Abbiamo scoperto che Agni rappresenta il principio della volontà, Indra – il principio della forza mentale, i marut – l’energia dei pensieri, sui quali regna Indra. Chi è dunque Varuna?
Quando sentiamo parlare delle divinità vediche, dovremmo comprenderle come forze universali dotate di una propria intelligenza, volontà e individualità e, al tempo stesso, come aspetti della nostra coscienza. Ciò significa che tutte hanno in noi la loro parte, la loro componente psichica, ed è difficile separare l’una dall’altra. Per esempio, quando manifestate la volontà, in voi agisce Agni; quando manifestate la forza mentale, attraverso di voi agisce l’energia di Indra; quando dentro di voi si agitano i venti karmici, attraverso di voi operano i marut. A poco a poco iniziate a scoprire tutto il vostro corpo e i prana come divinità interiori.
Perché accade questo? Perché in origine tutte le divinità si trovano all’interno dei nostri corpi sottili e dei canali. E quando vengono descritte situazioni in cui un asceta, praticando una dura austerità, stando in piedi su una sola gamba per mille anni e nutrendosi soltanto di foglie, si è meritato il darshan di Brahma, ciò significa che si è rivelata la sua divinità interiore, che è una parte inseparabile del grande Brahma (il suo aspetto localizzato, collocato nella nostra coscienza).
Purificare i propri corpi sottili significa rivelare gradualmente le proprie divinità interiori e scoprire la loro identità con le divinità originarie, cioè scoprire la propria partecipazione alle divinità e, al tempo stesso, scoprire che lo sfondo delle divinità interiori ed esteriori è la natura fondamentale originaria della Mente. Se ci limitiamo a scoprire le divinità dentro di noi o ad adorare le divinità esteriori, questa sarà dharma, ma sarà una dharma dualistica ed eternamente sostanzialista. La grandezza della dharma non duale consiste nel fatto che scopriamo il fondamento fondamentale sia delle divinità interiori sia di quelle esteriori.

«Il nome “Varuna” deriva da una radice che significa “circondare”, “coprire” o “pervadere”. Gli antichi mistici vedevano Dio come il cielo supremo e onnicomprensivo, percepivano l’esistenza divina come un oceano avvolgente, vivevano nella sua presenza sconfinata come in un etere puro e onnipervadente. Varuna è proprio questo cielo supremo, questo oceano che bagna l’anima, questo dominio etereo e questa penetrazione infinita. Ma la stessa radice diede loro anche il nome dell’oscuro occultatore, il nemico, Vritra, poiché tra le numerose sfumature di significato di questa radice rientrano anche “ostacolare” e “opporsi”, “nascondere” e “recintare”, “assediare” e “paralizzare”».
Nell’universo esistono anche diverse forze oscure, chiamate demoni, rakshasa. Anche queste forze oscure sono lila del Brahman. In senso assoluto, sono aspetti delle divinità irate e, così come esistono divinità pacifiche (divinità del sattva) e divinità gioiose (divinità del rajas), esistono anche divinità irate, dee della distruzione appartenenti alla famiglia della samhara-shakti, e hanno numerosi servitori devoti (spiriti, pishacha, preta, varie classi di demoni). Finché non siamo purificati e pacificati, anch’essi hanno rappresentanti nei nostri corpi sottili. E finché attraverso di noi agiscono i klesha (avidità, ira, invidia, bramosia, lussuria ecc.), finché questi klesha non vengono pacificati, anche i demoni hanno diritti su di noi, nel senso che la loro energia si manifesta attraverso i nostri corpi. Insomma, non è tutto così semplice: non basta dire che tutto è originariamente puro e perfetto. Naturalmente, nella visione questa è un’assioma, ma prima che diventi una realtà autentica, dobbiamo davvero padroneggiare un tale livello di presenza da unirci a essa.
