Commento al testo «Yoga Vasishtha», capitolo 3. La storia di Karkati
Le risposte del re alle domande della demonessa Karkati.
«In un batter d’occhio questa coscienza infinita percepisce dentro di sé un’intera epoca, così come in un breve sogno si possono vivere sia la giovinezza sia la vecchiaia, e persino la morte. Tutti questi eventi e oggetti che appaiono nella coscienza, in realtà, non sono distinti dalla coscienza stessa, così come una scultura scolpita nella pietra è soltanto pietra. Come un intero albero, con tutti i suoi futuri mutamenti, è contenuto nel seme, l’intero universo del passato, del presente e del futuro è contenuto nell’atomo della coscienza infinita».
Nell’insegnamento dell’anava-yoga esiste un metodo in cui visualizziamo tutto come composto di luce arcobaleno, e poi dissolviamo tutto questo. Sebbene questo esercizio venga eseguito artificialmente, esso stesso allude a qualcosa di molto più grande. Di fatto, in questo esercizio facciamo ciò che esiste nella realtà. Il mondo intorno a noi è reale tanto quanto può esserlo una realtà virtuale.
Per esempio, se a una persona viene messo in testa un casco di realtà virtuale, con guanti dotati di sensori tattili (oggi questo esiste già, non è fantascienza), essa può vedere e toccare la realtà virtuale; vengono persino modellati gli odori. Può trovarsi nella piena sensazione che questa realtà sia autentica. Può toccarla, vederla, udirla, interagire con essa in tempo reale.
Le moderne tecnologie della realtà virtuale sono più o meno tali da poter modellare un’illusione con grande precisione. Tuttavia, a una persona immersa in essa non viene in mente di ritenere che questo mondo sia reale. Sa che esso esiste nella sua coscienza come sensazione, ma in realtà nulla di tutto ciò esiste. È semplicemente un programma informatico abilmente modellato, proiettato sul monitor del suo casco o attraverso impianti, che egli percepisce mediante sensazioni tattili.
Questo è un esempio eccellente, che mostra come dovremmo percepire anche questo mondo circostante. In realtà, questo mondo circostante è la stessa realtà virtuale. Si distingue semplicemente per una maggiore qualità di elaborazione e una maggiore complessità, per una maggiore risoluzione. Vi hanno lavorato «programmatori» molto eminenti e geniali: gli dèi dei cinque elementi, le divinità legate ai singoli elementi della natura, alla struttura del corpo umano, le divinità degli organi di senso e molti altri. Ma di fatto è una realtà incorporea, virtuale, intangibile, esistente nella mente, che viene proiettata attraverso gli organi di senso e ci sembra reale.

L’inattività del Sé superiore
«Sebbene la coscienza infinita, il Sé superiore, non sia l’agente che compie le azioni e non sia colui che percepisce le sensazioni, essa compie tutte le azioni e percepisce tutte le sensazioni. Non c’è nulla al di fuori di essa».
Quando una persona è immersa nella realtà virtuale computerizzata, essa siede su una poltrona speciale, con in testa un casco con guanti sensoriali e sensori oppure impianti cocleari, cioè impianti che trasmettono il suono. Nella realtà virtuale può correre, le sembrerà di combattere o di comunicare. Ma in realtà, se si guarda il suo vero corpo, non compie nulla di simile: siede immobile sulla poltrona. Tutto questo accade solo nella sua coscienza, mentre egli stesso non fa nulla.
Questo è un altro esempio che può mostrare lo stato inattivo del nostro «Io» profondo. Sebbene ciascuno di noi faccia molte cose, in realtà, alla base profonda, noi tutti «stiamo semplicemente seduti»; il nostro «Io» originario dimora nella non-azione. Tutto questo si dispiega solo a livello della coscienza.
La natura del mondo e la dottrina di maya
«All’interno della particella più piccola della coscienza infinita, l’agente e il percettore sono sue componenti inseparabili. Il mondo, tuttavia, non è mai stato creato in realtà e non scompare mai. Può essere considerato irreale solo dal punto di vista relativo; dal punto di vista assoluto, invece, non è diverso dalla coscienza infinita».
E così come a una persona che si sia confusa nella realtà virtuale e abbia iniziato a identificarsi con gli eventi che vi accadono, può avvicinarsi un programmatore, darle una pacca sulla spalla e dire: «Questo mondo non è mai stato creato davvero, è qualcosa di illusorio, esistente come programma nel computer o come immagini nel tuo subconscio», allo stesso modo anche Vasishtha dice a Rama: «Questo mondo non è mai stato creato, esiste soltanto come manifestazione della coscienza». Questo dal punto di vista relativo.

