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La pacificazione della mente attraverso l’appagamento secondo lo «Yoga Vasistha»

04.09.2026
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La pacificazione della mente attraverso l’appagamento secondo lo «Yoga Vasistha»

Innanzitutto generiamo la giusta motivazione, dopodiché passeremo al tema del «dominio della mente» basandoci sul testo dello «Yoga Vasistha».

Quando ascoltiamo l’Insegnamento, è importante generare questa giusta motivazione: ascoltiamo l’Insegnamento per imparare a dominare la nostra mente (la mente e l’ego sono la stessa cosa), non per ottenere qualche potere mistico o dei beni materiali: tutto questo è secondario, perché la radice di ogni problema nel samsara è la mente, l’ego.

Che cosa insegna l’Advaita, che cosa insegnano i santi? Insegnano a dominare la mente, l’ego, attraverso la scoperta della propria natura. Lo scopo dello yoga è dominare la mente, liberarsi dall’ignoranza e dalla sofferenza. Perciò, quando ascoltiamo l’Insegnamento, cerchiamo di generare la motivazione secondo cui l’Insegnamento ci aiuterà, nella vita, a dominare la nostra mente. È un tema molto importante, si potrebbe dire il più importante.

Vasistha continuò:

«La beatitudine che scaturisce dalla compagnia dei santi è incomparabile con qualsiasi altra beatitudine. La natura di una persona santa è amabile e serena, la sua condotta e le sue azioni sono pure, perciò la sua compagnia favorisce la pace e le qualità positive di tutti coloro che lo cercano. In sua presenza la paura svanisce, i peccati cessano e la purezza aumenta».

Citazione n. 1

 

Segni di una mente domata

Il segno certo di uno jnani è una mente domata. Il dominio della mente comincia dalle cose più semplici, ma a un certo punto lo jnani, cioè lo yogin, acquisisce la capacità di mantenere la propria mente sotto controllo.

Quali sono i segni che permettono di dire: «Sì, questo jnani ha domato la mente, ha domato il proprio ego»? Questi segni sono ben descritti nello «Yoga Vasistha» dal rishi Vasistha. Sono i seguenti: qualunque abito indossiate, siete felici; qualunque cibo mangiate, siete felici. Ovunque vi troviate, in America, in Australia, in Russia o in Europa, siete sempre felici in qualsiasi luogo, persino in Antartide o nelle giungle africane. Qualunque sia la situazione o la posizione sociale in cui vi trovate, siete sempre felici. Quando provate felicità in tutti questi diversi stati, si può dire che la vostra mente è domata.

Per esempio, che indossiate abiti ricchi e belli oppure stracci o un perizoma, siete felici. Oggi mangiate cibo raffinato e domani un pasto scarso, molto modesto, preparato con confezioni di «Rollton» o qualcosa di ancora più semplice, e siete comunque perfettamente felici, state bene. Che vi troviate in un luogo o in un altro, in una metropoli oppure da qualche parte in un bosco, in un villaggio o tra le montagne, siete ugualmente felici. Siete sempre felici.

Per esempio, io vivo in campagna e quando arrivo a Mosca mi sento un po’ come Crocodile Dundee nella metropoli. Ma in realtà sto bene sia nell’uno sia nell’altro luogo, senza alcun problema. Qualunque situazione si presenti, che siate un capo o un subordinato, un povero o un ricco, siete felici in ogni circostanza. Quando siete sempre felici, avete raggiunto il dominio della mente. Questo è davvero un traguardo importante.

Citazione n. 2

 

Si possono praticare diversi tipi di yoga e studiare testi differenti, ma il criterio principale e decisivo in queste situazioni è se siete felici oppure no. Perché lo yoga non si pratica per lo yoga, né la filosofia per la filosofia, giusto? Se ciò non diventa vita, allora è inutile, si tratta solo di astrazioni, di ginnastica. Il vero yoga porta beneficio quando diventa la nostra vita. La vostra pratica dello yoga ha successo se siete davvero, concretamente felici in ogni circostanza della vita.

I principi di yama e niyama

Esistono i principi yogici di yama e niyama (yama è ciò che bisogna seguire, niyama è ciò che bisogna abbandonare). Il principio di santosha significa appagamento, il principio di shaucha significa purezza spirituale, svadhyaya è lo studio delle sacre scritture, tapas è l’ascetismo, l’ascesi, la sadhana, un’intensa sadhana esteriore o interiore, e ishvara-pranidhana è l’affidarsi a Dio, il confidare in Dio in ogni giorno, anno, secondo e ora della propria vita. Questi sono i principi di niyama: shaucha, santosha, svadhyaya, tapas, ishvara-pranidhana.

Il principio di santosha (appagamento) è un principio molto importante. Ne parla anche Shankara, ma lo chiama vairagya (distacco). Appagamento significa che siamo soddisfatti del mondo, di noi stessi e della vita, che siamo felici. Non si tratta di una stolida autocompiacenza derivante dall’ego. È un autentico appagamento interiore, perché sei in armonia con te stesso, con il mondo e con Dio. Sei sempre soddisfatto di tutto, irradi sempre semplicemente felicità e talvolta sei persino costretto a nasconderla di proposito per non distinguerti troppo. Se sorridi sempre in mezzo a persone cupe, potrebbero pensare che ci sia qualcosa che non va in te. Ma tu sai che per te va tutto «okay».

Il principio dell’appagamento significa che non abbiamo rimostranze nei confronti del mondo, di noi stessi o di Dio. Una persona insoddisfatta ha sempre da recriminare contro qualcuno o qualcosa. Troverà sempre qualcosa di cui lamentarsi: è un modo di operare della coscienza.

È come quando una persona si pesta da sola un piede: prova dolore, soffre, ma non comprende di essere essa stessa la causa della propria sofferenza e vuole trovare una causa esterna al proprio dolore, proiettandolo su qualcosa. Ma poiché le manca la comprensione ed è nell’ignoranza, trova dei pretesti per le proprie proiezioni, così da proiettare questo dolore e questa sofferenza. Eppure, a ben guardare, è lei stessa a stare sul proprio piede, procurandosi da sola dolore e sofferenza.

Citazione n. 3

 

La natura dell’insoddisfazione

L’insoddisfazione nasce dal rifiuto della situazione, e il rifiuto della situazione deriva da una forte dualità e da una scarsa consapevolezza. Quando mancano chiarezza e consapevolezza, la situazione ci limita e noi ne subiamo l’influenza. In realtà, nulla può limitarci, nessuna situazione; ma a causa della scarsa consapevolezza ci lasciamo coinvolgere a tal punto dalla situazione che ci sembra che essa ci limiti. Allora non abbiamo scelta e non abbiamo responsabilità: se non c’è scelta, non siamo responsabili, per così dire. In realtà, una scelta c’è sempre, così come c’è sempre la nostra responsabilità. Ma nello stato di ignoranza sembra che non vi sia scelta, e se non vi è scelta, non vi è neppure responsabilità. Allora cerchiamo: «Chi è responsabile di tutto questo? Chi è responsabile della nostra insoddisfazione, delle nostre sofferenze?». Alla Pugachova, il presidente degli Stati Uniti, gli oligarchi, chiunque. Cerchiamo qualcuno; la mente passa semplicemente in rassegna le opzioni più vicine: «No, questo è lontano, anche questo è lontano. Ah! Il vicino è più vicino. La moglie e i figli lo sono ancora di più». Poi avviene semplicemente la proiezione, lo sfogo; la mente prende il sopravvento, trova un determinato bersaglio e si produce l’identificazione: «Eccola, la fonte della mia insoddisfazione». Ma tutto questo è illusione, errore, sogno.

La fonte di ogni appagamento è soltanto dentro di noi e in nessun altro luogo. Siamo noi stessi responsabili di tutto ciò che sperimentiamo e abbiamo sempre una scelta: è importante comprenderlo. Chi è appagato lo comprende bene. Fa affidamento innanzitutto su se stesso, nel senso che dipende soltanto da lui essere felice oppure insoddisfatto.

La pratica di santosha

Che cosa significa dunque santosha? Pazienza. Praticare lo yoga significa praticare la pazienza: bisogna comprenderlo fin dall’inizio. Occorre coltivare la pazienza, esercitarla, sopportare quando qualcosa non ci piace o ci risulta sgradevole; quando gli altri ci fanno perdere le staffe; quando udiamo suoni o discorsi spiacevoli. Lo yoga è pazienza (titiksha), distacco (vairagya).

Un altro principio che favorisce l’appagamento consiste nell’accontentarsi di poco. Ciò non significa che dobbiate restringere la vostra coscienza e pensare: «Mi serve così poco, che sia sempre poco». No. Accontentarsi di poco significa accogliere tutto ciò che accade nella sua pienezza, come se fosse molto.

Un santo, uno yogi, può vivere oggi in un palazzo, se gli vengono offerte simili condizioni; domani può vivere in una piroga, in una capanna o persino pernottare nel bosco. Ma ogni volta che entra in contatto con ciò, riceve così tanto da essere completamente appagato. Se ne accontenta. Che si tratti di un palazzo o di una capanna, per lui è comunque moltissimo, perché è colmo di gratitudine verso la vita. Essere appagati significa essere sempre colmi della più profonda gratitudine verso la vita. Allora nasce una gioia che non dipende dalle circostanze. Questa gioia non è condizionata da nulla, sgorga semplicemente dall’interno, perché è questa la nostra natura. Ma se non proviamo appagamento, anche vivendo in uno splendido palazzo, in condizioni meravigliose, troveremo un modo per essere insoddisfatti. Troveremo sempre questo modo.

Citazione n. 4

 

In Occidente, un uomo intentò una causa contro Dio. Disse: «Poiché Dio ha promesso la felicità e la vita eterna a coloro che si rivolgono a Lui, e io sono andato ripetutamente in chiesa, ho partecipato alle funzioni e alle preghiere, ma finora non ho ricevuto né la vita eterna né la felicità, ho motivo di lamentarmi. In qualità di consumatore del servizio offerto dalla Chiesa, sono insoddisfatto». Il tribunale si rifiutò di accogliere la causa, poiché l’indirizzo del convenuto era sconosciuto.

Un altro uomo, un avvocato americano, intentò una causa contro i propri genitori. La motivò sostenendo che nella vita esistono la sofferenza, la vecchiaia, le malattie e la morte, ma quando fu concepito nessuno lo aveva avvertito, e per questo aveva molto da rimproverare ai genitori. Perché è così? Lui non lo vuole.

