Tre metodi per lavorare con i klesha
Testo di Santye Khadro «Come meditare»
Interagire con l’energia negativa
«Interagire con l’energia negativa.
Man mano che sviluppiamo la consapevolezza, diventiamo sempre più sensibili agli stati negativi della nostra mente, come la rabbia, l’irritazione, l’orgoglio, la depressione e così via. Perché questi stati vengono definiti negativi? Ciò non significa che la rabbia o i desideri siano intrinsecamente cattivi, né che siamo obbligati a sentirci in colpa quando sorgono. Dobbiamo semplicemente comprendere che sono prodotti della nostra illusione, distorti da una visione del mondo che ci induce a formarci un’immagine falsa della realtà. Questi stati sono negativi perché rendono la persona infelice e confusa».
Come disse un santo: «I Buddha si meravigliano di come gli esseri viventi trovino il modo di rendersi infelici».
Nel profondo degli esseri viventi è presente un potenziale illimitato di gioia. Ma a causa delle oscurazioni e della mancanza della luce della chiarezza, gli esseri viventi legano molto rigidamente la propria gioia agli oggetti esterni. Spesso trovano il modo di soffrire perché, a loro parere, gli oggetti esterni non corrispondono alla loro concezione della gioia. Ma quando la nostra gioia viene proiettata all’esterno, questa è proprio l’ignoranza fondamentale.

I mondi e le esperienze che vi si vivono sono molto relativi, molto condizionati. Se un dio dei santi cieli fosse fatto scendere qui, nel vostro stato attuale, forse proverebbe sofferenza; se invece fosse risvegliato, no. Se un essere infernale fosse portato quassù, questo luogo gli sembrerebbe il paradiso e sarebbe semplicemente fuori di sé dall’estasi.
«Come tutte le vostre esperienze, le emozioni negative non sono permanenti, non possiedono solidità né stabilità. Sono semplicemente energia della mente, come l’amore e la gioia, la cui natura è pura e chiara. A volte sentite che le emozioni negative si sono impadronite di voi e dubitate di essere capaci di controllare la vostra mente. Ma non preoccupatevi. Le illusioni sorgono nella vostra mente e poi ne scompaiono: non sono voi. In presenza di una comprensione matura, ogni esperienza, positiva o negativa, può diventare un passo costruttivo sul cammino».
Gestire le emozioni attraverso la consapevolezza
Gestire le emozioni e affrontarle è molto facile se, nel momento in cui un’emozione sorge per la prima volta, rimani nello stato di osservatore, se possiedi il limpido specchio della consapevolezza. Se lasci sfuggire questo momento, l’emozione si dispiega e genera le corrispondenti energie non autoliberate, immagini fantasma e accumula karma. Se non lo lasci sfuggire e nel primissimo istante manifesti la presenza dello specchio della consapevolezza, l’emozione non ha potere su di te. Essa ha un capo, un re: lo specchio della vostra consapevolezza. E anche se sorge un qualche movimento del prana, esso è simile a un gioco e non si impadronisce in alcun modo della vostra mente. Tutto sta proprio in questo. Gli esseri ordinari non hanno un simile re. Perciò, quando sorgono, le emozioni oscurano anche la chiarezza che c’era, introducendo la persona in diversi bhava, nelle esperienze dei mondi inferiori. Ma se è presente lo specchio della consapevolezza, le emozioni non inducono mai in errore.
Oltre a praticare la consapevolezza, dobbiamo accumulare costantemente il potenziale della purezza e dell’armonia interiori, cioè sviluppare i quattro incommensurabili, diventare divinità interiormente. Anche se non possedete una consapevolezza molto profonda, ma avete le qualità di una divinità, potete facilmente domare e soggiogare le emozioni.
L’autocontrollo come fondamento della vita monastica
La qualità di un monaco è l’autocontrollo, sempre, ovunque e in qualsiasi circostanza. Sappiate che non ci si fida di un monaco che non controlla se stesso. Di persone simili si dice: «È ancora del tutto inesperto». Perciò non esiste altra via per diventare monaco, per elevarsi al livello dei monaci migliori, per essere in stretti rapporti con il Guru, se non acquisendo un autocontrollo molto profondo. E quando una persona possiede le qualità necessarie, ci si può sempre fidare di lei. Con ciò si intende non soltanto l’autocontrollo esteriore, ma anche quello interiore. L’autocontrollo esteriore è una conseguenza della disciplina interiore.
Da dove proviene un simile autocontrollo? Proviene, in primo luogo, dai vostri meriti, dalla purezza della vostra anima, dai numerosi nessi di causa ed effetto creati dal servizio: dalle pratiche, dalle prosternazioni, dai samaya. In altre parole, è il vostro karma positivo. In secondo luogo, questo autocontrollo scaturisce dal principio della consapevolezza, dalla vostra chiarezza interiore, quando con la spada del discernimento liberate senza difficoltà tutti i pensieri e i bhavana negativi.

