Il testo di Ramalinga Swamigal “La Luce della Grazia Suprema”:
«La Luce della Grazia Suprema è un meraviglioso tempio di saggezza, che trascende il grande spazio del suono primordiale.
La Luce della Grazia Suprema manifesta lo spazio della saggezza, al di là del vuoto del Vedanta; sperimentata al di sopra dello stato di turya.
La Luce della Grazia Suprema è uno spazio unico di saggezza, colmo di gioia illimitata, al di là dei concetti del pensiero puro».
Ramalinga dice che la Luce della Grazia Suprema trascende lo spazio del suono primordiale.
Lo spazio originario possiede la capacità di irradiare, può manifestarsi. Questa manifestazione viene descritta come suono, luce e raggi (nada, bindu e kala). Suono, luce e raggi sono la base di tutta la creazione manifestata. Essi sono particolarmente importanti per noi nella pratica agli stadi superiori.
La luce e i raggi vengono indagati nello jyoti-yoga. Il suono viene indagato nel nada-yoga. Esiste persino un’intera filosofia chiamata “nadanta”. È la filosofia del suono. Tuttavia Ramalinga scrive che questa Luce della Grazia Suprema trascende lo spazio del suono, poiché al di là di tutti i suoni esiste lo spazio puro originario della consapevolezza. Egli dice anche che la Luce della Grazia Suprema trascende il vuoto del Vedanta, l’aspetto vuoto dell’Assoluto, Brahmajyoti.
Quando si parla del darshan della Luce della Grazia Suprema, diciamo che non è soltanto l’aspetto vuoto, è anche l’aspetto del manifestato; perciò essa trascende la semplice vacuità accettata nell’Advaita Vedanta. È una vacuità che può manifestarsi attraverso le forme.
«La Luce della Grazia Suprema domina sul piano originario della coscienza, il più alto spazio della pura conoscenza.
La Luce della Grazia Suprema è un sacro tempio di saggezza, uno spazio al di là dei limiti della natura.
La Luce della Grazia Suprema è il tempio originario della santità, uno spazio unico di essere, coscienza e beatitudine.
La Luce della Grazia Suprema risplende nello spazio della creatività dell’abbondanza immortale.
La Luce della Grazia Suprema è il tempio interiore delle sacre scritture, lo spazio che afferma causa ed effetto.
La Luce della Grazia Suprema è un sacro tempio di saggezza, lo spazio proclamato dai testi sacri come uno e molteplice».
Le condizioni per la rivelazione della grazia

Quando questa grazia tocca l’uomo? Quando lo specchio della mente è aperto grazie a una vigilanza incessante e attenta verso la pura coscienza al di là dei pensieri. Molte persone, specialmente coloro che leggono Sri Aurobindo, amano ragionare sulla forza discendente. Tuttavia si può parlare di forza discendente solo quando lo specchio della mente, al di fuori dei concetti, è aperto grazie alla coltivazione della contemplazione, quando lo sforzo e il concetto di colui che medita sono stati abbandonati, quando la contemplazione dura senza sforzo. Allora questa luce inizia a rivelarsi come una vibrazione sottilissima, che satura la coscienza di bhava, modifica il corso del prana, introduce i venti nel canale centrale.
Questa luce esiste sempre, ma se la coscienza è dualistica e grossolana, non può sintonizzarsi su di essa. Quando invece la contemplazione si fa più sottile e noi raggiungiamo lo stadio dell’assenza di sforzo, questa luce viene compresa come uno spazio onnicomprensivo e totalizzante che entra nel corpo dello yogin attraverso i chakra. Allora il processo di semplice attenzione e abbandono di sé permette a questa luce di saturare ripetutamente la coscienza, di trasmutare i prana. Tale abbandono di sé nasce dalla giusta contemplazione, dal lasciar andare, dal rilassamento.
Ramalinga la chiama lo spazio della creatività dell’abbondanza immortale. Quando questa luce tocca la coscienza, si manifesta in molteplici forme e aspetti, in manifestazioni molto complesse e profonde. Tali manifestazioni complesse e profonde sono chiamate sambhogakaya, o corpo della ricchezza.
L’unico “sapore” e i suoi aspetti
Nello stadio della contemplazione senza sforzo, lo yogin, quando vede gli oggetti esterni, riceve da essi un potentissimo impulso di illuminazione. Dietro ogni oggetto vede uno splendore che discende nel suo corpo. Di solito si dice che l’unico “sapore” significa che lo spazio interiore e quello esteriore si mescolano. È così. Vi dirò che non può raggiungere l’illuminazione colui che non possiede l’unico “sapore”. Ma se si chiede che cos’è l’unico “sapore”, non tutti comprendono di che cosa si tratti.

