Tattva e Kanchuka: il cammino verso la liberazione nello Shivaismo del Kashmir
27.07.2026
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I tattva nello shivaismo: divinità reggenti e classi di esseri
Continuiamo a studiare in dettaglio i tattva nello shivaismo secondo il libro «Paradvaita. Fondamenti dello Shivaismo del Kashmir» di Balajinnatha Pandita. Sebbene qui venga esaminata la specificità dello shivaismo del Kashmir, tutte queste concezioni e questi testi sono autorevoli per il nostro ramo dello shivaismo, vale a dire che sono comuni. I tattva sono comuni a tutti gli shivaiti, e anche i testi e i santi a cui facciamo riferimento sono per noi autorevoli: qui non vi è alcuna divisione.
La divinità che governa Maya è lo stesso Signore Anantanatha (sovrano di Mahamaya). Egli «scuote» Maya, costringendola a estendersi nei cinque tattva successivi, noti come kanchuka o veli.
Nella lezione precedente abbiamo chiarito che il primo e il secondo tattva, governati da Shiva e Shakti, appartengono agli esseri della classe degli akala. Akala significa privi di forma, di manifestazione, di qualità e di caratteristiche. Gli esseri del primo tattva sono chiamati shambhava e in essi predomina la consapevolezza dell’«io». Gli esseri del secondo tattva sono chiamati shakta e in essi predomina la consapevolezza dell’«io sono». Nei primi predomina chit-shakti (la forza universale cosmica), la coscienza, parasamvit nella riflessione «io», nella lieve vibrazione dell’«io». Nel secondo tattva predomina ananda-shakti, come conseguenza dell’energia della consapevolezza «io sono».
Segue poi, a partire dal terzo tattva, Sadashiva-tattva. Gli esseri che dimorano a questo livello sono chiamati mantramaheshvara e sono governati dalla divinità Sadashiva Bhattaraka. Bhattaraka significa «nobile signore», il Signore supremo, simbolo dell’eterna, immutabile e onnipervadente realtà di tutto ciò che esiste. Sadashiva Bhattaraka è lo stesso Paramashiva disceso, vale a dire che Paramashiva discende come avatar a questi livelli e, in quanto coscienza pura, immortale e onnipotente, si incarna per benedire gli esseri di questo livello.
Il quarto tattva è poi Ishvara-tattva. Gli esseri che vi dimorano sono chiamati mantreshvara ed esso è governato da Ishvara Bhattaraka. In generale, secondo la filosofia dello shivaismo, Ishvara Bhattaraka discende fino a Prakriti-tattva, cioè fino alla terra stessa, permea tutti gli esseri sottili e grossolani e tutti e cinque gli elementi, e negli elementi grossolani si manifesta già come Shri Kanthanatha, colui che altera l’equilibrio di Prakriti e la trasforma negli ultimi ventitré tattva. Il dominio degli ultimi ventitré tattva, fino al tattva più grossolano (l’elemento terra), è il Signore Shri Kanthanatha. È lo stesso Ishvara Bhattaraka, il grande Signore immutabile che discende permeando tutti gli elementi e tutti i tattva fino ai livelli più densi, sotto forma della luce sottilissima della coscienza.
Per esempio, per noi una pietra è una pietra, mentre per Shiva una pietra non è una pietra, bensì luce della coscienza. Noi però non riusciamo a vedere nella pietra, nella materia densa, la luce della coscienza; Shiva invece non percepisce la pietra come tale. Anch’essa è una parte della sua stessa coscienza. Tutto questo è Ishvara Bhattaraka, ma il tattva proprio, la dimora propria di Ishvara Bhattaraka, è Ishvara-tattva, nel quale egli protegge gli esseri chiamati mantreshvara.
Più in basso si trova Shuddha-vidya-tattva, i cui abitanti sono i mantra e i vidyeshvara, ed esso è governato dal Signore Anantanatha. Anantanatha è Ishvara Bhattaraka disceso a questo livello per regnare sul piano di Shuddha-vidya-tattva. Ancora più in basso si trova Maya-tattva, nel quale dimorano sia i pralayakala sia i vidyadhara, coloro che sono riusciti a liberarsi dall’influenza risucchiante di Maya-tattva; anche qui la divinità reggente è Anantanatha.
In realtà, tutte queste divinità — Sadashiva Bhattaraka, Ishvara Bhattaraka, Anantanatha e poi Shri Kanthanatha — sono tutte lo stesso Paramashiva disceso. Lo stesso Paramashiva, discendendo a livelli più profondi, si manifesta semplicemente come divinità reggente: è sempre il medesimo Brahman non duale.
Il nostro futuro in base al livello di consapevolezza
Perché dobbiamo conoscere questi livelli astratti di esseri, tanto lontani da noi esseri umani (dai sakala): akala, vidyadhara, pralayakala? Per comprendere che questo è il nostro futuro. A seconda del livello di consapevolezza nel quale ci stabiliremo attraverso la contemplazione e della profondità che raggiungeremo, potremo diventare l’uno o l’altro tipo di essere illuminato.
Per esempio:
Vi siete stabiliti nella consapevolezza della pura soggettività «io-non-dualità»: ciò significa che il vostro futuro è diventare un essere shambhava, Shiva
Vi siete stabiliti nella consapevolezza «io sono», nella quale predomina ananda-shakti: il vostro futuro è diventare uno spirito divino infinitamente potente, una coscienza cosmica, uno shakta
Vi siete stabiliti nella dimensione «io sono questo»: il vostro futuro è la dimora di Sadashiva-tattva, diventare un mantramaheshvara
Vi siete stabiliti nello stato di lieve identificazione «tutto questo sono io»: il vostro futuro è Ishvara-tattva, diventare un mantreshvara
Vi siete stabiliti nella visione illuminata della separatezza «io sono questo», quando «io sono questo» ha come unica base la coscienza: il vostro futuro è Shuddha-vidya-tattva, diventare un vidyeshvara, diventare un essere chiamato mantra
Siete rimasti sospesi nel samadhi del vuoto non manifestato nel sesto tattva: il vostro futuro è il pralayakala
Vi siete liberati dall’influsso avvolgente del vuoto di Maya-tattva e siete riusciti a risvegliare la luce della coscienza pura: vi siete manifestati come vidyadhara
Le sottili sfumature della coscienza che realizziamo determinano il nostro destino, il nostro futuro e il mondo infinito in cui vivremo. Se abbiamo realizzato la coscienza suprema al di là di tutti i tattva, ci siamo fusi con Paramashiva, siamo diventati Paramashiva, abbiamo riconosciuto noi stessi come Paramashiva, come il latte, come un flusso d’olio che scorre nell’olio. Queste sottilissime sfumature della consapevolezza determinano il nostro futuro.