Questi sono esempi delle forme più assurde di insoddisfazione, ma vediamo l’insoddisfazione ovunque. Quanti conflitti, litigi, crimini e guerre avvengono solo perché le persone non provano appagamento. Se lo provassero, forse non esisterebbe una storia mondiale colma di sofferenze e guerre.

L’insoddisfazione nasce perché l’uomo non riesce a controllare la mente. Se la mente è controllata, se la mente è pacificata, allora l’appagamento (santosha) sorge naturalmente, sempre e spontaneamente.

Segni dell’appagamento

I segni dell’appagamento sono l’umiltà, lo sforzo di essere umili e un modo di parlare piacevole e armonioso. Non pronunciate parole maligne, attacchi, critiche, ingiurie o maldicenze nei confronti degli altri. Avete un lieve senso dell’umorismo, soprattutto verso il vostro ego, quando ne vedete tutti i giochi, ma non vi lasciate in alcun modo trascinare da essi. Pensate: «Avanti, avanti, ego, gioca pure».

Quando vi è appagamento, fate affidamento su voi stessi, perché sapete che siete voi stessi la fonte di ogni cosa; non fate affidamento sugli altri. Quando manca l’appagamento, si prova questa sensazione: «Tutti mi devono qualcosa», mentre quando vi è appagamento, si pensa: «Sono io a dovere qualcosa a tutti».

Senti di essere responsabile del fatto che gli altri soffrano, che qualcosa non vada nella loro vita, che siano malati, che non dispongano di mezzi materiali o che manchino di comprensione. Provi compassione, persino un senso d’impotenza perché non riesci ad aiutare gli altri a comprenderlo. Ma quando vi è insoddisfazione e la mente non è pacificata, una simile persona ha sempre qualcosa da rimproverare al mondo; la sua posizione è: «Tutti mi devono qualcosa. Io sono il più importante». Si tratta di due posizioni fondamentalmente diverse.

Citazione n. 5

 

L’appagamento è la posizione dello jnani, dello yogi, quando la mente viene gradualmente pacificata. L’insoddisfazione è la posizione di chi vive nel samsara, dell’uomo comune, dell’uomo soggetto al karma; di colui che è fortemente influenzato da maya e la cui mente è pesantemente condizionata.

Autosufficienza e dipendenza

Colui che dimora nel santosha, che è appagato, fa affidamento su se stesso, perché ha imparato a farlo e ha scoperto dentro di sé un potenziale illimitato di appagamento. Sa: «Sono responsabile di tutte le mie scelte, di tutte le mie azioni. Questo è il mio mondo, la mia vita; dipendo completamente da me stesso. Non dipendo da nessuno». Una persona insoddisfatta è dipendente: dipende sempre da ciò che è esterno, dai propri desideri e dal proprio egoismo. Proprio per questo proietta le proprie aspettative sul mondo esterno e sugli altri, e assume la posizione secondo cui «tutti mi devono qualcosa». In realtà, questa è la posizione di un perdente nella vita.

Una persona appagata, al contrario, è completamente autosufficiente, interiormente libera, e la sua posizione è: «Nessuno mi deve nulla; sono io che cerco di dare qualcosa agli altri, perché sento di averne la responsabilità morale».

Colui che dimora nell’appagamento e fa affidamento su se stesso comprende che il mondo intero è una manifestazione della coscienza. Il mondo è una proiezione della coscienza. Tutto dipende da te, non dagli altri, assolutamente non dagli altri. E anche se un’altra persona ti procura sofferenza, devi comprendere che, evidentemente, è la tua coscienza a dipingere immagini simili nel mondo sottile, e queste immagini si materializzano volta dopo volta. Evidentemente, il problema risiede innanzitutto nella tua coscienza. Quando la tua coscienza cambierà, quella persona scomparirà.

Citazione n. 6

 

La nostra coscienza sceglie da sé diverse versioni della realtà, diversi tunnel della realtà, e scivola attraverso di essi. È simile a un verme dentro una mela, che striscia lungo diversi tunnel, facendo emergere differenti versioni della realtà (se immaginiamo l’universo come una mela di questo tipo). La coscienza striscia come un verme dentro questa mela e ogni svolta apre una determinata versione della realtà.

Accettazione e rifiuto

Lo stato di appagamento sopraggiunge quando si accetta ogni cosa; qualsiasi situazione viene accolta con gratitudine come una determinata lezione di maturità spirituale o persino come un darshan, come uno Shaktipat divino. Nello stato di insoddisfazione vi è sempre un rifiuto molto netto e rigido della situazione. Quanto più rifiutiamo una situazione, tanto maggiore è la nostra insoddisfazione; ma la situazione non vuole comunque darci ascolto, continua a evolversi, mentre l’insoddisfazione continua a crescere. Allora sorgono la rabbia, l’aggressività e il desiderio di cambiare la situazione con la forza, a qualsiasi costo: anche questa è una forte manifestazione di insoddisfazione. Ancora una volta il mondo non è diventato come lo vorremmo.

Spesso le persone non capiscono che il mondo seguirà le proprie leggi e non sarà come lo vogliamo. Mai. Non è in nostro potere, è stato creato da energie superiori. Chi lo comprende dimora nell’appagamento e accetta questo mondo con tutte le sue manifestazioni. Possiede la volontà e può cambiare qualcosa in questo mondo, ma, comunque il mondo si manifesti, egli lo rispetta, rispetta qualsiasi configurazione degli eventi. Ma se la mente non è domata, la persona desidera sempre che il mondo sia come lo vuole; poiché il mondo non è così, sorge un forte rifiuto. Chi dimora nell’appagamento è davvero una persona che ha domato la propria mente: attraversa la vita con cautela, armonia e leggerezza, senza compiere azioni grossolane.

Citazione n. 7

 

L’esempio dei detenuti

Esiste un film profano intitolato «La nuova terra». Questo film parla di detenuti e di un esperimento dell’ONU. Quando le carceri divennero sovraffollate, si decise, a titolo sperimentale, di prelevare dalle prigioni tutti i detenuti — alcune migliaia, forse, oppure alcune centinaia —, portarli su un’isola, in una nuova terra, e liberarli. In ogni caso non c’era alcun luogo in cui fuggire: tutt’intorno c’era l’oceano e l’isola era sorvegliata dagli elicotteri.

Questi detenuti furono condotti lì, fu spiegato loro che si trattava di un esperimento e che la loro detenzione si sarebbe svolta in quel modo; fu detto loro: «Ora sarete liberati». Quando iniziarono a liberarsi da soli, scoppiò una rissa. Cominciarono immediatamente a competere e a osteggiarsi e, dopo qualche tempo, la metà di loro aveva ucciso l’altra metà.

Sembrerebbe che, una volta libero, tu possa almeno vivere la tua vita. Fu data loro la libertà, ma non seppero farne uso, perché dentro di loro c’erano moltissima aggressività e moltissimo odio. Questo odio e questa aggressività offuscavano la nuova situazione, ossia la possibilità di vivere autonomamente, stabilendosi comodamente su quell’isola. Questo è un esempio di come agiscono le persone insoddisfatte, dalla mente non domata.

Se prendessimo mille santi e li collocassimo in un luogo qualsiasi, dopo un giorno, una settimana o un mese, i mille santi sarebbero ancora appagati, nella gioia e nell’armonia; non avrebbero alcun problema, nessuno litigherebbe con gli altri, nessuno si sentirebbe offeso, nessuno regolerebbe i conti: vi sarebbero pace e grazia. Anche se il luogo non fosse particolarmente ornato, entrando vi percepireste una fragranza speciale, un aroma, come se fosse il paradiso. Questo paradiso sarebbe creato dalle menti dei santi, perché essi controllano bene le proprie menti e le loro menti sono completamente domate. Si servirebbero a vicenda, mediterebbero, dimorerebbero semplicemente nel silenzio, comunicherebbero, ma soprattutto avrebbero dentro di sé santosha, gioia, quiete e pace. Lo percepireste immediatamente.

Citazione n. 8

 

E se per un mese vi si collocassero mille persone dalla mente non domata? Letteralmente nel giro di una settimana comparirebbero nemici mortali, aggressività, rifiuto e regolamenti di conti, perché, se la mente non è domata, vi è sempre la tendenza a proiettare all’esterno le proprie difficoltà e i propri problemi interiori.

Gli esseri viventi abitano nella gabbia delle proprie idee ristrette, e queste idee ristrette dominano. Proprio perché tali idee dominano, non riescono in alcun modo a essere flessibili, adeguati e ad accettare qualsiasi situazione. Quando manca l’accettazione, sorgono l’attaccamento, la paura o l’odio. Tutto ciò può essere superato mediante la pratica del dominio della mente.

Lo stato del saggio liberato

Vasishtha disse:

«Il saggio liberato non è interessato agli eventi del passato, del presente e del futuro; osserva con stupore lo stato del mondo. Costantemente impegnato in azioni appropriate alle circostanze, saldo nel felice punto intermedio tra posizioni estreme e opposte, egli vive rifiutando ogni forma di condizionamento.

Si è stabilito nello stato supremo di totale accettazione e pertanto non è turbato né agitato dagli eventi del mondo. In ogni situazione assume una posizione neutrale, ma al contempo è dotato di compassione e rispetto verso tutti, rimanendo imperturbato dal mondo apparente.

Se qualcuno gli rivolge la parola, risponde con semplicità e in modo adeguato alla situazione; se invece nessuno gli parla, tace. Non cerca nulla e non odia nulla, il mondo non lo turba. Dice ciò che è vero per tutti e, se interrogato, espone in modo convincente il proprio punto di vista.

Citazione n. 9

 

Rimanendo calmo e impassibile nel cuore, osserva il mondo con stupore. Tale è lo stato dei saggi che hanno raggiunto la Liberazione già in questa vita».

La necessità di domare la mente prima di studiare l’Advaita

Prima di accostarci alla filosofia dell’Advaita, dobbiamo sviluppare determinate qualità, imparare ad accontentarci e a domare la mente. Perché una persona che non ha imparato a controllare e domare la mente, come abbiamo detto, è un fallito sul piano spirituale e, in generale, nella vita. Le è difficile affrontare la vita e ha continuamente problemi. In realtà, i problemi non esistono da nessuna parte, non esistono affatto: sono soltanto nella mente, soltanto nella coscienza, dentro di noi. Ma a questa persona sembra che tali problemi abbiano un carattere oggettivo. Se cambiasse se stessa e scoprisse dentro di sé lo spazio dell’appagamento, anche la sua vita sarebbe meravigliosa e non avrebbe mai problemi.

