L’insegnamento richiede un atteggiamento particolarmente rispettoso. Lo si può ascoltare con una mente aperta e serena; tale stato è chiamato «vaso vuoto». Perché il dharma è così importante per noi? Perché l’insegnamento è così importante per noi? Perché bisogna trattarlo con rispetto? Perché bisogna accoglierlo in uno stato di mente vuota e serena?
Perché il nostro futuro, la nostra vita, dipendono da quanto comprenderemo il dharma, da quanto comprenderemo l’insegnamento dei santi. E non soltanto questa vita, ma anche i milioni di anni successivi nelle vite future. Poiché aspiriamo alla felicità. Affinché la nostra vita sia meravigliosa, cerchiamo di non soffrire, cerchiamo di comprendere il nostro posto nell’universo. Pratichiamo il dharma perché amiamo noi stessi.
Ma finché restiamo nell’ignoranza, non sappiamo chi siamo veramente, non conosciamo il nostro posto nell’universo. La nostra mente è infantile e i suoi problemi sono infantili: questo è precisamente ajnana, avidya, ossia l’ignoranza. Perché abbiamo una mente infantile e problemi infantili? Semplicemente perché siamo esseri umani, siamo nati nel samsara; non siamo Dèi e non dimoriamo in corpi luminosi fatti di luce, siamo nel samsara.
La natura del samsara e la via della liberazione
Il samsara è una sorta di trappola per l’anima immortale, una trappola energetica e concettuale nella quale la nostra anima è caduta a causa della propria immaturità. Non dobbiamo sforzarci troppo di sistemarci in questo samsara, perché è impossibile. Il mondo è impermanente. Prima di tutto, dobbiamo pensare a come uscire da questo samsara.
Il samsara è simile a un ospedale. Quando lasciate l’ospedale, non vi dicono: torna ancora; è meglio non tornarci. Tutti capiscono che è meglio non finire in ospedale. Se sei in salute, non hai bisogno dell’ospedale, a meno che tu non sia un medico o un infermiere.
Secondo un altro paragone, il samsara viene assimilato anche a una prigione. Allo stesso modo, quando una persona finisce in prigione, nessuno le dice: torna, vieni ancora, saremo lieti di vederti. Essa dice: per l’amor di Dio, non tornerò mai più qui. E se qualcuno opera consapevolmente in un ospedale o in una prigione, si tratta di anime che compiono il proprio seva aiutando gli altri. Per esempio, medici, difensori dei diritti umani, infermieri.

In questo senso, i santi raccomandano di considerare il dharma come una medicina e il guru come un medico capace di aiutarci a guarire. Egli non ci guarirà: saremo noi a guarire noi stessi, ma dobbiamo partecipare a questo processo. A tale scopo dobbiamo avere un po’ di fiducia nel medico e assumere le medicine.
Allora possiamo liberarci dal samsara, perché il samsara non è legato alla geografia. Liberarsi dal samsara non significa volare su altri pianeti o in un’altra dimensione, ma cambiare la propria mente. Prima di tutto, è la nostra mente a trattenerci nel samsara. Il samsara, di per sé, non fa nulla, ma la nostra mente vi si è aggrappata.
È come in quel racconto in cui un folle afferrò un albero di banyan, vi si aggrappò saldamente e cominciò a gridare: «Aiutatemi, l’albero mi tiene stretto». L’intero villaggio si radunò, chiedendosi come aiutarlo. Allora chiamarono il santo del luogo. Il santo disse: «Sei tu a tenere stretto l’albero, non è l’albero a tenere te». Ma quell’uomo era squilibrato, folle, e non voleva lasciarlo andare. Allora il santo pensò a cosa fare. Prese un bastone, lo immerse nel fuoco affinché si arroventasse e lo punzecchiò. L’uomo strillò e lasciò la presa. Il santo disse: «Allora chi teneva chi? Eri tu a tenere stretto l’albero o era l’albero a tenere te?»
Il dharma, l’insegnamento, è simile a un bastone del genere, che ci trasforma e ci fa lasciare andare l’albero del samsara.