«Ma l’oscuro Vritra è una nube densa e un’ombra avvolgente. La sua conoscenza – poiché anch’egli possiede una conoscenza, la maya – è il senso dell’Essere limitato e l’occultamento nella notte del subconscio di quelle ricchezze dell’esistenza abbondante e sconfinata che dovrebbero appartenerci. A causa di questa negazione e opposizione alla conoscenza che crea ogni cosa, Vritra si oppone furiosamente agli dèi. Il suo ordine non divino si oppone all’ordine divino di Dio e dell’uomo.
Varuna, con la sua essenza sconfinata e la sua visione ampia, allarga questi confini; circondandoci con la luce del suo dominio, ci rivela ciò che l’oscura illusione di Vritra ci teneva nascosto e oscurava».

Dunque, Varuna rappresenta al tempo stesso la divinità dello spazio e la divinità dell’oceano. Egli incarna la forza della coscienza espansa, la sua potenza.
Varuṇa come divinità delle acque e principio della samyoga
«La divinità di Varuṇa è la forma o l’immagine spirituale dell’infinito onnipervadente e illuminante. Nei Purāṇa egli è la divinità delle acque, e la sua rete si è trasformata nello spietato laccio del dio dell’oceano».
La divinità delle acque, l’elemento acqua, incarna il principio della fluidità e dell’armonia, che emerge durante la contemplazione. Ma ciò è possibile soltanto quando vi è samyoga, quando si realizza veramente il principio dell’anuttara-tantra: l’equilibrio tra beatitudine e vacuità, tra interno ed esterno, tra l’energia della madre e la chiara consapevolezza del figlio. Quando tale samyoga viene osservata, Varuṇa ci appare sotto forma di spazio infinito per l’integrazione con gli oggetti del mondo esterno, simboleggiato dall’elemento acqua. Ma non appena la nostra samyoga viene meno, cadiamo nelle distrazioni, perdiamo il giusto rapporto con gli oggetti; allora Varuṇa appare sotto forma di un essere spietato, capace di trascinarci con le sue reti nelle profondità dell’oceano.
Quando gli oggetti ci appaiono come una «madre» o una «sorella», cioè quando si realizza la samyoga, Varuṇa è presente in noi come spazio infinito e onnipervadente. Ma quando gli oggetti diventano una «sposa mondana», la rete di Varuṇa ci trascina nell’oceano dell’inconsapevolezza.
«Nel Veda Varuṇa è un re, ma non dei Cieli in quanto tali, poiché questo è Indra, bensì dell’etere supremo e onnipervadente e di tutti gli oceani».
Varuṇa è lo stato naturale stesso nella sua gloria, onnipotenza e forza.
Nei testi si dice: «Che tu cammini, stia in piedi, dorma o mangi, contempla il re non duale». È proprio lo stato naturale a essere chiamato re, poiché occupa una posizione preminente. Questa regalità dello stato naturale è personificata da Varuṇa. La potenza, la capacità di opporsi ai demoni, come il demone limitatore Vṛtra, la capacità di liberare e purificare ogni cosa spontaneamente: tutto questo è funzione di Varuṇa.
«Tutti gli spazi appartengono a Varuṇa, tutta l’illimitatezza è sua proprietà e dominio.
Nella rappresentazione mistica l’etere e l’oceano si fondono insieme, diventando un tutt’uno. Varuṇa, con la sua legge sconfinata e la sua verità, è chiamato a guidare la nostra volontà e i nostri giudizi limitati, affinché possiamo evitare questi pericoli».

Ogni volta che la vostra coscienza si espande, quando guardate l’orizzonte o l’oceano, questo è il darśan di Varuṇa: una parte di lui si dischiude in voi, poiché anche in voi egli ha la sua rappresentanza. Al tempo stesso si dice che Varuṇa agisca come guida per la volontà e la mente limitate. In altre parole, Varuṇa ci insegna: guarda ogni cosa dalla posizione dell’infinito, guarda ogni cosa dalla posizione dell’illimitatezza; non essere limitato dalla tua piccola visione, dai tuoi piccoli pensieri, dalla tua piccola volontà, dalla sensazione «io sono un piccolo corpo» (questo è ciò a cui gli esseri viventi sono profondamente attaccati).