Se una persona dimora nell’appagamento (santosha), al suo centro vi sono Dio, la consapevolezza e la presenza contemplativa, ed essa serve gli altri. Una persona appagata controlla la propria mente e ne doma tutti gli impulsi, non permette alla mente e all’ego di tiranneggiarla.

Il trucco preferito del nostro ego consiste nel convincerci che l’ego e noi siamo la stessa cosa. La mente dice: «Io sono te», l’ego dice: «Tu e io siamo una cosa sola, quindi ciò che voglio io devi volerlo anche tu». Questo, naturalmente, è un inganno dell’ego. In realtà, noi non siamo la mente e non siamo l’ego. Questo trucco prediletto fa sì che la nostra mente non sia domata e che proviamo insoddisfazione.

Citazione n. 10

 

La via per conseguire l’appagamento è la saggezza discriminante, l’autoindagine (vichara). Quando in noi sorge la saggezza discriminante, possiamo distinguere l’ego e la mente dalla pura Coscienza e comprendere che la chiave dell’appagamento consiste nel dimorare nella pura Coscienza, nella consapevolezza contemplativa, e nel cercare e riconoscere costantemente questa pura Coscienza. Dimorare invece nell’ego e nella mente è la chiave, la via che conduce all’insoddisfazione.

Il mondo come proiezione della coscienza

Chi dimora nello stato di appagamento (santosha) comprende che il mondo è una manifestazione della propria coscienza, che tutto dipende da lui e che tutto ciò che lo circonda è lui stesso. Sei tu stesso che, proiettando, crei varie situazioni e poi ti ritrovi al loro interno. Di conseguenza, tutto dipende soltanto da te. Perciò chi è appagato si affida sempre alla propria consapevolezza interiore e non dipende, o dipende molto poco, da ciò che è esterno. Poiché si affida a ciò che è interiore, non prova mai insoddisfazione dovuta ai desideri o alle dipendenze. Sa che la sua coscienza è la fonte di ogni cosa, una pietra magica e mistica, un prezioso elisir dal quale si può ricavare qualsiasi cosa. Anche se accade qualcosa di insoddisfacente, una persona simile lo considera semplicemente una conseguenza dei propri difetti. Cerca sempre i difetti in se stessa, non nella situazione.

C’è un detto: quando si lancia un bastone e questo vola, il cane guarda il bastone; il leone, invece, non guarda il bastone, ma colui che lo ha lanciato. Chi dimora nell’appagamento è simile a un simile leone. Non guarda l’effetto, guarda la causa e vede che non esiste alcuna causa esterna. Non vi è una sola causa all’esterno: esistono soltanto cause interiori.

Che cos'è il mondo? Il mondo è il dispiegarsi progressivo delle sottili impronte karmiche provenienti dal flusso della coscienza. Il mondo è creato dalla coscienza, come un film è creato da un proiettore al cinema. I fotogrammi sulla pellicola possono essere paragonati alle vasana e ai samskara, ossia alle impronte karmiche. Queste impronte karmiche semplicemente si dispiegano, proiettando costantemente il mondo intorno a noi, fotogramma dopo fotogramma. Ecco che cos'è il mondo circostante. Questo è ciò che afferma il rishi Vasishtha, ciò che afferma il santo Dattatreya, ciò che afferma Shankara, ciò che affermano tutti i santi dell'Advaita Vedanta. È molto importante comprendere questa verità.

Citazione n. 11

 

Ciò che accade intorno a noi non è una realtà esterna né oggettiva, bensì una realtà soggettiva che sembra soltanto esterna. È come se dentro di noi, al centro della testa, si trovasse un proiettore cinematografico e gli occhi fossero i suoi obiettivi. La Luce interiore, insieme alle vasana e ai samskara, cioè alle immagini del subconscio, viene semplicemente proiettata all'esterno e crea questo mondo. Ecco che cos'è la realtà.

Ciò che verrà proiettato dipende dal nostro atteggiamento e dalla nostra consapevolezza. Il mondo dipende dalla nostra coscienza. Cambiando noi stessi dall'interno, cambiamo il mondo: questa è la legge. Chi ha pacificato la mente conosce questo segreto, mentre chi non l'ha pacificata non lo conosce. Prima proietta la realtà, poi si adira contro di essa, vi si attacca, la minaccia con il pugno, senza comprendere che questa realtà è stata proiettata dall'interno, da lui stesso.

La positività come stato naturale

Chi dimora nell'appagamento (santosha) è sempre positivo. Oggi i corsi di pensiero positivo sono molto popolari. In realtà, ritengo che si tratti di una cosa molto importante. È una predicazione diretta del principio chiamato «santosha». Dovete imparare a essere sempre positivi, a pensare sempre in modo positivo, proprio sempre, perché pensare in modo non positivo è come un'anomalia, come qualcosa di sbagliato, di distorto, come una violazione della legge cosmica. Noi siamo positivi per natura, la nostra Fonte, Dio, è positiva per natura: la Vita, l'Essere, l'Esistenza sono per natura perfetti, puri, splendidi e positivi. Se non siamo positivi, significa che c'è qualcosa che non va nella nostra visione. Forse ciò è legato alle nostre vite passate, ma qualcosa non va e deve essere corretto.

Una persona che dimora nell'appagamento è sempre positiva, un santo è sempre positivo. Gli angeli, i siddha e i deva nei cieli sono sempre completamente positivi. Anche se accanto a loro accadono cose negative a causa del karma di altre persone, essi reagiscono positivamente anche a questo. Ciò avviene perché hanno pacificato la propria mente: la mente dentro di loro è sotto controllo e proietta soltanto una realtà pura, positiva, splendida e bella.

Quando sei completamente positivo, sei colmo di rispetto e gratitudine verso questo mondo. Vedi che il mondo è divino nella sua essenza, ma che ci sono molte altre anime che non lo comprendono e che possono essere aiutate. Allora sorge la tendenza a servire gli altri o questo mondo, non perché tu sia obbligato a farlo, ma perché è naturale. Per il sole splendere è naturale, per il vento soffiare è naturale. Per chi si è stabilito nell'appagamento (santosha), ha pacificato la propria mente e si è stabilito nel proprio Sé Superiore, servire il mondo, servire l'Universo e servire gli altri è naturale.

Lo stato di insoddisfazione e le sue conseguenze

Se una persona è insoddisfatta, ha un grande problema interiore che dipende dalle vite passate, dalle impronte, dai samskara, dalle vasana e dagli impulsi accumulati; non possiede la facoltà di discernimento necessaria per comprenderlo, non lo vede, è per metà cieca. Allora sviluppa una forte dipendenza dal mondo esterno e assume questo atteggiamento: «Tutti mi devono qualcosa: mia moglie mi deve questo, il governo mi deve quello, il mio capo al lavoro mi deve questo, il mondo mi deve quello, Dio mi deve questo», e così via. Si trova in una terribile opposizione al mondo e all'Universo, e la sua coscienza opera costantemente in questo modo.

Allora, che cosa accade? Egli attira le corrispondenti energie universali. È come la coscienza di uno spirito affamato (preta): le energie universali rispondono, reagiscono, sono obbligate a reagire, ed egli finisce continuamente in quei tunnel della realtà in cui è sempre insoddisfatto. Allora pensa: «Ecco! Lo dicevo io, è proprio così». Egli stesso si sposta in tali universi, in tali tunnel della realtà, e poi vive questa esperienza senza comprendere il segreto: tutto dipende da lui, dalla sua stessa coscienza. Così diventa sofferente, un fallito che sperimenta limitazioni e illusioni. È profondamente confuso: ritiene che Dio lo abbia offeso, che la vita lo abbia trattato ingiustamente, che gli altri lo limitino, che questo sia il suo destino; oppure cerca ovunque qualche inganno, convinto che nessuno lo apprezzi o lo rispetti. Una persona soddisfatta non cerca né il rispetto esterno né l’apprezzamento degli altri, non aspira ad affermare se stessa. Le basta rispettare se stessa, e quando interiormente nutre rispetto per se stessa, ciò diventa visibile anche all’esterno, si proietta all’esterno. Rispettare se stessi significa comprendere che dentro di te sei Dio, rispettare infinitamente Dio in te stesso e rispettare Dio negli altri.

Una persona insoddisfatta è costantemente incline a incolpare gli altri e spesso cade nel negativismo; non possiede una visione positiva e pura. Chi invece è soddisfatto si stabilisce in una visione pura sempre più profonda.

Chi dimora nell’appagamento pone al centro la consapevolezza interiore, Dio; chi invece è insoddisfatto pone al centro se stesso. Ignora gli altri, ignora l’universo e il mondo, mentre il suo ego è enorme; attribuisce un’importanza smisurata all’ego, e così nasce una grande dissonanza. Cerca continuamente di farsi apprezzare e amare dagli altri, tenta di affermare se stesso. Lo ostenta continuamente, dicendo: «Guardate quanto sono importante. Amatemi, datemi almeno qualcosa». Questo viene anche chiamato «lo stato del poverino».

Quando si pratica lo yoga, non si può essere così. Non si può essere un «poverino», soprattutto quando si studia l’Advaita. Bisogna rispettare se stessi, fare affidamento su se stessi, e allora anche l’Universo comincerà a rispettarti.

In Tibet si verificò un episodio del genere, quando il Paese era occupato dai cinesi. Dopo alcuni disordini, la polizia cinese mise in prigione un Maestro tibetano. Le guardie venivano e gli dicevano: «Sei un mascalzone, sei una persona spregevole», insultandolo in ogni modo e cercando di fargli perdere la calma e di innervosirlo, ma lui si limitava a sorridere. Trascorsero alcuni giorni; vedendo che questa tattica non funzionava, cominciarono a dirgli: «Sei un santo, sei una persona straordinaria, sei così saggio», e lui sorrideva di nuovo. Dissero: «Niente sembra avere effetto su di te. Prima ti insultiamo, poi ti lodiamo, ma tu continui a sorridere. Perché?» Egli rispose: «Ebbene, io so chi sono». Quali problemi potrebbero esserci?