Dunque, continuerò il commento al testo di Sri Adi Shankaracharya «Contemplazione del Brahman». Cominceremo purificando un poco la mente e lo spazio con l’aiuto del mantra OM.
Libero da ogni limitazione, io sono la coscienza eterna. Io sono Quello, il Brahman supremo. Libero da ogni limitazione, io sono la coscienza eterna.
Prestando ascolto a una simile verità, come si può appartenere a una qualche casta o condizione di vita?
«Brahmanam Chintanam» – contemplazione del Brahman. Shloka 4
L’insegnamento dell’Advaita afferma che dentro di noi vi è una coscienza trascendentale illimitata. Questa coscienza può essere paragonata a uno specchio, mentre i nostri pensieri, le nostre emozioni e gli eventi esterni possono essere paragonati ai riflessi in questo specchio. E finché non scopriremo dentro di noi questo specchio della coscienza infinita, continueremo a vagare nei labirinti dei riflessi, senza che ciò abbia mai fine.
Il riflesso è quando ci consideriamo il corpo, quando vediamo il mondo esterno, quando interagiamo a livello di soggetto e oggetto, quando ci attacchiamo a qualcosa o a qualcuno: tutto questo è riflesso. E quando viviamo nello stato del riflesso, non comprendiamo chi siamo veramente né come è strutturato il mondo; siamo completamente assorbiti dal karma.

Le tre impurità della coscienza
Per esempio, pensiamo: io sono un uomo, io sono una donna, oppure ho determinate convinzioni, sono hindu, sono inglese, sono russo. Siamo costantemente nella dualità. Siamo ammaliati da tutta questa molteplicità, sia esteriore sia interiore. Tale molteplicità ci priva della purezza della percezione, perciò è chiamata mala, maya-mala.
Confondendoci in tutti questi riflessi, cominciamo a pensare: sono piccolo, sono un essere umano, sono questo corpo. E la nostra coscienza diventa angusta, rattrappita, invece di essere infinita. Anche questa impurità della coscienza è chiamata anava-mala; anava significa qualcosa di piccolo.
Quando siamo ingannati dalla molteplicità esteriore e la nostra mente è rattrappita perché ci consideriamo il corpo, la mente, l’ego, siamo sottoposti all’azione del karma, alle cause e agli effetti: questa è la terza impurità, chiamata karma-mala. Queste tre impurità, queste tre limitazioni, ci impediscono di conoscere chi siamo veramente.

La vera natura dell’unica coscienza
Ma Shankara afferma che non siamo né esseri umani limitati né qualcos’altro. In realtà non siamo neppure separati: non siamo molti, ma siamo tutti uno. Siamo tutti un’unica coscienza infinita: Brahman.
È come se le dita di una mano cominciassero a pensare di essere separate dalla mano e dal corpo e iniziassero a perseguire una propria politica, ma questa è un’illusione. Un dito, di per sé, non ha futuro, non è vero? Un dito non può dire: andrò a passeggiare da solo, separatamente dal corpo, andrò a mangiare da solo. Un dito non ha un proprio percorso particolare e separato. Se il dito si separa dal corpo, soffrirà, e tutto il corpo soffrirà.
Ma questo stato di dualità ci fa assomigliare a un dito del genere: dimentichiamo questa unità ed elaboriamo una nostra politica di vita, un nostro futuro personale, una nostra filosofia di vita, ma tutto ciò è una completa illusione. Poi tutto questo viene distrutto dall’impermanenza, dal fattore tempo, e noi soffriamo chiedendoci: perché soffro, perché è successo? Ma doveva inevitabilmente accadere, perché fin dall’inizio vi era l’errore dell’ignoranza, l’errore della dualità. Perché agivamo considerandoci diversi da ciò che siamo veramente.