L’unico “sapore” significa:
- Lo spazio interiore e quello esteriore sono mescolati
- Tutte le cose e i fenomeni, per natura, vengono percepiti allo stesso modo
- Il tempo (passato, presente e futuro) è mescolato e rappresenta un’unica cosa
- Lo yogin si sente nei corpi di tutti gli esseri viventi, si sente come coscienza onnipervadente negli alberi, nelle pietre, nelle stelle e nei pianeti, fin dove arriva la forza della sua coscienza
- Lo yogin percepisce allo stesso modo questa luce tanto nelle cose pure quanto in quelle impure, tanto nelle buone quanto nelle cattive
Quando tutto viene visto come omogeneo, questo è proprio l’unico «sapore».
La luce del figlio e la luce della madre
La Luce della Suprema Grazia precede l’unico «sapore». Essa è preceduta dallo stadio della contemplazione senza sforzo. Perché? Perché deve avvenire l’autotrascendenza. Per ottenere l’unico «sapore», bisogna liberarsi dal falso centro dell’«io» e lasciarlo andare completamente.
Perciò avviene più o meno questo processo. All’inizio, grazie alla contemplazione senza sforzo, lo yogin comincia a percepire il grande spazio. Non necessariamente lo vede come qualcosa, lo sente con il suo prana, lo contempla con la sua mente. Gradualmente questo grande spazio comincia a manifestarsi come qualcosa che viene piuttosto dall’esterno, e non dall’interno, e in effetti è così.
Il grande spazio viene dall’esterno, e questo si chiama «luce della madre», o grande luce. Dentro di noi c’è la «luce del figlio», o piccola luce. Questa luce del figlio è ancora immatura: è una porzione di consapevolezza che abbiamo ottenuto grazie al nostro allenamento nella contemplazione. Ma la luce della madre è una luce immensa, è un enorme spazio di purezza e perfezione dell’Assoluto, che è fuori di noi. In sostanza, è l’Assoluto stesso, se lo si considera separatamente da noi.
Prima eravamo ciechi alla luce della madre, perché non avevamo nemmeno la nostra propria luce del figlio. Ma quando abbiamo generato la luce del figlio, e la nostra contemplazione al tempo stesso dura in modo vigile e ininterrotto, e per noi questo è l’apogeo del nostro stato, quando è come se ogni secondo camminassimo sul filo del rasoio, cercando in nessun caso di perderla, allora la luce della madre comincia ad aprirsi a noi e a discendere su di noi in un flusso immenso. E gradualmente lo spazio esterno comincia a mescolarsi con quello interno, la luce del figlio si fonde con la luce materna.

Fusione nel bardo e durante la vita
Di solito questo processo si completa pienamente nel momento del bardo. Nel bardo, quando i canali e gli elementi del corpo non ostacolano, la luce del figlio risplende intensamente, mentre la luce della madre si rivela in tutta la sua pienezza e magnificenza. E allora si dice che la coscienza dello yogin si fonde con questa luce, riconoscendola, perché per tutta la vita si è allenato a contemplare la luce della madre. È simile a un bambino che salta sulle ginocchia della madre. Non avendo né speranza né paura, semplicemente lascia andare tutto e si rilassa, mantenendo al tempo stesso l’assenza di sforzo e la vigilanza nella presenza. Egli salta semplicemente in questo abisso, in questa valanga di luce, diventando uno con essa, accende la propria coscienza fino all’infinito, raggiungendo l’illuminazione definitiva.
Chi non è riuscito a comprendere questo principio, non ha acquisito la luce del figlio e non può lasciarsi andare, nel bardo molto probabilmente non riuscirà a riconoscere la luce della madre e quindi non potrà fondersi con essa.
Se invece lo yogin contempla profondamente, può percepire questa luce della madre anche durante la vita. Il suo spazio interiore ed esteriore si mescolano già durante la vita, sebbene non ancora completamente. Allora si dice che egli entra nello stato dell’unico «sapore». Questo significa che, ovunque si trovi e qualunque cosa faccia, contempla l’unica Essenza Suprema e non la perderà più, e che nomi e forme non lo trarranno più in inganno.
La fusione dello spazio interiore ed esteriore, della luce filiale e materna, è il dharma dei siddha. Chi ha conosciuto questo processo, ha conosciuto tutti i dharma che esistono al mondo. Persino gli Dei lo trattano con rispetto.

