Commento al testo della «Brihadaranyaka Upanishad»
«Janaka, re dei Videha, celebrò un sacrificio con numerosi doni per i sacerdoti. Là si riunirono i brahmani tra gli abitanti dei Kuru e dei Panchala. E Janaka, re dei Videha, desiderò sapere chi fosse il più dotto tra quei brahmani. Fece rinchiudere in un recinto mille vacche e legò alle corna di ciascuna dieci misure d’oro. Disse loro:
– Venerabili brahmani, che il brahmano più saggio tra voi porti via queste vacche.
Quei brahmani non osarono farlo. Allora Yajnavalkya disse al suo discepolo:
– Caro Samashravas, portale via.
Quello portò via le vacche. I brahmani si adirarono e dissero:
– Come ha potuto dichiararsi il più saggio tra noi?
E là c’era Ashvala, il sacerdote di Janaka, re dei Videha. Egli chiese:
– Sei davvero tu, Yajnavalkya, il più saggio tra noi? Ci inchiniamo davanti al più saggio, ma desideriamo anche avere le vacche».
Janaka dei Videha era un re santo che aveva raggiunto l’illuminazione grazie agli insegnamenti di Ashtavakra. Il brahmano Ashtavakra gli insegnò direttamente la meditazione sull’essenza non duale dell’«Io». Si dice che quando meditava, seduto sul trono, potesse occuparsi contemporaneamente degli affari del regno e dimorare nella presenza, e che, quando stendeva la gamba, potesse immergerla nel fuoco senza che si bruciasse.

«Allora Ushasta Chakrayana cominciò a interrogarlo:
– Yajnavalkya – disse –, spiegami che cos’è il Brahman che è percepibile e non celato, che è l’Atman dentro ogni cosa.
Yajnavalkya rispose:
– È il tuo Atman, che è dentro ogni cosa.
– Quale Atman, Yajnavalkya, è dentro ogni cosa?
– Colui che respira nel tuo respiro nei polmoni, quello è il tuo Atman dentro ogni cosa. Colui che scende con il respiro verso il basso quando il respiro scende verso il basso, quello è il tuo Atman dentro ogni cosa. Colui che si diffonde con il respiro attraverso il corpo quando respiri, quello è il tuo Atman dentro ogni cosa. Colui che sale con il respiro verso l’alto quando il respiro sale verso l’alto, quello è il tuo Atman dentro ogni cosa. Questo è il tuo Atman dentro ogni cosa.
Ushasta Chakrayana disse:
– Me l’hai spiegato come si dice: questa è una vacca, questo è un cavallo. Spiegami dunque che cos’è il Brahman che è percepibile e non celato, che è l’Atman dentro ogni cosa.
Yajnavalkya rispose:
– È il tuo Atman dentro ogni cosa.
– Quale Atman, Yajnavalkya, è dentro ogni cosa?
– Non puoi vedere colui che vede la visione; non puoi udire colui che ode l’udito; non puoi pensare colui che pensa il pensiero; non puoi conoscere colui che conosce la conoscenza. Questo è il tuo Atman dentro ogni cosa. Tutto il resto è soggetto alla sofferenza.
Allora Ushasta Chakrayana tacque.
Allora Kahola Kaushitakeya cominciò a interrogarlo:
– Yajnavalkya – disse –, spiegami che cos’è il Brahman che è percepibile e non celato, che è l’Atman dentro ogni cosa.
Yajnavalkya rispose:
– È il tuo Atman, che è dentro ogni cosa.
– Quale Atman, Yajnavalkya, è dentro ogni cosa?
– Colui che va oltre la fame, la sete, il dolore, l’illusione, la vecchiaia e la morte. Conoscendo questo Atman, i brahmani si elevano al di sopra del desiderio di figli, al di sopra del desiderio di ricchezza e conducono la vita dei monaci mendicanti. Poiché tutti i desideri: per i figli, per la ricchezza, per i mondi, sono soltanto desideri. Perciò il brahmano, avendo rinunciato all’erudizione, diventerà come un bambino. Poi, rinunciando sia all’infanzia sia all’erudizione, diventerà un silenzioso. E poi, rinunciando sia al non-silenzio sia al silenzio, diventerà il Brahman stesso.
Allora Kahola Kaushitakeya tacque».
Solo colui che si è elevato al di sopra di ogni desiderio mondano ed è diventato un monaco mendicante può dire di avere una qualche comprensione del proprio «Io». Finché non ucciderete in voi la sete dei desideri, non sarà possibile conoscere quel Brahman. Quando cerchiamo di conciliare la conoscenza del Brahman con i desideri, è come cercare di cavalcare due cavalli contemporaneamente.