Un monaco sa sempre qual è il livello della sua chiarezza e dove si trova il suo limite: «Questo posso liberarlo senza difficoltà, mentre questo non posso più farlo». Si presume che lo stato di un monaco sia di un ordine di grandezza superiore a quello di una persona comune, mondana. Ciò significa che egli può autoliberare ciò che una persona comune non è in grado di autoliberare. Ma in realtà neppure questo è sufficiente. Il livello di autocontrollo deve elevarsi ulteriormente, fino a consentirti di liberare moltissimo, mentre la tua mente rimane sempre serena, pura e tranquilla. È proprio questo l’autocontrollo che dovete sviluppare nei primi anni, poiché costituisce la base di tutti i conseguimenti e i risultati futuri. In sostanza, è questo l’indicatore della maturità di un monaco.
La presenza mentale e l’autocontrollo sono la stessa cosa. Chi è attento, naturalmente, possiede un completo autocontrollo. Non permetterà mai che i suoi pensieri si scatenino, che i suoi prana inizino a contrarsi nell’addome o nel petto, che il sangue gli pulsi alle tempie e che il respiro diventi affannoso. Qualunque cosa accada, egli si trova sempre in uno stato di presenza mentale in cui i suoi prana e la sua mente sono completamente sotto controllo.
Un monaco può avere un autocontrollo così completo solo quando nessun evento o esperienza interiore può coglierlo di sorpresa, quando è costantemente vigile. È vigile facendo affidamento non sulla chiarezza personale, bensì sull’Assoluto, sullo stato naturale.
Tre approcci al lavoro con le emozioni
«Di solito o ci identifichiamo completamente con la rabbia (a volte avendo solo una vaga idea della situazione), oppure la reprimiamo, senza permetterci di prendere coscienza di ciò che sta accadendo. Entrambi gli approcci non fanno che peggiorare la situazione.
Ma possiamo guardare direttamente la rabbia, analizzarla, riconoscerne l’erroneità e adottare contromisure per infondere nella mente una visione più realistica delle cose. Se interagiamo in questo modo con la rabbia o con un’altra emozione negativa, trasformiamo il negativo in un’esperienza conoscitiva positiva.
Dunque, dividiamo tutto ciò che esiste al di fuori di noi in amici, nemici ed estranei, in base ai sentimenti che proviamo nei loro confronti. In sostanza, tutti i nostri sentimenti e le nostre relazioni possono essere suddivisi in attaccamento e ignoranza.
La causa principale delle emozioni negative affonda le sue radici nel fatto che vediamo erroneamente un’esistenza permanente, tangibile e solida e sovrapponiamo la nostra interpretazione a tutto ciò che ci circonda.
Questa concezione errata si sviluppa in attaccamento, avversione e ignoranza, che a loro volta si trasformano in tutti gli altri stati mentali negativi.
I metodi spiegati qui rappresentano modi pratici di interagire con l’attaccamento; con la rabbia, che può manifestarsi come l’espressione più grossolana dell’avversione; con la depressione, cioè un cupo atteggiamento di disperazione radicato nell’ignoranza e in un’ottusa indifferenza».
L’ispirazione nella pratica spirituale
Quando seguite il sentiero della pratica e scoprite lo specchio di questa consapevolezza, è come se vi cadessero i paraocchi e sorgesse l’ispirazione. L’ispirazione è ciò che deve sempre accompagnarvi nella pratica spirituale. È come un sottile flusso che vi trasporta costantemente, come su ali.