Consapevolezza onnipervadente
Quando ciò accade, allora in voi appare una consapevolezza più sottile dei pensieri. E se avete compreso l’essenza, sapete che questa consapevolezza non è focalizzata in nessun luogo: né dentro, né fuori, né sul respiro, né sul corpo, né su un qualche punto del corpo o all’esterno. È semplicemente consapevolezza onnipervadente.
Quando avete compreso il principio della consapevolezza onnipervadente, che è più sottile dei pensieri, allora in una certa misura potete dire di sapere un po’ che cos’è la presenza, che cos’è l’auto-liberazione mediante la nuda consapevolezza.
Quando mantenete questa consapevolezza, vedendo il mondo esterno con gli occhi aperti, ma al tempo stesso vi rilassate, abbandonate lo sforzo e non permettete alla coscienza di muoversi verso l’esterno, allora gradualmente una certa forza che vi trascende, sotto forma di coscienza sottile, comincia a entrare in voi. Dovete rilassarvi ancora di più, lasciarvi andare ancora di più e essere consapevoli in modo ancora più sottile, e allora qualcosa di ancora più grande entrerà in voi. Ciò che entra in voi può essere chiamato il prototipo della Luce della Grazia Suprema, di cui parlava Ramalinga.
Mescolanza dell’interno e dell’esterno
Che cosa entra dunque in voi quando vi siete completamente lasciati andare, siete rilassati, ma vigili e consapevoli? In realtà «entra» è un termine convenzionale. Nulla entra, avviene semplicemente una mescolanza. Vedete la nuda pura presenza, che si trova ovunque al di là del vostro corpo, e non solo all’interno. E ciò che vedete all’esterno comincia a essere percepito come interno, cioè comincia a mescolarsi con l’interno.
Quando l’interno si mescola con l’esterno, sembra che qualcosa entri in voi. Questo accade solo quando lo sforzo in sé è stato abbandonato, per questo viene chiamato Grazia Suprema. Essa esiste sempre, tuttavia il mancato riconoscimento dell’esistenza del centro, così come le tendenze della vostra mente ad andare verso l’esterno, a muoversi e a focalizzarsi su qualcosa, non vi permettevano di percepirla.
Ma quando c’è la vigilanza del lasciar andare, l’apertura e non c’è una mente che esce verso l’esterno, ovunque contemplate soltanto l’unica Essenza Suprema come una consapevolezza onnicomprensiva, che permea tutti gli oggetti. Allora questa consapevolezza onnicomprensiva comincia a essere riconosciuta come interna e sorge la sensazione che qualcosa entri in voi. E questa sensazione i santi la chiamano Luce della Grazia.
Essa entrerà finché non avrà completamente dissolto l’idea dell’«io» e non si sarà mescolata con la vostra luce interiore. Quando tale idea dell’«io» scompare, questo viene chiamato autotrascendenza. Colui che ha compreso i segreti del lasciar andare, del rilassamento, della contemplazione senza sforzo della Luce della Grazia Suprema è il miglior yogi. Egli supera gli yogi sul sentiero dello sforzo. Gli si rivelano tali segreti che sul sentiero dello sforzo è persino impossibile sognare.

Allora lo yogin comprende che la sua pratica principale è seguire questa Essenza Suprema e permetterle di penetrare sempre di più in sé. Non appena lo yogin si distrae, la perde. Non appena si contrae, si focalizza, perde la penetrazione, la mescolanza non avviene.


