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I Tre Gioielli: il Rifugio come devozione incondizionata

20.06.2026
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I Tre Gioielli: il Rifugio come devozione incondizionata

Ogni giorno eseguiamo la pratica del «Rifugio nei Tre Gioielli».

In senso assoluto, Guru significa la Coscienza trascendentale, che comprende tutte le divinità, i santi, i siddha, i maestri della nostra linea di insegnamento. Dharma significa l’insegnamento che conduce all’illuminazione. Sangha — sono tutti gli esseri viventi che seguono il cammino della liberazione; in senso assoluto, è il mondo dei fenomeni manifestati introdotto nel mandala della pura consapevolezza.

Prendere Rifugio significa considerare il Guru come guida, il Dharma come zattera, tendere con tutte le proprie forze verso «l’altra riva», verso l’illuminazione e la liberazione dalle sofferenze del samsara. Nel vero senso, tutta la pratica si riduce al prendere Rifugio. Dal punto di vista dello laya-yoga, il Rifugio è la Mente non nata, e il Dharma è il cammino della sua consapevolezza e del suo mantenimento. Noi semplicemente chiariamo a noi stessi gli oggetti del Rifugio. Man mano che procede la sadhana, essi diventano sempre più sottili e interiori. Dobbiamo ricordarci ancora e ancora dell’assunzione di tale Rifugio. All’inizio comprendiamo che prendevamo Rifugio nelle illusioni. Distaccandoci dalle illusioni, prendiamo Rifugio nel Dharma, nei Tre Gioielli. 

Quando prendete Rifugio, dovete avere una grande determinazione e devozione al vostro Rifugio. È ciò che nelle religioni viene chiamato fede. Non è quando camminate, vi sembra di aver visto qualche segno e pensate: «La pratica della liberazione è adatta a me oppure no?» — questo non può ancora essere chiamato nemmeno una qualche visione della pratica spirituale.

Prendere Rifugio significa che, anche se la terra e il cielo si rovesciassero, voi seguireste il Rifugio, sapendo di non avere alternative. Perché il Rifugio è la stessa cosa di Dio, la stessa cosa della Verità, la stessa cosa del vostro vero «Io». Anche se vi precipitano all’inferno, non rinunciate al Rifugio. Quando manifestiamo una tale determinazione, avendo ottenuto il Rifugio, allora maya non ha alcuna possibilità.

Devozione incondizionata

Ottenere il Rifugio significa Rifugio non per il risultato, ma Rifugio per il Rifugio in sé, per il Dharma, perché l’ottenimento stesso del Rifugio è il risultato. In altre parole, significa devozione a Dio non per qualche risultato, ma devozione in quanto tale. Essa è già il risultato, è autosufficiente, è pienamente sufficiente. Qui non c’è alcun nostro accordo egoistico.

Citazione 1: Rifugio per il Rifugio stesso, devozione al Dharma senza aspettativa di risultato

La vera fede non richiede nulla in cambio, non spera nei risultati. È senza speranza, perciò è incrollabile. Non vuole nulla per sé, è soddisfatta solo del fatto stesso di questa fede. In essa non vi è alcun contratto per concludere uno scambio, perciò è assoluta, nulla può danneggiarla. Se invece è condizionata dalle speranze, dal desiderio di un risultato, può essere minata quando le speranze non si avverano o i risultati non si realizzano.

Allo stesso modo si dovrebbe prendere Rifugio pensando: «Anche se in questa vita non otterrò nulla e mi sarà destinato rinascere all’inferno, almeno ho ottenuto il vero Rifugio, mi atterrò sempre ad esso». La vita all’inferno con il Rifugio del Dharma non è male. Almeno dall’inferno ci si può liberare, avendo il vero Rifugio. Ma la vita nei cieli senza il Rifugio del Dharma è peggiore dell’inferno; quando il karma dei meriti dei cieli si esaurirà, si può finire all’inferno, da cui non si riuscirà a uscire.

Nel senso interiore, il Rifugio significa il nostro «Io» essenziale, la Verità dentro di noi, la consapevolezza sconfinata e non concettuale, simile a un oceano di cielo, che contiene in sé tutti i fenomeni che si manifestano.

La storia delle sorelle Mekhala e Kanakhala

Mekhala e Kanakhala erano sorelle, fidanzate con due fratelli. Poi i vicini cominciarono a spettegolare su di loro, la loro moralità fu messa in dubbio. La famiglia dei promessi sposi ruppe l’accordo, perciò, bruciando di vergogna, le sorelle disonorate decisero di lasciare il loro villaggio. Tuttavia la maggiore (Mekhala) comprese che le sventure le avrebbero perseguitate ovunque fossero andate.

Quando nel loro villaggio giunse il Guru Kanhapa, esse gli raccontarono il loro dolore, ed egli consigliò loro di dedicarsi alla pratica. Le sorelle dedicarono alla pratica dodici anni, eseguendo la sadhana della «vajra-yogini decapitata». Dopo dodici anni trovarono Kanhapa nella sua cella solitaria. Il Guru fece finta di non riconoscerle. Le sorelle dissero di essere sue discepole. Egli chiese:

— Chi siete? Non vi conosco.

Le sorelle gli raccontarono tutto ciò che era accaduto.

— Bene, ora dovete pagarmi, — disse il Maestro.

— Oh, Guru! Ti daremo tutto ciò che richiederai.

— Allora datemi le vostre teste, entrambe!

Le sorelle risposero:

— Daremo tutto ciò che vuole il Maestro.

