Iniziamo con il guru-yoga e, nel frattempo, darò spiegazioni su questa pratica.
Quando abbiamo eseguito la prathana-mudra, unendo i canali solare e lunare, in quel momento entriamo nella presenza contemplativa. Dopo averla generata, lasciamo andare noi stessi.
Qual è il senso di questa pratica? Entrati nella presenza, lasciamo andare ancora di più noi stessi e cerchiamo, grazie a questo lasciar andare, di individuare dentro di noi un certo canale sottile con la coscienza intuitiva (buddhi). E quando lo cogliete, avrete la sensazione di essere passati a un altro livello di percezione, come se un certo spazio sottile dentro di voi si fosse aperto: ciò significa che siete già entrati nella contemplazione. Così come un medium o uno sciamano lascia entrare in sé uno spirito, rilassandosi e lasciandosi andare, e allora lo spirito comincia a parlare attraverso di lui, allo stesso modo qui, in questa fase, ci rilassiamo, lasciamo andare noi stessi e lasciamo entrare in noi il puro spazio sottile della luce.
Da questa posizione visualizziamo OM al centro del petto. E quando cantiamo OM per la prima volta con la nostra supplica, con l’invocazione in forma di preghiera, immaginiamo che la luce irradiata si diffonda nello spazio dell’albero del Rifugio. Se avete l’opuscolo «Guru-yoga con OM», lì c’è l’immagine dell’albero del Rifugio. Visualizzate questo albero del Rifugio e i santi più importanti dell’albero del Rifugio. Il vostro stato d’animo di preghiera è all’incirca questo: «O Dattatreya, o Matsyendranath, Gorakshanath, o santi guru! Voi avete raggiunto il risveglio, vi trovate nello stato di chiara luce, mentre io sono ancora qui, nel samsara, in uno stato limitato. Vi prego, inviatemi i raggi delle vostre benedizioni!» Immaginate come la luce irradiata dal centro del vostro petto penetri attraverso la dimensione dello spazio e del tempo e raggiunga questi santi.
Cantando OM per la seconda volta, immaginate come dall’albero del Rifugio comincino a emanare raggi di luce. L’impulso emanato di Anugraha-shakti entra nel centro del vostro petto, inviandovi queste benedizioni. I raggi di luce si dissolvono in voi e si diffondono in tutto il vostro corpo, purificando tutte le ostruzioni nei canali, così che il vostro corpo si riempie di luce bianca.
Per tutto questo tempo contemplate al centro del petto la sillaba OM, circondata da cinque colori: rosso, arancione, giallo, verde, azzurro, blu: cinque colori dell’arcobaleno. Considerate OM come la vostra essenza, come il vostro stato originario, con cui vi ricongiunegete, come l’unità di tutti i santi della linea di trasmissione. Parallelamente meditate sul suono OM, cercando di fondervi con il suono OM, di diventare il suono, di dissolvervi nel suono e di conoscere la sua natura spaziale.
Infine, quando cantiamo OM per la terza volta, il nostro corpo luminoso si dissolve nello spazio della luce. Uniamo la presenza a questo spazio, e allora non rimane più nulla, tranne questo spazio.

Visione pura
Di solito richiedo agli allievi uno studio approfondito delle sottigliezze dell’insegnamento, poiché l’insegnamento è molto sottile e assai efficace. Se lo studiate, vi reca grande beneficio; se invece non riuscite a coglierne la sottigliezza e la profondità, anche il beneficio sarà corrispondente.
L’insegnamento dice che noi, come emanazioni dell’Assoluto, possediamo uno stato illuminato originario. Il nostro stato illuminato originario esiste già, non c’è bisogno di crearlo o correggerlo. Tuttavia, benché esista, per noi è chiuso, perché esiste un certo ostacolo che non ci permette di riconoscere questo stato illuminato e di dimorarvi. Che ostacolo è dunque?