Che cosa significa condurre la vita di un monaco mendicante? Che mendichiate o no, almeno il vostro spirito deve diventare povero nei confronti della vita mondana. Essere povero significa che nulla vi interessa, eccetto il risveglio. Quando nulla vi interessa, eccetto il risveglio, potete dedicarvi completamente allo studio e alla pratica.

Il cammino del discepolo verso il Maestro
Spesso, quando il discepolo si avvicina al Maestro ponendogli una domanda sulla Realtà, il Maestro dice:
– Avvicinati a me come discepolo, non venire da me come un estraneo.
Non perché il Maestro sia pieno di superbia, ma perché vuole istruire il discepolo in modo che l’insegnamento gli sia utile, affinché possa rispondere alla domanda del discepolo. Questa risposta non è mentale: è una risposta che trasforma.
Allora il discepolo dice:
– Va bene, verrò da te come discepolo.
Raccoglie una fascina di legna o di sterpi, prende una lampada, si avvicina al Maestro e dice:
– Sono il tuo discepolo. Ora insegnami la Realtà assoluta.
Il Maestro dice:
– E ora dimostra di essere capace di diventare un discepolo.
E ancora tutto si prolunga. Non perché il Maestro sia orgoglioso, ma perché il discepolo non immagina la profondità della trasformazione a cui la sua coscienza deve essere sottoposta sul cammino spirituale. Allora il discepolo cerca di dimostrarlo. Nel corso di questi sforzi affronta grandi prove e grandi cambiamenti dentro di sé. Infine, quando scopre di essere diventato un «recipiente» adatto, un discepolo completamente autentico, proprio in quell’istante si rivela la sua vera natura e si apre la sua coscienza risvegliata. Il vero Maestro non permetterà al discepolo di avvicinarsi a lui finché il discepolo non avrà abbandonato tutte le illusioni. Dirà:
– No, no, non sono soddisfatto. No, no, non è affatto questo.
Il discepolo cercherà di fare una cosa, poi un’altra, poi una terza. Ma finché tutte le illusioni non saranno scomparse dalla sua mente, il Maestro non lo lascerà avvicinare a sé. Infine, abbandonate tutte le illusioni, tutti gli attaccamenti, tutti i legami, il discepolo giungerà a un tale stato di consapevolezza in cui non gli importerà più nulla: che questo mondo esista o no, che abbia attaccamenti o no. Quando avrà completamente perso ogni idea del proprio «io», che viva o muoia, che aspiri o non aspiri alla liberazione, quando gli rimarrà soltanto la consapevolezza e raggiungerà uno stato in cui tra lui e il Maestro non vi sarà più alcuna differenza, allora il Maestro dirà:
– Ecco, sembra che tu abbia cominciato a capire qualcosa.
Questo si realizzerà dentro il discepolo stesso, mentre il Maestro semplicemente lo noterà e attirerà su di esso la sua attenzione:

– Ecco, ora questo è lo stato che considero corretto. Ora puoi abituarti a esso e praticare la contemplazione.
«Allora Ushasta Chakrayana gli chiese:
– Yajnavalkya – disse – spiegami che cos’è il Brahman che è percepito e non è nascosto, che è l’Atman dentro ogni cosa?
Yajnavalkya rispose:
– È il tuo Atman, che è dentro ogni cosa.
– Quale Atman, Yajnavalkya, che è dentro ogni cosa?»
Infine, quando questo stato si è rivelato, il Maestro lo indica direttamente al discepolo:
– Ora lo hai scoperto, ora sei giunto a un punto che merita riconoscimento. Questo è Quello, non dubitarne.
All’inizio il discepolo era cieco e lo cercava. Lo cercava nelle scritture, si aggrappava alle parole del Maestro, prendendole per una verità autosufficiente. Lo cercava nella meditazione, scambiando esperienze temporanee per stati autentici. Quando invece lo ha scoperto, il Maestro glielo indica direttamente.
I tre gradini
Il primo gradino si chiama shravana, quando il Maestro aiuta in qualche modo il discepolo a rivelare il suo stato naturale originario. Quando il discepolo è giunto da lui e lo ha rivelato, in seguito recide i dubbi e l’incertezza al riguardo.