Dalla bocca di ciascuna apparve una spada affilata di saggezza, le giovani si mozzarono la testa e le offrirono a Kanhapa, dicendo:

Paghiamo ciò che ci avete dato. Abbiamo reciso l’illusione del samsara, cancellandola, nella piena unione dello stadio di “sviluppo” e di “completamento”. Abbiamo reciso le illusioni dell’accettare e del rifiutare, nella piena unione di visione e azione. Abbiamo reciso le illusioni di sé e dell’altro, nella piena unione di conoscenza e spazio. Ecco ciò che è già privo di illusione, e con questo gesto lo restituiamo.

Citazione 2: Mekhala e Kanakhala, recisione simbolica dell’ego con la spada della saggezza

Detto questo, le sorelle cominciarono a danzare, tenendo le teste tra le mani.

— Guardate queste due yogini! — esclamò Kanhapa. 

— Siete felici, perché ora le qualità più rare sono vostre. Ma rimanere nella propria serenità del nirvana non è comunque la via migliore. Dovete agire per il bene degli esseri viventi.

E il Maestro ripristinò le loro teste in modo tale che non rimase nemmeno una cicatrice, con grande stupore di tutti i presenti. Le sorelle, che avevano seguito Kanhapa, divennero celebri. Raggiunsero il mahasiddhi e, avendo portato grande beneficio agli esseri viventi, se ne andarono nella Chiara Luce.

Eseguendo la sadhana, realizzarono i siddhi chiamati “corpo illusorio”. Naturalmente, non recidevano la testa del corpo fisico.

Recidere l’egoismo attraverso la devozione

Quando seguiamo il Dharma, dobbiamo recidere la testa del nostro egoismo. È la testa che genera la dualità. La via più breve per recidere l’egoismo è la devozione illimitata al Dharma. Se volete realizzare il vero Rifugio e il Dharma, dimenticate voi stessi, tutti i vostri piani, speranze e desideri mondani, e ricordate soltanto il Dharma. Seguendo l’insegnamento e il Dharma, non cercate nemmeno di trarne un vantaggio personale, pensando che il semplice, impeccabile seguire il Dharma sia di per sé il beneficio supremo. Se avete una tale dedizione al Dharma, esso darà frutti dentro di voi.

Che cosa significa avere una tale dedizione? Significa che, qualunque cosa incontri la vostra coscienza, bisogna farne il sentiero, considerando tutto come pratica. Per esempio, una persona ha letto la “Bhagavad-gita”, acquisendo dedizione a Krishna. Se la sua dedizione è autentica, allora, che gli tocchino sofferenze o, al contrario, piaceri, deve considerarli come la grazia o la benedizione di Krishna. Quando soffre, deve pensare così: “Com’è meraviglioso! In questa vita tutta la mia ignoranza viene eliminata. Così rapidamente, per la grazia di Krishna, si elimina il mio attaccamento ai piaceri del corpo fisico e a questo mondo. Questa è la migliore delle lezioni che mi si potesse dare”. Questo può essere chiamato vera devozione, che non richiede alcun risultato.

Quando la grazia del Dharma ci tocca, è importante accogliere questa grazia veramente, acquisendo una tale devozione verso di essa. Ciò significa: che nella pratica abbiamo progressi oppure no, che proviamo gioia dalla pratica oppure sofferenza dalla pratica — tutto questo si unifica e diventa un unico “sapore”. Allora è impossibile subire una sconfitta, allora tutto è pratica, e voi ottenete davvero un autentico progresso al di là dei risultati.

Citazione 3: L’unico sapore della pratica, gioia e difficoltà diventano un unico sentiero

Superare i limiti del piccolo “io”

Il nostro piccolo “io” è limitato da speranze e paure, si aggrappa a se stesso. Quando qualcosa gli riesce, si rallegra, congratulandosi con sé stesso per i nuovi successi; quando qualcosa non gli riesce, cade nello sconforto o nell’oppressione. È simile a un pesce che, nuotando nell’oceano, chiede acqua, morendo di sete. Oppure è simile a un topo su un mucchio di grano, che muore di fame. Allo stesso modo, noi siamo immersi nella Realtà assoluta. Tuttavia, a causa del nostro fissarci sui nostri problemi, la manchiamo continuamente.

Quando acquisiamo devozione verso questa Realtà assoluta senza condizioni, senza desiderio di garanzie, quando non poniamo alcuna condizione, improvvisamente questa Realtà si apre a noi, volgendosi verso di noi. Vediamo che è sempre esistita, ma le nostre speranze ne oscuravano la luce.

Impeccabilità nella pratica quotidiana

La questione è come essere impeccabili ogni giorno nella propria pratica? Se avete ricevuto le pratiche di base, dovete essere impeccabili in esse. Se vi dedicate al servizio, deve essere un servizio impeccabile; se meditate, per tutta la durata della sessione dovete sentirvi come se steste meditando per l’ultima volta nella vita, come se ora tutto fosse in gioco: tale deve essere il vostro approccio quotidiano al Dharma.

Se sei venuto al monastero, significa che ricordi costantemente dove ti trovi, la tua scelta. Non ti permetti di distrarti con il mondano nemmeno per un secondo. Non alimenti in te nemmeno un solo pensiero mondano. Non sostieni nulla di tutto questo, perché sai che in questo luogo si decide la questione della vita e della morte, che questo è un luogo del Dharma, dove bisogna abbandonare tutto ciò che è mondano, dove bisogna fare una scelta totale e saltare dentro questa scelta.

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