In che cosa si distingue un risvegliato da un non risvegliato? Immaginiamo un povero contadino costretto a lavorare duramente per assicurarsi il sostentamento. Quest’uomo ha cucita nella fodera del cappotto una banconota da un miliardo di dollari, ma non lo sa nemmeno, e quindi non può utilizzarla. Questo è lo stato dell’uomo non risvegliato, quando il proprio potenziale non viene riconosciuto e non può essere utilizzato. Esso esiste come possibilità, come funzione. Lo stato del risvegliato ricorda un uomo che ha saputo di questa banconota, ha scucito la fodera del cappotto, l’ha tirata fuori e la usa a pieno. Non ha più bisogno di soffrire, di essere condizionato, limitato, poiché riceve nelle proprie mani un potenziale inesauribile. In sostanza, dal punto di vista del potenziale non esiste differenza tra il primo e il secondo, poiché sia il primo sia il secondo sono pienamente possessori di tale banconota. Tuttavia il primo è come se non l’avesse affatto, poiché non ne sa nulla e non potrà utilizzarla, anche se ne venisse a conoscenza.
Questa banconota simboleggia il potenziale interiore, il nostro «Io» illimitato. Nonostante essa esista, noi siamo simili a quel pover’uomo che non può trarne alcun beneficio, e alla fine la sua vita trascorre nelle limitazioni. Il nostro compito è scucire la fodera del cappotto, tirare fuori questa banconota e cominciare a usarla.

Per esempio, se consideriamo gli esseri divini, essi ne fanno uso; per loro non esistono limitazioni simili a quelle del mondo degli uomini (tempo, spazio, mortalità e così via), perché attingono a una forza creativa illimitata servendosi di questo potenziale. Questo potenziale è la nostra natura della Mente. Ma che cosa ci impedisce di rivelare questo potenziale e di usarlo? Esistono ostacoli che devono essere rimossi, e questi ostacoli, in generale, vengono chiamati ego. In sanscrito esiste anche un altro nome: rudra.
La natura dell’errore e la nascita dell’ego
In tempi senza inizio nella nostra vita si è insinuato un errore (bhranti). Questo errore consisteva nel fatto che l’Assoluto, emanando e manifestando se stesso, concedeva libertà di volontà alle sue varie parti. È simile a un programmatore che ha creato una realtà virtuale con piena libertà dei personaggi al suo interno; ha persino dato loro la libertà di smarrirsi, affinché questa realtà fosse verosimile. I personaggi, usando questa libertà di volontà, questa libertà di scelta, si sono smarriti. E anche noi, come questi personaggi, ci siamo smarriti profondamente, perché si è insinuato un errore (bhranti), in conseguenza del quale tutta la vita è andata diversamente da come avremmo voluto. In altre parole, possedevamo una libertà originaria, un’immortalità originaria, un potenziale originario. Proprio perché il nostro “io” ha scelto il cammino della libertà originaria e ha sopravvalutato le proprie possibilità, venendo a contatto con i guna della natura materiale, è entrato in uno stato di errore, di illusione.
Perché siamo nati come esseri umani? Avremmo potuto nascere dèi. Il nostro atto di nascita è soltanto il risultato di una scelta errata nello stato intermedio. In sanscrito si chiama “antara-bhava”, e in tibetano “bardo”.
Perché, in generale, siamo nati come esseri umani? Abbiamo ricevuto un corpo fisico perché nello stato intermedio abbiamo visto i genitori, la madre e il padre, mentre facevano sesso. Questa forte vibrazione ha trascinato la nostra coscienza. Per questo abbiamo ottenuto un’incarnazione nel grembo materno e uno sviluppo in un corpo fisico. In altre parole, non siamo riusciti a mantenerci nella sottile dimensione astrale; siamo stati costretti a entrare in contatto con la materia grossolana e a ricevere un corpo simile.
Qualcuno potrebbe pensare: “E allora? Ho ricevuto un corpo grossolano: anche questa è un’esperienza di un modo di esistere”. In realtà non è proprio così, poiché le materie grossolane sono un determinato livello di caos che quasi non viene governato né controllato da noi. Per operare con cose così dense è necessario un livello di consapevolezza completamente diverso da quello che abbiamo come esseri umani. Ne consegue che abbiamo ricevuto una rinascita inconsciamente, senza consapevolezza, commettendo un errore, invece di rimanere nella sottile dimensione astrale. La vita nel corpo fisico è una sorta di lezione di consapevolezza e coscienza, che ci dà l’esperienza della sofferenza e ci ricorda: “Non toccare quelle esperienze per le quali non hai la forza dell’autoliberazione, poiché ne soffrirai”.
