delle energie e dei samskara che si dispiegano intorno a questo centro.

Il conseguimento della liberazione è prima di tutto l’affermazione in questo centro, affinché anche il gioco dei samskara che si dispiega non possa più oscurare questo centro. La visione sopraggiunge quando perdiamo questo centro. Il gioco delle energie e dei samskara diventa più importante o più forte di questa coscienza centrale. Spesso il rishi Vasishtha dice che questo mondo è analogo a un sogno, allo stesso stato o alla stessa realtà che viene creata nel sogno.

«Ciò che viene percepito come vita di veglia non è affatto diverso dall’esperienza del sonno. Tutto ciò è solo il gioco della coscienza: le nozioni che sorgono in questa coscienza sembrano ricoperte da una solida realtà».

Lo yogin penetra questa verità per tutta la sua vita, forse non una sola vita, ma persino molte.

La legge principale della creazione: il pensiero crea la realtà

La legge principale che riguarda qualsiasi processo di creazione nell’universo afferma: «Secondo la regola, vedi tutto ciò a cui pensi per lungo tempo». Il nostro pensiero, concentrandosi, genera una determinata realtà. E questa realtà si manifesta proprio in conformità con quei samskara, con quel pensiero che concepiamo dentro di noi. Il mondo diventa così come lo abbiamo concepito interiormente. Non esiste alcuna legge oggettiva. Le leggi oggettive esistono indipendentemente dalla coscienza finché siete d’accordo con questo, finché lo accettate. Ma quando iniziate ad analizzare il principio del fondamento o cominciate a considerare le affermazioni dei santi, vedete che non esistono, separate da voi, una realtà fisica, un universo fisico, leggi oggettive, processi o costanti in sé. Tutto questo in realtà è solo visione karmica, tutto è psicologico, cioè il mondo nella sua essenza non è fisico, ma magico.

Il pensiero crea la realtà come immagine interiore manifestata nel mondo esterno

Le leggi scientifiche, a differenza delle leggi magiche, operano con la cosiddetta realtà oggettiva, con leggi esterne oggettive, processi, connessioni, costanti, relazioni. Ma le leggi magiche presuppongono sempre che l’osservatore influenzi ciò che viene osservato, che nelle leggi intervenga sempre la coscienza, che esista sempre il principio dell’«operatore» come principio della coscienza umana o di qualsiasi altra coscienza. Se interviene la coscienza, ciò significa che essa può annullare alcune leggi e stabilirne altre, può influenzarle, cambiare connessioni e relazioni, cioè qui la coscienza è sempre un principio attivo. Ma nelle leggi materialistiche la coscienza non è un principio attivo, bensì un principio passivo: svolge il ruolo di osservatore, di comparsa.

Tuttavia, le recenti conquiste della fisica quantistica parlano di ciò di cui i rishi parlavano già cinquemila anni fa. A volte è sorprendente quanto tempo occorra all’uomo per comprendere ciò che è noto da molto tempo. Ora anche nella fisica quantistica si riconosce che l’osservatore influenza l’osservato. Le basi di queste affermazioni furono poste, a mio avviso, dalla teoria di Everett e dal fisico inglese Bohm. Ma in realtà questo fatto è sempre stato noto nella filosofia vedica. Esso afferma che siamo proprio noi, con la nostra coscienza, a proiettare la realtà; siamo noi i creatori della realtà e siamo proprio noi a portare la responsabilità per quello stato, per quel mondo in cui ci troviamo. Cioè, non alcune leggi esterne oggettive, ma proprio la nostra stessa coscienza. E poiché ne siamo responsabili, significa che possiamo farlo o non farlo.

Il mondo come sogno: la natura soggettiva della realtà

Vasishtha dice: «Comprendi l’intero universo, composto da te, da me, dalle montagne, dagli dèi e dai demoni, ecc., come comprenderesti ciò che accade in sogno».

