common.namaste

Libertà dallo sforzo e il cammino dello stato naturale

25.06.2026
0 мин. чтения
0
Condividi
Libertà dallo sforzo e il cammino dello stato naturale

Commento al testo «Chaturashiti-siddha-pravritti». Niguna

«Niguna, “né questo né quello”, era figlio di un capofamiglia di bassa casta nel Purvadesha. Crebbe pigro, non pensava affatto alle faccende mondane ed era indifferente a ciò che era considerato cattivo o buono. Se vedeva un frutto che desiderava, questo era buono, ma se non poteva ottenerlo senza sforzo, riteneva che fosse cattivo.

Un giorno uno yogin di passaggio gli propose:
– Andiamo in città a chiedere l’elemosina.

Ma Niguna disse:
– E se non ci danno nulla, allora? – e non si sollevò nemmeno da terra.

Lo yogin, per compassione, gli portò da mangiare, dicendo:
– Ascolta, ma hai qualche qualità?

– Yogin, – rispose Niguna, – se qualcuno è stato chiamato “Niguna”, di certo in lui non troverai alcuna qualità, neppure cercandola con la lanterna in pieno giorno.

– Non temi la morte? – gli chiese lo yogin mentre Niguna finiva di mangiare.

– Un po’ la temo, – rispose lui masticando, – ma che cosa posso fare in anticipo?

– Se praticherai, ti darò un metodo.

– Va bene, – Niguna si asciugò la bocca, – praticherò ogni giorno, appena mi sveglio.

Così lo yogin gli conferì l’iniziazione. Poi istruì Niguna nella pratica dell’unione di apparenza e vacuità:

– Né tu, né tutto ciò che ti circonda siete reali di per sé, sebbene tu non sia ancora illuminato. Soffrendo, gli esseri sono infelici nei loro tormenti, che sono irreali fin dall’inizio. Ciò che appare è inseparabile dalla vacuità; la pura luce è costantemente presente. E qualunque sia il tuo comportamento, la città pura è aperta per te.

Lo yogin parlava spesso così, e Niguna a poco a poco iniziò a praticare. Giunto alla piena integrazione della pura luce, ottenne i siddhi. Vagava senza distinguere la strada, indicando intorno con il dito e chiedendo:

– Chi sono queste persone?

Chiunque vedesse, diceva:

– Infelici, infelici, – e scoppiava in lacrime.

A coloro che decidevano di studiare con lui, Niguna mostrava il cammino della non separazione tra i fenomeni e la vacuità. Come una nave oceanica, attraversò le pietre miliari e le boe delle illusioni. Avendo raggiunto il siddhi dello stato naturale, nel suo corpo se ne andò nella Chiara Luce».

La natura della forza occultante e il cammino verso lo stato naturale

La purezza della Chiara Luce risplende fin dall’inizio, tuttavia non possiamo percepirla a causa della forza che occulta questa purezza. Questa forza occultante non irradia da qualche luogo esterno, irradia da noi stessi. Accade così che siamo simili a una persona che ha sulla fronte o sulla testa un casco con una lampada. Questa lampada fa luce, ma la luce che si diffonde intorno rifrange la realtà. La realtà risplende di per sé con la propria luce. Quando questa luce rifrange la realtà, la persona smette di vedere.

All’inizio dimoriamo nella completa ignoranza, e soltanto le sofferenze o l’insoddisfazione per questo stato ci conducono sul cammino della pratica. Poi iniziamo la pratica e aspiriamo ardentemente alla liberazione. Compiamo molte cose diverse, finché la nostra mente a poco a poco non si purifica. A volte cerchiamo di concentrarci continuamente sulla pratica, compiendo sforzi davvero incredibili. A volte sentiamo che i nostri sforzi, in confronto agli sforzi dei santi, sono insignificanti, che compiamo pochi sforzi, che dobbiamo impegnarci di più, che se non ci impegneremo, ma continueremo a rimanere nella prostrazione, non otterremo alcuna realizzazione.

Il cammino dall’ignoranza e dall’insoddisfazione alla pratica e alla purificazione della mente

Se non abbiamo compreso il cammino dello stato naturale, allora compiamo sforzi, e ben presto tutta la nostra vita diventa un unico sforzo ininterrotto. Possiamo sviluppare una grande forza di volontà, potremo sviluppare certe forze mistiche, ma vediamo che comunque ci manca qualcosa, che dentro non siamo vuoti, che quell’enorme sforzo che abbiamo compiuto ci ha cambiati completamente e ci ha resi yogin molto esperti, tuttavia la trascendenza non è avvenuta, siamo ancora “esseri umani”. Forse non siamo più esseri umani ordinari, siamo super-esseri umani, perché possiamo stare seduti in padmasana, arrestare il respiro per un certo tempo o emanare il corpo sottile, non abbiamo quasi desideri, possiamo mangiare una volta al giorno, ma siamo comunque ancora esseri umani.