Un discepolo andò da un Maestro zen per praticare sotto la sua guida. Per molti giorni praticò la meditazione sul senso dell’«Io» e si dedicò all’esercizio di come tirare fuori un’oca da una bottiglia. Per molto tempo non riuscì a trovare la risposta. Passarono diversi anni, ma non riusciva a rivelare questo stato. Allora il Maestro disse:
– Va’ e medita incessantemente, giorno e notte, per tre mesi.
Per tre mesi il discepolo meditò, ma non riuscì a rivelarlo. Andò dal Maestro. Il Maestro disse:
– Medita ancora incessantemente per due settimane.

Dopo due settimane tornò di nuovo e non riuscì a dire nulla. Allora il maestro disse:
– Medita per tre giorni e tre notti senza dormire né riposare, senza distrarti nemmeno per un secondo. E se non riuscirai ad aprire questo stato, ucciditi.
Le parole «ucciditi» non sono un invito al suicidio, bensì la necessità di uccidere il falso senso dell’«io», di uccidere il meditante. Quando trascorsero gli ultimi tre giorni, il discepolo gridò:
– L’oca è libera!
Questo stato gli si era rivelato.
Quando questo stato si apre, il Maestro dà istruzioni su come abituarsi ad esso e introdurlo nella vita quotidiana, su come imparare a vivere con esso. Questo stato è ancora molto instabile, perciò nelle scritture si dice che in quel periodo la mente dello yogin precipita come una cascata. Tutte le nostre concezioni secondo le quali abbiamo vissuto crollano. Scopriamo il vuoto dentro di noi, il vuoto fuori di noi, il vuoto in tutto ciò che è visibile e in tutto ciò che è udibile. Scopriamo che noi stessi non siamo altro che zero, vuoto. Allo stesso tempo, questo vuoto è una grande pienezza, ma non è collegato a nulla. Al livello di mananа, il Maestro dà istruzioni su come imparare a vivere con questo vuoto e introdurlo nella vita quotidiana. Questa non è ancora la piena illuminazione, ma è come se fossimo entrati sulla strada finale.
Dopo aver riflettuto e aver eliminato le proprie incertezze, il discepolo acquisisce piena fede in questo stato e impara a vivere in uno stato unitario, senza interruzioni. Ora per lui non esistono più né uomini né donne, né alberi né stelle, né nuvole né altri monaci, né se stesso, né dèi né demoni, né alto né basso, né spazio né tempo, né madre né padre, né i figli lasciati nel mondo, né il monastico né il profano: tutto questo è alle sue spalle. Esiste un’unica gigantesca Supercoscienza, così totale, così assoluta, che semplicemente assorbe, incanta, fa ridere e piangere allo stesso tempo.
Si dice che, quando Meher Baba lo aprì, rimase continuamente in trance, nel samadhi. È uno stato così beato che una persona comune, priva di istruzioni, perde la capacità di vivere adeguatamente in questo mondo. Non desidera vivere né nel mondo né nel corpo. Quando Meher Baba fu immerso per circa un anno in un samadhi ininterrotto, contemplando questo grande Vuoto, fu riportato fuori da quello stato da un siddha, che gli scagliò contro una pietra ferendogli la fronte. Allora tornò in sé e cominciò a prendere coscienza della realtà circostante. E il siddha disse: «Ora, a quanto pare, hai capito che cosa significa trovarsi nello stato corretto».

Qui si intendeva che il suo essere catturato da questo stato simile alla trance era sbagliato. Lo stato superiore significa che non ci troviamo in trance, ma possiamo essere consapevoli, mantenere un contatto ordinario con la realtà e, tuttavia, la nostra contemplazione non scompare. È come se vedessimo senza vedere e udissimo senza udire. Ciò significa che possiamo unire la visione ordinaria alla Realtà trascendente.
Un monaco scrisse così: «All’inizio, quando ascoltavo le parole del Maestro, mi sembravano vere in sé e per sé. Poi, quando cominciai a meditare, mi parve che nulla di ciò che diceva fosse vero. Infine, quando approfondii la mia meditazione, compresi verso quale verità indicano le parole e quale ruolo svolgono».
All’inizio, quando dimoriamo nello stato condizionato, per noi le montagne sono montagne e le stelle sono stelle, i fiumi sono normali fiumi, e i monaci o i laici sono normali monaci o normali laici. Poi le montagne cessano di essere montagne e i fiumi cessano di essere fiumi. Quando invece distruggiamo completamente la nostra percezione illusoria, quando intorno risplende un unico vuoto, allora i fiumi tornano a essere fiumi e le montagne tornano a essere montagne, ma ora tutto è diverso. Ciò significa che possiamo percepire sia le montagne sia i fiumi, ma tutti sono vuoti. Non ci lasciamo più incantare dall’apparenza esteriore, non abbiamo più un nostro «io» che possa formulare valutazioni e giudizi.