Se sono rimaste manifestazioni dualistiche sotto forma di raga-kanchuka, kala-kanchuka, kalaa-kanchuka, o sotto forma di altre kanchuka, siamo diventati Purusha, abbiamo realizzato Purusha-tattva. Se siamo diventati un essere parzialmente illuminato, dotato di siddhi, sufficientemente immortale, uno spirito cosmico che tuttavia possiede dei limiti, siamo diventati Purusha, un siddha che ha realizzato la propria essenza immortale, ma che è ancora limitato dal tempo o dallo spazio, dai nessi di causa ed effetto oppure dal desiderio di conoscere.
Se abbiamo realizzato Prakriti-tattva, siamo diventati un essere che ha raggiunto una realizzazione parziale. Tutti questi sono diventati sakala, tutto questo costituisce già la dimora degli esseri sakala. Gli esseri sakala sono numerosissimi: sakala è una classe di esseri accomunati semplicemente da caratteristiche generali, e comprende uomini, dèi, gandharva, rakshasa, bhuta, preta, asura, dèi samsarici, naga, esseri infernali e animali. È una classe immensa: ciò che viene chiamato sakala è l’intero samsara. Quando si parla di esseri samsarici, si intendono precisamente i sakala. Bisogna meditare su queste dimore degli esseri per comprendere a quale livello si trova la nostra coscienza.
Kanchuka: i veli che limitano la vera natura
Le kanchuka, o «veli», nascondono la vera natura del soggetto conoscente. Talvolta sono chiamate elementi da kalaa a kala. Maya stessa è la più grande tra queste tattva della limitazione e a volte è anch’essa considerata una delle kanchuka. In tal modo, il loro numero sale a sei.
Talvolta Maya-tattva viene inclusa tra le kanchuka ed è chiamata la sesta e suprema kanchuka, dalla quale derivano tutte le altre. Tuttavia, bisogna comprendere che Maya-tattva possiede due aspetti: uno è quello della kanchuka, che ottenebra, mentre l’altro è comunque più illuminato; coloro che raggiungono questo aspetto illuminato sono anch’essi considerati come coloro che hanno conseguito il livello inferiore della liberazione.
Insieme a Maya, queste cinque kanchuka penetrano nella coscienza dell’io, limitando le persone e le loro capacità. Come indicato sopra, Maya ci colma di desideri per eventi e oggetti esterni, come compensazione di una privazione immaginaria. Per darci la possibilità di soddisfare in qualche modo questi desideri, Maya ci conferisce un’esigua capacità d’azione volta al conseguimento di un risultato limitato. Questa capacità d’azione limitata è chiamata kalaa: è il settimo tattva.
Poiché l’azione è impossibile senza la conoscenza, Maya ammette anche una capacità limitata di conoscere, entro determinati confini. La capacità limitata di conoscenza in Maya è l’ottavo tattva, chiamato Vidya o Ashuddha-vidya. Per restringere ulteriormente i confini delle nostre azioni e della nostra conoscenza, Maya appare in noi come raga, ossia interesse limitato. Raga-tattva è il nono livello.
A causa di questo interesse limitato, non cerchiamo di utilizzare l’intero potenziale delle nostre capacità interiori né di raggiungere le possibilità superiori. Ci fermiamo a ciò che facciamo e conosciamo soltanto entro limiti ristretti e attribuiamo grande valore a questi conseguimenti parziali. Raga limita inoltre la sfera delle nostre kalaa e vidya, le capacità di fare e di conoscere, e ci costringe a circoscrivere le nostre azioni e conoscenze a ciò per cui proviamo un certo interesse.
Prima dell’incontro con Maya, era ancora Paramashiva, era ancora Shiva, dotato di sei diverse qualità: onniscienza, onnipervadenza, onnipotenza, eternità, perfezione e integrità, svatantriya (libertà). Ma dopo l’incontro con Maya e la frammentazione delle shakti, quando queste shakti hanno cominciato gradualmente a influire su questa coscienza pura, hanno iniziato progressivamente a sottrarle e a distruggerne le forze. Per esempio, vidya-kanchuka distrugge l’onniscienza, mentre raga-kanchuka distrugge la purnatva (integrità e autosufficienza). Anche le altre kanchuka — niyati, kala e kalaa — distruggono l’onnipotenza e l’eternità. In tal modo avvengono la condensazione e la contrazione, e la coscienza compressa dalle kanchuka diventa ormai Purusha (Shiva limitato).
Raga si distingue dall’attaccamento, una proprietà dell’intelletto (buddhi), e nel sistema Samkhya è incluso tra i suoi otto dharma. Raga-tattva restringe i confini dell’attenzione e dell’attività a un numero limitato di determinati eventi, escludendo così una parte significativa della conoscenza potenziale. La limitazione assoluta delle sfere di kala, vidya e raga è causata da niyati, il decimo tattva. Niyati è la legge della natura che stabilisce l’ordine sequenziale in cui sorgono tutti i fenomeni, vale a dire quella grazie alla quale da un seme cresce un albero.
Niyati-kanchuka è la legge di causa ed effetto e della limitazione spaziale. Il meccanismo di queste azioni, di queste kanchuka, è costituito dalle energie che conoscete: khechari, gochari, dikchari, bhuchari. Tutte queste energie emanano dalla Shakti originaria, Vameshvari-shakti. Vameshvari-shakti è l’energia della coscienza primordiale che assume la forma di Maya-tattva, dalla quale poi emanano queste energie. Esse penetrano nell’essere vivente, avvolgendolo.
Il processo di liberazione attraverso la dissoluzione delle kanchuka
Il processo di liberazione avviene quando cominciamo a dissolvere tutte queste energie interiori che ci avvolgono. È come spezzare le catene. Abbiamo abbandonato raga-kanchuka e la nostra purnatva è aumentata. Abbiamo abbandonato niyati-kanchuka e la nostra svatantrya è aumentata. Abbiamo abbandonato kala-kanchuka e sono aumentate la nostra capacità di agire, l’onnipotenza o sarva-kartritva, e le siddhi delle azioni che tutto compiono. Per esempio, quando vi distaccate dal senso dell’agire e dell’agente, dalla paternità delle azioni e dagli attaccamenti, in realtà la vostra capacità di compiere e ottenere un risultato diventa molto maggiore.
La distruzione di queste energie limitanti e delle kanchuka si compie approfondendo la contemplazione attraverso i sei mudra. Quando ci esercitiamo ogni giorno nella nitya-sadhana, nella sandhya-upasana quotidiana, concludiamo la sadhana con un esercizio di contemplazione: agochari-mudra, bhuchari, chanchari, shambhavi, krama. Tutti questi mudra, ciascuno di essi, pacificano un determinato tipo di Shakti, bloccano l’azione delle kanchuka e sbloccano le nostre facoltà di Ishvara.
Per esempio, meditiamo, la nostra contemplazione si approfondisce e all’improvviso percepiamo una saggezza onnipervadente: ciò significa che la nostra onniscienza si è sbloccata e vidya-kanchuka si è leggermente dissolta. Abbiamo percepito di cominciare a essere un po’ consapevoli del tempo al di là del passato e del futuro, per poi entrare in una dimensione atemporale: ciò significa che kala-kanchuka si è temporaneamente arrestata e il nostro stato di nityatva (eternità, immortalità) si è sbloccato. Meditiamo e si sblocca lo stato di svatantrya: all’improvviso percepiamo un incommensurabile senso di spontaneità e libertà.
