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La coscienza crea la realtà: i poteri yogici e la natura del mondo

09.07.2026
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La coscienza crea la realtà: i poteri yogici e la natura del mondo

Commento al testo «Tripura Rahasya», capitolo 12 «La manifestazione della realtà dell’universo dipende dalla forza di volontà investita nella creazione»

 

«Il mondo diventa tale quale ci si abitua a vederlo nei propri pensieri e nelle proprie rappresentazioni. Questa affermazione è confermata dalla realizzazione (materializzazione) da parte degli yogi degli oggetti che essi immaginano nella propria fantasia, desiderando ottenerli».

«Il mondo diventa tale quale tu ti abitui a vederlo nella tua rappresentazione» – questo è un postulato fondamentale che va ricordato. Quando ci imbattiamo nella varietà dei fenomeni, in realtà tutti i fenomeni sono interdipendenti. Il mondo è così a causa della mente, la mente è così a causa del mondo.

Per esempio, quando alcuni discepoli venivano da Marpa, alcuni lo vedevano sotto forma di una colonna di luce, altri sotto forma di un flusso d’acqua, altri ancora in qualche altra forma. E tutti chiedevano perché egli si manifestasse così. Marpa diceva: «La vostra visione è condizionata dai karma presenti nella vostra coscienza. Io non ho fatto nulla di speciale, ero semplicemente in una delle forme di samadhi, ma poiché i vostri karma si univano al mio samadhi, alcuni mi percepivano in un modo, altri in un altro».

Praticando, ci abituiamo a vedere il mondo nella visione pura. Col tempo esso si manifesta davvero nella visione pura e ci si apre come mandala. A chi non è così fortunato, a chi continua a vedere il mondo in una visione contaminata, il mandala non si apre. E non gli si aprirà finché non cambierà qualcosa in se stesso.

La storia del re Sushena e del rishi Ghana

Il re Sushena compie l’ashvamedha e i principi seguono il cavallo sacro

«A questo proposito porterò l’esempio di un antico e meraviglioso caso.

C’era una volta un re molto saggio e celebre di nome Sushena, che governava la città molto sacra di Sundara nel paese chiamato Vanga. Suo fratello minore, Mahasena, era il suo suddito fedele ed esecutivo. Il re governava il suo regno così bene che tutti i sudditi lo amavano.

Un giorno compì il rito sacrificale dell’ashvamedha. Tutti i principi più valorosi seguirono il cavallo alla testa di un grande esercito».

Ashvamedha-yajna (sacrificio del cavallo) è un celebre rito che veniva eseguito in epoca vedica. «Ashva» significa destriero, cavallo. Dopo il rito appropriato, il cavallo, scelto in modo speciale e ornato con i segni del potere regale, veniva lasciato libero. Gli era permesso correre oltre i confini del regno, e nella direzione in cui si dirigeva seguiva l’esercito reale. Quando oltrepassava il confine, invadeva lo Stato di qualcuno. Ma poiché era un cavallo reale, si riteneva che quella località in cui era entrato appartenesse ora allo Stato del re che aveva compiuto questo rito. E se un altro re non era d’accordo, poteva contestarlo sfidando l’esercito che seguiva il cavallo ed entrando in battaglia. Se il re che compiva l’ashvamedha-yajna era potente e una grande armata seguiva il cavallo, allora in pochi giorni o settimane il cavallo attraversava diversi Stati, che venivano dichiarati proprietà di questo re. In tal modo il re ampliava i propri domini. Se invece a un altro re ciò non piaceva, allora iniziava la guerra.

Allo stesso modo, questi fratelli seguivano il cavallo nella speranza che tutto il regno passasse a loro dopo questo rito.

Presso l’Irrawaddy il figlio del rishi conduce il cavallo sul colle Ganda

«La loro marcia fu vittoriosa finché non raggiunsero le rive del fiume Irrawaddy.

Erano così inebriati dalle loro vittorie che passarono oltre un rajarishi di nome Ghana, che sedeva pacificamente, senza rendergli i dovuti segni di rispetto.