Citazione n. 12

 

Quando siete soddisfatti, quando la vostra mente è pacificata, sapete chi siete e non avete bisogno di ascoltare gli altri per scoprirlo. Lo sapete da voi, siete autosufficienti.

L’oceano della consapevolezza come fonte di appagamento

Quando una persona dimora nell’appagamento, è simile all’oceano. L’oceano è dentro di voi, esiste sempre. La fonte dell’appagamento è questo oceano di consapevolezza. Bisogna sempre cercarlo e fare affidamento su di esso. Chi ha pacificato la propria mente proviene da Dio, rinasce da Dio e vive di Dio. Chi non l’ha pacificata vive dell’ego.

Una volta, ai tempi dell’URSS, un sacerdote cristiano discusse dell’origine dell’uomo con Chruščëv, segretario generale del Partito Comunista. Il sacerdote sosteneva che l’uomo provenisse da Dio, mentre Chruščëv affermava che, secondo la teoria di Darwin, la teoria dell’evoluzione, della selezione naturale e delle mutazioni, l’uomo discendesse dalla scimmia. Discussero senza riuscire a trovare un accordo. Alla fine il sacerdote, vedendo la sua posizione, decise di porre fine alla disputa e disse: «Bene, allora smettiamo di discutere. Ognuno resti della propria opinione. Ciascuno rimanga fedele a ciò in cui crede. Io provengo da Dio e lei, dunque, dalla scimmia».

Citazione n. 13

 

La scimmia è un esempio dell’ego. L’ego è sempre simile a una scimmia e, quando la nostra mente non è domata, apparteniamo alla stirpe delle scimmie. Ma quando siamo positivi, abbiamo domato la mente e ci siamo abituati a essere appagati e colmi di gratitudine verso il mondo, allora nasciamo e discendiamo dal divino, dalla Fonte Suprema dentro di noi, dall’oceano dentro di noi.

Chi si trova in uno stato di insoddisfazione, chi appartiene alla stirpe delle scimmie, ha sempre qualcosa da recriminare. Non importa contro chi o contro che cosa, ma questa recriminazione è espressione dell’insoddisfazione. Al contrario, chi ha conseguito l’appagamento (santosha) vive sempre nella gratitudine. L’amore, la gratitudine, la gioia priva di qualsiasi motivo sono la fioritura, il profumo del suo appagamento interiore, poiché dentro di lui questa fonte, questo oceano, è sempre dischiuso. È talmente colmo di questa fonte che non resta più nulla da desiderare.

L’Advaita insegna a domare la mente e l’ego attraverso la scoperta della propria Natura. La mente e l’ego si sottometteranno soltanto quando scopriremo la nostra vera Natura; non vi è altro modo per domarli e sottometterli.

La visione pura e il gioco divino

Quando accadono cose che non vi piacciono o che ritenete sbagliate, non affrettatevi a soffrire, a offendervi o a lasciarvi prendere dall’orgoglio; è meglio sorridere, fare namasté interiormente o esteriormente e, se accanto a voi c’è una persona irritata, potete semplicemente dirle: «Benedicimi».

Se riuscirete a vedere Dio in ogni cosa, sperimenterete una svolta nella visione pura. La visione pura è la fase successiva, dopo che abbiamo conseguito un certo appagamento e domato la mente. La visione pura significa che vediamo il mondo come divino. Vediamo che tutto è gioco divino (lila), che attraverso le situazioni ci giungono lezioni, darshan o, forse, la recisione delle illusioni o delle speranze; attraverso le persone agiscono gli dèi, le divinità (devata). Questa perfezione divina, queste lezioni e questi darshan si manifestano attraverso tutto ciò che accade. Se possediamo sufficiente saggezza, riconosceremo questi darshan e saremo sempre grati per essi, perché attraverso tutto questo maturiamo e cresciamo spiritualmente.

Non si dovrebbe mai perdere l’appagamento quando qualcosa si manifesta. Perché? Perché persino dal punto di vista logico non ha senso. Quando accade qualcosa, è il karma, è il nostro prarabdha-karma che si realizza. Ciò che abbiamo accumulato in precedenza ora ritorna. Era già stato programmato dentro di noi e vi è rimasto per anni e centinaia di anni; ora si è presentata una situazione adatta e tutto questo si è dispiegato. Non ha senso rattristarsene: le cause sono state create in precedenza, molto tempo fa.

In secondo luogo, dal punto di vista dell’Advaita, il mondo è una manifestazione del nostro «Io», della nostra coscienza. Poiché tutto è una manifestazione della nostra coscienza, non ha senso soffrire o rattristarsi. Naturalmente, si può riflettere su come trasformare la propria coscienza affinché il mondo si manifesti diversamente.

In terzo luogo, il mondo che ci circonda è un gioco divino (lila); bisogna soltanto riconoscerlo. Se in noi vi è insoddisfazione, non riconosceremo questa lila; se invece vi è appagamento, la riconosceremo.

In quarto luogo, «Tutto ciò che si manifesta è illusione», ci dice l’Advaita; lo affermano anche il rishi Vasishtha e Sri Shankara. È un sogno, è un’illusione: non bisogna mai dimenticarlo. Il Brahman è trascendente, l’intero mondo è soltanto Brahman, mentre tutto ciò che accade è illusione. «Brahman Sat Jagat Mithya», affermano le scritture vediche.

Tutto ciò che ci accade è come se dormiste, sognaste una città e in quella città accadesse qualcosa, mentre il vostro corpo è sempre rimasto disteso sul letto. Non accade nulla. Se vi sono una persona addormentata e una sveglia, e quella addormentata sogna di essere morsa dai cani, la persona sveglia non proverà una grande compassione per lei né si preoccuperà molto, poiché i cani del sogno non possono mordere davvero. Il dolore del sogno non può provocare una vera sofferenza, perché la città nel sogno, i cani nel sogno e il dolore hanno la stessa natura dei pensieri e della coscienza. Ne consegue che quella persona morde sé stessa con i propri pensieri. I suoi pensieri, sotto forma di cani, dentro una città costituita dai suoi pensieri, mordono un corpo costituito dai suoi pensieri. È lei stessa a mordersi, ed è insensato preoccuparsi per una persona simile: si diverte in questo modo nel sogno; si può soltanto svegliarla. Ma questo mondo materiale è la stessa cosa, solo che è più denso.

Anche questo mondo è simile a un tale sogno; anch’esso è costituito dalla coscienza e tutto ciò che ci accade è una proiezione della nostra realtà interiore. Se un cane vi morde per strada, sappiate che quel cane è stato generato dalla vostra coscienza. È la vostra coscienza ad aver morso voi stessi. Perché è stato generato dalla vostra coscienza? Forse dentro di voi vi era aggressività e avete attirato queste forze, che si sono manifestate sotto forma di cane.

Citazione n. 14

 

Qualunque cosa accada, lo yogin che pratica la sadhana la considera una pratica spirituale, secondo il principio «tutto va bene per la pratica spirituale». Se accade qualcosa di buono, è pratica; e se accade qualcosa che non piace, anche questa è pratica, per esempio quella di recidere gli attaccamenti o le speranze. È tutta pratica che l'Onnipotente ti offre, e dipende solo da te se la supererai degnamente oppure dimenticherai che si tratta di una pratica e cadrai in uno stato di insoddisfazione.

La vera spiritualità e il dominio della mente

In realtà, non è poi così importante quale Insegnamento una persona pratichi, quale religione segua o quale fede professi. Ciò che conta è quanto sia riuscita a dominare la propria mente e quanto sia spiritualmente pura. Perché tutte le vie religiose conducono al dominio della mente. Quando la mente è domata, la realtà divina si manifesta gradualmente da sé e prende il sopravvento. Ma spesso accade che esteriormente le persone professino una religione, mentre tutto ciò rimane superficiale e formale. La considerano come un insieme di scritture o di rituali, ma non cercano nel profondo di se stesse e non aspirano all'appagamento. Allora anche le convinzioni religiose, la filosofia e il modo di pensare diventano un modo per permanere nell'insoddisfazione, un modo di soffrire.

Spesso assistiamo a numerosi scontri nazionali e religiosi, a guerre: tutto ciò è conseguenza dell'aggressività e dell'insoddisfazione accumulate. Ma da dove vengono, perché si sono accumulate l'aggressività e l'insoddisfazione? Si sono accumulate perché un popolo nutre risentimento verso un altro. Un popolo, per esempio un'intera nazione, crede sinceramente che qualcuno sia responsabile dei suoi mali: un altro popolo, un altro Paese. Questa è la sua visione. Quando un intero popolo ne è sinceramente convinto, cosa gli impedisce di intraprendere operazioni militari su vasta scala? Ma in realtà non è affatto così. Chi impedisce a quel popolo di amare, creare, inventare, essere intraprendente, sorprendere il mondo con la propria creatività, armonia, arte e i propri progressi scientifici? Nessuno glielo impedisce: soltanto la mente, soltanto i limiti.

La ricerca di nemici esterni come ostacolo alla prosperità

Quando mancano la chiarezza, la saggezza discriminante e la comprensione, persino grandi masse vengono dominate dal pensiero che soffriamo e siamo limitati perché è colpa degli americani, o del mondo arabo, oppure degli ebrei: ecco, dunque, la causa. Non importa chi siano, sono solo esempi. Ma cosa ti impedisce di diventare una nazione prospera, creativa e ricca d'inventiva, capace di fare tutto da sé? Cosa te lo impedisce?

Un popolo e una nazione diventano prosperi, creativi e ricchi d'inventiva quando comprendono che non bisogna cercare nemici esterni: è un'attività del tutto inutile. Bisogna rivolgersi all'interno, cercare la fonte dell'appagamento (santosha). Bisogna domare la mente e l'egoismo, e poi dischiudere il proprio potenziale di diverse forze creative, manifestandolo da questo oceano. Infatti, non appena conseguiamo l'appagamento, non appena scopriamo in noi stessi la fonte interiore, è come se trovassimo un diamante meraviglioso e preziosissimo, dal quale emanano diverse forze: sono le forze creative. Le si può indirizzare verso qualsiasi cosa: nuove tecnologie, scienza, cultura, arte, soluzione dei problemi economici e sociali, e allora tutto sarà meraviglioso. Il popolo che riesce a farlo diventa un popolo guida, passionario. Diventa un popolo creativo di passionari, geni, talenti, persone creative, uomini-dèi.