Una varietà della filosofia dell’advaita che interpreta questo mondo come inesistente, completamente illusorio, è la dottrina di maya, la cosiddetta mayavada. In origine, Shankara è considerato uno dei rappresentanti della dottrina mayavada, sebbene la sua visione sia molto più profonda.
La dottrina mayavada afferma proprio che il mondo appare soltanto così com’è, mentre in realtà è maya: un’illusione inspiegabile, un’ignoranza inspiegabile che si insinua nella lila dell’Assoluto quando esso si divide in esseri viventi.
Tuttavia, molti ritengono la dottrina mayavada difettosa, nel senso che non è in grado di spiegare da dove provenga questa illusione inspiegabile, maya. Essa, in un certo senso, separa l’Assoluto e maya. Si ritiene che un punto di vista più elevato sia quello tantrico dell’anuttara-tantra, che afferma che in realtà anche maya è l’Assoluto, Brahman.
In realtà, la dottrina mayavada in quanto tale non esiste nella realtà, perché i santi che parlano di maya sottolineano sempre il secondo aspetto: si tratta solo di una visione relativa. Ma sia Shankara, sia Sri Ramana Maharshi, sia Vasistha dicono: «Maya, in senso assoluto, in quanto tale, è anch’essa Brahman, anch’essa l’Assoluto». Cioè, maya non esiste. Tutto ciò che si manifesta è il gioco di un’unica coscienza. Si può dire che maya sia una forma particolare di Shakti, una forma particolare del gioco dell’Assoluto che, introducendo gli esseri viventi nell’illusione, favorisce la loro crescita spirituale nel processo di liberazione da questa illusione.
Così, la dottrina assoluta dell’advaita afferma che persino l’energia è Brahman, l’Assoluto, persino le energie di maya sono perfette. Si dice così: «Maya è la serva di Krishna», cioè essa gioca con gli esseri viventi, confondendoli affinché, nel processo della sofferenza, degli errori e del districarsi, essi trovino comunque la giusta via d’uscita e, attraverso ciò, facciano crescere la propria saggezza.
Ciò è pressappoco simile a quando gli scienziati mettono dei topi bianchi in un labirinto e, per ottenere il cibo, devono percorrere molti passaggi. Cercando ogni volta l’uscita corretta, essi sviluppano la propria intelligenza. Ma se i topi non avessero un labirinto e il cibo venisse loro dato semplicemente così, non si svilupperebbero. Maya svolge lo stesso ruolo nell’addestramento degli esseri viventi.

L’insegnamento sull’osservatore (sakshi)
Il re continuò:
«I saggi parlano soltanto di interno ed esterno, ma sono solo parole, non sostenute da nulla di materiale: vengono usate soltanto per istruire coloro che non comprendono. L’osservatore, pur rimanendo invisibile, vede se stesso, e l’osservatore non diventa mai oggetto di consapevolezza. L’osservatore è soltanto osservazione, e quando cessano le impressioni psichiche latenti impresse, l’osservatore acquisisce la sua pura esistenza».
L’insegnamento sul sakshi (osservatore), sull’antaryamin (sovrano interiore), è una sorta di raffinata psicologia vedica dei rishi, dalla quale la moderna psicologia scientifica è ancora lontana. Essa afferma che l’osservatore, per la maggior parte degli esseri viventi, rimane sempre invisibile, poiché la mente è rivolta verso gli oggetti esterni. Ma quando l’osservatore cerca di osservare se stesso, cioè cerca di riflettere, al posto degli oggetti esterni, se stesso come oggetto interno, quando tenta di fare di se stesso un oggetto, in realtà non può diventare oggetto della coscienza, perché nella percezione di se stesso l’osservatore (sakshi) è soltanto osservazione: non è un oggetto, ma un processo.
Le impressioni o sensazioni psichiche nascoste cessano quando l’osservatore comincia a rivolgersi verso se stesso. E allora inizia a scoprire di essere egli stesso un flusso di coscienza. All’inizio, in questo flusso di coscienza si manifesta una moltitudine di samskara nascosti, impressioni psichiche subconscie, imprinting, ricordi infantili e associazioni, impressi come fotogrammi su una pellicola cinematografica, frammenti di esperienze subconscie. E quando vi entriamo, essi generano bhavana: una coloritura emotiva, una percezione del mondo. A livello sottile siamo costituiti da questi imprinting e impressioni subconscie; essi formano il nostro carattere, le nostre reazioni subconscie e il nostro comportamento.
Ma quando cerchiamo di dirigere l’attenzione sull’osservatore, vediamo che esso è più profondo di questi samskara, degli imprint; che, se si cerca continuamente l’essenza dell’osservatore stesso alla sua base, esso si rivela come un flusso indifferenziato e immacolato di pura coscienza, simile allo spazio. E i samskara, gli imprint, i ricordi e le impressioni sono come escrescenze che vi si sono attaccate, così come conchiglie, molluschi e alghe aderiscono a una grande nave ferma in bacino.
Spesso, quando una nave rimane a lungo in navigazione, vi si attaccano molluschi, conchiglie e molte alghe, e per questo la sua andatura rallenta. Per esempio, se procedeva a una velocità di trentasei nodi, quando, durante una navigazione così prolungata, ha accumulato moltissime di queste conchiglie e molluschi, può a malapena mantenere una velocità di crociera di venti nodi. Allora una tale nave deve essere messa in bacino e il suo scafo pulito, affinché possa di nuovo navigare ad alta velocità.