Per esempio, dal punto di vista dell’insegnamento dell’Advaita Vedanta, noi tutti siamo un unico essere, siamo inseparabili. Non siamo molti, ma uno. Per esempio, a ciascuno di noi sembra di essere giunto qui personalmente e individualmente, con le proprie preferenze e la propria volontà, in quanto corpo o ego. Ma se guardiamo da un altro punto di vista, è l’Assoluto, Brahman, che gioca, e tutto questo è un unico essere collettivo. Ecco, gioca alla Kumbh Mela, alla conferenza, al satsang. Allora comprendiamo che questo è un modo molto paradossale di guardare il mondo. In effetti, l’Advaita Vedanta è, si può dire, una filosofia elitaria e molto elevata, che capovolge la nostra coscienza proprio nel momento in cui la conosciamo.
Il mondo come illusione della coscienza
Se avete visto il film hollywoodiano «Matrix», lì un uomo pensava di vivere la propria vita, ma poi tutto si è rivelato un’illusione informatica. A questo proposito, persino il Parlamento indiano si è mostrato un po’ indignato e non voleva che «Matrix» fosse proiettato in India, perché si dice che gli autori abbiano preso in prestito l’idea delle Upanishad sull’illusorietà, l’idea del Brahman, e ne abbiano tratto un film.
Ma è proprio così: dal punto di vista dei santi, il mondo esterno è un’illusione e noi siamo un’unica coscienza infinita. Questo mondo è simile a un sogno, e il nostro corpo, i nostri amici, il nostro lavoro, tutto ciò che vediamo, assolutamente tutto, è un’illusione: così affermano Shankara, Vasishtha e molti santi. Non nel senso che non esista assolutamente nulla, ma nel senso che il sogno si manifesta senza essere separato dalla mente di chi sogna. Allo stesso modo, anche questo mondo si manifesta, ma non è separato dalla mente di colui che lo vede. E in questo sogno vi sono illusioni belle, magnifiche e utili, vi sono illusioni nocive e cattive, e ve ne sono di neutrali, ma tutte sono manifestazioni della coscienza.

Anche gli scienziati moderni che studiano la fisica quantistica e sviluppano un nuovo paradigma scientifico stanno gradualmente giungendo a questa conclusione. Per esempio, se leggete David Bohm e Amit Goswami, essi affermano che il mondo è creato dalla coscienza. E il mondo diventa tale in base al modo in cui opera l’osservatore. Robert Wilson e altri sostengono lo stesso: e queste sono le teorie più avanzate. Ma sono davvero nuove? Sono gli antichi insegnamenti delle Upanishad, dello «Yoga Vasishtha».
Non ci basta comprenderlo con la mente, perché la comprensione intellettuale ci renderà eruditi. Ma in realtà non ci darà alcuna forza né saggezza. Dobbiamo sviluppare la comprensione in modo tale da acquisire la forza spirituale, la shakti, necessaria per cambiare questa realtà e strapparci da questo samsara.
Le tre forze divine e la loro fonte
Abbiamo bisogno della vera forza della saggezza, jnana-shakti, della vera forza della volontà divina, iccha-shakti, e della vera forza dell’azione, kriya-shakti. Quando acquisiamo queste tre forze, possiamo liberarci dal samsara. Queste tre forze sono chiamate Brahmi, Rudri e Vaishnavi, ossia Sarasvati, Lakshmi e Maheshvari. Queste forze dormono dentro di noi, non sono risvegliate, perciò non possiamo servircene, ma dobbiamo risvegliarle.
Ma a quale condizione possiamo risvegliarle? Dobbiamo trovare la loro fonte, la coscienza unitaria, Shiva: questo è Bhagavan Dattatreya. E comunque chiamiamo questa fonte — Tao, Grande Limite, Nirvana, Brahman, Mahamudra — sono tutte soltanto parole, concetti che indicano questa Fonte della coscienza infinita.
Nel Vedanta questa Fonte è chiamata Brahman o Parabrahman. Questa parola deriva dalla radice brihat, che significa espandersi, diffondersi. Indica che questa fonte è vastissima, davvero infinita. Shankara dice: «Io sono Brahman; chi lo sa diventa egli stesso tutto questo, l’intero universo». E persino gli dèi non possono arrecargli danno, perché egli stesso diventa l’anima e il cuore degli dèi. Infatti, dallo stato di questa Fonte, di questo infinito specchio della coscienza, l’uomo può governare personalmente la realtà e può persino creare un nuovo universo, se consegue lo stato di Brahma, il Creatore.