Perché ci siamo ritrovati nel mondo astrale? Ci siamo ritrovati in questo mondo perché non siamo riusciti a mantenere la coscienza nelle sfere più elevate, precisamente nel mondo senza forme (arupa-loka), nel mondo causale. Trovandosi nel mondo causale, il nostro “io” non era sufficientemente sviluppato e desiderò fare esperienza del mondo delle immagini, del mondo del subconscio e del mondo delle forme. Così il nostro “Io” superiore, compiendo successivamente una serie di errori, è giunto all’incarnazione in un corpo fisico e si è ritrovato, in questo momento, nello stato in cui ci troviamo ora noi con voi. Nel farlo, ha perduto la sua memoria originaria, la sua libertà, le sue possibilità e si è identificato molto fortemente con il corpo fisico. Si è identificato con il corpo fisico a tal punto che la sua coscienza spaziale e temporale è scomparsa; la sua globalità, ampiezza, apertura e assolutezza sono state soppiantate da esperienze meschine: i bisogni del corpo, i desideri sensoriali e il pensiero concettuale.

Alla fine non è rimasto altro da fare se non identificarsi con i concetti “io sono questo corpo”, “io sono un essere umano”, cioè appiccicarsi una certa etichetta e creare per sé una certa continuità psicologica, ciò che viene chiamato ego, ahamkara, personalità umana. Alla fine questa ahamkara si è formata, si approfondisce e si rafforza costantemente. Nasce la fede che essa rappresenti una certa struttura stabile, un certo essere autoesistente.
Ahamkara si coinvolge in complesse relazioni sociali, familiari, parentali, valoriali e in molti altri legami. Di conseguenza nasce l’idea di sé come di una personalità separata, che presumibilmente possiede un’esistenza indipendente. Nell’insegnamento questo è chiamato un errore fatale, commesso dalla nostra coscienza e che deve essere eliminato. È proprio questo errore che ci impedisce di realizzare la nostra natura originaria e primordiale. Lo si chiama «rudra».
I tre rudra come ostacoli alla liberazione
Rudra come ego è confusione, ignoranza, che non permette di riconoscere la propria natura assoluta. La pratica dell’insegnamento è l’addomesticamento di questo rudra. Di solito Rudra è uno dei nomi del dio Shiva. Ma qui con rudra si intende una forma di ignoranza, una certa energia che vincola la nostra coscienza, e la pratica dell’insegnamento consiste nell’addomesticamento di questo rudra.
L’ego si appropria delle funzioni del corpo, della parola e della mente, garantendosi sicurezza ed espandendo la propria influenza. Nel processo di tale appropriazione nasce l’illusione che l’ego sia una certa sostanza autoesistente, indipendente dallo stato dell’essere, dall’Assoluto. Di solito si dice che esistono tre rudra: il rudra del corpo, il rudra della parola e il rudra della mente.
Il rudra del corpo è il legame tra mente e corpo, è il lato corporeo della coscienza, che ha bisogno di un costante consolidamento, cioè il pensiero «io sono il corpo», ahamkara-buddhi, la mente corporea, quando ci identifichiamo continuamente con il corpo fisico. Per esempio, vediamo qualcuno e lo giudichiamo dal corpo. Non pensiamo molto al fatto che questo corpo abbia un’anima misteriosa che forse si è reincarnata già miliardi di volte, che è venuta dal mondo degli dèi, o forse anche da un mondo inferiore. Per noi la cosa più importante è il corpo. Proprio questa percezione di sé e degli altri è chiamata rudra del corpo.