Citazione n. 15

 

Quelli che invece non ci riescono assumono la posizione secondo cui «tutti mi devono qualcosa, tutti i popoli mi devono qualcosa, l'ONU mi deve qualcosa, devono concedermi un credito, devono concedermi un prestito». È lo stato di uno spirito affamato e insoddisfatto; un popolo simile non si rialzerà mai dalle ginocchia, rimarrà sempre nella posizione di chi vive a carico degli altri. Sarà sempre dipendente e cercherà sempre le cause dei propri fallimenti negli intrighi del governo mondiale o di chiunque altro, ma mai in se stesso, perché ha persino dimenticato di possedere un potenziale interiore che deve semplicemente risvegliare. Per farlo non occorre altro che rivolgersi all'interno e imparare a distinguere la mente e l'ego dall'oceano interiore della consapevolezza.

Santosha come fondamento della pratica spirituale

L'Advaita è Yoga, Jnana Yoga. Ciò significa che può praticarlo soltanto uno yogin. Le qualità dello yogin cominciano dal tentativo di sviluppare in noi stessi l'appagamento (santosha) come principio del niyama, un principio molto importante.

Se sentite di non avere un simile appagamento, non dovreste iniziare subito la pratica dello yoga, la pratica dell’Illuminazione, della Liberazione, le tecniche, i pranayama e le asana. Perché? Perché, se cominciate a praticare in uno stato di insoddisfazione, l’insoddisfazione dischiuderà il vostro subconscio e il flusso dei vasana, dei samskara, ossia delle impronte karmiche delle vite passate, si intensificherà. Anche la velocità di questo flusso aumenterà e la vostra insoddisfazione diventerà ancora più forte, continuerà a crescere sempre di più, e la vostra pratica spirituale vi renderà ancora più dipendenti, ancora più insoddisfatti e sofferenti; dentro di voi si accumuleranno stress e aggressività. Alla fine giungerete alla conclusione che lo yoga non aiuta, ma, al contrario, peggiora soltanto le cose. Prima bisogna cercare di sviluppare in sé la qualità dell’appagamento (santosha).

Nell’antichità i santi Maestri prestavano molta attenzione al fatto che i discepoli sviluppassero prima, per alcuni anni, la qualità dell’appagamento. Non è necessario praticare pranayama e asana o meditare: puoi semplicemente tagliare la legna, puoi semplicemente falciare l’erba, ma con gratitudine, con integrità, senza alcun problema, rimanendo nel momento presente senza limitazioni, pretese o ambizioni. Quando il discepolo acquisiva questa integrità interiore, questo appagamento, allora gli venivano trasmessi l’Insegnamento, le tecniche segrete, le meditazioni, le asana, i pranayama, le visualizzazioni e così via, perché era maturato, aveva adempiuto al principio di santosha.

Citazione n. 16

 

Se volete comprendere che cosa sia, provate semplicemente a prestare attenzione a coloro che vi sono riusciti, che sono davvero appagati, che irradiano gioia di vivere e gratitudine verso il mondo; che sono umili e non dipendono da nulla; che cercano di aiutare gli altri più di se stessi; che non hanno l’atteggiamento «tutti mi devono qualcosa», bensì «io devo qualcosa a tutti». Se trovate persone simili, dovreste prestare loro attenzione e imparare da loro, cercare di comprendere il corso dei loro pensieri, il loro modo di pensare, la loro visione del mondo; quindi cercare di scoprire la stessa cosa dentro di voi.

Segni della pacificazione della mente

L’appagamento vi darà una grande umiltà. Questa umiltà scaturirà dalla vostra integrità interiore e dal rispetto per tutte le energie divine di questo mondo. Quando ciò accade, viene chiamato «pacificazione della mente». A un certo punto scoprirete che la vostra mente è pacificata. Qualunque vestito indossiate, siete felici. Qualunque cibo mangiate, siete felici. Ovunque viviate, siete ugualmente felici. In qualsiasi situazione e in qualsiasi condizione vi troviate, vi sentite ugualmente benissimo e siete felici. Una simile felicità proverrà dall’interno e non sarà condizionata da nulla.

Questo stato significa che siete molto vicini al sahaja samadhi, all’Illuminazione. Diventate un canale di Dio, il vostro ego ha smesso di tiranneggiarvi, si è pacificato, e avete scoperto dentro di voi questa Fonte.

Nel mondo vi sono pochissimi esempi di un simile appagamento. Di norma, sono i santi a manifestarlo, non le persone comuni. Una persona comune troverà sempre un motivo per essere insoddisfatta, ma se vogliamo praticare il sentiero dell’Advaita Vedanta, dobbiamo seguire il cammino della santità.

Se incontriamo una qualche «star» o una persona molto capricciosa, costei può facilmente diventare insoddisfatta per una sciocchezza. Aveva prenotato un hotel a sei stelle, una camera «di lusso», e gliene hanno dato uno a cinque stelle: che affronto! Si sente offesa, ma questo è solo un pretesto. In realtà, al suo interno vi sono una grande insicurezza e insoddisfazione. Potete mettere un santo in una capanna: può viverci e dormirci, oppure può stare in un palazzo, ma non prova alcuna insoddisfazione. Tutto ciò che fa è, piuttosto, un gioco per gli altri. Lui stesso si accontenta di pochissimo, ma quando arriva qualcosa di più grande, accetta anche quello, non rifiuta nulla e non esprime preferenze.

Domanda: Lei dice che bisogna essere sempre positivi. Perché il cammino verso l’Illuminazione, verso la non dualità, passa attraverso il positivo e non attraverso il negativo, se dal punto di vista della non dualità sono la stessa cosa?

Nell’Assoluto, naturalmente, non esistono concetti come «positivo» e «negativo». Quando se ne parla in questi termini, consideratelo semplicemente un modo di esprimersi. Nell’Assoluto tutto ciò è fuso insieme. Il sì e il no, il bene e il male, il passato e il futuro: tutto è fuso nell’Assoluto. Questa fusione è la positività totale, una positività che include persino il negativo. E quando diciamo che bisogna essere positivi, non intendiamo una positività superficiale, una sorta di esuberanza forzata. No, è qualcosa di più profondo. È una positività che include in sé la dualità: il negativo, il cattivo e il buono; include ogni cosa.

Questa non è una positività che separa il bene dal male, il cattivo dal buono, secondo il principio «prendo ciò che è buono e rifiuto ciò che è cattivo». No, è una positività che scaturisce dalla consapevolezza naturale. Quando sono consapevole, agisco dalla Sorgente. Questa Sorgente è la fonte del superpositivo, la fonte dell’autoperfezione, la fonte di tutto ciò che vi è di meglio. Ma questa consapevolezza può unirsi sia al cattivo sia al buono. Quando va bene, va bene; quando va male, va bene lo stesso. Il positivo va bene, anche il negativo è eccellente. Questo è ciò che si intendeva.

Tuttavia, è comunque meglio iniziare da uno stato positivo, perché, se cercate di applicare subito la consapevolezza non duale mentre vi trovate in uno stato negativo, potreste risvegliare in voi stessi e nell’Universo forze tali che verranno, dato che le avete invocate. Potreste non essere in grado di gestirle.

È importante comprendere che il mondo diventa come lo concepisci nei tuoi pensieri. E, in effetti, nel tantra dei siddha e nello yoga degli avadhuta esistono pratiche in cui la contemplazione si unisce a cose negative: dolore, paura, orrore, stati oscurati. Sono le cosiddette pratiche del «cane-maiale», della «saggezza folle», ma sono adatte ai grandi santi, non alle persone comuni. Le persone comuni non dovrebbero praticarle, perché in simili situazioni non riuscirebbero a unirsi a esse e a contemplare. È come nel caso di un detentore del record mondiale: può sollevare un bilanciere da trecento chilogrammi e può farlo ogni giorno durante gli allenamenti. Ma se siete principianti, potete sollevarne ottanta, al massimo.

Citazione n. 17

 

Domanda: Lei ha detto che non bisogna praticare lo yoga finché non si è raggiunta la santosha. È possibile raggiungere la santosha parallelamente alla pratica dello yoga, dato che, come ha detto, è difficile raggiungere una santosha assoluta?

Sì, penso che si debba procedere parallelamente. Bisogna iniziare da ciò che si ha e cercare di raggiungere almeno un po’ di santosha. Naturalmente, raggiungere subito una santosha come quella di un santo, di un siddha, è semplicemente irrealistico. Bisogna iniziare da qualcosa di piccolo, ma almeno aspirare a questo, orientare la propria mente in questa direzione. L’intenzione (sankalpa), se la esprimiamo, farà sì che la santosha cominci a manifestarsi in noi. Quando pratichiamo lo yoga, non dobbiamo insistere sulle pratiche tecniche finché non abbiamo raggiunto un certo livello minimo di santosha e di consapevolezza.

Il principio della samyoga nella pratica spirituale

Ogni cosa, ogni situazione possiede un proprio peso magico specifico. Supponiamo che questa cosa corrisponda a ottocento unità e la mia coscienza a mille, cioè che la mia santosha, la mia positività e la mia consapevolezza siano pari a mille: allora posso prendere senza alcun problema questa cosa da ottocento, dissolverla e integrarla, mantenendo ancora una riserva di duecento. Naturalmente è un esempio convenzionale, non letterale.

Quando la mia coscienza è sufficiente per unirmi a una determinata situazione e la forza della mia santosha è superiore, più potente, questo si chiama samyoga: equilibrio. In altre parole, ho accettato senza difficoltà una determinata situazione e, come risultato dell’unione con essa, tutto è armonioso, la legge cosmica è rispettata e appaiono le divinità.

Il nostro compito è vivere in modo tale che vi siano sempre e ovunque samyoga, armonia ed equilibrio. Ogni yogin deve conoscere il proprio limite, la propria misura. Esistono energie che egli può accettare, e la samyoga sarà raggiunta grazie alla forza della sua consapevolezza e della sua positività. Ma esistono anche situazioni che egli accetterà senza però raggiungere la samyoga, e da queste situazioni dovrà tenersi lontano.