Allora comprendiamo che ci manca il vuoto da noi stessi, la libertà dallo sforzo e la libertà da colui che compie lo sforzo. Perché lo sforzo stesso e colui che compie lo sforzo erano proprio quella forza occultante che noi sovrapponevamo alla realtà. Questo non significa che non si debbano compiere sforzi e rimanere nella letargia e nella prostrazione: una simile via di certo non conduce da nessuna parte. Significa piuttosto che dobbiamo riconsiderare il principio stesso dell’applicazione dello sforzo e compierlo inseparabilmente dalla consapevolezza vuota, con la comprensione che non esiste colui che compie lo sforzo.

La via della naturalezza e l’armonia con Rita

Quando comprendiamo questo, contemporaneamente all’applicazione degli sforzi nella sadhana, diventiamo ricettivi, cambiamo posizione. Prima attaccavamo la realtà e cercavamo di attaccare l’Assoluto come una fortezza, scagliandoci contro di essa con una spada o una lancia. Avendo compreso che questo tentativo è infruttuoso, ora cerchiamo di avvicinarci dall’altro lato, ci rilassiamo e seguiamo la via della naturalezza, diventando ricettivi.

Esiste il concetto di «Rita». Rita è la stessa cosa del Dao. È la legge cosmica universale, la legge del cosmo, che pervade tutte le cose. Si può dire che sia prajñana, cioè la consapevolezza nel suo altro aspetto. Quando svuotiamo noi stessi, eliminiamo completamente le nostre valutazioni e preferenze, seguiamo la via della naturalezza e impariamo ad aspirare senza aspirare, a compiere sforzi senza colui che compie lo sforzo, entriamo improvvisamente in armonia con questa legge universale, Rita. Possiamo lasciar andare noi stessi e concederci spazio e vuoto; allora, all’improvviso, scopriamo che ciò a cui aspiravamo così intensamente è sempre esistito, e che era importante soltanto rimuovere le nostre proiezioni, che le nostre stesse proiezioni ci impedivano di percepire la realtà.

Armonia con Rita attraverso il lasciar andare le valutazioni personali e la tensione

Non pensate che liberarsi da queste proiezioni sia facile. Se qualcuno è per nascita un asura, guarda il mondo con gli occhi di un asura; perciò persino nel nettare vedrà un’arma da combattimento, e in una mano benedicente, un pugno. Tale è la natura dell’asura: egli sta sempre in posizione di guardia. Perciò trascendere la propria visione karmica e le proprie proiezioni equivale a rinunciare completamente a se stessi, a diventare assolutamente vuoti, a diventare ricettivi. Quando poi diventiamo completamente ricettivi, il grande sole del risveglio comincia a splendere, e ci sembra semplicemente ridicolo che prima non riuscissimo a notarlo. Avremmo potuto essere sempre in questo stato sublime, perché esso è ciò in cui si trova tutto l’esistente. Tuttavia, a causa delle nostre proiezioni, ci rifiutavamo ostinatamente di vederlo, come un asino testardo che, invece di mangiare un cibo eccellente, vuole mangiare qualche erba di seconda qualità.

Integrazione e unione del soggetto con l’oggetto

Quando infine entriamo in questo stato naturale, non possiamo più dire che vi sia l’applicazione dello sforzo o che vi siamo noi, in qualche modo, a entrare in questo stato naturale. Il soggetto comincia lentamente a unirsi con l’oggetto, e sopraggiunge l’integrazione. Allora non siamo più noi a mangiare, ma la realtà attraverso il nostro corpo sostiene se stessa; è come se scorressimo insieme all’Essere, dimoriamo insieme all’Essere, muovendoci naturalmente in armonia con Rita, con il corso naturale dell’Essere. Il soggetto in noi, che consideravamo la nostra personalità, comincia a unirsi con l’oggetto. Il mondo, che consideravamo un oggetto, cessa di essere esterno e comincia a essere percepito come il proprio grande corpo universale.

Allora all’improvviso vediamo che i limiti del nostro involucro corporeo cominciano a scomparire: possiamo senza difficoltà sentirci un albero, una formica, una persona nella lontana Africa, povera o ricca. Vediamo di possedere una coscienza comune, la nostra testa è come collegata da miliardi di fili al subconscio universale. Possiamo sentire simultaneamente ciò che sentono gli altri: gruppi di persone, nazioni, etnie, pianeti, stelle, galassie, altri esseri (dèi, spiriti e altri). Vediamo che il nostro sentire non ha alcun limite.