Il figlio di Ghana notò il loro atteggiamento offensivo verso suo padre, e questo lo fece adirare. Catturò il cavallo sacrificale e sbaragliò gli eroi che lo custodivano.

Essi lo circondarono, ma davanti ai loro occhi egli entrò, insieme al cavallo, nel territorio del colle chiamato Ganda. Notando la sua scomparsa tra i cespugli del colle, gli invasori attaccarono il colle. Il figlio del saggio apparve di nuovo, ma questa volta con un enorme esercito, combatté contro i nemici, li sbaragliò e distrusse l’esercito di Sushena. Catturò molti prigionieri di guerra, inclusi tutti i principi, e poi tornò di nuovo all’interno del colle. Alcuni guerrieri che riuscirono a salvarsi corsero da Sushena e gli raccontarono tutto ciò che era accaduto».

La natura del tempo e dello spazio nella comprensione yogica

La collina Ganda come bozzolo temporale dello spazio e del tempo

Che cos’è questa collina? Questa collina, creata in modo mistico, parlando nel linguaggio della fisica moderna, rappresentava una «sfera di Schwarzschild» – un buco nero che curva il tempo e lo spazio, un bozzolo temporale in cui la luce si richiude su se stessa senza uscire dai suoi confini. Poiché un buco nero possiede una massa colossale, il tempo e lo spazio al suo interno non possono fuoriuscire; in esso può essere racchiuso un intero universo.

Dal punto di vista della coscienza ordinaria, il tempo e lo spazio esistono di per sé, indipendentemente, come certe costanti del mondo materiale. Dal punto di vista della magia, e ancor più dal punto di vista degli insegnamenti spirituali simili all’advaita, il tempo e lo spazio sono secondari rispetto alla coscienza. Ciò significa che prima esiste il soggetto, l’osservatore, la presenza, e poi da questa coscienza vengono generati il corso del tempo, le coordinate spazio-temporali, le dimensioni.

A seconda delle qualità della coscienza, il tempo può scorrere in un certo modo. In altri mondi, dove gli esseri possiedono un’altra visione karmica, il tempo può scorrere in obliquo rispetto al nostro. E se entriamo in quel mondo, si verificherà un paradosso spazio-temporale. Per esempio, nel nostro mondo passeranno dieci anni, mentre nel loro mondo potrebbe passare soltanto un giorno.

Un cacciatore tibetano torna dalla grotta dopo secoli di tempo esterno

Nei testi del buddhismo tibetano esiste un racconto del XIX secolo su un cacciatore che, cacciando tra le montagne del Tibet, si imbatté in una grotta. Entrato nella grotta, sperimentò un offuscamento della coscienza e si ritrovò in un luogo dove le persone erano molto gioiose e accoglienti, e le loro case erano ben sistemate. Esse parlarono con lui, gli raccontarono le leggi del loro mondo, lo illuminarono sul cammino del risveglio, gli mostrarono molte cose meravigliose e gli proposero di restare con loro. Ma egli rifiutò, poiché a casa aveva lasciato la fidanzata e la famiglia, e tornò indietro. Era entrato nella grotta con un fucile, ma quando tornò indietro scoprì che il suo fucile si era decomposto. Si scoprì che nel mondo degli uomini erano passati circa 200 anni. Quando tornò al villaggio, nessuno lo riconobbe, e nemmeno lui riconobbe nessuno. Solo dopo aver interrogato gli abitanti del luogo trovò i discendenti, cioè coloro che erano suoi parenti, per i quali egli stesso era il trisavolo del trisavolo. E questi discendenti raccontarono che c’era davvero stato un tale cacciatore, che un giorno era andato sui monti e non era più tornato; lo si considerava disperso. Trovò i suoi pronipoti dei pronipoti, che erano più anziani di lui. Si può dire che egli fosse entrato in un’altra dimensione della coscienza, dove il tempo scorreva in modo diverso, mentre lui stesso non era cambiato affatto.