Lavorare con il karma

Domanda: Come comportarsi con il karma che si è formato prima ancora della mia nascita? Non riesco a capire se questa situazione sia una proiezione della mia coscienza o se tutto ciò che posso fare sia allontanarmi da essa, dato che il karma si è formato in precedenza.

Quando c’è il karma, si tratta sempre di una proiezione della propria coscienza. Questo karma si è formato in precedenza attraverso le azioni e i pensieri, soprattutto i pensieri, poiché il modo di pensare è più importante delle azioni. Se si fa qualcosa con pensieri e motivazioni buoni, anche l’impronta sarà buona.

Che fare con questo karma? Con il karma non potete fare nulla, è proprio questo il punto. Esiste, è un dato di fatto: che cosa potete farne? Si manifesterà, e ciò non può essere fermato. Ma si possono sviluppare la consapevolezza, le qualità necessarie e la chiarezza e, nel momento in cui si manifesta, ci si può semplicemente distaccare, per esempio osservando. Il karma si manifesta e voi osservate; ciò che prima vi avrebbe coinvolto, ora non vi coinvolge più, e voi semplicemente sorridete. Oppure si può cambiare atteggiamento e, nella visione pura, accettare questo karma. Il karma si manifesta, ma per voi è come una benedizione, come un darshan: «Che si manifesti pure, lo accetterò con serenità».

Supponiamo che, secondo la legge del karma, avrebbero dovuto rubarvi il portafoglio in metropolitana. Se questo karma si manifesta, potete osservare il momento in cui vi accorgete che il portafoglio non c’è più, rimanendo consapevoli, giusto? Potete pensare: «Questo è un darshan, è una benedizione. Vengono recisi i miei attaccamenti, il mio aggrapparmi alle cose, i miei attaccamenti materiali, affinché io non mi afferri a esse così tenacemente». È così che si può lavorare con il karma; allora l’impulso, l’impronta, il samskara si sono esauriti e sono scomparsi.

Citazione n. 18

 

Quando viene raggiunto l’elevato stato dell’unico «sapore», attraverso la pratica spirituale del samskara-shuddhi uno yogin può penetrare in profondità nel subconscio e purificare il karma. Naturalmente, il karma può essere modificato e purificato, ma per farlo bisogna saper guardare nel proprio subconscio.

Le impronte mentali (samskara) si trovano nello spazio della coscienza, nella chitta, chiamata anche karma-vishaya, il deposito. La chitta è il deposito delle tendenze mentali. Se riuscite a penetrare nelle profondità del vostro subconscio e a purificare queste impronte mentali, allora potete purificare e modificare il vostro karma, purché sappiate meditare bene. A questo scopo esiste una pratica chiamata samskara-shuddhi, e chi desidera imparare a modificare un po’ il proprio karma può studiarla. La insegno spesso, mentre i monaci la praticano collettivamente una volta ogni tre mesi. È come prendere una videocassetta su cui è registrato un film, cancellare alcuni fotogrammi e disegnare quelli che vi servono.

Il ruolo della filosofia e della conoscenza degli abili mezzi

Domanda: Lei ha detto che lo sviluppo dell’intelletto non conduce all’Illuminazione. Perché allora nel suo monastero si insegnano la filosofia e altre discipline laiche?

Sono pratiche preliminari, volte a sviluppare le qualità necessarie.

In realtà, nulla conduce direttamente all’Illuminazione, neppure lo yoga. Nessun metodo conduce all’Illuminazione. Nessuna conoscenza logica, né la filosofia, neppure quella dell’Advaita, conduce all’Illuminazione. Nulla di ciò che è espresso a livello della mente, nulla di ciò che è compiuto con sforzo conduce all’Illuminazione.

L’Illuminazione è uno stato al di là delle qualità e delle definizioni, al di là dell’alto e del basso, al di là del soggetto e dell’oggetto, al di là delle categorie, del tempo e, in generale, di qualsiasi cosa. Tuttavia, abbiamo bisogno di un determinato metodo, di determinate condizioni. Le pratiche preliminari costituiscono tutte queste condizioni: creano condizioni favorevoli e sviluppano le qualità necessarie. Questo è anche chiamato «conoscenza degli abili mezzi».

Per esempio, nella pratica buddhista esiste un’intera perfezione, o paramita, una sezione dell’Insegnamento chiamata appunto «Paramita della conoscenza degli abili mezzi». E un santo o un buddha che conduce altri esseri viventi al Risveglio viene definito «esperto nella conoscenza degli abili mezzi». Si tratta cioè di una conoscenza secondaria che aiuta a progredire verso l’Illuminazione. Lo studio della filosofia e le altre discipline sono tutti diversi tipi di conoscenza degli abili mezzi, destinati a prepararci all’Illuminazione. Perché, se senza pratiche preliminari cercassimo di entrare immediatamente nello stato di Illuminazione, non ci riusciremmo.

Citazione n. 19

 

La natura della realtà e della fede

Domanda: Lei scrive che alle origini del Laya Yoga vi erano sette grandi rishi. In un libro essi sono raffigurati, in modo puramente convenzionale, con colori diversi. Si può concludere che Dio è il colore bianco e che, nella prima manifestazione, si ottengono i sette colori dell’arcobaleno e compaiono i sette rishi. A questo proposito, è possibile associare, in modo puramente convenzionale, questi rishi ai sette chakra dell’essere umano? Quale rishi corrisponde a quale chakra e in che modo ciò aiuta nel lavoro con quel chakra?

Forse da qualche parte esistono Insegnamenti in cui viene stabilita questa connessione, ma noi non vi poniamo l’accento. Ogni rishi ha una propria peculiarità, questo è certo. Ogni rishi può presiedere a determinate energie, arti e a una determinata visione. Ogni rishi ha una propria sfera di responsabilità nell’Universo. Per esempio, Kashyapa è legato al popolamento, alla riproduzione e al genere umano. Ma il compito consiste nel comprendere che tutti i rishi sono manifestazioni della nostra coscienza e che nella coscienza vigono leggi diverse da quelle della realtà oggettiva, cosiddetta eternalista. Ciò in cui credi si realizza. Moltissime persone non lo comprendono del tutto.

La realtà è costituita dalla coscienza e la coscienza è governata dalla fede. Tutte le conoscenze sono prive di un’essenza propria; tutte le conoscenze sono soltanto una descrizione del mondo, non sono il mondo reale, né un’immagine reale e oggettiva del mondo, ma soltanto una visione. Un santo crede, vede e descrive il mondo e la filosofia, e questa conoscenza è reale. Un altro santo crede, vede e descrive la filosofia, e anche questo è reale. Talvolta possono esserci visioni paradossali e opposte, ma sono reali entrambe. Si dice spesso che ogni muni abbia una propria visione dell’Universo e che, se non hai una tua visione, non sei un muni. È così, perché l’Universo diventa ciò in cui credete. Se credete che ogni rishi sia legato a un determinato chakra, siatene certi: è proprio così. Prima o poi ne prenderete coscienza in qualche modo; forse vi daranno qualche segno nei sogni.

Citazione n. 20

 

Domanda: Dica, per favore, Surya-akasha e Sat-Chit-Ananda sono la stessa cosa?

È una questione metafisica complessa, alla quale si possono dare diverse risposte. Secondo una delle visioni, Sat-Chit-Ananda viene sperimentato nel momento in cui si dischiude l’ultimo tipo di akasha. In altre parole, Sat-Chit-Ananda viene sperimentato a tutti i livelli, ma al culmine, quando si sperimenta Surya-akasha, si può dire che Sat-Chit-Ananda venga sperimentato in tutta la sua pienezza. Pertanto sì, è del tutto ammissibile affermare che siano la stessa cosa.

Il metodo dell’autoliberazione

Domanda: Nel corso della pratica spirituale una persona si scontra con influenze interiori negative e diventa insoddisfatta. Esistono tecniche tattiche per superarle e accelerare il passaggio a uno stato positivo?

Esistono molte tecniche tattiche. Per esempio, la principale tecnica tattica nell’Insegnamento del Laya Yoga è l’autoliberazione mediante la presenza contemplativa (sahaja-sthiti). Quando sorge una qualsiasi esperienza negativa, nella vostra coscienza sorge una bhavana (percezione del mondo). Non dovete permettere a questa bhavana di radicarsi nel flusso della mente. Dovete invece osservarla direttamente con consapevolezza (chiamata anche consapevolezza nuda), senza formulare valutazioni né giudizi, collocando la mente in un punto al di là dei concetti.

Se collocate la mente in un punto al di là dei concetti, essa comincia a espandersi naturalmente. Diventa simile allo spazio e tutte queste limitazioni scompaiono. Con questa coscienza espansa e non concettuale bisogna osservare le emozioni negative che sorgono e l’emergere del karma. Non appena osserverete e unirete la vostra mente espansa e non concettuale a questa negatività che proviene dall’interno, vedrete che siete più grandi della negatività e più forti di essa. Questa negatività comincerà a dissolversi. Forse non scomparirà immediatamente, ma vedrete che la vostra consapevolezza è più forte di questa negatività e che nella vostra anima possedete un grandissimo potenziale positivo. La mente espansa e non concettuale è essa stessa coscienza positiva, un’immensa fonte di coscienza positiva. E quando compare anche qualcosa di negativo, dovete semplicemente indirizzare questa fonte verso ciò che di negativo emerge.

Questo è il metodo più sottile e principale; tuttavia, finché non lo avremo padroneggiato, esistono anche altri metodi più semplici. Per esempio, la meditazione sullo stato infinito di gioia, amore, equanimità e compassione, i cosiddetti «quattro Brahma-vihara». Se vi siete stabiliti in questa meditazione, anche quando accade qualcosa di negativo potete facilmente orientare altrove la vostra mente.

È importante comprendere che la mente può essere controllata. È come azionare un interruttore: potete orientarla in qualsiasi direzione mediante il sankalpa, l’intenzione volitiva. L’abitudine di indirizzare la propria mente verso uno stato positivo è di grande aiuto. Non importa come lo facciate, ciò che conta è l’abitudine stessa. Quando sopraggiunge uno stato negativo, dovete ricordare che non bisogna credere a questi stati, non bisogna cedere loro né considerarli qualcosa di reale. In qualsiasi momento potete azionare l’interruttore e commutare la vostra mente. Per farlo non occorre fare nulla, basta semplicemente esprimere l’intenzione: «Voglio farlo», e immaginare di trovarvi già in quello stato. L’immaginazione stessa comincia a cambiare la realtà.