«Allora Uddalaka Aruni cominciò a chiedergli:
– Yajnavalkya, parla dunque del sovrano interiore.
Yajnavalkya disse:
– Colui che, trovandosi nella terra, è distinto dalla terra, che la terra non conosce, il cui corpo è la terra, che dall’interno governa la terra, questi è il tuo Atman, il sovrano interiore, immortale. Colui che, trovandosi nell’acqua, è distinto dall’acqua, che l’acqua non conosce, il cui corpo è l’acqua, che dall’interno governa l’acqua, questi è il tuo Atman, il sovrano interiore, immortale. Colui che, trovandosi nel fuoco, è distinto dal fuoco, che il fuoco non conosce, il cui corpo è il fuoco, che dall’interno governa il fuoco, questi è il tuo Atman, il sovrano interiore, immortale. Colui che, trovandosi nello spazio aereo, è distinto dallo spazio aereo, che lo spazio aereo non conosce, il cui corpo è lo spazio aereo, che dall’interno governa lo spazio aereo, questi è il tuo Atman, il sovrano interiore, immortale. Colui che, trovandosi nel cielo, è distinto dal cielo, che il cielo non conosce, il cui corpo è il cielo, che dall’interno governa il cielo, questi è il tuo Atman, il sovrano interiore, immortale».
Quando il discepolo, grazie all’introduzione diretta, ha riconosciuto questo stato e ha poi eliminato ogni incertezza, passa al terzo stadio – la nididhyāsana, cioè la contemplazione ininterrotta, la permanenza continua nella natura naturale. Anche quando riceviamo brevi lampi di illuminazione, non si può ancora parlare di realizzazione. Questi lampi di illuminazione appaiono e scompaiono. Non sono altro che un’esperienza temporanea. Nididhyāsana significa che non ci sono più lampi, ma una fiaccola che arde senza interruzione. Manteniamo questo stato di ardore grazie alla non-distrazione, alla permanenza indisturbata nella natura della Realtà.

Quando tale ardore ininterrotto viene mantenuto, il Maestro richiama l’attenzione del discepolo sul fatto che possiede un corpo costituito da cinque elementi e che nel corpo vi sono delle energie. Dice che questa fiaccola ardente senza interruzione deve rivolgersi alle energie del corpo e, unendosi a esse, fondere i cinque elementi all’interno del corpo. Perciò, allo stadio della nididhyāsana, lo yogin che conosce l’Insegnamento applica metodi speciali di integrazione. Sembrerebbe che tutto sia stato raggiunto, che la sua coscienza dimori nella non-dualità; tuttavia, per dissolvere i karma grossolani, questo non è sufficiente. L’illuminazione della coscienza differisce dall’illuminazione completa. Perché l’illuminazione completa presuppone la dissoluzione di tutti i karma nel corpo e la sua trasformazione in un corpo arcobaleno.
Perciò tale yogin comincia a unirsi agli elementi nelle manifestazioni esteriori e agli elementi all’interno del corpo. Si unisce all’elemento terra, trovando questa coscienza interiore che è distinta dall’elemento terra e che lo governa. Unendosi in successione agli elementi, scopre cinque diversi tipi di stato naturale. Scopre cinque diversi tipi di presenza, connessi non solo alla coscienza, ma anche agli elementi. Quando manifesta pienamente questi cinque tipi di presenza, essi diventano cinque vacuità o cinque saggezze.
«Colui che, trovandosi nello spazio, è distinto dallo spazio, che lo spazio non conosce, il cui corpo è lo spazio, che dall’interno governa lo spazio, questi è il tuo Atman, il sovrano interiore, immortale».
Mettendo a confronto la sua contemplazione ininterrotta con migliaia di manifestazioni, il discepolo acquisisce abilità nel liberare lo stato naturale. Lo scopre come il sovrano interiore di tutte le situazioni, sperimentando dolore o piacere, paura o sofferenza. Integrandosi con qualsiasi energia, tale yogin impara a separare e liberare la propria consapevolezza originaria da qualsiasi situazione, riconoscendo questa consapevolezza come il sovrano di tutte le situazioni.
«Colui che, trovandosi nell’oscurità, è distinto dall’oscurità, che l’oscurità non conosce, il cui corpo è l’oscurità, che dall’interno governa l’oscurità, questi è il tuo Atman, il sovrano interiore, immortale. Colui che, trovandosi in tutti gli esseri, è distinto da tutti gli esseri, che tutti gli esseri non conoscono, il cui corpo sono tutti gli esseri, che dall’interno governa tutti gli esseri, questi è il tuo Atman, il sovrano interiore, immortale».