Il pozzo scozzese come buco cronale con un diverso scorrere del tempo

Ai nostri giorni in Scozia si è verificato un caso in cui un uomo si apprestò a pulire un pozzo e i compaesani, dopo averlo legato con delle corde, lo calarono a una profondità di circa nove metri. Tutto procedeva normalmente finché egli non cominciò a tirare disperatamente la corda perché lo tirassero su. Quando lo tirarono fuori, tutti furono scioccati da ciò che videro: quando lo avevano calato nel pozzo, era un uomo sano di trent’anni, ma ne tirarono fuori un vecchio con una lunga barba, capelli grigi e un corpo invecchiato, che non riusciva a spiegare nulla, trovandosi in uno stato di incoscienza. Molto probabilmente era finito in uno dei cosiddetti buchi cronali, dove il tempo scorreva in modo completamente diverso e, rimastovi impigliato con la coscienza, vi aveva trascorso molto tempo.

Questo indica che costanti fisiche come il tempo e lo spazio non sono qualcosa di immutabile: se si entra in un’altra visione karmica, lì tutto scorre in modo completamente diverso.

Questo apre allo yogin la possibilità di una comprensione più ampia dell’universo. Egli sa: se cambierà profondamente la propria coscienza, anche il mondo esterno cambierà profondamente. E ciò significa che, spostando la propria coscienza, può viaggiare lungo i rami del tempo e dello spazio. Può scivolare da alcuni rami del tempo e passare ad altri. Posso dire per esperienza personale che questo è davvero possibile. Quando si ricevono esperienze di questo tipo, naturalmente, ciò colpisce sempre.

L’incontro di Mahasena con il rishi Gana

Sushena manda Mahasena dal rishi Gana con rispetto

«Sushena si meravigliò e disse a suo fratello:

«Fratello! Va’ nel luogo in cui si trova il saggio Gana. Ricorda che i saggi che praticano tapas possiedono un potere miracoloso, e persino gli dèi non sono in grado di sconfiggerli. Perciò ti chiedo di placarlo, affinché ti permetta di riprendere i principi e il cavallo sacrificale, poiché il momento del sacrificio si avvicina rapidamente. L’orgoglio mostrato davanti ai saggi sarà sempre umiliato, costringendo il superbo a sottomettersi. Se li si fa adirare, essi distruggeranno il mondo riducendolo in cenere. Rivolgiti a lui con il dovuto rispetto, affinché il nostro scopo possa essere compiuto».

Mahasena trova il rishi Gana in samadhi immobile

Mahasena obbedì e si accinse immediatamente a compiere l’incarico che gli era stato affidato. Giunse al rifugio di Gana e trovò il saggio seduto serenamente in una posizione immobile, simile a un masso di pietra, con i suoi sensi, la mente e l’intelletto sotto perfetto controllo».

Il re immaginava di essere un uomo molto potente, ma in realtà un semplice rishi, uno yogin asceta, era molto più potente di lui. Sulla Terra esistono forze che possono possedere un potere grandissimo, e tuttavia possono non manifestarsi. Si può dire che la Terra sia il campo d’azione di diverse forze. Quando una certa forza potente si attualizza, diventa visibile, manifesta, ma ciò non significa che sarà sempre così. Il mondo si trova costantemente in un equilibrio instabile, in movimento continuo, e a ogni periodo di tempo corrispondono i propri operatori di potere e volontà, cioè esseri potenti capaci di trasmettere iccha-shakti. Al posto degli uni ne compaiono altri, e possono cambiare completamente il mondo, imprimendogli un nuovo vettore di direzione, una nuova visione karmica. In sostanza, tutto il mondo è un gioco di diverse visioni karmiche. Nella visione karmica impura questo si manifesta sempre come corso della storia, scontro e lotta di clan politici, religiosi o di altro genere, egregori nazionali, ecc. Nella visione assoluta, pura, tutto questo è lila, cioè i giochi dell’unica shakti, attraverso la quale si manifesta Brahman.