Il rudra della parola è il cosiddetto rudra della parola, la parola come forma di prana. È connesso al livello energetico, alla sensazione energetica. Si tratta di fissazioni sulle sensazioni, sulle emozioni, sulle esperienze energetiche, su tutto ciò che costituisce le nostre esperienze energetiche. Tutti i desideri a cui l’uomo è soggetto sono manifestazioni del rudra della parola. Il desiderio sessuale, il desiderio di placare la fame, l’ira: tutto questo sono diversi fenomeni di energie che sorgono nel nostro corpo energetico, e quando ci identifichiamo con esse si dice che agisce la limitazione del prana o le limitazioni della parola.
Il rudra della mente è la fede nella felicità o nella salvezza al di fuori del proprio «io», quando ci affidiamo a qualcosa di separato dalla nostra coscienza, quando confidiamo in qualcosa di esterno, non connesso alla nostra consapevolezza. Può essere anche la fede nella propria chiarezza, nella comprensione, nelle proprie concezioni, negli sforzi dell’ego, nell’idea che nel conseguimento si produca più di quanto si riveli. Cioè il rudra della mente è una sorta di materialismo spirituale.

Questi tre rudra (tre limitazioni) sono proprio quel «pietra d’inciampo» che non ci permette di scoprire la nostra natura originariamente perfetta.
Spesso si porta questo esempio: se si dirige un raggio di luce su un cristallo che possiede diverse facce, esso può riflettere istantaneamente i raggi di luce, e questi raggi di luce sono la natura del cristallo. Quando dirigiamo un raggio di luce sul cristallo, non abbiamo bisogno di creare qualcosa. Ci basta creare una determinata causa, e il cristallo manifesterà subito la propria funzione: manifesterà i raggi di luce che si rifletteranno da esso.
Allo stesso modo, nel processo della pratica dell’insegnamento dobbiamo creare determinate condizioni affinché il cristallo del nostro «Io» superiore manifesti pienamente le proprie funzioni.
Il compito consiste nella trasformazione di questi tre rudra o tre limitazioni, dei tre corpi, in tre mandala, in tre pure dimensioni del corpo, della parola e della mente.
Il concetto di mandala e di dimensione pura
Nell’insegnamento esiste il concetto di mandala. Che cosa significa?
Il mandala è una dimensione pura, è uno stato completamente illuminato. Per esempio, si dice che ora ci troviamo in una visione karmica impura, in una dimensione karmica impura. Questo significa che guardiamo il mondo in una determinata visione. Questo mondo del samsara non è composto da elementi divini (divya-tattva), ma da elementi che si disgregano (mrityu-tattva). In questo mondo tutto appare come alienato dal nostro «io», separato: questa è appunto la manifestazione della dimensione impura. La Fonte Suprema in questo mondo non viene riconosciuta. Ma si dice che tutti gli abitanti del mandala nei mondi divini o nelle dimore paradisiache meditino sulla Fonte Suprema, cioè abbiano un legame con Dio. Quando invece usciamo per strada, non vediamo che tutti gli abitanti meditano sulla Fonte Suprema e sentono un legame con l’Assoluto. Questo significa che nella nostra dimensione gli esseri viventi non riconoscono l’Assoluto in quanto tale.
Ho letto le descrizioni del paradiso fatte da uno dei santi cristiani. Egli dice che il paradiso è composto da esseri divini, angeli, che rendono continuamente gloria al Signore, e cantano più o meno così: «Santo, santo è il Signore degli eserciti»; tutta la loro vita è glorificazione del Signore. Egli descriveva una manifestazione reale del mondo puro, in cui tutti gli abitanti si trovano in uno stato meditativo e non perdono neppure per un secondo il legame con la Sorgente suprema.