Da che cosa è caratterizzato il sogno? Quando sogniamo, quel sogno riguarda solo noi. Nel sogno ci troviamo proprio nel nostro tunnel di realtà, e non in uno oggettivo. Se una persona dicesse: «Nel mio sogno mi hai detto questo o quello», l’altra persona risponderebbe: «Beh, questi sono problemi tuoi, in realtà, è pur sempre il tuo sogno».

Un discepolo fece un sogno in cui il maestro gli conferiva l’iniziazione, ma allo stesso tempo non gli dava qualcosa. Il discepolo andò dal maestro e disse:

— Mi avete dato l’iniziazione, ma non mi avete dato una cosa.

Il maestro disse:

— In realtà, è il tuo sogno. Dunque che c’entro io?

L’universo come sogno e tunnel individuale di realtà

Nel proprio sogno ciascuno dimora proprio nel proprio universo psichico. Il sogno è caratterizzato dal fatto che ciascuno si trova nella propria realtà psichica soggettiva. Ma questo sogno è legato proprio a noi, alla nostra coscienza. La coscienza genera il sogno, e durante il sonno noi ci troviamo al centro di questo mondo. Cioè il sogno è una sorta di grande set cinematografico, e noi al suo interno siamo il regista principale o l’attore. Ma il mondo esterno non ci appare così. Tuttavia Vasishtha dice che il mondo esterno è la stessa cosa. Ognuno di noi si trova in un tale tunnel psichico soggettivo di realtà proprio, e poi crea il mondo reale esterno.

Ogni essere vivente vive nel mondo che corrisponde alla sua visione. È proprio la visione a creare l’ambiente esterno di esistenza. Essa si chiama visione karmica. Le diverse visioni di una moltitudine di persone si uniscono e, di conseguenza, un qualche vettore risultante diventa fondamentale e si materializza.

Esempi di creazione della realtà con la forza del pensiero

Esiste un fatto di questo tipo. Nel 1898 lo scrittore Morgan Robertson scrisse un libro intitolato «Futility». Descrisse una nave chiamata «Titan». Tutti i parametri di questa nave, tutti gli eventi che si svolgono e persino il nome del capitano coincidevano con il «Titanic», che naufragò nel 1912, cioè 14 anni dopo. La nave «Titan» descritta nel libro urtò contro un gigantesco iceberg, ed è proprio questo che accadde nella realtà al «Titanic». Molti poi definirono questo scrittore «servo del diavolo». Questa coincidenza suscitò grande risonanza, poiché coincidevano persino le dimensioni delle due navi, il loro dislocamento, il numero di persone e il cognome del capitano. Altri dicevano che, forse, le persone creative leggono informazioni dal piano sottile, dall’inconscio collettivo, e poi le descrivono, vedendo il futuro. Ma, partendo dalla visione della pratica spirituale, molti giunsero poi alla conclusione che le persone creative creano la realtà. Forse il naufragio del «Titanic» non sarebbe avvenuto se Morgan Robertson nel 1898 non avesse scritto questo libro. Scrivendolo, egli fece una sorta di offerta magica, aprì un determinato tunnel di realtà. Materializzò un determinato universo, ed esso doveva inevitabilmente manifestarsi.

C'è un caso ancora più curioso. Un uomo si dedicava a collezionare buste. Lo faceva in modo insolito: spediva una busta in qualche angolo del mondo, scrivendo un indirizzo sbagliato, dopodiché la lettera faceva il giro di mezzo mondo e tornava indietro con vari sigilli, timbri e francobolli. Erano proprio queste le buste che collezionava. Un giorno, per scherzo, scrisse anche lui a caso una lettera in Australia. C'erano più o meno queste parole: «Sono il tuo vecchio amico tal dei tali. Come stai? Come sta tua moglie? Ti ricordi quanto ci siamo divertiti insieme?» Due anni dopo gli arrivò una risposta di questo tenore: «Sì, salve. Ricordo quando ci siamo incontrati. Mia moglie sta bene. Il tuo amico tal dei tali». Quest'uomo quasi incanutì, perché la sua lettera era una pura invenzione, così come l'indirizzo a cui era stata spedita. Eppure la cosa lo colpì a tal punto che non riusciva a darsi pace. Un anno dopo partì dall'Europa per l'Australia per vedere quest'uomo. Vide che una persona con quel nome viveva davvero lì, e che aveva davvero una moglie. Inoltre, essi affermavano di averlo incontrato, e che tutti gli eventi da lui descritti nella lettera erano accaduti realmente. Fu un paradosso colossale. In altre parole, scrivendo una simile lettera, l'uomo creò con la forza dell'intenzione un determinato tunnel di realtà, evocò determinate energie dell'universo variativo, dove questo tunnel di realtà si materializzò.