Il risveglio del saggio dal samadhi

«Il saggio, che era immerso nell’Essenza suprema, ricordava un mare sereno le cui onde di pensieri si erano placate. Mahasena si prosternò spontaneamente davanti al saggio e cominciò a lodarlo, e con un tale sentimento di reverenza rimase in quel luogo per tre giorni.

Il figlio del saggio, che osservava il nuovo visitatore, ne fu compiaciuto e, avvicinatosi a lui, disse:

«Sono soddisfatto del rispetto che mostri a mio padre. Dimmi che cosa posso fare per te, e lo farò subito. Io sono il figlio di questo grande Gana, straordinario eremita. Principe, ascoltami. Ora non è il momento di parlare con mio padre. Egli si trova attualmente in kevala-nirvikalpa-samadhi, e uscirà da questo stato solo dopo esservi rimasto per dodici anni, dei quali cinque sono già trascorsi e sette sono ancora davanti a lui.

Dimmi ora che cosa desideri ottenere da lui, e io lo farò per te. Non sottovalutarmi e non pensare che io sia soltanto un giovane ostinato, indegno di suo padre. Non c’è nulla di impossibile per gli yogi che praticano tapas».

Dopo averlo ascoltato, il saggio Mahasena lo salutò con i palmi delle mani congiunti e disse:

«O figlio del saggio! Se intendi esaudire il mio desiderio, allora prima voglio rivolgere una piccola richiesta al tuo saggio padre, quando uscirà dal suo samadhi. Ti prego, aiutami in questo, se non ti è gravoso».

Il figlio del rishi risveglia la coscienza del padre attraverso lo yoga sottile

A ciò il figlio del saggio rispose quanto segue:

«Principe, la tua richiesta non è semplice. Ma, avendo promesso di esaudire il tuo desiderio, ora non posso ritirare le mie parole. Ora devo chiederti di attendere un’ora e mezza, durante la quale potrai osservare la mia forza yogica. Mio padre dimora ora in una pace trascendente. Come potrebbe qualcuno svegliarlo con sforzi esteriori? Aspetta! Lo farò subito per mezzo dello yoga sottile».

Detto ciò, si sedette, ritirò i suoi sensi dal mondo esterno, unì il respiro in entrata e quello in uscita, espirò l’aria e rimase immobile per un breve tempo».

Il figlio del rishi decise di entrare nello stato di savikalpa-samadhi per unire la propria coscienza con quella di suo padre e riportare la coscienza del padre allo stato di veglia. Per farlo eseguì uno dei metodi descritti nel «Vigyana Bhairava Tantra», unendo il respiro entrante e quello uscente, cioè riconobbe l’intervallo tra due respiri, vi unì la presenza e introdusse il prana nel canale centrale.

«Così egli entrò nella mente del saggio e, scuotendola, tornò nel proprio corpo. Immediatamente il saggio ritornò in questo mondo delle percezioni sensoriali e vide proprio davanti a sé Mahasena, prostrato dinanzi a lui e intento a lodarlo».

Se riuscite a ritirare i sensi verso l’interno, a dirigere la coscienza nel corpo sottile, a introdurre il prana nel canale centrale, potete entrare nelle menti degli altri. Non è così difficile come sembra. Entrando nelle menti degli altri, potete vedere il sottile lavoro della loro coscienza. Potete vedere il corpo astrale di questa persona con il vostro corpo sottile, comprendere a cosa pensa, qual è il suo stato, il suo umore. Potete comprenderlo nella misura in cui lo permette la vostra ricettività. Questo si manifesta sotto forma di un’immagine che sorge tra le sopracciglia o all’altezza del cuore. Potete persino parlare con il corpo sottile di questa persona, ottenere le informazioni di cui avete bisogno o la sua opinione su una determinata questione.

L’insegnamento sul tapas e sulle emozioni

Rishi Gana insegna al figlio che l’ira distrugge il tapas

«Rimase pensieroso per un istante, comprendendo tutta questa situazione grazie al potere delle sue facoltà miracolose.