Così, a poco a poco, sblocchiamo le nostre energie originarie, indeboliamo le kanchuka, attenuiamo l’influsso delle energie gochari, dikchari e bhuchari. Oppure meditiamo e sentiamo che il mondo ha smesso di catturarci, che l’osservatore interiore, simile allo spazio, si è sviluppato a tal punto che non vediamo più il mondo come un’imponente massa compatta di oggetti materiali. Cominciamo, come se lo facessimo con la coscienza, a permeare le pietre e gli alberi, a percepire la vacuità del mondo esterno, la sua illusorietà e luminosità. Ciò significa che bhuchari-shakti ha smesso di agire in quel modo, ha smesso di ammaliarci e il mondo ha smesso di esercitare pressione sulla nostra coscienza. Abbiamo sbloccato la percezione del nostro mondo, l’aspetto dell’onnipervadenza, vyapakatva.
A poco a poco sblocchiamo queste Shakti, dissolviamo le kanchuka e sblocchiamo le nostre qualità di Ishvara finché non raggiungono la completa pienezza. E, soprattutto, sblocchiamo la nostra coscienza originaria, chit-shakti o samvit, ciò da cui scaturiscono tutte queste limitazioni e tutte queste qualità di Ishvara.
Domanda: Guruji, ci dica, per favore: possiamo penetrare direttamente in Vameshvari affinché tutti i derivati si dissolvano? Si dissolverà lei e dovranno dissolversi anche tutti i derivati, oppure bisogna arrivare a lei gradualmente? E, se è possibile, con quali metodi?
In realtà, nella vita spirituale ben poche cose avvengono gradualmente nel modo in cui vengono spiegate nell’insegnamento. Vengono illustrate in forma strutturata solo a scopo didattico, ma nella vita spirituale non accade che oggi contemplate raga-kanchuka e domani vidya-kanchuka: tutto avverrà spontaneamente e in modo imprevedibile, perché i fattori sono troppi.
Raggiungere immediatamente il livello di Vameshvari significa accedere al livello più sottile della pura coscienza: è ciò che cerchiamo di fare, ma difficilmente ci riusciremo subito, all’istante. L’Anuttara Tantra si occupa proprio di questo. Praticare il sentiero della naturale consapevolezza non duale significa precisamente elevarsi al livello di Vameshvari Shakti e riconoscerla come pura coscienza, chit, l’indistruttibile samvit; tuttavia, neppure questo avverrà in modo così istantaneo e rapido.
La domanda ricorda questa situazione: supponiamo che abbiate tremila dollari per acquistare una piccola automobile e diciate: «Posso comprare subito una Bentley?» Provateci. Certo, sarebbe bello poterlo fare immediatamente, ma occorrono meriti, tapas, forza e una saggezza capace di penetrare nella Vameshvari Shakti e stabilirvisi. Quando il tapas è sufficiente, ciò diventa possibile, è possibile compiere un big jump (un grande salto), ma noi accumuliamo gradualmente la forza del tapas.
Kala-kanchuka e percezione del tempo
La legge della natura agisce come legge della limitazione e della causalità. Mentre la coscienza assoluta è sempre presente ovunque ed è costantemente connessa con ogni cosa, sotto l’influsso di niyati sorge l’esperienza di una portata limitata e di relazioni limitate. Qui le cose vengono percepite come dotate di cause e disposte in sequenza. Questi quattro tattva limitano soltanto la sfera delle nostre azioni e della nostra conoscenza, mentre il quinto kanchuka limita il nostro stesso essere. Questo elemento, l’undicesimo tattva, è noto come kala (senso del tempo). Il nostro vero «Io» è in realtà infinito e non è in alcun modo condizionato dal concetto di tempo. Esso è akala, cioè si trova al di là della successione temporale, ma a causa di questa particolare limitazione impostaci da Maya, sentiamo che «siamo stati, siamo e saremo». Così ci imponiamo i confini della successione temporale, e ciò è così profondamente radicato che non possiamo pensare a nulla né fare alcunché senza questo senso del tempo.
I kanchuka possono essere paragonati a sottilissimi schemi, a sottilissime rappresentazioni dualistiche incorporate nel flusso della nostra coscienza, nei flussi dei nostri involucri e nei corpi sottili; questi schemi sono diretti dalla volontà universale, poiché il kala-kanchuka, come tutti gli altri kanchuka, è un riflesso delle Shakti superiori che emanano dallo stesso Ishvara, ma, rifrangendosi nel Maya-tattva, esse diventano schemi.
Per esempio, siamo prigionieri dello schema del tempo e concepiamo noi stessi secondo le categorie del divenire. La categoria del divenire significa questo: ci siamo incarnati; prima eravamo disincarnati e attendevamo l’incarnazione; poi ci siamo incarnati, abbiamo ricevuto un corpo e siamo nati. Una volta nati, cresciamo. Diventiamo adulti durante il periodo del divenire, poi completiamo la crescita. Successivamente comincia il periodo dell’invecchiamento e della disgregazione del corpo: invecchiamo. Poi inizia il periodo della morte; il morire attraversa ciò che viene chiamato bardo o antarbhava: il passaggio attraverso gli stati intermedi, la prova dei tre guna, la prova della pura luce e la caduta dalla pura luce.
Chi vi è riuscito si è manifestato, attraverso la sillaba seme, come una divinità e ha manifestato una terra pura; chi non vi è riuscito ha proseguito nel divenire, ha sperimentato diversi tipi di stati intermedi e si è risvegliato da qualche parte in uno stato indefinito, percependo già il proprio corpo sottile. E allora viene condotto al giudizio di Yama, dove vengono pesati i peccati e i meriti e viene determinata la futura nascita. Di nuovo si prepara a una nuova incarnazione, in conformità ai peccati e ai meriti, oppure alle pratiche compiute, ai legami spirituali e alle benedizioni. Tutto ciò avviene nel tempo: è l’intero periodo del divenire.
Quando il kala-kanchuka viene superato, vediamo lo strato più sottile della consapevolezza, che è al di fuori del divenire. Qualunque cosa accada, si scopre che è soltanto il gioco dell’energia. A noi appare come vita, nascita e morte, ma dal punto di vista di questo strato sottilissimo della coscienza è il gioco della sua energia, qualcosa di non così significativo. Questo strato sottilissimo della consapevolezza è immutabile, non è soggetto al tempo, è completamente al di là del passato, del futuro e del divenire. In esso non avviene alcuna nascita, non avviene alcuna morte; esso rimane sempre: è il nostro strato di consapevolezza, la nostra pura luce. Quando penetriamo in questo strato, vediamo che il tempo non lo tocca e, di conseguenza, neppure tutte queste trasformazioni, trasmigrazioni e reincarnazioni lo toccano.