Questo riguarda gli esseri.
In seguito Yājñavalkya elenca la parola, l’occhio, l’orecchio, la mente, le parti del corpo, il processo della conoscenza. Dice:
«La tua consapevolezza è colei che governa dall’interno tutto questo, il sovrano interiore, che non è legato a nulla di tutto ciò. Invisibile, vede; inudibile, ode; impensabile, pensa; inconoscibile, conosce. Non c’è altro che veda al di fuori di lui; non c’è altro che oda al di fuori di lui; non c’è altro che pensi al di fuori di lui; non c’è altro che conosca al di fuori di lui. Questo è il tuo sovrano interiore, immortale. Tutto il resto è soggetto alla sofferenza.
E allora Uddālaka Āruṇi tacque».
Che cosa significa «l'invisibile vede» e «l'inaudibile ode»? Sebbene la nostra Saggezza auto-originata della consapevolezza primordiale sia al di là della percezione, al di là degli organi di senso, dei tattva, dei guna e delle categorie, ciò non significa che la percezione quotidiana sia separata da essa. Quando il pieno risveglio acquista forza, vediamo che persino la percezione ordinaria (l'udire, il vedere) è tutta parte di quella stessa consapevolezza. La vera presenza, la contemplazione, non significa che collochiamo la nostra mente in uno stato trascendente e lontanissimo, diverso dalla coscienza ordinaria. Non significa fissarsi su qualcosa di interiore, né fare esperienza di qualcosa di insolito, creato dalla mente. Significa una consapevolezza completamente vuota, completamente trascendente, unita alla percezione ordinaria, quando gli occhi vedono, ma non c'è nessuno che veda, le orecchie odono, ma non c'è nessuno che oda. A questo stadio lo yogin può svolgere le normali attività quotidiane e tuttavia trovarsi nel più alto stato di contemplazione.

Integrazione dell'assoluto e del relativo
Molto tempo fa meditavo, sperimentando uno dopo l'altro livelli molto profondi di samadhi. Ero seduto e mi sentivo non certo inferiore a Milarepa o agli antichi rishi, sulla cui testa gli uccelli costruivano i loro nidi. Ma il mio Maestro e un altro brahman in quel momento discutevano tranquillamente di diverse questioni legate al mantenimento dell'ashram e ad altre cose. Allora pensai: «Ma com'è possibile? Io faccio esperienza di cose simili e vedo che tutto questo è un'illusione assolutamente totale. Non ho nemmeno il desiderio di vivere in questo mondo, mentre loro discutono di cose mondane così banali». Non riuscivo in alcun modo a comprendere la cosa. Allora pensai: «Probabilmente nessuno, tranne me, lo comprende. Probabilmente persino il Maestro non comprende ciò che ho scoperto. Come possono discutere di cose simili, quando tutto questo è un'illusione così assoluta e non ha alcun senso?»
Allora andai dal Maestro e gli posi questa domanda:
— Come potete discutere di ogni sorta di cose e occuparvi delle questioni mondane quando esiste una coscienza così assoluta? Davvero non la vedete? Perché vi preoccupate delle cose mondane? Come potete discutere seriamente di tutte queste cose, se persino io, un discepolo alle prime armi, posso meditare in questo modo, trovandomi in uno stato completamente trascendente, completamente folle? Davvero voi non l'avete scoperto?! Sembra che non comprendiate nemmeno questo stato trascendente.
Il Maestro mi disse:
— A quanto pare non comprendi ancora del tutto che io sono così folle da essere normale, mentre tu non lo sei ancora abbastanza.
Quando dischiudiamo questa consapevolezza, dapprima sembra pronta a inghiottire tutti gli universi. Quando la approfondiamo, vediamo che è inseparabile da qualsiasi processo della vita, che non esiste nulla di mondano e non esiste nulla di ordinario. Tutto ciò che sperimentiamo è trascendentale, trascendente, già proprio ora. Quando siete seduti, siete seduti nell'assoluto, nel trascendente. Quando vi addormentate nel tamas, avete un tamas assoluto e trascendente. Quando provate confusione o desideri mondani, avete una confusione assoluta e desideri mondani assoluti. Quando mangiate o vedete qualcosa, lo sperimentate in quello stesso stato assoluto. Non c'è nulla di banale: tutto è soltanto assoluto.