Da dove nasce questa ispirazione nella pratica? Nasce dal legame con la Fonte Suprema. Sappiate che ogni volta che l’ispirazione viene meno, ciò significa una cosa sola: il vostro legame si è indebolito o si è perduto. Alcuni hanno l’ispirazione nei prana, altri nella mente. Ma la cosa migliore è avere ispirazione sia nei prana sia nella mente. Hanno ispirazione nella mente coloro che sono attenti. Hanno ispirazione nei prana coloro che possiedono fin dalla nascita un buon karma del corpo e coloro che praticano il vento. Alcuni non hanno né l’una né l’altra. Quanto meno, devono cercare di ottenere l’ispirazione attraverso la pratica della consapevolezza oppure mediante il controllo dei prana.
Con il tempo, questa ispirazione si sviluppa in esperienze molto divine (bhavana): orgoglio divino, entusiasmo, estasi, gioia, beatitudine, una straordinaria espansione della coscienza, un’insolita chiarezza intuitiva, un enorme afflusso di forze e fiducia nelle proprie capacità. Allora lo yogin si sente come un dio: ciò che dice, sarà. Può cambiare il passato, plasmare il futuro, modificare il tempo e lo spazio; può fare tutto. È proprio questa ispirazione la forza motrice della pratica. E giunge con il tempo, se praticate correttamente la contemplazione.
L’ispirazione svanisce quando l’attenzione si offusca, quando i prana si abbassano, quando i sensi si rivolgono verso l’esterno. Il vero yogin custodisce la propria attenzione e i propri prana per non perdere quel minimo di ispirazione che lo guida nella vita spirituale e gli conferisce un simile autocontrollo.
«È difficile interagire con l’energia negativa, ma con la pratica e la pazienza si può cambiare gradualmente il proprio approccio, compiendo il primo passo verso la trasformazione della propria esperienza attuale nei rapporti con le persone e nelle situazioni».

Un praticante esperto può trarre ispirazione persino dall’energia negativa. L’energia negativa spegne facilmente l’ispirazione. Se questa è molto debole, basta una piccola cosa perché vada perduta. Può essere influenzata da una parola o da qualche altra cosa elementare. Ma un praticante esperto non può perdere l’ispirazione, anche se nella sua coscienza sorge una forte energia negativa. Al contrario, se ne nutre, la attinge senza paura e può utilizzarla a beneficio della propria pratica.
Allora l’energia negativa delle emozioni si rivela essere un serpente a cui sono stati strappati i denti e che, quindi, non possiede alcun veleno.
Lavorare con la depressione
«La depressione.
La depressione è uno stato cupo, pesante e infelice della mente egocentrica, alla quale manca energia positiva. Può trasformarsi in un disturbo cronico oppure essere l’effetto collaterale di un’esperienza spiacevole».
Un discepolo laico lo descrisse così: «È uno stato in cui si comincia a sentirsi schiacciati».
«In ogni caso, la depressione è causata da un’opinione erronea che esagera gli aspetti negativi della vostra personalità o di una certa situazione e ne ignora quelli positivi.
La depressione si concentra sulla “mia” difficoltà e la ingigantisce oltre ogni misura. Ci scoraggiamo e crediamo che la situazione sia senza speranza e che non vi sia alcuna possibilità di migliorarla. Ci compatiamo, vedendo il nostro ego al centro stesso di una storia triste. Abbiamo poca o nessuna energia da condividere con gli altri. E non solo non riusciamo a prenderci cura di noi stessi, ma trasciniamo a fondo con noi anche altre persone. Tutti noi siamo inclini, a volte, a cadere in depressione».
Non «tutti noi», ma «tutti voi». Alcuni praticanti non hanno affatto questa inclinazione. Forse qui si parla di praticanti principianti, ma ciò non è tipico dei praticanti esperti.
«Non siamo perfetti e la vita non procede sempre senza intoppi. Commettiamo errori e non abbiamo il controllo su ciò che si presenta sul nostro cammino. Quando non siamo in grado di accogliere con gioia queste difficoltà, considerandole aspetti naturali della vita, o di gestirle con maestria, cadiamo in uno stato di abbattimento. Naturalmente, il dolore che proviamo è reale e dobbiamo affrontare in qualche modo le difficoltà. Ma sprofondare nella depressione non è una soluzione, perché così non fate altro che rendere la vostra infelicità più profonda e complessa. La soluzione migliore consiste nell’analizzare i propri pensieri e prendere coscienza di come interpretiamo la situazione, per poi cercare di capire dove stiamo sbagliando».
La depressione è uno stato causato non dalla situazione in sé, ma da un’interpretazione errata della situazione. In linea di principio, nell’Essere assoluto non esistono situazioni inequivocabilmente cattive o inequivocabilmente buone, ma soltanto le loro interpretazioni. Questa è la cosiddetta visione karmica.
In base alla mia esperienza, posso dire che non ho mai avuto alcuna depressione. In passato, quando qualcosa non mi riusciva, provavo una forte collera verso la situazione oppure verso me stesso. È come la sensazione che qualcuno o qualcosa vi ostacoli, ma in voi c’è talmente tanta forza che siete pronti semplicemente a ridurre in polvere l’ostacolo. Tuttavia, negli ultimi vent’anni circa mi sono liberato di questa collera, perché neppure questa è la soluzione migliore. Sono giunto alla conclusione che non ha alcun senso sviluppare tutti questi temi e che bisogna semplicemente accettare la situazione così com’è. E accettarla non in modo passivo e senza volontà, bensì con gioia, con piena consapevolezza e piena responsabilità. Bisogna trovare profondità in questa accettazione, lasciarsi andare consapevolmente, unirsi attraverso la situazione alla Sorgente Suprema, per attingere gradualmente forza dalla Sorgente Suprema grazie a tale accettazione. L’accettazione conferisce una forza talmente immensa che è come se ci si collegasse a una sorta di serbatoio cosmico. Poi, con una simile forza di consapevolezza e di abbandono di sé, è possibile manifestarsi in modo tale che tutto si dissolva completamente.