Citazione n. 21

 

L’unione della propria mente con le menti dei santi, l’invocazione della grazia dell’Ishta-devata, la divinità prescelta: tutto ciò aiuta a eliminare gli ostacoli. Per esempio, esiste la pratica del Dattatreya-kavacha, l’armatura di Dattatreya. Se lo recitate, invocate Dattatreya e, poco a poco, la mente viene protetta.

Differenze nei percorsi spirituali degli uomini e delle donne

Domanda: I percorsi con cui uomini e donne raggiungono la Liberazione sono diversi?

Sì, poiché la costituzione delle loro energie interiori è diversa, i loro canali sono diversi, così come gli svara e le proporzioni della goccia rossa e di quella bianca. Come si dice: la donna è yin all’esterno e yang all’interno, mentre l’uomo è il contrario.

Che cosa significa? Per un uomo è più facile praticare lo Jnana Yoga, la filosofia e la meditazione, mentre è più difficile praticare l’umiltà, l’abbandono di sé, la devozione e la bhakti. Per le donne è più facile praticare le pratiche energetiche, l’ingresso nel corpo sottile, la devozione e l’abbandono di sé. Queste differenze possono essere prese in considerazione, ma, in realtà, il vero «Io» non è né uomo né donna.

L’uomo è spesso meno dipendente e incline all’autoaffermazione; talvolta ciò può essere usato come forza motrice per la pratica. Se siete molto orgogliosi e inclini all’autoaffermazione, allora dovete andare fino in fondo, dovete affermarvi come Vishvamitra, affermarvi davvero. Dovete dimostrare di essere forti, e non un qualunque essere samsarico. Diventate un siddha, un santo, praticate tapas, andate avanti e mostrate a tutti di essere uomini come i santi dell’antichità.

Questo si chiama «Vira Yoga», l’approccio del vira. E sebbene cominciate dall’ego, dall’egoismo, e tutto questo non sia che un gioco dell’ego, come nel caso di Vishvamitra, prima o poi comprenderete la comicità della situazione e vedrete come l’ego vi ha menato per il naso. Ma questo può essere usato come forza propulsiva, una forza potentissima, capace di strapparvi al samsara. Sentitevi un lupo solitario, un viandante, un soldato delle forze speciali, chiunque vogliate, ma procedete verso il Nirvana, se questo vi aiuta. Sentitevi grandi praticanti, ma liberatevi dal condizionamento. Questo percorso può essere adatto a molti uomini. In seguito tutto ciò scomparirà, emergeranno l’umiltà e il non-agire, e l’ego capitolerà comunque, perché non è in grado di conseguire la meta.

Citazione n. 22

 

Per le donne è diverso. Poiché spesso hanno una tendenza alla devozione, possono avere anche una simile tendenza all’attaccamento e utilizzare questa inclinazione: occorre soltanto purificare e cambiare l’oggetto dell’attaccamento. Se si deve amare ed essere devote, che lo si sia verso Dattatreya, verso Dio, e, facendo leva su questa tendenza e intensificandola sempre più, si proceda fino alla profondità più estrema.

Sulla natura dell’Assoluto e della coscienza

...nel vostro concetto secondo cui il mondo è una manifestazione della coscienza...

Non è un concetto, è realmente così.

Domanda: Bene, si può ritenere che voi non riconosciate un’unica Realtà divina trascendente che si manifesta come molteplicità? Vale a dire, non concedete alla realtà divina il diritto di manifestarsi nella molteplicità.

Glielo concediamo, che si manifesti pure.

Domanda: La Realtà divina trascendente esiste di per sé oppure anch’essa è coscienza?

Vedete, di simili cose si può dire soltanto, per così dire: sia l’una sia l’altra cosa. Non vi è contraddizione: dipende dal punto di vista che si assume. Se dimorate nella consapevolezza non concettuale, potete assumere entrambi i punti di vista. Il primo, di cui avete parlato, si chiama «monismo», mentre il secondo, di cui avete parlato, si chiama «pluralismo».

Il monismo è l’unità, «mono», un unico Assoluto e tutto; se invece si parla di Dio, allora è monoteismo. Ma noi siamo piuttosto monisti, ekantin. Il pluralismo è la molteplicità, una pluralità di energie. Entrambi i punti di vista sono validi e corretti: tutto dipende da dove ponete la coscienza. Ponete la coscienza nel monismo e tutto sarà mono, uno. Ponete la coscienza nel pluralismo e così sarà. E le due cose non si contraddicono.

Domanda: È necessario che vi sia una coscienza in qualità di osservatore?

No, non è necessario. È semplicemente un modo di esprimersi. La coscienza è identica all’Assoluto, la coscienza è l’Assoluto stesso. «Prajnanam Brahma», afferma il Vedanta. Nella coscienza pura non vi è un osservatore, non vi è nessuno da osservare, né qualcuno che debba osservare.

Spesso l’incomprensione nasce dal linguaggio, poiché con il linguaggio è impossibile esprimere e descrivere adeguatamente la Realtà trascendente. Il nostro compito è comprendere i limiti del linguaggio, della logica e della mente.

Spesso i dibattiti filosofici si fondano sulla logica e, se si prende sul serio la logica, ci si può identificare fortemente con essa e diventarne dipendenti. Ma noi diciamo subito: la logica è inadeguata, sia quella aristotelica sia qualsiasi altra, perché appartiene alla sfera dei pensieri e dei concetti. Tutti i concetti e i pensieri sono simili a un sogno; il nostro compito è forzare la logica ed entrare in uno stato di consapevolezza non concettuale. Quando vi entrerete, vedrete che, comunque si chiami l’Assoluto, monismo o pluralismo non fa alcuna differenza.

Citazione n. 23

 

Domanda: Dunque l’Assoluto e la coscienza sono identici?

Si può dire così, sì.

Sull’invecchiamento e le malattie

Domanda: Perché la maggior parte delle persone muore a causa delle malattie, anziché raggiungere la vecchiaia per via naturale?

Durante il processo di invecchiamento del corpo, i cinque elementi si indeboliscono. I cinque elementi sono rappresentati nel corpo da cinque flussi di energia: apana, samana, prana, udana e vyana. Con l’avanzare dell’età, questi cinque flussi di forze vitali cessano di permeare la rete dei canali nel corpo e si indeboliscono; allora sorge uno squilibrio dei dosha, delle costituzioni corporee, uno squilibrio degli elementi. I prana non riescono più a mantenere l’equilibrio come in gioventù. Persino lievi influssi dell’ambiente — il vento, il cibo cattivo, il cattivo karma in sogno (anche questo è un ambiente, solo sottile) — fanno facilmente perdere questo equilibrio, e la perdita dell’equilibrio conduce alle malattie. Quando il prana è debole, le malattie sono difficili da curare; allora le difese immunitarie si abbassano e la persona diventa vulnerabile a qualsiasi malattia, anche insignificante. Questo è il processo.

Sui temperamenti spirituali e sulle vite passate

Domanda: Per qualcuno non saranno sufficienti nemmeno trent’anni, o cinquanta?

Nelle vite passate alcuni di voi si sono dedicati alla pratica spirituale, ma non l’hanno portata a termine. Qualcuno faceva offerte ai santi, costruiva templi e monasteri, traduceva testi sacri; in questa vita ha incontrato il Dharma secondo la legge del karma, per proseguire la pratica spirituale. Qualcuno nelle vite passate ha meditato molto, ha esplorato la propria mente, si è purificato e, forse, in questa vita gli resta pochissimo da fare. Vi sono ancora dualità, condizionamenti, determinati karma e attaccamenti, ma basta praticare ancora un po’ e tutto ciò scomparirà.

Questi sono i diversi temperamenti dei discepoli dello yoga: vira, pashu e divya. A un divya serve pochissimo: ha bisogno della trasmissione e di un po’ di pratica. Un clic: entra in quello stato e non ne esce più. È come Sri Ramana Maharshi. A un vira occorrono moltissimi sforzi, rinuncia, lotta, superamento di sé, abnegazione e, infine, giunge alla Realizzazione. Un pashu deve soltanto accumulare meriti, purificarsi ancora e ancora, cambiare se stesso e così via. Tutti questi sono temperamenti yogici e dipendono da ciò che abbiamo fatto nella vita passata.

Citazione n. 24

 

A volte dico alle persone: «Dite di non avere un luogo per il ritiro. Siete voi che nella vita passata non avete creato le condizioni, ed è per questo che non c’è. E se non le create in questa vita, non ci sarà nemmeno nella prossima. Vi sta bene? Riflettete e traetene le conclusioni».

Sui santi e sull’illuminazione

Domanda: Si possono considerare tutti i santi e gli illuminati pienamente illuminati, se definiscono assoluto ciò che è assoluto...

Sapete, esprimere giudizi sui santi è un compito ingrato. Per giudicare i santi, bisogna essere santi a propria volta: è questo il punto. È impossibile valutare uno stato di coscienza se non lo si è raggiunto e non lo si comprende; è molto difficile. Si possono soltanto fare supposizioni, congetture. Chi può stabilire chi sia santo e se abbia realizzato pienamente l'Assoluto oppure no? Solo quando vi eleverete a questo livello potrete vederlo. Ma finché non vi sarete elevati, naturalmente, non potrete vederlo.

«Realizzazione dell'Assoluto» è anch'esso un termine logico, una semplice etichetta concettuale. Quando andremo oltre i concetti, comprenderemo che il processo di realizzazione è infinito. Non esiste un punto in cui, una volta per tutte, si realizza l'Assoluto. Ecco, ho realizzato l'Assoluto. Ma l'Assoluto è forse limitato? Dove sono i suoi confini, dove si trova il divieto di procedere oltre, dove finisce il dispiegarsi delle energie?

Nell'Assoluto non esistono né il tempo né i kalpa. E quando dite «kalpa», io vi rispondo: «Kalpa, yuga, eoni, anni, cicli: tutto questo è soltanto mente». Quando meditate, non esistono vikalpa, mutamenti o modificazioni della mente, non esistono vritti, non esistono concetti. Potete dire quale kalpa sia? Per dirlo, bisogna uscire dalla meditazione. Bisogna dire: «io», «kalpa»; bisogna usare il linguaggio verbale, attivare la logica e l'apparato concettuale. Tutto ciò creerà allora una descrizione del mondo, quel tunnel della realtà in cui esisterà un kalpa. Ma finché siete in meditazione e la vostra mente è ferma, non potete dire nulla, non potete pensare nulla. Quale kalpa? Quale Assoluto? Quali santi? Nulla di tutto questo esiste.