Domanda: Gurujī, Robertson, scrivendo il libro, aprì un tunnel di realtà in cui affondò il «Titanic». Ne porta una responsabilità karmica?

Penso di sì. Infatti nella tua coscienza esiste un legame con questo tunnel di realtà, con una visione karmica, e per di più impura, incontrollata, con il caos. Dunque puoi facilmente finirci dentro, oppure in una vita futura puoi finirci spesso. L'hai creato tu stesso, dunque è una realtà della tua coscienza.

Così, l'universo intorno a noi è un mondo magico che continuamente viene creato e distrutto proprio dalla coscienza individuale e collettiva di cinque o sei miliardi di persone.

Tunnel di realtà creato dall'immagine e connessione karmica con esso

Poi Vasiṣṭha dice:

«Ognuno ha il proprio mondo di sogno, e questo mondo viene poi proiettato all'esterno, unendosi alla visione karmica collettiva degli altri».

C'è anche un altro esempio. In Russia c'è un famoso scrittore, chiamato anche scrittore sovietico, Michail Svetlov. A suo tempo scrisse una poesia intitolata «Grenada» (1926). In essa descrive un giovane che è preso dall'idea della rivoluzione proletaria mondiale e parte per la Spagna per realizzare la rivoluzione comunista. Negli anni Trenta del secolo scorso questi versi erano molto popolari. Quando Michail Svetlov scrisse questa poesia, in Spagna non c'era alcuna rivoluzione, ma dieci anni dopo vi scoppiò la guerra civile, e tutto ciò che era stato scritto nella poesia accadde realmente.

Si potrebbero citare moltissimi esempi di questo tipo. Le persone creative, senza saperlo, con la forza della coscienza creano diversi mondi variativi, universi variativi, realtà locali. Questo processo viene generato continuamente. Tale generazione poi si unisce in alcuni grandi flussi che, alla fine, diventano una sorta di vettore risultante e si materializzano.

La coscienza creativa come generatore di realtà

Se i pensieri possiedono sufficiente forza e unidirezionalità, la realtà si materializza inevitabilmente. È proprio la coscienza creativa a essere il generatore di tali realtà. E che cos'è la coscienza creativa? È un fattore inerente agli dèi, è l'energia della chiarezza che viene irradiata grazie al dimorare dell'uomo in un determinato livello di presenza. La coscienza creativa è la śakti che si genera. Per esempio, al dio Brahmā è propria una coscienza creativa di altissimo livello. E sono proprio gli dèi, che possiedono una coscienza creativa, a essere capaci di cambiare la realtà. In che modo? Creano nuove variabilità, nuovi mandala.

Può operare con la realtà colui che è capace di generare nuovi significati, nuove realtà, nuovi mandala. Egli comprende che la realtà è qualcosa di derivato dalla sua coscienza; perciò, per cambiare la realtà, bisogna generare un’altra realtà, e per generarla bisogna far nascere, a un livello profondo, un nuovo significato. Proprio gli dèi supremi (creatori degli universi, custodi dei mondi, dèi dei cinque elementi, custodi dei principi essenziali del tempo e dello spazio) sono generatori di significato, cioè coloro che operano non con cose materiali, ma con significati, creando diversi livelli di realtà parallele. Noi invece, esseri umani, percepiamo le diverse realtà come naturali, come una sorta di dato fisico; viviamo in esse semplicemente perché non abbiamo scelta. Ma man mano che procede la pratica spirituale e si approfondisce la presenza contemplativa, tale scelta appare.