Nello «Yoga Vasishtha» vi è la storia dei dieci fratelli Indu, che si dedicarono al tapas dopo che i loro genitori ebbero lasciato il corpo. Praticarono un tapas estremamente severo, stando in piedi su una gamba sola e meditando sulla coscienza infinita con questo atteggiamento: «Io sono Brahman». Trascorsero molti anni; i loro corpi morirono, caddero e si decomposero, ma nei corpi sottili essi continuarono a meditare così per diecimila anni. Alla fine, ciascuno di loro raggiunse la condizione di Brahma, divenendo un nuovo creatore e creando un nuovo universo. Perché, secondo il Vedanta, chiunque può diventare Brahma, il creatore dell’universo.

La differenza tra la coscienza limitata e quella liberata
Ma qual è la differenza tra un essere tanto elevato come Brahma, il creatore dell’universo, e noi? Noi sappiamo di non essere in grado di creare qualcosa di veramente importante. La differenza consiste nel fatto che Brahma ha realizzato la pienezza della saggezza divina non duale, la pienezza di jnana-shakti, iccha-shakti e kriya-shakti. Egli dimora in quella coscienza di Aham Brahmasmi di cui parlano l’Advaita Vedanta, Shankara e Dattatreya.
Che cosa dobbiamo fare, dunque? Siamo esseri limitati e non si può neppure pensare che possiamo creare qualcosa come Brahma. Se siamo capaci di creare qualcosa, si tratta soltanto di qualcosa di molto, molto piccolo. Siamo limitati dal corpo, dai cinque elementi della natura e dal tempo. Siamo limitati dal karma, la causa è seguita dall’effetto, e da moltissime altre limitazioni; non possiamo farci nulla.
Questo stato di limitatezza è il samsara. Se sei limitato, il samsara ti fa girare come vuole; tu non puoi farlo girare come Brahma. Il samsara dà il corpo, il samsara toglie il corpo, il samsara dà il destino, il samsara distrugge il destino: ci fa girare a suo piacimento. E sembra che ciò non abbia fine, e noi, come schegge di legno nel Gange, corriamo a grande velocità incontro al nostro destino e possiamo fare ben poco.
Ma Shankara e Bhagavan Dattatreya dicono: esiste una via d’uscita. Possiamo stabilirci in uno stato di coscienza nel quale il samsara non potrà farci girare a suo piacimento o, quanto meno, non potrà raggiungerci; questa è la coscienza di Aham Brahmasmi.
Le tre fasi della pratica spirituale
Da dove comincia questo processo? Questo processo comincia con lo shravana: l’ascolto dei testi sacri, delle parole del Guru e anche della trasmissione diretta e non concettuale. Dobbiamo udirlo dalle parole del Guru, ma non soltanto con la mente: dobbiamo anche entrare nel bhava, nell’esperienza. Quando avremo non solo una comprensione intellettuale, ma anche una minima percezione, ciò viene chiamato «rasa», il gusto dello stato non duale. È una tappa molto importante della nostra vita. È simile a quando una ragazza rimane incinta e dentro di lei comincia a crescere una nuova vita.
Quando uno yogin o un discepolo acquisisce una tale comprensione e una simile esperienza interiore, deve recarsi dal proprio Guru e chiedergli se ciò che ha sperimentato sia davvero tale oppure no; dopodiché deve riflettervi personalmente. E l’intero processo di riflessione, istruzione ed esperienza è chiamato manana, comprensione profonda. È necessario mettere alla prova la propria coscienza e sintonizzarla correttamente, affinché non vi siano errori. Perché in seguito ci attende il processo di nididhyasana, affinché possiamo rimanere in questo stato per tutta la vita e procedere oltre.

In tutte le serie tradizioni spirituali del mondo, i maestri mettono ripetutamente alla prova la coscienza dei propri discepoli, aiutandoli a trovare il punto giusto, il corretto centro focale della coscienza.