La nave divina e la barca umana
«Non possiamo intraprendere il viaggio su una barca umana, ma dobbiamo “salire sulla nave divina, un’imbarcazione irreprensibile e dotata di buoni remi, che non affonda, sulla quale possiamo compiere in sicurezza il viaggio oltre il peccato e il male”».
Spesso gli esseri viventi cercano di intraprendere il cammino della liberazione su una barca umana, ma questa barca non è adatta al cammino della liberazione: può presto fare acqua e non arrivare affatto a destinazione. La barca umana è la mente e l’ego che ne deriva, con le kleśa e gli attaccamenti.
Accade che una persona intraprenda sconsideratamente il cammino spirituale, considerandolo un’altra avventura spirituale durante la quale le sue illusioni e i suoi desideri verranno assecondati, come qualcosa di leggero e superficiale. Non c’è nulla di sorprendente: l’essere umano è semplicemente fatto così. Ma prima o poi vede che la barca sulla quale cerca di raggiungere l’altra riva non è adatta, perché procede troppo lentamente, è piena di buchi e la sua stessa struttura non è affatto adatta a navigare nell’oceano sconfinato dell’universo. A poco a poco comprende di dover costruire un nuovo sé, una nuova nave sulla quale poter volare, sviluppando nuove qualità; e questo non è un processo rapido.

Una volta parlavo con un uomo che voleva diventare monaco. Diceva: «Pensavo di praticare per due anni, raggiungere rapidamente la meta e poi insegnare agli altri». Pensai: «Accidenti, che prabhu, bravo. Magari le vostre parole potessero diventare miele, ma il prezzo da pagare è alto». Mi chiese: «E quale sarebbe questo prezzo? Guadagno abbastanza bene». Risposi: «Il prezzo siete voi stessi, voi come siete adesso».
Varuna ci insegna che non si può affrontare il cammino spirituale con le proprie limitazioni. Prima di definirsi una persona che ha intrapreso il cammino, è necessario imparare moltissime cose: l’umiltà, la pazienza, il controllo dei sensi, la capacità di mettere il proprio ego in secondo piano, il servizio come principio dell’ego impersonale. Quando sentiamo di essere toccati dal darshan dell’Infinito, significa che gli insegnamenti di Varuna ci stanno toccando poco a poco e che ancora una volta dobbiamo fare una scelta.
Varuna come signore dei fiumi celesti
«Al di là dei cieli più remoti, nell’oceano supremo di luce e nell’immensità dell’etere sovracosciente più elevato, ci attende il nostro cielo, che dimora nella verità nascosta da una verità minore, proprio come nella notte dell’incoscienza l’oscurità è immersa e avvolta da un’oscurità ancora più grande. Questa è la verità del re Varuna. Varuna contiene tutto questo nel suo essere sconfinato, vede tutto e dirige tutto con la sua conoscenza infinita. Tutti questi oceani gli appartengono, fino all’incoscienza con le sue notti, che sembrano l’esatto opposto della natura di Varuna, dotato dell’immenso splendore dell’unico, eterno e sconfinato sole, portatore di luce, gioia e verità. Il giorno e la notte, la luce e l’oscurità sono soltanto simboli della sua infinità. Lo splendente Varuna ha abbracciato le notti; con la sua conoscenza creatrice stabilisce in sé le aurore. Visibile, abbraccia tutte le cose.
Da questa concezione degli oceani nasce il concetto dei fiumi vedici. Questi fiumi sono presenti ovunque: sono acque che scendono dalla montagna e salgono nel regno della mente, estendendosi e illuminando con il loro flusso gli oscuri recessi subconsci di Vritra».