Nella «Moksha Dharma», nel libro «Narayaniya», vi è una descrizione della terra pura del Dio Narayana – Shvetadvipa. Vi si descrive come due santi rishi, dopo molte imprese ascetiche, furono ammessi nella terra pura del Dio Narayana. Lì videro esseri divini i cui corpi non erano composti di carne e sangue, ma di luce. Questi esseri divini dimoravano continuamente nel sahaja-samadhi. Meditavano ininterrottamente sulla divinità centrale – il creatore Narayana, il signore di tutti gli universi – come sulla propria stessa essenza. Meditavano su di lui come su un immenso spazio di luce, simile a un miliardo di soli. Ed erano così immersi nel samadhi che, quando questi rishi arrivarono, espressero loro rispetto e si aspettarono di essere a loro volta salutati, nessuno li notò nemmeno: tutti erano così immersi in tale samadhi, meditando sulla divinità centrale della propria mandala. Questi rishi, perplessi e persino delusi, dissero così:
– Anche noi siamo santi, siamo venuti qui, abbiamo espresso rispetto, ma nessuno ci ha nemmeno notati, figuriamoci salutati.
Allora apparve davanti a loro il dio Narayana, la divinità centrale di Shvetadvipa, e disse:
– Siete stati molto fortunati a essere arrivati qui, a essere stati ammessi. Sebbene voi stessi siate santi e abbiate trascorso molti anni in imprese ascetiche, non è dato a chiunque giungere qui, ma solo a coloro che sono talmente dediti alla contemplazione e così profondamente uniti alla Sorgente suprema che per loro non esiste più nient’altro. Non stupitevi che non siate stati salutati. Qui tutti sono occupati dal livello supremo della contemplazione, perciò non vi hanno nemmeno notati: per loro non siete più che sogni, un’illusione. Ora tornate sulla Terra. Sarete ammessi qui tra alcune centinaia di anni; non siete ancora pronti a dimorarvi stabilmente.

Questa è la descrizione della terra pura di Shvetadvipa. «Shvetadvipa» si traduce come «isola bianca». Forse è proprio uno dei prototipi di Shambhala (o Belovod’e), che è descritta già nel «Mahabharata».
Il nostro compito, in quanto praticanti, è la trasformazione radicale di noi stessi fino al livello della divinità e il trasferimento proprio in una simile dimensione di visione pura, poiché se ci trasformiamo fino al livello della divinità, allora per noi, come nuovi esseri, deve esistere anche un altro, nuovo ambiente. Gli dèi non vivono nel mondo ordinario degli uomini, vivono nel proprio ambiente. E la trasformazione di sé fino al livello della divinità presuppone automaticamente il cambiamento dell’ambiente circostante, il cambiamento del mondo in cui viviamo. È impossibile, restando una divinità, dimorare in questo mondo, restare una persona ordinaria. Forse questo è persino possibile, ma non ha alcun senso.
Nello stato di visione karmica impura esistono condizionamento, vincolo a concetti ed emozioni, esistono diverse limitazioni. Per esempio, vi è la legge del karma (cause ed effetti), le relazioni soggetto-oggetto, non vi è il samadhi della contemplazione, esistono morte e nascita: tutti questi sono segni della visione karmica impura. Al contrario, nella mandala della dimensione pura non vi sono quelle limitazioni in cui dimorano le persone ordinarie. Nella visione karmica pura non vi è la legge di cause ed effetti (la legge del karma).
Nello stato della mandala tutti gli esseri viventi si trovano in un unico «sapore» (samarasya); per loro bene e male, puro e impuro, verità e menzogna, azione e non-azione, passato e futuro sono equivalenti: tutto ciò viene visto da loro come integro, unico. Per noi, naturalmente, una cosa simile non esiste. Comprendiamo che ci sono cose che ci piacciono, ci sono cose che non ci piacciono affatto, e siamo molto lontani dall’unico «sapore», perché il nostro ego e il nostro intelletto pongono limiti molto forti.
Unità nella molteplicità
Per gli esseri divini nella dimensione pura tutto appare integro, come una certa unità. Per gli esseri divini della mandala della visione pura tutto si manifesta come la Sorgente suprema. Invece del mondo della molteplicità, in loro avviene la percezione del mondo dell’unità.