Domanda: Quindi, se la si considera in questo modo, ci sono in tutto quattro sentieri; il quarto sentiero (jnana-marga), in quanto sentiero della contemplazione, apporta il maggior numero di meriti, giusto?
Quali sono i tre precedenti? Ha posto subito la domanda in questo modo.
— I quattro pada.
Sì, nello Shivaismo vi sono quattro pada, ossia quattro stadi della vita spirituale.
— Il sentiero della contemplazione apporta il maggior numero di meriti, giusto?
Sì, ma è anche destinato alle persone che possiedono il maggior numero di meriti.
— Quindi l’indicatore del fatto che questo sentiero sia efficace è la presenza della grazia, giusto?
La presenza della grazia che dissolve i kanchuka.
— Quindi, se non c’è la grazia.
Significa che non è efficace proprio nel vostro caso. In generale è efficace, ma per voi potrebbe non esserlo.
— Bisogna abbassare?
Sì, abbassare il pada, per attirare la grazia attraverso un pada inferiore e dissolvere comunque questi kanchuka. In linea di principio, non è essenziale, non è così importante il modo in cui li dissolverete: l’importante è dissolverli.
È come raggiungere a nuoto l’altra riva salvifica. Per esempio, vivete su un’isola dove tutto sta bruciando e dovete raggiungere l’isola vicina. Non importa se ci arriverete con uno scooter acquatico, una moto d’acqua, una zattera, un piroscafo o uno yacht, a remi o persino a nuoto. Quando siete arrivati, siete arrivati. Se avete molti meriti, avete a disposizione un transatlantico; se ne avete pochi, una barchetta da pesca. Qualcuno magari riesce a malapena ad arrivarci su una zattera con un salvagente, ma l’importante è che abbia raggiunto la riva. È meglio arrivarci su una zattera, ma arrivarci, piuttosto che stare su un transatlantico e non arrivare, pensando: «Qui starò comodo», mentre in realtà potrebbe non giungere a destinazione perché non ha avuto abbastanza meriti per il biglietto di un simile transatlantico.
La natura del tempo e il superamento dei kanchuka
Ma che cos’è, dunque, il tempo? Di fatto, non è qualcosa che esiste indipendentemente dalla persona che conosce. Il tempo è un concetto immaginario. L’essere umano forma una rappresentazione unitaria dei diversi eventi che accadono intorno a lui e delle proprie molteplici azioni. Tutto ciò si intreccia cronologicamente con la sensazione di una sequenza immaginaria, ma tale sequenza è soltanto un concetto immateriale basato sull’immaginazione. Questo concetto è il senso del tempo, imposto dagli esseri limitati a sé stessi e a tutto ciò che li circonda.
Non è soltanto un concetto: è una determinata energia sottile del mondo sottile, che è la shakti di Ishvara e che emana dallo stesso Ishvara. Ma noi, percependola nello stato condizionato, ne subiamo l’influsso. Per esempio, quando la forza della coscienza aumenta e sopraggiungono dharana, dhyana, samadhi o una profonda contemplazione, il kala-kanchuka comincia a indebolirsi e anche il niyati-kanchuka comincia a indebolirsi. Lo dico anche assolutamente in base alla mia esperienza personale.
All’improvviso comprendiamo che le cause e gli effetti non sono assoluti. Lo «Yoga Vasishtha» afferma inequivocabilmente che causa ed effetto sono collegati tra loro proprio come il corvo e la noce di cocco. Un corvo si posa su una palma e una noce di cocco cade. Sembra che la noce di cocco sia caduta perché il corvo ha scosso la palma, ma in realtà si tratta di una coincidenza, di una semplice concomitanza. Noi però crediamo talmente tanto in questa concomitanza e ci identifichiamo così profondamente con essa che per noi diventa una legge.
Il viaggio nel tempo attraverso il samyama
Il kala-kanchuka comincia a indebolirsi. Per esempio, con la forza del samyama potete recarvi nel passato, potete davvero andare nel passato. Per esempio, praticate il samskara-shuddhi: anche questa è una tecnica simile a un viaggio nel tempo. Se ve ne compenetrate profondamente, potete entrare nel vostro subconscio, nel passato, e lì rivivere il passato e cambiare qualcosa, come in un viaggio con una macchina del tempo. E se la vostra forza è maggiore, vi recate non soltanto nel passato del vostro subconscio, ma anche in quello dell’inconscio collettivo, e lì potete persino purificare qualcosa.
Oppure, se il vostro ajna chakra si apre e meditate profondamente, potete recarvi nel futuro. Potete vedere il futuro nei sogni o nel corpo sottile. Una volta giunti nel futuro, comprendete all’improvviso che il passato esiste, il futuro esiste, il presente esiste e che tutti esistono simultaneamente nella mia coscienza, che esistono già lì: è un’unica coscienza integra. Ciò significa che il kala-kanchuka non agisce più su di voi con la stessa intensità.
Il superamento del niyati-kanchuka
Il niyati-kanchuka smette di agire, si indebolisce, e all’improvviso cominciate a comprendere che l’universo è multidimensionale, che ogni atto della coscienza vi trasferisce in una realtà alternativa, che viviamo in una moltitudine di multiversi e che ciascuno di questi universi viene creato dalla coscienza. Modificando la nostra coscienza, possiamo spostarci leggermente in quella variante della realtà in cui gli eventi causali si svolgono in modo un po’ diverso. Non ci accorgiamo nemmeno di queste microtransizioni, ma la coscienza crea un simile universo in ogni istante; ogni atto di percezione è la creazione di questo universo istantaneo.
Esiste una teoria, la teoria della creazione istantanea dell’universo, secondo la quale ogni nostro atto è un atto di transizione verso un altro universo, in modo del tutto impercettibile, anche se a noi ciò appare come un rapporto di causa ed effetto. Per esempio, avete preparato da mangiare e avete mangiato; prima avevate fame e poi vi siete saziati: naturalmente, la causa è il fatto che avete cucinato e mangiato, mentre la sazietà ne è l’effetto. Il nesso è evidente: causa ed effetto costituiscono una legge che si ripete milioni di volte. Sapete che, se non mangiate e non preparate da mangiare, avrete fame. È un rapporto di causa ed effetto molto semplice.
Ma da questo punto di vista, quando la forza della vostra coscienza aumenta, potete comprendere che preparare il cibo non è una causa univoca e che la soddisfazione derivante dal cibo non è un effetto univoco. Esistono diverse possibilità. In secondo luogo, ciò non avviene come un atto all’interno di un’unica qualità della coscienza. Preparando il cibo e mangiando, vi siete semplicemente trasferiti in quella variante dell’universo in cui siete sazi, in cui siete sempre sazi, ma vi siete trattenuti lì solo per un certo tempo.