Questa capacità di cedere senza perdere se stessi è proprio l'accettazione totale, che rappresenta la chiave per uscire da qualsiasi stato depressivo. È la capacità di vincere senza combattere. È il principio migliore per coloro che praticano la contemplazione naturale.
Metodi per eliminare la depressione
«Metodi per eliminare la depressione.
- Esaminate l'“io”, percepite il vostro sé che si identifica fermamente con pensieri e sentimenti infelici. Cercate di trovare questo “io”. Qual è la sua natura? È una parte del corpo o della mente, oppure è qualcos'altro? Il vostro “io” depresso può essere qualcosa di solido e immutabile?
Ricordate che la vostra mente è un flusso di esperienze diverse (gioiose, infelici, positive o negative) e che tutte possiedono una natura ugualmente chiara e immateriale. Queste esperienze sorgono e svaniscono come le onde dell'oceano e durano molto poco. La vostra depressione è simile a un'onda: è un'esperienza temporanea e fugace, perciò non dovreste attaccarvi alla depressione considerandola parte di voi stessi».
Se analizzate dove si trovi la depressione, vedrete che il corpo non la avverte. È sufficiente nutrire adeguatamente il corpo, farlo dormire al momento opportuno e garantirgli sicurezza, e allora sta perfettamente bene. Anche l'Atman (il vostro vero “Io”), così come il buddhi (la consapevolezza sottile), ne è libero. È evidente che tale esperienza affonda le proprie radici nell'ego (ahamkara), che a sua volta si basa sulla memoria sottile e assoggetta il manas (la mente concettuale), il quale formula giudizi, accettazione e rifiuto. Ciò significa che, se chiarite che cosa sia esattamente questo ego (ahamkara), vedrete la fonte di tale stato negativo. Ma non appena comincerete a esaminare l'ego, vedrete che esso è composto semplicemente da catene di pensieri collegati arbitrariamente tra loro. E la più grande rivelazione per voi sarà scoprire che esso non ha alcun diritto di formulare valutazioni e giudizi categorici. È qualcosa di arbitrario. È come se si prendessero alcuni file, li si salvasse su un computer e poi, sulla base di essi, si formulassero giudizi o si elaborassero teorie. Ma fin dall'inizio si trattava di qualcosa di arbitrario.

Quando comprendete questo, smettete di fidarvi delle valutazioni dell'ego, sapendo che esso è costituito da un insieme di impressioni arbitrarie. Allora viene meno anche la vostra fiducia in tutti i pensieri e nell'attività valutativa del manas. Vedete che si tratta di cose molto relative. Comprendete di dovervi riorientare. E allora sorge in voi la domanda: «A che cosa, dentro di me, posso dunque dare fiducia?» Si può dare fiducia soltanto alla parte più sottile di sé: al buddhi (l'intelletto intuitivo), alla chiarezza. Tuttavia, neppure questa chiarezza intuitiva è autosufficiente: è soltanto un derivato dell'Atman, dell'Assoluto. E quando, mediante l'analisi, individuate l'intelletto intuitivo e la sua fonte, vedete che questa è l'unica fonte a cui si possa dare fiducia. È proprio essa a essere libera da ogni stato negativo e a conferire il potere di affrontarlo. Quando un monaco comprende questo, si dice che sa autoliberarsi. In altre parole, la mancanza di comprensione (la carenza di jnana yoga) trae l'essere umano in inganno. Detto altrimenti, se praticate, dovete diventare simili agli antichi filosofi, i quali, anche se non meditavano, possedevano un'enorme chiarezza della mente analitica.
«2. Praticate la meditazione sull'elevato valore della vita umana. Anche se vi trovate ad affrontare una seria difficoltà, è importante ricordare che disponete di molta energia positiva e di grandi possibilità. È sempre possibile superare la depressione cambiando il proprio modo di pensare e ponendo l'accento sugli aspetti positivi, anziché su quelli negativi, della propria personalità».
Un laico si avvicinò a me e disse: «Mi pento. Ho un karma così negativo, un passato così oscuro». Gli risposi: «In compenso, hai intrapreso il sentiero del dharma e hai un futuro luminoso». Siete voi a scegliere su che cosa porre l'accento: se vedere il vostro passato oscuro oppure il vostro futuro luminoso.