Per esempio, quando un monaco zen si reca da un maestro, cerca di esprimergli il proprio stato. Se lo stato non è corretto, il maestro prende un bastone e lo colpisce. In Corea vive un santo buddhista molto conosciuto, che dimora in alta montagna e che nessuno può incontrare facilmente. Se un giornalista vuole raggiungerlo per intervistarlo, deve compiere cinquemila prostrazioni partendo dalla posizione eretta. Se alla Kumbh Mela i giornalisti facessero così, non riuscirebbero a filmare nulla.
Un giorno si recò dal santo un anziano che meditava già da molto tempo e che era avanti negli anni. Gli disse: «In realtà non volevo venire, so già tutto, ma i miei amici me l’hanno comunque consigliato e così sono venuto. La mia mente è ormai santa e illimitata, non mi sento limitato». Il santo disse: «Bene, ma questa tua preziosità non si perde forse nel sonno?» L’anziano rispose: «Non ci avevo neppure pensato». Allora il santo prese una teiera e gliela batté sulla testa. «Hai già così tanti anni e pensi che questo sia lo stato finale? Su, medita bene». Allora l’anziano comprese di essersi rilassato troppo presto e meditò per altri vent’anni con grande diligenza. Alla fine raggiunse il necessario stato di illuminazione.
Anche il manana può svolgersi in questo modo. Nella tradizione dei siddha, molti santi mettevano alla prova la coscienza dei discepoli semplicemente ponendo loro domande paradossali. Per esempio, il Guru chiede al discepolo: «Perché Arjuna non combatté a Kurukshetra?» Oppure domanda: «Come si chiama il figlio di una donna sterile?» O ancora: «A che cosa pensa una lampada a olio?» Oppure: «Perché il tavolo danza?» E se il discepolo non ha raggiunto il punto necessario, comprenderà tutte queste domande dal punto di vista della mente, e la sua mente cadrà nella confusione.
Allora il maestro può chiedere ancora: «Come si sale la scala visibile nello specchio?» Oppure gli domanderà: «Quando colui che è senza gambe danza e colui che è senza dita suona il tamburo?» E se il discepolo ha realizzato il necessario centro focale della coscienza, il punto giusto, darà una risposta a tutte queste domande. Ma se interviene la mente, se emergono le sue impurità e risponde a partire dall’ego, allora tutte le sue risposte saranno sbagliate, e il maestro glielo dirà: anche questo fa parte del processo del manana.
Vale a dire che, nel processo del manana, sintonizziamo la nostra coscienza affinché veda il volto di Dio direttamente, senza passare attraverso parole e concetti. E quando questa sintonizzazione è avvenuta, naturalmente il discepolo non ha ancora raggiunto l’illuminazione: si tratta di qualcosa di simile a ciò che nello zen è chiamato «Kenshō» o satori, una sorta di mini-illuminazione, ed è molto importante. Nella tradizione di Dattatreya questo è chiamato samadhi transitorio.
Contemplazione costante
Dopo di ciò, lo yogin può accedere al processo successivo, chiamato nididhyasana, ossia la contemplazione costante, il mantenimento del necessario livello di presenza divina. Ciò significa che il discepolo, con l’aiuto del Guru e grazie ai propri sforzi personali, è entrato nello stato dello specchio e ha scoperto la coscienza non duale; ora, però, deve approfondirla sempre di più, poiché esiste il karma. Nididhyasana significa che d’ora in poi bisogna dimorare nella coscienza non duale, nella coscienza dello specchio, di secondo in secondo, di minuto in minuto, di ora in ora, di giorno in giorno, di settimana in settimana, di anno in anno, per tutta la vita.
Nel «Yoga Vasistha», Vasistha afferma che questa è la sadhana suprema, il modo più elevato di adorare Dio. Questo metodo fu insegnato a Vasistha dal Signore Shiva, che egli incontrò nella giungla. Stava camminando nella foresta con i suoi discepoli quando vide una luce abbagliante. E quando andò a vedere di che cosa si trattasse, vide Shiva e Parvati lì in piedi. Allora si inchinò davanti a lui e, fuori di sé dalla felicità, rimase semplicemente ammutolito per la gioia.