Si ritiene che i fiumi vedici, come il Gange, la Yamuna e la Sarasvati, abbiano origine nei mondi celesti, scorrendo dal monte Meru, mentre la loro sorgente si trova nello stesso Vishnu, che con il dito del piede praticò un foro nel Brahmanda (l’uovo cosmico). Alcuni fiumi scorrono attraverso Brahma, poi attraverso Dhruva-loka, quindi attraverso i rishi, che li accolgono sul capo compiendo questo servizio; in seguito attraversano i mondi celesti di Svarga-loka, offrendo diversi piaceri agli abitanti celesti e scendendo sugli alberi mistici kalpavriksha. Quando questi fiumi scorrono nei mondi celesti, i corpi degli abitanti celesti che bevono la loro acqua si impregnano di fragranza e forza vitale; da questi fiumi ricevono qualsiasi cosa desiderino (vestiti, oro, cibo e altro), semplicemente contemplandoli. Poi questi fiumi si manifestano già sul piano terrestre come fiumi sacri, nei quali gli esseri umani si immergono, verso i quali compiono pellegrinaggi e così via, e che vengono inoltre proiettati nei canali del corpo umano.
E Varuna, il signore di questi fiumi, si trova alla loro sorgente, poiché anche tutte le acque sono soggette a lui.
«Sono i possenti fiumi celesti che Indra fa scendere sulla terra. Sono correnti di verità. Sono la pioggia dei suoi cieli radiosi. Sono le sette eterne sorelle e compagne. Sono le acque divine che portano la conoscenza. Si riversano sulla terra, risalgono dall’oceano, scorrono nell’oceano, si innalzano verso i mari supremi».

I sette fiumi della coscienza e pratyahara
Quali sono dunque questi fiumi relativi sul piano relativo? Sono i cinque organi di senso e le loro facoltà (vista, gusto, udito, tatto, olfatto), la mente con la sua memoria e l’ahamkara. Tutti e sette devono ritornare a Varuna, all’oceano dell’infinito. Finché non impareremo a ricondurre questi sette fiumi, queste sette correnti, alla consapevolezza originaria, Varuna continuerà a catturarci con le sue reti e a immergerci nelle oscure acque dell’inconscio.
Spesso, quando percepiamo il mondo, accade che ci protendiamo fortemente attraverso alcuni organi di senso. Attraverso la vista, l’udito e il gusto ci lasciamo coinvolgere e catturare da questo mondo, perdiamo il prana e la consapevolezza, perdiamo il centro interiore della consapevolezza.
Comprendere il darshan di Varuna significa unire tutti questi sette flussi nello spazio sconfinato della consapevolezza «Io sono», quando la mente, l’ego e le cinque coscienze proprie degli organi di senso sono come rivolti verso un unico punto, si raccolgono tutti insieme.
In uno degli insegnamenti sulla meditazione di una delle scuole si trovano queste parole: «Prima di meditare, bisogna rimproverare tutti gli organi di senso, poiché, come ladri, rubano l’energia interiore». È proprio così. Finché non rimprovererete i vostri organi di senso affinché percepiscano correttamente il mondo e non ne siano catturati, sarà difficile mantenere questo centro interiore. Questo rimprovero è il pratyahara: la capacità di distogliere il focus della propria attenzione dagli oggetti e dai loro organi di senso e rivolgerlo alla consapevolezza stessa. Quando tutti questi sette fiumi confluiranno in quell’estuario dove dimora Varuna, otterrete una presenza fondamentale incrollabile, che unisce tutte le esperienze, e la rete di Varuna non sarà più in grado di catturarvi.
«L’oceano Varuna è il re di tutte queste acque.
In uno degli inni si dice: «Nei fiumi ascendenti egli è il fratello delle sette sorelle, egli è in mezzo a loro».
Un altro rishi proclama: «Nei fiumi Varuna siede, sostenendo la legge delle sue azioni, compiute nella volontà, per il dominio supremo».
Il rishi Vasistha parla più precisamente delle acque divine, pure e purificatrici, che scorrono come miele, in mezzo alle quali avanza il re Varuna, contemplando la verità e la menzogna nelle creature.