«Gli aspetti positivi esistono necessariamente. La questione dipende più dall'angolazione da cui guardate la vita e da ciò con cui vi identificate che dalla vostra bassa autostima dovuta a uno stato d'animo oppresso.
- Praticate la meditazione per la chiarezza mentale. Le vostre sofferenze, l’ansia o l’aspettativa di un fallimento, così come le vostre sensazioni piacevoli, sono semplicemente energia della mente: pura, immateriale, fugace. Osservate semplicemente i diversi pensieri e le diverse esperienze che attraversano la vostra mente, senza giudicare nulla e senza lasciarvi coinvolgere».
Gli stati negativi possono derivare anche da una bassa autostima. Se coltivate l’orgoglio divino, la vostra autostima aumenterà inevitabilmente. Tuttavia, dovete comprendere che, coltivando l’orgoglio divino, non accrescete l’autostima del falso «io», bensì quella della vostra essenza più profonda, sintonizzandovi costantemente con essa.
Autostima autentica e falsa
Chi possiede un’autostima elevata dispone sempre di molta energia e di grande chiarezza. Tuttavia, se questa autostima è falsa ed esteriore, in lui vi sono sempre molti stati di illusione e ignoranza. Un’autostima autenticamente elevata scaturisce dalla vostra chiarezza più profonda, dal dimorare nello stato naturale. Se invece si fonda sul mentale, su qualcosa di più basso, allora è semplicemente un abbaglio spirituale, un’illusione basata sull’orgoglio. Anche questo va compreso a fondo.
Con il progredire della pratica spirituale, la vostra autostima deve aumentare costantemente. Tuttavia, deve aumentare nel modo giusto, senza indurvi in errore. È evidente anche quando l’autostima di una persona aumenta nel modo sbagliato. Essa comincia a dire con aria misteriosa agli altri novizi di essere un novizio fuori dal comune. Comincia a interrogare il Guru sulla propria grande missione o su qualcosa del genere. Poi comincia a fidarsi dei propri sogni e delle visioni avute durante le meditazioni. In seguito ignora il dharma o lo distorce a proprio vantaggio. Poi smette di ascoltare gli insegnamenti del Guru. Alla fine cade in un grave abbaglio spirituale. È triste e dannoso quando il mutamento della propria autostima entra in conflitto con gli insegnamenti dei santi. Per questo i discepoli vengono sempre sottoposti a delle prove, che mostrano loro quanto correttamente stiano trasformando sé stessi.

I pericoli di un’autostima bassa o eccessiva
Se invece il discepolo trasforma sé stesso in modo errato, sorgono in lui diverse disarmonie. In altre parole, la disarmonia può derivare non soltanto da una bassa autostima, ma anche da un’autostima elevata. Inoltre, l’autostima eccessiva viene anche chiamata «Mara, figlio dell’essere celeste». Si può dire che sia un orgoglio proveniente da Satana stesso, un darshan di Mara che vi spinge a sfidare Dio e a considerare assoluta in voi non la parte che appartiene a Dio, bensì quella esteriore, cioè l’ego.
Se pratichiamo correttamente, né la bassa autostima né il Mara dell’autostima eccessiva riusciranno mai ad afferrarci. Supereremo facilmente questi due mostri che custodiscono l’ingresso al nirvana.
Nella mitologia dell’antica Grecia vengono descritti due mostri, Scilla e Cariddi, che custodiscono l’accesso ai tesori. Chi riesce a superarli consegue il corretto, supremo e completo risveglio. Se non riesce a passare tra loro, si imbatte inevitabilmente in uno di questi mostri, e ciò diventa un serio problema.

Come si possono superare? Soltanto assorbendo gli insegnamenti dei santi e il loro spirito, essendo assolutamente onesti con sé stessi, analizzando e affinando scrupolosamente la propria coscienza.