Nuovi significati e mandala nascono dalla presenza contemplativa

La variabilità è una conseguenza della coscienza creativa. Con il giusto orientamento della coscienza e con il dovuto livello di presenza contemplativa, la realtà diventa esattamente tale quale noi la concepiamo, a dispetto delle leggi oggettive o di qualsiasi altra cosa.

La pratica dell’orgoglio divino e della visione pura

Dattatreya dice: «Il mondo diventa esattamente tale quale noi lo concepiamo nei pensieri». Proprio per questo, durante tutta la nostra pratica spirituale, concepiamo noi stessi come una divinità liberata. La pratica dell’orgoglio divino è il nostro destino. Concepiamo noi stessi come una divinità non separata dall’Assoluto. Facciamo crescere e nutriamo continuamente questo pensiero come qualcosa di molto prezioso. Naturalmente, se qualcuno non lo coltiva, allora, certo, non riuscirà a ottenerlo. Ma se qualcuno lavora con esso in profondità, secondo i principi dell’insegnamento, ottiene inevitabilmente il risultato: crescono la sua chiarezza, la coscienza creativa, l’esperienza meditativa, il karma si purifica, si approfondisce la visione karmica e così via. Il rovescio della pratica dell’orgoglio divino è la visione pura. Se considerate il mondo come visione pura, col tempo iniziate anche a percepirlo proprio così, e vi trovate realmente nella visione pura. Il pensiero, per così dire, contrae le probabilità e genera una nuova realtà. Proprio con l’aiuto del pensiero lo yogin è capace di cambiare completamente se stesso, cambiare il destino e purificare il karma.

Che cosa significa purificare se stessi, diventare una divinità, raggiungere la liberazione? Significa, entrando nella presenza contemplativa, generare un nuovo significato, una nuova chiarezza e creare una nuova realtà: il mandala della visione pura, e poi stabilirsi in questo mandala e cominciare a viverci.

Scenari del futuro: la scelta tra caos e divinità

Oggi esistono molti scenari diversi di sviluppo della civiltà umana. Numerosi previsori e futurologi descrivono con grande interesse gli scenari secondo i quali la civiltà umana potrebbe svilupparsi. Esistono varianti di un futuro del tutto cupo: scenari apocalittici. Cioè alcuni dicono che potrebbero verificarsi grandi catastrofi ecologiche, l’effetto serra, e quindi l’umanità si troverà in grandissima difficoltà a cavallo degli anni 2012-2020, più vicino al 2030 e così via. Altri scenari apocalittici parlano della rivolta dei robot, dell’intelligenza artificiale, della melma grigia e dei nanorobot che potrebbero «divorare» tutta l’umanità. Esistono anche scenari di una società postindustriale di tipo distopico. Essi affermano che ci sarà un miliardo d’oro dell’umanità, che si isolerà da tutto grazie alle alte tecnologie, allo sviluppo della coscienza e all’immortalità, mentre tutti gli altri saranno paesi del terzo mondo, sottomessi e al loro servizio. Cioè, ci sarà una certa razza di neo-nomadi, clan uniti delle più alte élite politiche, non legati né dalla famiglia, né dalla razza, né dalla cultura, né dalla nazione. Ci sono anche scenari secondo i quali superuomini, una superumanità, robot-cyborg modificati domineranno su tutti gli altri che non si sono trasformati; lì ci saranno superiori e inferiori a causa della differenza nelle loro capacità. E infine, ci sono scenari positivi. Lo scenario positivo è quello che costruiamo noi: visione pura, umanità divina, sviluppo spirituale, sviluppo basato sulla pratica spirituale. Di scenari positivi in realtà non ce ne sono molti, e il nostro scenario è uno dei pochi. Gli altri scenari sono molto peggiori.