Ogni nostra azione è una sorta di rituale, un rituale per trasferire la coscienza in un universo alternativo in cui esiste già un determinato risultato. Per esempio, una persona ha lavorato per un mese e ha ricevuto lo stipendio. È logico: il lavoro è la causa, lo stipendio è l’effetto; la persona lo ha speso ed è diventata un po’ più ricca. Dal punto di vista dell’indebolimento della niyati-kanchuka, quando la niyati-kanchuka si indebolisce e la coscienza si rafforza, si può vedere il lavoro come un’offerta, un’azione rituale compiuta per passare in un universo in cui vi è un po’ più di ricchezza, in cui vi è abbondanza.
Ciò significa che si comincia a superare la niyati-kanchuka. In realtà, superarla è molto difficile: è una delle ultime kanchuka a essere superate. È proprio così che vivono i siddha: per loro non esiste quella legge di causa ed effetto che esiste per gli esseri umani. Ciò che per gli esseri umani è una legge, per gli dèi e i siddha è una realtà variabile che può essere gestita in base alla forza della coscienza. Per loro non esiste una divisione così rigida tra passato, futuro e presente.
Perciò è possibile intervenire sul destino, cambiare il passato, e allora cambierà il presente; è possibile cambiare il futuro, cambiare il vettore del destino di una persona, teso dal passato verso il futuro. Tutti noi siamo simili vettori di coscienza: non viviamo soltanto nel presente, ma portiamo contemporaneamente con noi il nostro passato, perché il passato, sotto forma di impronte, è sempre presente nel nostro corpo sottile. Anche i germogli del futuro, se si osserva attentamente, sono visibili nel corpo sottile, perché i germogli del passato si sviluppano nel futuro attraverso il presente. Siamo una sorta di anima, un’onda che scorre dal passato verso il futuro; ma quando la forza della coscienza si eleva al di sopra della kala-kanchuka, è possibile trascendere quest’onda e innalzarsi al di sopra di essa.
Domanda: Guruji, si può dire che dharana, dhyana e tutte queste cose, cioè lo sviluppo della coscienza, siano necessari semplicemente per eliminare tutto ciò che è superfluo e impedisce di scegliere il tunnel di realtà desiderato, se ne parliamo in questo contesto? In linea di principio, è proprio questo lo scopo, giusto?
Sì, ciò che è superfluo sono le kanchuka, e bisogna spezzarle.
— Per superfluo s’intende, cioè, che tutto è coscienza, tutto è opera della coscienza; esterno e interno sono tutti prodotti dell’attività della mente. La mente è come impazzita, cioè è caotica, è colma di vasana, samskara e karma e, in sostanza, tutta la pratica e tutto questo accumulo di meriti sono necessari per eliminare dalla mente tutto ciò che è superfluo e lasciare soltanto ciò che è essenziale.
Eliminare tutto ciò che è superfluo e lasciare soltanto Brahman.
— Quindi è corretto, vero?
Sì, in effetti la pratica non consiste nel creare qualcosa di nuovo, ma nell’eliminare ciò che è superfluo. Non consiste nel perfezionare qualcosa di imperfetto. Il perfetto esiste già, Dio esiste già ed è già perfetto. Si tratta di rimuovere le sovrapposizioni che ricoprono il perfetto. Non possiamo creare Dio, non possiamo creare la perfezione, ma possiamo eliminare ciò che è superfluo: questa è purificazione. Non è un cammino di acquisizione, ma un cammino di purificazione e di abbandono del superfluo. È un cammino un po’ diverso. Per esempio, se nello sport, nella musica o in una disciplina acquisiamo qualcosa, qui invece ci purifichiamo e acquisiamo uno stato originariamente perfetto, che esiste e che è sempre esistito.
Domanda: Om, Guruji, a proposito del samskara-shuddhi, se prendiamo questa situazione: per esempio, pongo una sankalpa in me stesso all’età di dieci anni affinché a dieci anni diventi monaco, modificando quel momento di svolta in cui sono fuggito di casa e sono entrato nella comunità. Che cosa accadrebbe in tal caso?
È meglio purificare i momenti più difficili, così non sarà necessario interferire troppo con il destino. Il samskara-shuddhi è destinato innanzitutto a purificare determinate esperienze negative, le vasana e i samskara, e a dissolvere il vasana-kshaya.
Dal senso del tempo scaturiscono le sensazioni «io ero, sono, sarò; questo era, è, sarà», e così via. Mentre le azioni degli esseri limitati non si compiono necessariamente secondo un ordine determinato, alcuni eventi avvengono sempre in una rigida successione. Per esempio, l’alba, il tramonto, le fasi lunari, l’alternarsi delle stagioni, i periodi di fioritura delle piante, la maturazione dei frutti e del raccolto avvengono sempre in una rigida successione. Sotto l’influsso di kala, le persone misurano gli eventi privi di successione mediante eventi ai quali essa è propria, e questo senso immaginario del tempo finisce per estendersi a tutto. La coscienza dell’io, ridotta a un’estrema limitatezza, diventa la dodicesima tattva, nota come Purusha.
Domanda: Guruji, la biografia illusoria: l’essenza di questa pratica consiste nel fatto che scegli nel passato un tunnel alternativo, il quale genera una catena di conseguenze che si riflette nel presente, proprio adesso, in questo modo?
Prima di tutto, bisogna disidentificarsi dai propri samskara. Non è esattamente così: bisogna disidentificarsi dai propri samskara.
— Semplicemente, il punto è che c’era una determinata catena.
Sì, vedere che questi non sono i tuoi samskara.
— In un certo senso sono miei.
Non sono i tuoi samskara, sembra soltanto che lo siano.
— Questa personalità ha compiuto un certo percorso, ha acquisito una certa esperienza, ma proprio adesso posso cambiare la coloritura di questa esperienza, il mio atteggiamento verso di essa, fino al punto che i personaggi possono trasformarsi e che la situazione e la forma esteriore restano le stesse, mentre l’essenza e il bhava sono completamente diversi. È possibile cambiarli proprio adesso, giusto?
Nella memoria si possono cambiare, sì, è possibile.
— E di conseguenza si manifestano.
Il passato non esiste, esiste soltanto sotto forma di ricordi, e al cervello, così come al corpo sottile, è indifferente se ciò è stato vissuto nella realtà oppure se l’impronta è stata creata nell’immaginazione. È soltanto una questione di intensità e durata.
— Anche senza essere un siddha, senza trovarsi al terzo o quarto livello, cioè nella saggezza della terra, questo è in linea di principio uno schema che funziona. Proprio adesso cambi all’istante.
In linea di principio, è uno schema che funziona.
Purusha-tattva e Prakriti-tattva
Purusha-tattva è chiamata pumstattva, jiva, pashu, anu e così via. Tutti questi termini si riferiscono a una coscienza dell’io completamente limitata. L’oggetto, ossia la «questità» della coscienza dell’io, diventa il tredicesimo livello, chiamato Prakriti. Essa è nota anche come mula-prakriti, la materia primordiale fondamentale, e come pradhana-tattva.