Per esempio, nel mondo degli esseri umani abbiamo la molteplicità, cioè distinguiamo dèi e demoni, spiriti ed esseri umani, vita e morte, maschile e femminile, cattivo e buono, diversi livelli di gusto, sistemi politici statali, culture, nazioni e tradizioni – tutto questo è il mondo della molteplicità. Nella mandala della dimensione pura, al contrario, tutte queste manifestazioni sono viste come manifestazioni di un’unica Ragione suprema, secondo il principio dell’unità nella diversità. Questa Ragione suprema semplicemente gioca con le differenze, tuttavia esse non sono essenziali. Ma nel nostro mondo l’unità di tutte queste differenze è perduta, vediamo soltanto la molteplicità, soltanto le differenze, perché ci manca l’integrità della coscienza per intravedere questa unità.

Inoltre, nella mandala della dimensione pura, gli esseri viventi non sono vincolati né dalle emozioni né dal pensiero: si trovano nell’auto-liberazione.
Il principio dell’auto-liberazione
Che cosa significa auto-liberazione? Ci sono due modi fondamentali di rapportarsi alla propria mente: o lasciarsi limitare da essa, oppure auto-liberarsi. Per esempio, cominciamo a pensare a qualcosa, i pensieri iniziano a catturarci, ne riconosciamo la realtà: questo è un esempio di limitazione. C’è un altro modo, quando cominciamo a pensare a qualcosa, ma questi pensieri non ci limitano, comprendiamo che dietro questi pensieri esiste un livello sottile di consapevolezza non concettuale, perciò non attribuiamo grande importanza ai pensieri. Possiamo conoscere il loro gioco, la loro irrealtà, possiamo persino riderne. Questo è un modo di essere nello stato di auto-liberazione.
C’è un racconto su un uomo al quale scomparve un’ascia dal fienile. Era tormentato dai pensieri su chi gli avesse rubato quell’ascia. Pensava, faceva calcoli e arrivò alla conclusione che la sua ascia fosse stata rubata dal vicino. Quando il vicino andò da lui in visita la mattina, quell’uomo iniziò a osservarlo di nascosto con attenzione. Pensava: «Esatto! Cammina come uno che ha rubato un’ascia, guarda come uno che ha rubato un’ascia, e parla allo stesso modo». Cioè i suoi pensieri crearono una realtà in cui egli credette che fosse stato davvero il vicino a rubare l’ascia. Stava già maturando piani di vendetta, ma un giorno guardò nella stalla e vide la sua ascia sotto la mangiatoia delle mucche. E allora ricordò che, a quanto pare, l’aveva semplicemente dimenticata lì la sera. All’improvviso ebbe una forte intuizione, vide come la sua stessa mente lo aveva ingannato, e che in realtà nessun vicino aveva rubato l’ascia. E quando la mattina seguente il vicino venne di nuovo a fargli visita, lo guardò e pensò: «Cammina come una persona normale, gioca come una persona normale, parla come una persona normale e guarda come una persona normale. Fino a che punto la mente può ingannarmi?! Ho immaginato tutto questo da solo, e mi è sembrato realtà». Questo è appunto un esempio di vincolo al pensiero concettuale.

Cioè, quando non c’è auto-liberazione, somigliamo a quell’uomo che pensa che qualcuno gli abbia rubato l’ascia. I suoi stessi pensieri lo gettano in un qualche flusso di realtà, e questa realtà comincia ad avere potere su di lui. Con i suoi stessi pensieri si avvolge, come in un bozzolo, e questo bozzolo lo costringe a rimanere in determinate limitazioni.
Ma le divinità nello stato della visione pura, al contrario, non sono vincolate dal pensiero concettuale, vivono costantemente in uno stato auto-liberato. Né i pensieri, né le emozioni, né i sentimenti hanno potere su di loro, perché possiedono un certo centro sottile, simile a una calamita che attrae tutte le limature metalliche. Questo centro è immutabile, non può essere influenzato in alcun modo, mentre pensieri, emozioni e sentimenti sono soltanto un ornamento di questo centro, un gioco; perciò quando pensano, parlano o agiscono, per loro non è la stessa cosa che per gli esseri umani limitati: per loro è una sorta di gioco, un ornamento che è auto-liberato e dal quale non deriva alcun problema.