Shiva domandò: «Come procede la tua sadhana? Sei felice?»
Vasistha rispose: «Il fatto stesso che io ti veda è già il culmine della felicità. Che altro potrei desiderare? Ma ho una domanda: qual è il modo corretto di adorare Dio?»
Allora Shiva gli spiegò che era necessario entrare in questa coscienza trascendentale. Possiamo adorare Dio eseguendo l’arati, offrendo incenso, recitando mantra e compiendo rituali. Ma il modo più elevato consiste nel dimorare, istante dopo istante, in questa coscienza trascendentale. Sia che camminiamo, parliamo o mangiamo, che conduciamo dispute filosofiche, sperimentiamo diversi piaceri o lavoriamo, cerchiamo continuamente di dimorare in questo stato di coscienza non duale come nella forma suprema di adorazione di Dio.

Sahaja samadhi: lo stato naturale
Quando ciò diventa naturale e ne siamo profondamente assorbiti, questo stato è chiamato sahaja samadhi. Il sahaja samadhi è il culmine del savikalpa e del nirvikalpa, dopo i quali sopraggiunge il sahaja samadhi. Al livello del sahaja samadhi non occorre praticare pranayama, asana o concentrazione, né recitare il japa: tutto avviene spontaneamente e naturalmente, e dimoriamo liberamente nella nostra natura spalancata.
Questo stato di libero gioco del sahaja samadhi ci libera gradualmente dal karma, dalle cause e dagli effetti, perché abbandoniamo gli sforzi e ci rilassiamo in questo stato naturale. È proprio in questo stato che dimorano tutti i siddha, e nell’antichità esisteva persino una corrente chiamata sahaja, sahaja-yana. In tutte le tradizioni questo è considerato il culmine del cammino spirituale. Lo yoga, il Vedanta e il buddhismo tantrico concordano tutti su questo punto, e lo stesso vale per il taoismo cinese. Molti affermano che il taoismo cinese sia il quinto Veda. Quando la testa di Brahma cadde in Cina, nacque il taoismo.
Tutti gli insegnamenti, tutte le religioni, tutti i concetti e tutti i metodi filosofici culminano in questo stato, proprio come tutti i fiumi sfociano in un unico oceano. A questo stadio il sadhu non pensa più «Aham Brahmasmi» e non studia la filosofia dell’Advaita: dimora direttamente nella non dualità; tale stato è chiamato pratyaksha-advaita. È una coscienza naturale, spalancata, aperta, che fluisce liberamente. Quando il corpo, la parola e la mente vengono lasciati in completa libertà, essi giocano, danzano. Di tali santi si dice che a volte sono immobili come una montagna, altre volte scorrono insieme al fiume, altre ancora volano con il vento e talvolta danzano nello spazio. Questa è l’essenza dell’insegnamento di Bhagavan Dattatreya esposto nell’«Avadhuta Gita».

Sadhana preliminare e sankalpa
Ma entrare subito nel sahaja samadhi non è così semplice, direi persino che è impossibile, perciò è necessaria una sadhana preliminare. Il maestro dà al proprio discepolo un sankalpa, ossia una determinata disposizione meditativa per la contemplazione. E il discepolo, mantenendo questo sankalpa, trasforma continuamente la propria visione del mondo e procede verso questo stato mentale libero e spalancato.
Per esempio, io do ai miei discepoli il sankalpa dell’atma-vichara oppure quello dell’illusione, del sogno, e raccomando loro di praticarlo per un anno o più, senza distrarsi e ininterrottamente. Allora il discepolo chiede: «E che cosa dovrebbe accadere?» Io rispondo: «Lo vedrai da te». Perciò, se vogliamo vedere qualcosa, dobbiamo semplicemente cominciare a percorrere questo cammino.
Le mie benedizioni affinché tutti noi percorriamo il cammino dei santi.