Dunque, Purusha-tattva è la coscienza dell’io limitata dai kanchuka. La tredicesima, Prakriti-tattva, o pradhana-tattva, è lo stadio in cui il mondo oggettivo esterno comincia già a emergere; non si è ancora manifestato sotto forma dei cinque elementi, ma esiste già come energia oscura non manifesta, per dirla in modo convenzionale.
Prakriti è la fonte di tutte le restanti ventitré tattva oggettive strumentali elaborate dalla scuola filosofica Samkhya.
Prakriti-tattva indica i tre guna, i tre guna che agiscono nella nostra coscienza ma che si trovano ancora in uno stato di equilibrio indifferenziato. Sono già sul punto di uscire dall’equilibrio e di manifestarsi sotto forma di elementi: è lo stato precedente al Big Bang cosmico, quando non esistono né stelle né pianeti, ma il mondo esiste come un grande buco nero pronto a esplodere da un punto di singolarità.
Secondo lo shivaismo del Kashmir, Purusha e Prakriti sono essenzialmente creazioni successive del Signore Anantanatha. Ishvara Bhattaraka discende fino a Prakriti-tattva e vi si manifesta come Shri Kanthanatha, il quale perturba l’equilibrio di Prakriti e la trasforma nelle ultime ventitré tattva.
Qui arriviamo alla teoria del creatore. Come sapete, i creazionisti sono legati all’antica disputa sulla creazione dell’universo tra la teoria della creazione intelligente e la teoria del Big Bang. Qui la filosofia dello shivaismo afferma che Ishvara Bhattaraka, ossia il Signore supremo, discende fino a Prakriti-tattva e, manifestandosi come Shri Kanthanatha, perturba l’equilibrio di Prakriti, trasformandola successivamente nella terra, nell’acqua e nei ventitré elementi. La coscienza mette in movimento l’universo e imprime questo impulso creativo all’universo materiale, che poi si manifesta sotto forma di leggi fisiche.
Come disse una persona: «Se pensate che l’universo sia sorto per caso, come risultato di alcune leggi puramente materiali, e che dietro a tutto questo non vi sia una volontà intenzionale, è come se pensaste che, lanciando una granata in un mucchio di rottami metallici, dall’esplosione possa nascere un Boeing 737; che, in seguito al Big Bang, tutto sia semplicemente sorto così: i pianeti, le stelle con le loro orbite, l’universo, l’umanità». È un atto intenzionale di creazione compiuto da una volontà intenzionale, ed è realizzato da Ishvara Bhattaraka, disceso a questo livello nella forma di Shri Kanthanatha; Shri Kanthanatha è cioè colui che agita queste energie. Ishvara Bhattaraka è lo stesso Paramashiva disceso, vale a dire che Paramashiva, il Brahman non manifestato, è disceso negli strati più grossolani e vibra a livello della materia, dando origine alla creazione.
I tre guna e la loro origine
Lo shivaismo del Kashmir ha adottato il concetto, proprio del Samkhya, di Prakriti, costituita da tre guna che si trovano in uno stato di perfetto equilibrio. Che cosa sono dunque i guna e da dove hanno origine? Secondo il Samkhya, esistono tre guna: sattva, rajas e tamas.
Luminosità, movimento e inerzia (immobilità, oscurità).
Sattva è illuminazione e beatitudine, rajas è inquietudine e dolore, tamas è ignoranza e apatia. Sattva è leggero, tamas è pesante e rajas è mobile. Così il Samkhya spiega la natura dei tre guna, ma senza chiarire dove si trovi la loro fonte e quale sia la causa della comparsa di queste qualità. Anche le altre scuole di pensiero non danno risposta a questa domanda. I pensatori dello shivaismo del Kashmir hanno esaminato entrambe le questioni e le hanno spiegate nel modo seguente.
L’infinita coscienza dell’io possiede capacità illimitate di conoscere, agire e generare la molteplicità. Queste capacità illimitate sono note come jnana, kriya e maya. La coscienza dell’io è una realtà monistica; non esiste alcuna distinzione tra queste energie e l’entità che le possiede. Tuttavia, poiché l’infinita coscienza dell’io appare sotto forma di forme limitate, perde la natura dell’unità. Man mano che jnana, kriya e maya acquisiscono le qualità di un essere limitato, non possono più essere considerate energie illimitate della coscienza dell’io. Nella sfera della molteplicità, queste energie diventano semplicemente proprietà, o guna. Jnana diventa sattva, kriya diventa rajas e maya diventa tamas. Così lo shivaismo del Kashmir spiega l’origine dei tre guna.
Questa tradizione filosofica spiega la natura dei tre guna in quanto essi sono connessi alla natura fondamentale dell’Assoluto. L’infinita coscienza dell’io è una consapevolezza onnipotente e sommamente benevola. Anche la coscienza limitata dell’io umano sperimenta la beatitudine nei momenti di felicità e chiarezza. Queste esperienze di piacere e illuminazione costituiscono il sattva dell’essere umano. Nello stato di sonno profondo, stupore o eccitazione, la beatitudine sperimentata dalla persona non viene percepita chiaramente. La conseguente perdita di chiarezza, l’inerzia e l’apatia creano un’oscurità particolare, ossia tamas. È la totale assenza di consapevolezza della beatitudine dell’«io».
Infine, vi sono casi in cui le persone sperimentano l’esistenza del loro vero «Sé», ma questa esperienza è incompleta, non è come vorrebbero che fosse. Questa combinazione di sattva e tamas provoca inquietudine e, di conseguenza, il dolore noto come rajas. Come esempio dell’insorgere di rajas, immaginate un genitore che, dopo lunghi anni di separazione, vede il proprio amato figlio giacere in ospedale. La consapevolezza della vicinanza del figlio amato è beatitudine, mentre la consapevolezza della sua malattia è assenza di beatitudine. Emozioni miste di questo tipo sono il dolore e l’inquietudine di rajas.
Secondo lo shivaismo del Kashmir, le tre proprietà (guna) sono dunque caratteristiche della visione del mondo del Purusha. Egli osserva l’elemento oggettivo, l’intera «questità», attraverso il prisma di queste tre proprietà e lo sperimenta sotto forma di piacere, dolore e ignoranza, rimanendo al contempo in uno stato di equilibrio.
I tre guna vengono da noi sperimentati anche come ira, attaccamento e ignoranza. Ogni volta che facciamo esperienza in uno stato offuscato, quando proviamo sentimenti sattvici, rajasici o tamasici, dobbiamo osservare in noi stessi il gioco dei tre guna, perché non sperimentiamo semplicemente sentimenti di bontà, di attività o di ottenebramento: si tratta di un contatto con le stesse energie universali. Queste energie universali vengono da noi sperimentate a livello soggettivo.
Osservare i guna dentro di sé è la via dell’osservazione della Prakriti-tattva. Quando siete in grado di individuare e osservare i guna, vedete come agisce in voi la Prakriti-tattva e assumete voi stessi la posizione della Purusha-tattva (la dodicesima tattva). Quel soggetto osservatore che li individua — se vi siete stabilizzati e siete in grado di osservare i guna fino al loro livello più sottile — significa che vi trovate nella dodicesima tattva. Chi non è in grado di osservare i guna si trova più in basso, nella buddhi-tattva: è soltanto capace di possedere una certa razionalità e di pensare in modo astratto, ma non vede i guna; ciò significa che si tratta di una tattva inferiore.