Ramakrishna una volta osservò come, sulla riva opposta, un uomo colpisse un toro con una frusta. Sulla schiena del toro apparvero i segni dei colpi. Anche Ramakrishna gridò dal dolore. I discepoli dissero:

– Questo è davvero troppo! Guru, sappiamo della vostra grande compassione, che provate compassione persino per gli animali e gli insetti, ma soffrire così tanto perché qualcuno colpisce un toro...

Ramakrishna mostrò loro la propria schiena, che era solcata da lividi, e chiese:

– Che ne pensate, è troppo oppure no?

Poiché Ramakrishna era unito con la propria coscienza a tutti gli esseri viventi, poteva identificarsi con qualsiasi essere vivente; perciò, nel momento dell’identificazione con il toro, sentiva lo stesso dolore del toro.

La compassione di Ramakrishna come esperienza di unità con tutti gli esseri

Autoriconoscimento e trasformazione completa

Gradualmente, quando tutta la nostra ignoranza viene eliminata, soggetto e oggetto si riuniscono completamente. Allora giungiamo alla convinzione che l’ignoranza non sia mai esistita, e che vidya (la vera conoscenza) sia sempre esistita, che quella vita che conducevamo nell’ignoranza sia completamente scomparsa, che tutte le illusioni si siano assolutamente dissipate, che il sole di jnana esista sempre. Quando comprendiamo questo e vediamo che non c’è più nessuno da diventare, che tutto ciò che è, questo sei già tu, e inoltre questo non è uno stato statico, ma infinitamente dinamico e sempre nuovo, allora avviene l’autoriconoscimento: «Ecco dunque chi sono, a quanto pare!»

Spiegavo questo principio a una novizia, e lei chiese:

– E dopo che cosa? Raggiungeremo la liberazione, e poi che cosa?

Pensai: «Accidenti! Come si possono fare domande del genere? Rimarrai forse “tu” quando realizzerai questo? E in generale, forse non cambierà tutta la problematica della tua vita? Ti porrai forse una domanda simile quando diventerai la luna, il sole, le stelle, i pianeti, tutti i corpi, gli esseri dell’inferno, gli dèi e ogni altra cosa? Ci sarà forse un “poi” quando oltrepasserai i limiti di causa ed effetto, del tempo e dello spazio, del passato e del futuro? Ci sarà un soggetto che pone questa domanda? A chi farai questa domanda? Ci saranno forse, da qualche parte, in qualche momento, in qualcosa, dei limiti qualsiasi?»

È simile al caso in cui un bruco chiedesse a una farfalla:

– Ammettiamo che diventi una farfalla, e poi che cosa? Ci sarà quella foglia verde che ero abituato a mordere?

La farfalla può dirgli:

– Potrai volare da un albero all’altro, avrai migliaia di foglie, potrai volare in un’altra foresta, avrai un intero cielo.

Ma il bruco continua a dubitare, perché non riesce nemmeno a immaginare che cosa significhi essere una farfalla. Bisogna semplicemente rinascere in essa, diventare completamente altro.

La trasformazione del bruco in farfalla come immagine del superamento del vecchio stato

La trasmissione viva della realizzazione

Lo stesso vale per la realizzazione. Tutte le nostre idee sulla realizzazione prima che essa si manifesti davvero non sono altro che sogni, fantasticherie e illusioni. Anche quando leggiamo le scritture e cerchiamo di comprenderle, non si tratta di altro che di fantasticherie tratte dalle scritture, che assorbiamo sulla base delle scritture. Le scritture descrivono tutto correttamente, ma noi non possiamo comprenderne l’essenza, perché la loro essenza può essere rivelata solo dopo la realizzazione.

Dietro ogni parola della scrittura, dietro ogni riga che leggiamo nel sutra del mattino, c’è l’energia di miliardi di megatoni. Tuttavia esse ci sembrano parole ordinarie, perché il linguaggio umano non è in grado di trasmettere adeguatamente la verità prima della realizzazione. Perciò si dice che la trasmissione della realizzazione avvenga da parte di coloro che a suo tempo hanno ricevuto questa realizzazione da altre anime realizzate. Tale trasmissione è chiamata viva, a differenza della trasmissione dei soli testi o delle sole scritture.

divider
i
Questo materiale è disponibile in abbonamento
Откройте для себя сотни часов эксклюзивных материалов, которые поддержат вас на пути духовного роста. Ваша подписка — это мгновенный доступ.
Ваша поддержка помогает распространять духовные знания на благо всех существ.
Articoli
Vidya AI
Cerca
Lezioni