Dimorando in perfetta pace e beatitudine, chiamò a sé suo figlio e gli disse:

«Ragazzo, non ripetere in futuro un simile errore. L’ira distrugge il tapas. Il tapas è possibile solo nel caso in cui, e può progredire senza ostacoli solo perché il re protegge gli yogi. Ostacolare il compimento del sacro sacrificio è sempre riprovevole, e non è mai approvato dalle persone virtuose».

Il tapas viene distrutto non solo dall’ira, ma da qualsiasi sentimento emotivo con cui ci identifichiamo. Tapas (letteralmente, «accensione») è la forza spirituale accumulata come risultato della contemplazione, dell’ascetismo, della concentrazione e del samadhi. È il contatto della nostra coscienza superficiale con il buddhi (consapevolezza intuitiva) e con l’Atman. Grazie al contatto con il buddhi e con l’Atman, lo yogin può mettere in azione la propria forza della conoscenza (jnana-shakti). Può anche mettere in azione la forza di volontà (iccha-shakti) e manifestarla come forza dell’azione (kriya-shakti). Quando mette in azione queste tre forze, può manifestarle nel mondo esterno come azioni di creazione, di distruzione degli ostacoli, di mantenimento dell’armonia, di occultamento o di manifestazione del divino. Se permette l’intrusione delle emozioni e si identifica con esse, la sua coscienza intuitiva viene oscurata, il contatto con l’Atman viene oscurato, tutte le sue forze spirituali scompaiono.

Le emozioni, in quanto energia, non distruggono i siddhi solo nel caso in cui lo yogin sappia come unirsi a esse. Se è un potente maestro della pratica della contemplazione, dotato di grande esperienza, può permettere a qualsiasi emozione di manifestarsi, unendo a essa la presenza, e queste emozioni si auto-liberano nello stato naturale. E allora, invece di distruggere il tapas, lo aiutano. Questo è realmente possibile se lo yogin può dimorare nella presenza e l’emozione non è disorientante rispetto alla presenza. Allora avviene ciò che viene chiamato «integrazione», o «trasformare i klesha in saggezza». Tuttavia non è semplice; anzi, è accessibile solo agli yogin autentici. Anche adirandosi, un tale yogin non distruggerà il risultato del proprio tapas, perché non sarà identificato con l’ira e continuerà a dimorare nella presenza; la sua ira sarà una manifestazione del gioco. Qualunque stato emotivo egli sperimenti, sarà semplicemente lila, proveniente dal centro della sua presenza e diretta ad aiutare gli esseri viventi. Una persona comune, vedendo ciò, non riuscirà nemmeno a capire di che cosa si tratti. Solo ai maestri sono accessibili simili manifestazioni.

La liberazione dei prigionieri e la storia del saggio

Il figlio del rishi restituisce il cavallo e i principi dalla collina

«Sii un bravo ragazzo e restituisci immediatamente il cavallo e i principi. Fallo subito, affinché il sacrificio possa svolgersi nel termine stabilito».

Ricevute queste istruzioni, il figlio del saggio placò subito la propria ira. Salì sulla collina, tornò con il cavallo e i principi e li liberò con grandissima gioia.

Mahasena mandò i principi con il cavallo in città. Rimase stupito da ciò che aveva visto e, salutando il saggio, gli chiese con rispetto: «Signore, ti prego, dimmi in che modo il cavallo e i principi erano stati nascosti sulla collina».

Allora il saggio rispose:

«Ascolta, o re, un tempo ero un imperatore che governava un impero circondato dai mari. Dopo molti anni di tale regno, discese su di me la grazia di Dio, e in me sorse il disgusto per questo mondo, come se fossi soltanto un rottame alla luce della coscienza interiore. Rinunciai al regno in favore dei miei figli e mi ritirai in questa foresta. Mia moglie, piena di senso del dovere, partì con me. Per diversi anni praticammo tapas. Un giorno mia moglie mi strinse tra le sue braccia, e questo figlio nacque da lei mentre io ero in samadhi. Mi fece tornare in me, lasciò il bambino con me e morì.