Il processo di purificazione spirituale è qualcosa di simile. Nello spazio della nostra coscienza, che si manifesta come osservatore, crescono varie escrescenze sotto forma di impressioni, samskara, vasana, che producono diversi mutamenti nella percezione del mondo. Per questo la mente dimora in false autoidentificazioni e come se si raggrinzisse. La sua autoidentificazione diventa sempre più ristretta, e dipende fortemente da questi imprint.
Il processo stesso dell’osservazione, dell’auto-liberazione e dell’attenta autoconsapevolezza è simile a un tale processo di purificazione. Allora l’osservatore acquisisce la propria esistenza pura e immacolata.
Interdipendenza di soggetto e oggetto
«Quando un oggetto esterno viene immaginato, viene creato anche colui che lo vede. Se non c’è soggetto, non c’è nemmeno oggetto — infatti è l’esistenza del figlio che rende una persona “padre”. E, d’altra parte, il soggetto diventa oggetto: se non c’è oggetto (il processo del vedere), non c’è nemmeno soggetto (colui che vede), poiché senza padre non vi è nemmeno figlio».
C’è un detto: «Le cose esistono a causa della mente, e la mente è tale a causa delle cose». Tutto questo è reciprocamente condizionato, interconnesso. Se vediamo una divinità, la causa di questa divinità è la nostra stessa mente. Se essa non ci fosse, non ci sarebbe neppure l’ombra della divinità. La nostra mente è la causa della divinità. Se vediamo un demone, anche in questo caso la causa è la nostra mente, nel cui flusso esiste una percezione corrispondente ai mondi demoniaci.

Al di fuori della nostra mente non esiste alcuna divinità o demone. Se stabiliamo relazioni con qualcosa, la causa di ciò non è qualcosa di esterno, ma la nostra stessa mente. Se nel flusso della nostra coscienza non ci fosse una visione karmica, non ci sarebbero nemmeno oggetti simili.
Quando la mente scompare, anche gli oggetti esterni cessano di esercitare influenza, e poi scompaiono. Quando la mente cambia, anche l’ambiente esterno si ristruttura. È simile al rapporto tra figlio e padre. Se il padre non ha un figlio, allora neppure lui può essere padre. Allo stesso modo, quando non c’è condizionamento da parte degli oggetti, non c’è nemmeno l’osservatore in quanto tale. Non esiste neppure un’esistenza separata dell’ego quando non c’è identificazione con gli oggetti.
L’ego esiste sempre nell’identificazione con un insieme di oggetti. Per esempio, se si scompone una persona come ego in settori, essa rappresenta un ego che si proietta in diverse posizioni: come figlio, fratello, marito, padre, capo, e ancora come qualcun altro. Da tutto questo è costituito l’insieme di ciò che viene chiamato ego. Se tutte queste identificazioni vengono rimosse, anche l’ego scompare.
I santi, invece, dicono che in realtà sia l’oggetto sia il soggetto, sia l’ego sia le relazioni in cui esso entra, tutto questo è simile al fatto di parlare con il “figlio di una donna sterile”. Se una donna è sterile, quale figlio può avere? Solo uno immaginario. Di conseguenza, anche la conversazione con il figlio di una donna sterile può essere illusoria quanto lui stesso.
In uno dei racconti, il rishi Vasishtha dice così: «Un giorno incontrai il figlio di una donna sterile, che camminava lungo la riva di un fiume in cui non c’erano né alveo né acqua». Questo mondo è simile a quel figlio di una donna sterile, simile a quella conversazione.
Oro e bracciale: unità e manifestazione
«Poiché il soggetto (l’osservatore, colui che vede) è pura consapevolezza, esso è capace di creare l’oggetto. Il contrario non è vero: l’oggetto non crea il soggetto, perciò è reale solo l’osservatore, mentre ciò che è osservato è soltanto un’allucinazione: solo l’oro è reale, mentre il bracciale è soltanto nome e forma. Finché perdura il concetto di “bracciale”, l’oro puro non viene notato; finché esiste il concetto di “oggetto”, esiste anche la divisione tra l’osservatore e l’osservato».
Che cos’è l’oro? L’oro è lo spazio della pura consapevolezza. Che cos’è il bracciale? È ciò che in questo spazio è sospeso: forme materiali, legami, relazioni, nomi e altro. Dal punto di vista dell’insegnamento del tantra, l’oro è molto importante, ma nemmeno il bracciale viene negato. Cadere nella negazione e pensare che sia importante solo l’oro, mentre il bracciale non abbia alcun significato, è un punto di vista estremo, chiamato nichilismo. Cadere nell’altro estremo, cioè pensare che siano importanti solo gli ornamenti stessi (bracciali ecc.), mentre l’oro di cui sono fatti non lo sia, è un altro punto di vista estremo, chiamato eternalismo.