Domanda: Ma si può spiegare tutto, no?

Io non posso spiegare tutto. È impossibile spiegarlo, perché qualsiasi spiegazione è logica, concetti, mente. Andate oltre la mente. Quando avete infranto la logica, i concetti e le parole, che cosa rimane al di là dei pensieri? C'è qualcosa al di là dei pensieri proprio ora? Quando un pensiero è terminato e il secondo non è ancora iniziato. Che cosa c'è fra loro? Fra loro c'è un intervallo; bisogna semplicemente provare a entrare in quell'intervallo. Non bisogna credere ai pensieri e ai concetti: sono soltanto una descrizione del mondo, uno schema operativo. In realtà, tutto è diverso. Di conseguenza, tutte queste discussioni così serie sono errate, sono errate fin dall'inizio. E quanto prima comprenderemo questo errore, tanto più rapidamente avanzeremo verso l'Illuminazione.

Non perdete tempo nelle discussioni. È soltanto una perdita di tempo. È importante comprendere il principio della consapevolezza non concettuale ed entrarvi direttamente. Quando vi entrerete, comprenderete tutto da soli, ma allora non avrete voglia di parlarne con nessuno. Non avrete alcuna voglia di parlarne.

Citazione n. 25

 

Bisogna semplicemente dimorare. La verità non può essere espressa dalla logica o dalle parole. Qualsiasi schema è come un arcobaleno nel cielo o le corna di una lepre. Quando la nostra mente si lascia coinvolgere troppo da tutto questo, bisogna andare dal Maestro, cercare il bastone zen oppure farlo da soli. È molto utile. Io stesso a volte lo faccio. Quando la mia mente comincia a inventare qualcosa seguendo la logica, cerco quel bastone e dico: «Basta».

Sulle donne illuminate e i loro discepoli

Domanda: Accade che una donna raggiunga l'Illuminazione e conduca all'Illuminazione il proprio marito?

Sì, accade. Nella storia vi sono alcuni esempi unici di donne illuminate che hanno condotto all'Illuminazione i propri mariti.

Nella «Tripura Rahasya», narrata da Dattatreya, si trova la descrizione della vita di una donna, Hemalekha, che condusse all'Illuminazione il marito Hemachuda impartendogli insegnamenti.

Nello «Yoga Vasishtha» vi è una splendida storia, il capitolo su Cudala e Sikhidvaja, o Shikhidhvaja: un re e una regina. La regina raggiunse l'Illuminazione e poi, in vari modi, condusse il marito alla Liberazione.

Vi è anche un'altra storia sulla siddha yogini Madalasa, che, essendo illuminata, istruiva suo marito.

Sono storie meravigliose. E se vostra moglie è illuminata, potete venerarla, servirla, ascoltare i suoi insegnamenti e praticare sotto la sua guida. Significa che questo è il vostro meraviglioso destino.

Sulla memoria delle vite passate

Domanda: Perché una persona, un'anima, non ricorda nulla e non sa assolutamente niente di sé nella vita passata?

Tutte le registrazioni della vita passata esistono e sono contenute nel muladhara chakra, nel corpo fisico. Ma le energie in cui sono registrati le emozioni, i samskara e le impronte delle vite passate sono bloccate da tre nodi (granthi). Un nodo si trova nell'ombelico (brahma granthi), il secondo nel petto (vishnu granthi), il terzo fra le sopracciglia.

L'energia non può trasmettere al cervello queste impressioni e, per questo motivo, la nostra coscienza è grossolana e non riesce a cogliere questi ricordi. Quando i tre nodi si scioglieranno e il flusso dell'energia Kundalini scorrerà senza ostacoli lungo il canale centrale, il cervello comincerà a captare queste vibrazioni provenienti dal muladhara chakra. Uno dopo l'altro, durante le meditazioni o nei sogni, inizieranno ad affiorare in voi i ricordi delle vite passate.

Sul prana e sulla Kundalini

Domanda: Qual è la differenza tra il prana e la Kundalini?

La Kundalini è il concetto centrale. È la Madre universale stessa (Mahashakti), è il mahaprana. Nel corpo umano è localizzata nel muladhara chakra sotto forma di energia avvolta in tre spire e mezzo, come un serpente addormentato. La Kundalini è presente in noi, ma opera solo al cinque o al dieci per cento, non è risvegliata. Deve ancora essere risvegliata affinché possa circolare attraverso i canali.

Citazione n. 26

 

Il prana è l'energia del corpo energetico (pranamaya kosha). Abbiamo un corpo energetico, racchiuso in quello fisico come una matrioska. Se osservato con la vista «sottile», l'involucro del corpo pranico si estende di tre-cinque centimetri oltre i confini del corpo fisico. Ha il colore di filamenti luminosi bianco-violacei. Questo corpo pranico è costituito da cinque flussi di prana: apana, samana, prana, udana e vyana, diffusi in tutto il corpo. Questo è il prana.

Quanto più abbiamo risvegliato la Kundalini e quanto più puri sono i nostri canali, tanto più forte è il nostro prana. Se lavoriamo con essa, la Kundalini nutre e rafforza i nostri prana.

Domanda: Come si purificano i canali?

Esiste una tecnica descritta nell'«Hatha Yoga Pradipika», nella «Shiva Samhita» e nella «Gheranda Samhita», testi classici dello yoga. Questa tecnica è chiamata «sahita kumbhaka pranayama». Si ritiene che, se siete in grado di sedere almeno in sukhasana e praticate questo pranayama per tre mesi, purificherete perfettamente i vostri canali. Inoltre, una pratica eccellente per la purificazione dei canali è costituita dalle asana dell'Hatha Yoga.

Il sahita kumbhaka pranayama consiste nel praticare la sadhana: inspirazione, ritenzione ed espirazione, alternativamente attraverso ciascuna narice. La proporzione è 1:4:2. Si comincia con una proporzione ridotta, per esempio 6:24:12 secondi, aumentandola gradualmente: 8:32:16, 10:40:20, 12:48:24. Quando raggiungerete la proporzione 10:40:20, sentirete il vostro corpo diventare leggero, l'energia circolare in tutto il corpo, il vostro bisogno di sonno diminuire e il desiderio di cibo e quello sessuale scomparire. Avvertirete davvero un'enorme leggerezza nel corpo. Questo è il risultato del sahita kumbhaka pranayama.

Se desiderate continuare a purificare le nadi, potete praticare il tribandha mudra: trenta cicli al giorno, con una ritenzione del respiro di due-tre minuti. È un metodo semplice e splendido. L'unica cosa è che, se la vostra mente è insoddisfatta, non dovete forzare questa pratica, ma dovete prendervi cura di santosha.

Sull'influenza esercitata sulla realtà

Domanda: Se la vita è ciò che accade, ciò che avviene da sé, come può una persona, anche se illuminata, in quanto parte della coscienza unitaria, influire sulla realtà? E può farlo? E che dire del transurfing della realtà, della magia nera e così via?

In realtà, la vita è sia ciò che accade sia, allo stesso tempo, ciò che creiamo noi stessi. Una persona, naturalmente, può influire sulla realtà. Se non potesse farlo, non esisterebbe la magia e, più in generale, non esisterebbe neppure il cammino verso l'Illuminazione. Sarebbe così: che tu pratichi o meno, la vita è semplicemente ciò che accade. L'Illuminazione avverrà, accadrà, e gli sforzi non saranno affatto necessari. In realtà, molto dipende dalla nostra volontà (sankalpa). La nostra volontà è la volontà stessa dell'Assoluto, è iccha shakti. Quando attiviamo la nostra volontà, attiviamo l'energia stessa dell'Assoluto, perciò il transurfing è del tutto reale.

Nell'Insegnamento di Vasishtha, come pure nell'Insegnamento di Dattatreya, esiste un insegnamento sulla trasformazione del mondo. Si chiama Sankalpa Vidya, l'arte dell'intenzione. Se siamo capaci di concentrare intensamente la nostra intenzione, possiamo facilmente spostare e modificare la realtà. In questo modo, più che creare una nuova realtà, scivoliamo tra diversi universi possibili.

Citazione n. 27

 

L’Universo è già stato creato da Brahma e noi, in effetti, non possiamo aggiungervi nulla: è la creazione di Brahma. Noi non siamo ancora Brahma, non siamo ancora Creatori, ma l’Universo di Brahma presenta molteplici varianti e possiamo cambiare la realtà semplicemente scivolando tra diversi universi possibili.

Domanda: Da dove proviene la Kundalini nell’Universo?

La Kundalini nell’Universo è una manifestazione di Adishakti (la Grande Madre). È l’aspetto femminile, attivo e manifesto dell’Assoluto.

Purusha e prakriti

Esistono purusha e prakriti. La Kundalini è il principio della prakriti, mentre purusha è il principio della consapevolezza. L’Assoluto si trova al di là di purusha e prakriti. Quando nell’Assoluto ha inizio per la prima volta una separazione, un movimento sottile, avviene la divisione in purusha e prakriti. Dalla prakriti hanno origine i tre guna, i cinque elementi, i ventiquattro tattva e tutte le sostanze descritte nel sistema filosofico del Samkhya. Tutto questo è costituito da modificazioni del principio della Kundalini.

Domanda: In caso di forte squilibrio del fuoco e di bruciore nel corpo, bisogna continuare le pratiche? Se sì, quali e come si può equilibrare il fuoco?

Non bisogna continuare le pratiche finché non si è riequilibrato il fuoco. Il modo migliore per riequilibrarlo è modificare l’alimentazione, consumando cibi che, secondo la classificazione ayurvedica, appartengono al dosha kapha. Bisogna inoltre praticare il sitali pranayama. Nel sitali pranayama si inspira attraverso la lingua arrotolata a forma di tubo, quindi si trattiene il respiro. Questo raffredda rapidamente il fuoco. In generale, bisogna dedicarsi all’integrazione con gli elementi della terra e dell’acqua, equilibrando l’energia.

Purtroppo, il nostro tempo è limitato e dobbiamo dare ad altre persone la possibilità di presentare i propri programmi.

Che la vostra pratica spirituale abbia successo.

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