Questo ragazzo fu allevato da me con amore e cura. Quando crebbe, sentì dire che un tempo ero stato re; desiderò diventare anche lui un re simile e mi pregò di esaudire la sua richiesta. Lo iniziai allo yoga, che egli praticò con tale successo da essere capace, con la forza del suo desiderio, di creare il proprio mondo all’interno di questa collina, sul quale ora regna. Il cavallo e i principi erano trattenuti lì. Ora ti ho raccontato il segreto di questa collina».

Grazie al suo tapas, il figlio del re-yogin creò il proprio tunnel di realtà: un mandala in cui si instaurò come divinità. Lo creò grazie al fatto che riuscì a scoprire la propria natura della Mente, a entrare nell’unico «sapore», a ricongiungersi con l’unica Sfera, e poi a mettere in azione le forze universali: jnana-shakti, kriya-shakti e icchha-shakti.

Penetrazione nel mondo della collina

Dopo aver ascoltato questa risposta, Mahasena chiese di nuovo: «Ho ascoltato con grande interesse il tuo meraviglioso racconto su questa collina. Voglio vederla. Puoi esaudire la mia richiesta?»

Udendo questa richiesta, il saggio ordinò a suo figlio: «Ragazzo! Mostragli questo luogo ed esaudisci la sua richiesta». Detto ciò, il saggio sprofondò di nuovo nel samadhi; e suo figlio si allontanò con il principe.

Mahasena non può entrare fisicamente nella collina e deve andare nel rivestimento mentale

Il figlio del saggio entrò nella collina senza alcuna difficoltà e scomparve, ma Mahasena non riuscì a entrare nel territorio della collina e perciò cominciò a chiamare il figlio del saggio. Anche quello chiamava il principe, trovandosi all’interno della collina. Poi il figlio del saggio uscì dalla collina e disse al principe:

«O principe, in questa collina non si può penetrare con le scarse forze yogiche che possiedi. Per te sarà una barriera troppo densa. Tuttavia, in un modo o nell’altro, devi entrare nella collina, come ha ordinato mio padre. Lascia ora il tuo corpo grossolano in questo tunnel nascosto dagli arbusti; entra nella collina insieme a me nel tuo rivestimento mentale».

Il figlio del saggio raccomandò al principe di lasciare il corpo fisico e di uscire nel corpo sottile. Ma per il principe ciò era come una derisione, poiché, naturalmente, non poteva né entrare nella collina nel corpo fisico, né estrarre il proprio corpo sottile. Il figlio del saggio non aveva bisogno di separare il corpo sottile: entrava nella collina direttamente nel corpo fisico. Perché? Perché il suo corpo fisico non era più composto di elementi impuri, come quello del principe, ma di shuddha-tattva: elementi puri uniti all’energia della chiara luce.

Questo accade se riveliamo la chiara luce e poi pratichiamo a lungo l’integrazione con i cinque elementi e uniamo bhava, la presenza contemplativa, l’energia della chiara luce con la forma del corpo fisico. Allora la forma del corpo fisico viene riconosciuta come completamente pura nella sua base.

Quando l’orgoglio divino penetra al livello dei prana, delle nadi e delle cellule del corpo fisico, il corpo fisico viene riconosciuto non come materia densa, ma come materia sottile, vibrante a una frequenza molto alta. Proprio per questo i santi mahasiddha, trovandosi in un profondo samadhi unito al corpo, potevano lasciare impronte nelle pietre.

Metodi di separazione del corpo sottile

Il principe non poteva farlo, e chiese: «Dimmi, santo, in che modo devo abbandonare questo corpo? Se lo farò per mezzo della forza, morirò».

Il santo sorrise a queste parole e disse: «Si vede che lo yoga ti è ignoto. Va bene, chiudi gli occhi».