La visione corretta dei siddha è il principio del “due in uno”, cioè la capacità di vedere l’unità inseparabile con la priorità dell’oro. Lo stato naturale si manifesta, manifestando giocosamente ornamenti, decorazioni e motivi, sotto forma di nomi e forme. Essi sono tutti completamente irreali, essendo semplicemente la sua manifestazione creativa; tuttavia si manifestano sempre. L’uno e l’altro sono un’unica sostanza.
C’è una grande tentazione di entrare nella negazione. Siamo così afferrati da nomi e forme che ci sembra che essi oscurino il nostro stato originario. A volte viene voglia di gettare tutto questo fuori da sé, di liberarsi da tutto ciò. Tuttavia la negazione e questo gettare via sono anch’essi una certa illusione. C’è un’altra tendenza: l’eternalismo, cioè la piena accettazione del gioco dei nomi e delle forme come qualcosa di reale e un forte attaccamento a essi. Né l’una né l’altra cosa sono approvate dai santi.
Il vero gioco consiste invece nello scoprire l’oro della consapevolezza originaria e nel dimorare in esso, nell’unire il gioco dei nomi e delle forme senza negarli, ma con una piena accettazione di tutto, e tuttavia senza la minima ombra di attaccamento.
Quando non cadiamo in nessuna delle visioni estreme, acquisiamo una vera integrità; ci muoviamo nel mondo come una nuvola o una foglia secca. Siamo simili a una foglia di loto, che vive nell’acqua e cresce dal fango, e tuttavia non si sporca né si bagna. Come uno specchio, riflettiamo miriadi di cose, ma in noi non si riflette nulla.
Spesso si può vedere che un praticante, dopo aver udito qualcosa, lo percepisce in modo molto doloroso. Per esempio, percepisce dolorosamente una critica o qualche evento. Si considera molto raffinato e rimane fortemente impressionato anche da cose piccole. Ma in realtà tutto questo è simile alle immagini che balenano in uno specchio.
La non dualità della consapevolezza
«Ma come, grazie alla coscienza nel bracciale, l’oro percepisce la propria “aureità”, così il soggetto (l’osservatore), manifestandosi come oggetto (l’osservato), percepisce la soggettività (la consapevolezza). L’uno è il riflesso dell’altro: nella realtà non esiste alcuna dualità».
L’insegnamento dell’advaita non è una semplice filosofia, è una filosofia ultratrascendente, elitaria, per persone dotate di capacità eccezionali, per geni. Si dice che persino gli dèi incontrino certe difficoltà nel comprendere la filosofia dell’advaita. Quando leggiamo i testi per la prima volta, può visitarci una comprensione intellettuale, e ci sembra di aver capito tutto. Tuttavia, se leggiamo gli stessi testi dopo dodici o vent’anni, scopriremo che, sebbene abbiamo compreso moltissimo, siamo soltanto al primo gradino di questa comprensione.

Il fatto è che la filosofia dell’advaita, in linea di principio, non può essere compresa. La si può vivere, ma comprenderla: queste sono speranze della ragione che non si realizzano mai. Perché essa è un mistero, un paradosso. È un mistero che brucia, suscita tremore, estasi e venerazione persino nei più eminenti tra gli dèi. Come potete comprendere un simile mistero con una mente ordinaria? Potete solo portarlo nel cuore, venerarlo, ammirarlo, gioire, dimorare nella beatitudine, esserne incantati, vivere nella reverenza, respirarlo.