Qualità della dimensione pura
Agli esseri nella mandala della dimensione pura sono proprie leggerezza, gioco, bellezza, purezza, armonia, spontaneità, grandezza, fioritura, abbondanza, creatività, sviluppo, gioia e libertà. Tutte queste sono diverse energie che si manifestano grazie al dimorare nella presenza contemplativa. Agli esseri nella visione karmica impura questo, purtroppo, non è proprio, oppure lo è solo in misura molto ridotta.
Possiamo ricordare pochi stati simili, in cui da noi sgorgasse una fontana di creatività, gioia, armonia, sacralità e grandezza. Certo, tali stati esistono, ma purtroppo non capitano spesso. Ad alcuni non capitano affatto. Per meritare tali stati, bisogna davvero purificare la propria coscienza. Ma per gli esseri divini simili stati sono qualcosa di normale. Li sperimentano fin dalla nascita e per tutta la vita, senza mai cessare, vivono in essi. Perciò gli esseri divini non tanto vivono, quanto giocano; non sono soggetti alla legge del karma.
Infine, gli esseri nella dimensione pura sono immortali; per loro non esiste trasformazione della carne, nascita, morte, come nel mondo degli uomini, poiché gli elementi del loro corpo (divya-tattva) non si disgregano. Al contrario, per gli esseri che si trovano nella visione impura esiste la mortalità in dipendenza dal tempo e dagli eventi; per loro esistono karma e destino. Gli dèi nella dimensione pura non dipendono né dal karma né dal destino (daiva). Essi stessi possono dirigere il proprio destino; le cause karmiche non hanno potere su di loro. Ma gli esseri viventi in questo mondo sono vittime del fato, del destino, cioè non sono in grado di prevedere ciò che accade loro, e se anche lo sono, lo sono in misura insignificante. Spesso si dice che gli dèi ridono dei piani degli uomini quando vedono in anticipo in cosa tali piani possono trasformarsi.
Probabilmente tutti voi lo comprendete. Per esempio, se analizziamo la vita dei grandi condottieri, uomini d’affari, figure politiche che costruivano piani globali (Hitler, Napoleone, Alessandro Magno e altri), si può capire come siano finiti tutti i loro piani. Se, per esempio, Hitler avesse previsto come sarebbe finita la sua campagna contro l’Unione Sovietica, difficilmente avrebbe compiuto quell’attacco. Se Napoleone avesse saputo come sarebbe finito il suo regno, difficilmente avrebbe intrapreso tutto questo. Questo è un esempio della limitatezza degli esseri umani nel prevedere l’ulteriore sviluppo di cause ed effetti.

Il simbolismo del mandala
Dunque, quando comprendiamo che esiste una dimensione limitata ed esiste una dimensione pura, quando comprendiamo la differenza tra questi mondi, allora il nostro compito consiste nel trasformare questi tre rudra (le tre limitazioni) e passare dalla dimensione limitata alla dimensione della libertà assoluta, della felicità assoluta, del gioco e dell’immortalità. Questo è appunto lo stato del mandala.
Il mandala è simboleggiato da un cerchio, al cui centro vi è un punto. Questo cerchio significa l’equidistanza di tutti i punti dal centro. Il centro simboleggia la nostra coscienza, mentre i punti alla periferia, cioè sulla circonferenza, simboleggiano tutta la molteplicità degli oggetti da noi sperimentati. Questo simbolo indica che nello stato del mandala o della dimensione pura tutti gli esseri viventi si trovano al centro dell’universo. È proprio la loro coscienza a essere il centro, e tutto ciò che essi percepiscono si trova in interrelazione con questo centro.
La pratica spirituale come trasformazione
La pratica spirituale non è soltanto sviluppo della consapevolezza o lavoro con l’energia. Prima di tutto è il cambiamento del vettore generatore di senso, che determina i valori. È una trasformazione a tutti i livelli, quando, si potrebbe dire, costruiamo una nuova vita interiore e una vita esteriore sulla base di quella interiore. Naturalmente, costruire una simile nuova vita e costruire un nuovo sé non è possibile così, semplicemente. Per questo dobbiamo sviluppare in noi nuove qualità. Queste qualità sono descritte nei testi tradizionali come qualità necessarie al discepolo.