La scelta di uno scenario luminoso del futuro attraverso una visione pura e la pratica spirituale

Perché generare uno scenario negativo è molto più facile? Perché uno scenario semplice del futuro è sempre una semplificazione della realtà, è un passaggio al caos, al semplice, alla disorganizzazione, all’entropia. Uno scenario complesso richiede sempre un livello più elevato di auto-organizzazione, una maggiore chiarezza. Uno scenario positivo è sempre complesso. Per esempio, è facile pensare alla distruzione o a catastrofi globali, ma è molto più difficile fare in modo che tutti gli esseri umani siano felici, sani, immortali, prosperi, simili a Dio, perché per incarnare un simile livello di complessità su scala gigantesca sono necessarie una chiarezza colossale, una genialità sovrumana, una coscienza divina. Per le persone è molto più facile generare scenari caotici, entropici, perché non richiedono sviluppo spirituale. Qualsiasi scenario condizionale (per esempio, lo scenario della divino-umanità, della terra pura, della felicità universale) richiede un livello di coscienza completamente nuovo, e chi non pratica non è in grado di generarlo.

Il nostro scenario, che poniamo come sankalpa, è interamente positivo. È lo scenario della terra pura, lo scenario della divino-umanità. Si basa sul fatto che è necessario padroneggiare la presenza contemplativa, rivelare la visione pura e l’orgoglio divino, e poi, attingendo da ciò ispirazione e potenziale creativo, proiettare la realtà necessaria. Se riusciremo a proiettarla nell’ambito della nostra visione personale, nell’ambito del sangha o nell’ambito di grandi masse, è una questione del tutto diversa. Ma il punto è che noi, come tutti i praticanti, scegliamo proprio questo sankalpa, sapendo che la nostra coscienza, che crea uno scenario simile, prima o poi si incarna in una specifica visione karmica, in una specifica realtà materiale. Proprio per questo ci affermiamo nella visione pura, nell’orgoglio divino.

La padronanza delle energie universali

La pratica non consiste soltanto nel penetrare nella consapevolezza vuota. La penetrazione nella consapevolezza vuota è soltanto l’inizio. Dopo essere penetrati nella consapevolezza vuota, segue la fase della padronanza della shakti — le energie universali. Nel linguaggio dello yoga ciò viene chiamato “siddhi” e “riddhi”.

La consapevolezza vuota ci dà una certa libertà: la libertà di non ricadere sotto l’influenza dei dati interiori o della realtà esterna, la libertà di fare la propria scelta, di manifestare la propria volontà (questo viene chiamato iccha-shakti). Sulla base di questa volontà cominciamo ad avere la capacità di operare con la realtà, di creare quella realtà che vorremmo creare. Proprio in questo consiste il senso della pratica successiva relativa alla padronanza dei siddhi.

La consapevolezza vuota rivela la libertà di volontà e la padronanza delle energie universali

Basandoci sullo stato naturale, attiriamo diverse energie universali (della creazione, del mantenimento, della dissoluzione, dell’occultamento, dell’illuminazione), affinché poi, con l’aiuto di queste energie, possiamo generare intorno a noi un nuovo mondo, generare il mandala della dimensione pura. Questo si chiama “far girare la ruota del Dharma”. La ruota del Dharma è la nostra presenza contemplativa. Il suo girare è il processo di attrazione di diverse energie universali, affinché portino beneficio. Far girare la ruota del Dharma significa, avendo aperto la coscienza fondamentale, illuminare tutte le energie in cui si trova la tua coscienza, purificarle completamente, creando il mandala della visione pura.

Manifestazioni pratiche della chiarezza

Come può essere questo nella pratica? Non è filosofia, ma manifestazioni concrete nella vita. Nella pratica ciò si manifesta attraverso la vostra consapevolezza, quando la consapevolezza genera continuamente una qualche chiarezza, e questa chiarezza vi permette di migliorare, purificare il mondo intorno a voi e dentro di voi.