Esistono molti modi per separare il corpo sottile. Se porterete a termine con successo i ritiri di siddha-yoga, ve ne convincerete da soli. Uno dei modi è il controllo dei venti e dei canali, la padronanza della forza della kundalini. Quando il prana si è risvegliato nel muladhara-chakra ed entra nel canale centrale, avete così tanta energia che, semplicemente concentrandovi sulla sommità del capo, potete sollevare il prana verso l’alto. Se vi trovate in posizione supina (shavasana), oppure in posizione seduta, il prana si raccoglierà completamente nella testa, sentirete la colonna vertebrale riempirsi, una pressione nella zona della testa, una rotazione; davanti a voi baleneranno diverse visioni e luci. Poi sentirete di scivolare fuori dalla sommità del capo e di restare sospesi sopra il vostro corpo fisico. Così avviene la separazione del corpo sottile con il metodo della kundalini-yoga.

Oppure sentirete il prana raccogliersi in uno dei chakra, per esempio nella gola. All’inizio la gola si dilata per la pressione, e poi sentite come se il vostro corpo sottile si arrotolasse in un tubicino, percepite una rotazione e scivolate fuori dal corpo fisico. Esperienze simili sono qualcosa di molto naturale, soprattutto quando praticate intensamente in ritiro. Lo so per esperienza personale.

Ma oltre alla kundalini-yoga esistono molti altri modi per separare il corpo sottile. Uno di essi è lo yoga dei sogni. Se avete avuto successo nella separazione del corpo sottile con il metodo dello yoga dei sogni, allora, trovandovi nello stato di veglia, vi addormentate in qualche modo un poco da svegli, e il corpo sottile scivola fuori da quello fisico. Ciò avviene grazie alla forza dell’intenzione.

Sciamani, stregoni e maghi di solito usano un’«unguento per volare» preparato in modo speciale, con cui si strofinano il corpo fisico. Nella sua composizione entrano mandragora, stramonio, giusquiamo e molti altri ingredienti. Tuttavia, se i vostri nadi e i vostri prana sono puri e la mente è piuttosto forte, non avete bisogno di un «unguento per volare» per separare il corpo sottile.

Per uno yogin la conoscenza del corpo sottile è molto importante, per comprendere pienamente: «io non sono questo corpo fisico». Si ritiene inoltre che, se eseguite con successo le pratiche di ritiro dello shat-chakra-yoga, concentrandovi sul manipura-chakra, e poi imparate a unire la presenza con il manipura-chakra, avrete moltissime esperienze di bardo-yoga; nei sogni sperimenterete molte uscite del corpo sottile e, ancora in vita, conoscerete il mondo del bardo.

Trasferimento della coscienza a un altro essere

Il santo estrae il corpo sottile del principe e lo conduce nell’impero all’interno della collina

Il principe chiuse gli occhi, e allora il santo penetrò immediatamente nella sua coscienza ed estrasse il corpo sottile del principe da quello grossolano, lasciando quest’ultimo nel tunnel.

Poi, mediante la sua forza yogica, il santo entrò nella collina insieme a questo corpo sottile del principe, estratto da quello grossolano, per esaudire il desiderio del principe di vedere l’impero che si trovava all’interno della collina.

Questo bambino, che probabilmente aveva molte migliaia di anni, possedeva un potere straordinario e straordinarie forze yogiche. Si ritiene che sia possibile trasferire la coscienza a un altro, facendo uscire il suo corpo sottile da quello fisico, se si sa come farlo. Uno dei metodi consiste nel fatto che lo yogin unisca il proprio canale centrale con il canale centrale di un altro essere. Eseguendo tale unione e praticando la visualizzazione, si può «estrarre» il corpo sottile di un altro essere da quello fisico e compiere per lui il trasferimento, dirigendolo con la forza della propria visualizzazione o bhava.

Un tempo sperimentavo cose simili, ma sugli animali. Una volta cercai di unire il mio canale centrale con il canale centrale di un gatto, praticando l’integrazione. Non appena lo feci, il gatto saltò a circa un metro e mezzo. L’esperimento finì lì.

Si ritiene che si debba avere una seria motivazione di compassione o di aiuto per occuparsi di cose del genere. Di solito pratiche simili si applicano anche nello yoga del trasferimento della coscienza (se si tratta della coscienza di una persona che lascia il corpo), per dirigere l’anima verso un mondo più elevato.

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