Varuna, come Indra, con il quale è spesso associato, libera anch’egli le acque. Scaturendo dalle sue possenti mani, esse, al pari di lui, diventano onnipervadenti e scorrono verso una meta sconfinata.
«Figlio dell’infinità, colui che si afferma ampiamente, le ha liberate ovunque. I fiumi si sono slanciati verso la verità di Varuna».
«Varuna, con la sua potenza e la sua visione moltiplicata mille volte, scorge la meta di questi fiumi. Egli è il signore dei regni, è la forma dei fiumi, poiché in lui vi è una forza suprema e universale». Il suo movimento oceanico lava tutti i regni dell’Essere e sale verso le altezze paradisiache dei cieli.
«Egli è l’oceano nascosto, e si solleva oltrepassando il cielo. Quando ebbe deposto la parola sacrificale in queste aurore, allora con il piede, come con un raggio, calpesta gli incantesimi malvagi e ascende al paradiso».
Vediamo che Varuna è l’onda oceanica della divinità celata; quando ascende, si manifesta sempre più nella propria ampiezza sconfinata e nell’estasi dell’anima del veggente liberato in Dio. Gli incantesimi malvagi che egli spezza con il suo passo sono le false formazioni create dai signori delle tenebre».

Superare gli incantesimi malvagi di maya
Ogni essere vivente, qualunque cosa pensi di sé, è soggetto agli incantesimi malvagi. Altrimenti non sarebbe un comune essere vivente nella maya, ma sarebbe una divinità liberata. Questi incantesimi malvagi sono uno strato di oscurità costituito da tamas e rajas. Prima di raggiungere la liberazione, l’essere umano deve stabilirsi saldamente nel sattva, mentre deve placare e sottomettere quella parte di sé costituita da rajas e tamas.
Per esempio, una persona si alza al mattino e si trova in uno stato così tamasico che non medita, non esegue asana, non recita il mantra; arriva a malapena al prasada, poi svolge il servizio e pensa: «Quando arriverà finalmente il prossimo prasada?». Mentre svolge il servizio, parla; quando mangia il secondo prasada, anche in lui sorge uno stato non molto sattvico, perciò la sera, durante il mahashanti, gli è difficile meditare, la sua mente torna a disperdersi e, quando legge il testo, non capisce nulla. Quando arriva il momento della lezione, gli è difficile comprendere di cosa si stia parlando, e si ritrova di nuovo in uno stato confuso. Poi si sdraia in shavasana pensando: «Finalmente». Ecco come è trascorsa la sua giornata. E quanti lampi di sattva, lampi dello stato originario, ha avuto? Che cosa ne pensate? Un giorno, il secondo, il venticinquesimo, il settantaduesimo, il centesimo, il trecentocinquantaseiesimo, un anno, il secondo anno, il terzo anno. In quale direzione è orientato il suo vettore? Quali sono le sue possibilità di liberarsi, di rinascere nei mondi superiori, di ottenere una nascita pura, di nascere in terre pure? Dobbiamo essere realisti.
Non è facile per gli esseri viventi spezzare gli incantesimi di māyā. A tal fine bisogna compiere, ve lo dico, sforzi sovrumani. E questo non significa compiere qualche grande impresa eroica. L’eroismo del monaco si manifesta ogni giorno nella quotidianità, è fatto di piccole cose. Ogni giorno superi te stesso, ogni giorno ti lanci una sfida, ogni giorno cerchi di essere impeccabile. A poco a poco sconfiggi tamas e rajas, costringi te stesso a praticare, a essere vigile e a ricordare i tuoi impegni, ti sorprendi nei momenti di incoscienza, nei compromessi, nelle varie distrazioni, osservi tutti i tentativi della tua mente e li interrompi. E questo non va fatto per un solo giorno: è necessario compiere per anni una simile impresa ininterrotta.