Per esempio, la chiarezza riguardo al prana e ai canali permette di rendere il corpo perfetto, forte, sano, resistente agli ostacoli, con una grande immunità. Vi è chiaro come funzionano i prana, i canali, i chakra, quindi siete in grado di eliminare qualsiasi deviazione, non siete soggetti alle malattie. La chiarezza riguardo alla realtà esterna permette di armonizzare le relazioni, la vita e così via.

Proprio la generazione di tale chiarezza, basata sulla presenza, è l’inizio del passaggio al mandala della dimensione pura. È simile a quando costruite una grande casa, ponendo le fondamenta sotto forma di presenza, e poi cominciate a costruire il tetto e le pareti, generando diversi tipi di energie.

L’uso della preziosa perla della pratica

Molti ritengono che la pratica della rivelazione della natura della Mente consista nello scoprire una contemplazione non manifestata, vacua, e che con questo tutto finisca. Ma in realtà è un vicolo cieco. Avendo rivelato lo stato di vacuità, dobbiamo necessariamente imparare a usarlo, a unirlo a diverse forze e a utilizzare questa preziosa perla per generare varie energie pure.

Perciò spesso dico ai praticanti: «La vostra pratica deve portarvi un beneficio reale. Dovete saperla usare. È simile a una preziosa perla che appare in voi. Se la usate correttamente, vi rende necessariamente più saggi, più puri, più compassionevoli, più geniali, vi rende più creativi, gioiosi, stabili, incrollabili, energeticamente forti, saggi, abili, flessibili, impavidi, coraggiosi, ecc. Tutti i vostri peccati e difetti vengono purificati, diventate almeno dei superuomini e, in prospettiva, delle divinità.

La preziosa perla della pratica porta saggezza, purezza e forza creativa

Non può diventare una divinità colui che è inflessibile, codardo, privo di iniziativa, stupido, chiuso, irrigidito, dotato di una coscienza limitata, non armonioso. Ciò è in linea di principio impossibile, perché le divinità sono coloro che sprigionano energia creativa, forza creativa, capacità creative. Non si limitano a manifestare tutto questo, ma lo fanno sgorgare come una fontana. Cioè lo irradiano con enorme forza. Perché possono farlo? Proprio perché sono colmi di benedizione divina. La benedizione divina li colma a tal punto che essi stessi esplodono in una fontana di bontà, sattva, amore, armonia, purezza, bellezza, grandezza, sacralità, gioia, benedizione, creatività, mistero, trascendenza. La loro paradossalità interiore, fondata sulla bhava profonda, si manifesta come una profonda fontana di benedizione; proprio per questo gli dèi benedicono gli uomini, e non gli uomini gli dèi».

Segni della vera pratica

Allo stesso modo anche il praticante, quando pratica poco a poco, comincia a scoprire e ad accumulare il potenziale interiore. Questo potenziale interiore rivela in lui diverse nuove capacità e qualità, gli dà la possibilità di padroneggiare ciò che prima non padroneggiava.

Perciò spesso si dice: «I segni della vostra pratica sono la crescita della visione pura, l’aumento della devozione e dell’abnegazione, il rafforzamento della compassione, l’aumento dell’armonia, il chiarimento della vostra mente, l’aumento delle vostre capacità; cioè la vostra pratica si manifesta sotto forma di cambiamenti concreti dentro di voi. La vera pratica, fondata sulla presenza profonda, è sempre un’alba creativa.

La vera pratica si manifesta come un’alba creativa di visione pura e compassione

Non deve accadere che passino gli anni e il praticante diventi sempre più cupo, più introverso, chiuso, dilaniato interiormente da demoni e contraddizioni, e che l’armonia con gli altri venga compromessa. Se questo accade, significa che la sua pratica degenera, diventa demoniaca. In questo caso è necessario correggere la pratica, rivedere alcune proprie posizioni e approcci nella pratica».

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