Le qualità del discepolo
E quali sono dunque queste qualità? Testi diversi danno descrizioni diverse, ma ci soffermeremo sulle più importanti.
La prima è la fede. Che cosa significa fede? Significa fiducia, spalancamento, apertura nelle relazioni con l’insegnamento, con il maestro, con se stessi e con il mondo. Moltissime persone percepiscono erroneamente il principio della fede, poiché in una società materialistica si parla spesso con sarcasmo di “fede cieca”. Ma in realtà non c’è alcun bisogno di fede cieca. Direi che la fede è consapevolezza basata sull’esperienza. È la fiducia sorta come risultato del fatto che avete sviluppato una certa comprensione. La vera fede si basa sulla comprensione. Tale comprensione nasce come risultato del lavoro interiore che compiamo. Cioè shraddha (il termine che si traduce come fede) e il concetto di fede di cui si parla nella moderna società occidentale differiscono leggermente. Shraddha è apertura e fiducia basata sulla comprensione. Finché non acquisiamo tale shraddha, ci sarà difficile muoverci nella dimensione dell’insegnamento. Rimarrremo in stati dualistici che non ci permettono di trasformarci in modo profondo e radicale.

La qualità successiva del discepolo è la diligenza. Diligenza significa che lavoriamo realmente e applichiamo i metodi di cui si parla. Se nella tradizione dell’insegnamento lavoriamo con il sankalpa o eseguiamo pratiche di base, possiamo trarne beneficio solo nel caso in cui manifestiamo davvero diligenza. Da un discepolo sul cammino spirituale ci si aspetta che manifesti una notevole diligenza per il proprio stesso bene. Poiché, se manifestiamo una diligenza limitata o scarsa, anche grandi successi non possono essere raggiunti. Per esempio, se una persona ha deciso di diventare un maestro di arti marziali e ottenere la cintura nera, ma va agli allenamenti una volta alla settimana e pensa che diventerà un grande maestro, questo non può essere chiamato diligenza. Diligenza significa che lavoriamo costantemente, metodicamente e senza interruzioni; lavoriamo così come lavorano i grandi maestri dello sport o i grandi artisti, quando tutta la nostra vita diventa pratica.

La successiva qualità importante è l’attenzione consapevole. L’attenzione consapevole è legata alla capacità di sviluppare una presenza contemplativa e di lavorare sul mantenimento di un determinato stato di coscienza.

La qualità successiva è la comprensione. Comprensione significa che il discepolo non segue ciecamente le istruzioni, ma cerca di sviluppare la propria chiarezza, la propria comprensione. Per esempio, se andate da un medico e gli raccontate la vostra situazione, egli vi dà alcune raccomandazioni, cercando di sviluppare in voi la comprensione di come si possa riorganizzare la propria vita per guarire. Basandovi sulle sue raccomandazioni e sulla comprensione, armonizzate la vostra dieta e il vostro stile di vita in modo da guarire da una certa malattia. Allo stesso modo, quando riceviamo l’insegnamento da un maestro spirituale, cerchiamo di sviluppare la comprensione necessaria affinché entri nella nostra vita, affinché possiamo realmente servircene.

Un’altra qualità necessaria è la collaborazione. Collaborazione significa che non siamo passivi, ma ci manifestiamo attivamente nell’insegnamento. Se siamo passivi, non otterremo alcun beneficio dall’insegnamento. L’insegnamento viene offerto in modo tale che siamo noi stessi a dover manifestare attività. Il maestro non vi dice: «Bene, domani iniziamo ad allenarci dalla mattina alla sera sotto la mia guida». Si presuppone che il discepolo scelga da sé il proprio regime di pratica, di allenamento e così via. Ma se sceglie, deve comprendere che è necessario manifestare attività. Trovandosi in uno stato passivo, è impossibile trarre beneficio dall’insegnamento. La collaborazione presuppone l’interazione tra maestro e discepolo, l’interazione dei discepoli tra loro e la crescita spirituale nel processo di tale interazione.

Queste sono le qualità del discepolo che gli danno la possibilità di seguire il sentiero supremo dell’anuttara-tantra.