Praticando in questo modo, scopri con tua sorpresa di essere un «cacciatore mediocre», che la mente e l’ego si manifestano molto più rapidamente di quanto tu riesca a notarlo, che rajas e tamas ti precedono. E comprendi che devi sviluppare e perfezionare la tua abilità venatoria, che devi essere un buon cacciatore: catturare la tua mente, catturare l’ego, catturare i desideri, catturare rajas, catturare tamas. Devi semplicemente diventare un maestro dotato di diversi abili strumenti, trappole e quant’altro. Ma non esiste un’altra via, poiché non è facile disperdere gli incantesimi di māyā, composta da rajas e tamas.
La tradizione cristiana e il sonno yogico
Molti, per esempio, nella tradizione cristiana agiscono in questo modo. Un anziano diceva: «Se vuoi che il diavolo non si insinui nella tua anima, faresti meglio a non dormire affatto, rimani vigile». Alcuni fanno proprio così, perché sanno che quando ti addormenti diventi incosciente, e che rajas e tamas si insinuano in te.
Non vi esorto a rimanere svegli: potete dormire secondo un regime prestabilito, tuttavia si può dormire di un sonno yogico, praticando la sādhana; cioè potete lavorare con la pratica, creare una saṅkalpa, compiere la sādhana. La cosa più importante è essere vigili durante la veglia. A volte una persona non è vigile durante la veglia: sembra essere sveglia, ma in realtà è come se dormisse. Lasciarsi assorbire dai concetti, dalle fantasie della propria mente, dall’ego è la stessa cosa che addormentarsi da svegli.
Sono veramente vigili soltanto coloro che si sono profondamente radicati nella propria presenza naturale, che si sono separati dagli organi di senso, hanno trovato il punto della consapevolezza e vi si sono stabiliti, per poi tornare nuovamente all’esterno, verso gli organi di senso, da quel punto di consapevolezza. Ma ora sono tornati non come schiavi, bensì come padroni; non come ospiti, bensì come proprietari degli organi di senso. Soltanto costoro possono essere definiti vigili. Gli altri dormono, immersi ora nei pensieri, ora negli organi di senso, ora nelle proprie proiezioni, ora nelle fantasie dell’ego.
Questo processo di risveglio dallo stato di sonno da svegli alla vigilanza ininterrotta ventiquattro ore al giorno è una battaglia contro gli incantesimi di māyā, contro rajas e tamas, per sattva e per la luce che scaturisce dallo stato originario.
È impossibile descrivere tutta la gioia e tutti i meriti che scaturiscono dalla vittoria in una simile battaglia.
Varuṇa come custode della legge universale

«Varuṇa, che incarna i cieli della verità divina e l’oceano dell’essere divino, non può essere soltanto la personificazione del mare o del cielo fisico. Egli è il purissimo e maestoso re che schiaccia il male e libera dal peccato. Il peccato è una violazione della purezza della legge e della verità divine. La risposta a esso è l’ira del purissimo e del possente. Il re della legge divina rivolge la sua arma contro coloro che, simili ai figli delle tenebre, servono l’arbitrio e l’ignoranza; su di loro cala il laccio, ed essi cadono nella trappola di Varuṇa».
Varuṇa vigila anche sul rispetto del principio universale (ṛta) e delle leggi dell’etica. Quando qualcuno viola uno dei principi etici, i voti, gli impegni o il proprio dharma, si ritiene che su di lui si abbatta l’ira di Varuṇa. La nostra infinità interiore, la nostra coscienza comprende quando agiamo nell’oscuramento o inconsapevolmente; essa si adira, si oppone al seguire vie errate.
La mente e l’ego a volte possono percorrere i propri sentieri oscuri, catturati da rajas e tamas e incapaci di opporvisi; possono seguire il desiderio, l’orgoglio, l’autoespressione, se manca l’auto-liberazione. Ma Varuṇa, nell’aspetto dell’infinità presente in noi, si adira per questo: il vero «Io», l’anima, comprende sempre e si oppone a questi sentieri errati. In tal modo, Varuṇa incarna dentro di noi la legge etica e morale e la legge dei principi universali originari (ṛta).