Chi non è capace di pensare razionalmente, di pensare in modo astratto, di astrarsi e di possedere una mente intuitiva si trova invece nella ahamkara-tattva; per lui il mondo intero è ridotto alle dimensioni del suo ego ed egli si preoccupa soltanto delle proprie ristrette concezioni. Chi non ha nemmeno formato un ego e non si è ancora realizzato come persona, dispone soltanto di una piccola mente concettuale reattiva: la manas-tattva, che è ancora più in basso. Chi non possiede nemmeno una mente concettuale reattiva vive soltanto attraverso i sensi (indriya): questa è già coscienza animale, non esiste neppure un simile apparato.
Domanda: Om, Guruji, la domanda riguarda la ahamkara-tattva: nel contesto dello Shivaismo possiamo discuterne attraverso il Brahman?
Sì, è possibile.
Domanda: In quale tattva diciamo che si trova il Brahman, cioè Paramashiva? A quale tattva corrisponde in generale il Brahman?
Paramashiva è la tattva zero, al di là della prima. Il Brahman è al di là di tutte le tattva. Il Creatore corrisponde alle prime cinque tattva, in particolare alla quarta, la Ishvara-tattva.
Domanda: Ciò che è già manifestato non è il Brahman-creatore?
Tutto ciò che viene dopo la Purusha-tattva è la manifestazione della Prakriti-tattva e delle tattva inferiori, fino all’ultima: la Prithivi-tattva, la terra. Fino alla trentaseiesima, tutto questo è il mondo manifestato; la Prakriti-tattva, cioè, è ancora uno stato in cui nulla si è manifestato, ma immaginate convenzionalmente che vi sia un buco nero. Nella Purusha-tattva non esiste ancora nemmeno il buco nero, ma c’è soltanto la coscienza, che si percepisce limitata ma possiede la forza di creare. Tutto ciò che è al di sotto della Prakriti-tattva costituisce già la manifestazione dell’universo.
Domanda: Quindi dalla Purusha-tattva alla Prakriti-tattva si tratta dello stato di Brahma-creatore, mentre più in basso vi è già la sua creazione e più in alto il Brahman Assoluto?
Può ripetere come la intende?
Domanda: Dalla Purusha-tattva alla Prakriti-tattva.
Lo stato di Brahma-creatore non comincia necessariamente dalla Purusha-tattva. Brahma-creatore è la dimensione taijasa. La dimensione taijasa significa che lo stesso Brahman, l’Assoluto, si riflette nella dimensione di taijasa e diventa Hiranyagarbha: è questo che chiamiamo Brahma-creatore. Se parliamo in termini di tattva, le tattva vedantiche e quelle shivaite qui non coincidono del tutto, ma si può dire che in questo caso egli cominci dalla Purusha-tattva. Anche la Ishvara-tattva vi partecipa.
Domanda: Parliamo dei due guna inferiori, rajas e tamas, ma in generale dov’è l’equilibrio?
Tutto questo è la Prakriti-tattva e ciò che è al di sotto di essa, ossia buddhi, ahamkara e la creazione dello strumento sottile. Buddhi e ahamkara sono già i guna usciti dall’equilibrio.
Domanda: Si può dire che i guna siano come elementi sottili di cui è composto il Brahman-creatore?
Il Brahman non è composto dai guna. Li governa, li mette in movimento, ma non ne è composto. È costituito da energie pure. Anche in questo caso non è corretto combinare la terminologia shivaita con quella vedantica, perché nel descrivere i due sistemi terminologici si creeranno inevitabilmente delle incongruenze: per spiegare la terminologia vedantica sarà infatti necessario ricorrere ai kanchuka shivaiti e ad altri concetti che non esistono nel Vedanta. Il confronto sarebbe quindi scorretto.
Domanda: Om, Guruji, dal punto di vista dei sedici kala, a quale stadio di realizzazione dei sedici kala corrisponde la Purusha-tattva?
La Purusha-tattva può essere sperimentata dallo stadio del concepimento fino a quello della nascita e oltre; è molto estesa e abbraccia uno spettro assai vasto.
Le peculiarità dello Shivaismo del Kashmir nella comprensione dei guna e delle tattva
Nessun’altra scuola della filosofia indiana considera i guna come caratteristiche della Purusha-tattva. Di solito i guna sono ritenuti esclusivamente proprietà della Prakriti. I tre guna furono trattati in questo senso da Utpaladeva nella sua «Ishvara Pratyabhijna» e furono inoltre spiegati dettagliatamente da Abhinavagupta nel suo commento a quest’opera. Questo è un ulteriore esempio di come i pensatori dello Shivaismo del Kashmir abbiano chiarito e approfondito diversi concetti della filosofia indiana.
È importante ricordare che, secondo lo shivaismo del Kashmir, la classificazione di tutti i fenomeni nei trentasei tattva non è una verità assoluta. Essa è stata elaborata come strumento di comprensione per la mente eternamente attiva e indagatrice, nonché come forma di meditazione contemplativa. Attraverso un’ulteriore analisi, il numero dei tattva può essere aumentato. Allo stesso modo, mediante la sintesi, il loro numero può essere ridotto a un unico tattva.
In effetti, ciò è stato fatto nel «Tantraloka», dove si possono trovare sistemi di meditazione su quindici, tredici, undici, nove, sette, cinque e persino tre tattva. Nella pratica del Trika si utilizzano soltanto tre tattva lungo il sentiero della sadhana rapida: Shiva, che rappresenta l’unità assoluta; Shakti, che rappresenta l’anello di congiunzione tra dualità e unità; e Nara, che rappresenta la dualità estrema. Infine, lo yogin shivaita che ha raggiunto un elevato grado di perfezione vede soltanto Shiva-tattva nell’intera creazione.
In ogni caso, poiché la pratica contemplativa del tattva-adhva-dharana, applicata nell’anava-upaya, comprende la meditazione su tutti i trentasei tattva, questo numero è generalmente accettato dagli shivaiti sia dell’India settentrionale sia di quella meridionale.
Ishvara-tattva e lo stato di Brahma-creatore
Domanda: Guruji, e Ishvara in relazione a Brahma-creatore, dove si trova?
È importante comprendere che cosa intendiamo con l’espressione «Brahma-creatore». È una denominazione generale dell’Ishvara-tattva, degli esseri che hanno raggiunto l’Ishvara-tattva.
Domanda: Ishvara è il livello dell’Ishvara-tattva? Nel contesto dei trentasei tattva.
Si tratta cioè di colui che ha acquisito una tale padronanza delle forze creative da poter creare un proprio universo. Vediamo che cos’è l’Ishvara-tattva. L’Ishvara-tattva è costituito da esseri della classe dei mantreshvara, governati da Shiva sotto il nome di Ishvara Bhattaraka. Perciò, quando uno yogin, un siddha, raggiunge il quarto tattva, lo chiamiamo convenzionalmente creatore; pertanto lo definiamo Brahma-creatore, ossia colui che ha raggiunto almeno il quarto tattva. Ciò significa che la pienezza della sua jnana, iccha, kriya e delle altre shakti è cresciuta al punto da renderlo capace di creare un proprio universo. I mantreshvara che hanno raggiunto l’Ishvara-tattva si dedicano alla creazione di nuovi universi.
Domanda: Quindi è il quindicesimo stadio, giusto?
È il sedicesimo stadio. Ancora una volta, questo rientra già nel contesto dell’Anuttara Tantra: bisogna distinguere quando parliamo nel contesto dell’Advaita Vedanta, nel contesto dello shivaismo e nel contesto della terminologia dell’Anuttara Tantra. Gli stessi termini possono avere un significato specifico nelle diverse linee di trasmissione e nei diversi contesti; dobbiamo sapere come e quando applicarli.
Le vie discendente e ascendente della creazione
Domanda: Guruji, dunque lo stato di mantreshvara è lo stato di chi è capace di creare, lo stato di Brahma-creatore; ma questa è la via ascendente, quando un siddha ha raggiunto un tale stato ed è riuscito a creare. E nel caso della via discendente, quando procede dal Paramashiva-tattva? Come bisogna intenderlo in questo contesto, visto che deve esserci stato un primo essere?
La domanda non è del tutto chiara. Nel caso della discesa, è il medesimo essere, ciò che viene chiamato Paramashiva, ad assumere diverse forme. Al livello del terzo tattva diventa Sadashiva Bhattaraka. Al livello del quarto tattva, il Paramashiva originario, discendendo, diventa Shiva Bhattaraka. Al livello di Shuddha-vidya, il quinto tattva, diventa Anantanatha. Al livello del sesto tattva, è la stessa divinità Anantanatha a governare questo tattva. Al livello di tutti i tattva successivi, è ciò che chiamiamo Shri Kanthanatha.
Domanda: Discendendo a un determinato livello, egli si manifesta per analogia con i rishi e gli altri; in parole povere, manifesta i suoi primi aiutanti. Da dove proviene, per esempio, il primo mantreshvara?
Il primo mantreshvara ebbe origine da un mantamaheshvara, un essere che dimorava al livello del Sadashiva-tattva. Il primo mantreshvara ebbe origine da Sadashiva Bhattaraka. Sorge allora la domanda: da dove provenne il primo mantramaheshvara, ovvero Sadashiva Bhattaraka? Egli ebbe origine da colui che gli era superiore: Paramashiva.
Domanda: Quindi tutti coloro che in seguito sono già usciti dal maya-tattva e sono saliti lungo questi gradini occupano la propria nicchia e proseguono.
Consideratela una spiegazione comoda solo per la mente; in realtà, la realtà divina è molto più complessa. Le capacità creative della coscienza sono illimitate. Ci sono, per così dire, dèi che creano la realtà. Ci sono altri dèi che creano gli dèi che creano la realtà. Al di sopra degli dèi che creano la realtà vi è un dio che fa crescere tali dèi, e si può dire che ne abbia file intere. Vi è il Dio Supremo, dal quale questi dèi che fanno crescere gli dèi che creano gli dèi che creano la realtà emanano dalla sua coscienza come granelli di polvere, miriadi di essi dalla sua coscienza. Questa è l'immagine paradossale dell'universo. Quanto più profondamente la vostra coscienza è capace di penetrare in un determinato livello della realtà, tanto più, quando pensavate di aver già raggiunto il confine dell'universo, scoprite improvvisamente che esiste una divinità dalla quale questi universi emanano semplicemente come bolle, come minuscoli granelli di polvere, miriadi di essi dai suoi corpi.
Domanda: Om, Guruji, mi sembra che Vidyadhara volesse porre una domanda del genere: esiste una divinità che crea la realtà. Per esempio, ha creato una realtà e, in quella realtà, in quel mondo, una persona che abbia raggiunto, per esempio, un elevato livello di sviluppo spirituale può diventare superiore alla divinità che ha creato quella realtà?
Può, perché alla base sia dell'essere umano sia della divinità vi è Paramashiva, e Paramashiva può evolversi attraverso qualsiasi essere. Semplicemente, egli trascende la realtà creata da quella divinità, per così dire violandone le leggi, e comincia a creare già a un altro livello. Proprio per questo la liberazione è possibile: se ciò non fosse possibile, non sarebbe possibile neppure la liberazione.
Tuttavia, supponiamo che uno yogi raggiunga un certo livello di liberazione, sayujya-mukti, e ascenda al livello del loka supremo, fino a Satya-loka: se non riesce a superare la gravità del sankalpa del creatore Brahma, si ritiene che rimanga con lui in Satya-loka fino alla fine del kalpa, fino alla fine della vita di Brahma; e nel momento del mahapralaya, quando Brahma si dissolve, anche lo yogi si dissolve e diventa il nuovo creatore nel kalpa successivo. Là siede sul trono insieme a Brahma, allo stesso livello, cioè allo stesso livello di coscienza.
Teoria della non-creazione
Domanda: Om, Guruji. Per favore, ci dica: dal punto di vista della non-creazione, come appare tutto questo?
La esamineremo nel contesto dell'Advaita Vedanta. Dal punto di vista della non-creazione, appare così: ora riflettete profondamente sul fatto che tutto questo è illusorio, che tutto questo non possiede un'essenza propria, che tutto questo è un prodotto della coscienza; ma la nostra coscienza è talmente potente da creare tutto ciò. Non si tratta della nostra coscienza, bensì della coscienza del Brahman (Paramashiva), e dal punto di vista della teoria della non-creazione — per dirla nel linguaggio dello shivaismo — tutto ciò non lascia mai la coscienza stessa di Shiva. Shiva stesso non dimentica se stesso neppure per un istante in questa creazione. È la chit-shakti-vilasa (il gioco illusorio dell'energia) di Shiva, colma di beatitudine e gioia, vuota nella sua essenza e completamente illusoria.
Dal punto di vista dell'Advaita Vedanta, è soltanto una proiezione, una sovrapposizione sulla coscienza assoluta, e questa proiezione è stata generata dalla nostra stessa coscienza. In realtà, l'universo non è mai stato creato, l'universo non è mai stato distrutto. Se leggete la «Mandukya Karika» di Gaudapada, il capitolo «Alatashanti» (estinzione dei carboni ardenti), ve lo spiegherà. È come quando, supponiamo, fate un sogno e nel sogno vi sono esperienze diverse, creazioni diverse e così via, e voi studiate queste diverse esperienze; ma dal punto di vista di una persona risvegliata, tutto ciò era completamente irreale. Quando si risveglia, vede che era soltanto un sogno: tutto ciò non aveva mai lasciato la coscienza del sognatore.
Liberazione
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Paramashiva
Autore Гуру
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