Liberazione dal peccato attraverso il sacrificio
«Coloro che cercano la verità attraverso il sacrificio si liberano dai legami del peccato, come un vitello si libera dalla corda o una vittima viene sciolta dal palo sacrificale. I rishi cercano in molti inni di allontanare l’ira punitiva di Varuna e lo supplicano di liberarli dal peccato e dal suo prezzo – la morte. Essi esclamano: «Allontana da noi la distruzione! Liberaci persino da quel peccato che abbiamo già commesso. Recidi da me il peccato come una corda».
Vasishtha rivolge un’appassionata preghiera al potente Varuna: «È per scarsità di volontà che abbiamo agito contro di te, o purissimo e potente; sii misericordioso verso di noi, abbi pietà. La sete ha colpito colui che ti adora, benché si trovasse in mezzo alle acque. Sii misericordioso, o potente Signore, abbi pietà! Qualunque cosa sia, o Varuna, qualunque cosa noi uomini abbiamo compiuto, rinnegando la nascita divina, quando per ignoranza abbiamo respinto le tue leggi, non punirci per questo peccato, o dio!»
Qui si dice: «È per scarsità di volontà che abbiamo agito contro di te». Spesso l’essere umano, poiché la sua volontà è debole e poco sviluppata, agisce contro la consapevolezza, contro l’infinità interiore, incapace di resistere ai desideri mondani, all’egoismo e alle tentazioni mentali. Tutto ciò accade perché la sua volontà, in quanto agente di questa infinità nella dimensione relativa, è debole.

Allenamento della volontà
La volontà deve essere allenata. La si allena proprio come un atleta può allenare i propri muscoli. Se la vostra volontà è forte, le pratiche più difficili diventano possibili.
Spesso bisogna fare ciò che non si vuole fare e non seguire ciò che si desidera fare. Spesso bisogna agire contro le proprie preferenze egoistiche, ma realizzare qualcosa di più elevato – ciò che sta al di là delle preferenze. Spesso bisogna dimostrare pazienza e perseveranza. Quando agite in questo modo, la vostra volontà si sviluppa e si tempra. E questa volontà è capace di opporsi ai pensieri, ai desideri, alla pressione delle klesha – a qualunque cosa.
Il pericolo del prakrita-sahajiyismo
Tra i praticanti che seguono il dharma della non-dualità e soprattutto l’anuttara-tantra esiste una grande tentazione, e questa tentazione consiste nel prakrita-sahajiyismo. Senza aver sviluppato le qualità necessarie, senza aver sviluppato la volontà, si può accogliere superficialmente la concezione dei siddha riguardo alla purezza naturale, alla perfezione, all’unione di ogni cosa con la Natura della Mente e alla spontaneità priva di sforzo. Accogliere una simile concezione prakrita-sahajiyista e introdurla nella propria vita senza aver temprato la propria personalità è un grave errore, del quale in seguito si può pagare il prezzo per decine di anni o persino per decine di vite, poiché è impossibile passare dalla pashu-bhava alla divya-bhava. Il pashu deve superare la propria natura pashupatica e diventare prima un vira. Se diventerà un vira, allora un giorno il vira che è in lui potrà raggiungere il divya. Il sahaja-dharma, l’anuttara-tantra e la laya-yoga nella loro essenza sono divya-dharma; non sono affatto pashu-dharma e nemmeno vira-dharma. Questo va compreso.
Tre tipi di praticanti: pashu, vira e divya
Il pashu si basa su un’adesione superficiale al dharma. I suoi difetti sono: timidezza, volontà debole, assecondamento dei desideri sensoriali, orientamento verso l’opinione esterna della società, assenza di volontà personale, scarsa responsabilità per le proprie scelte – tutte queste sono qualità del pashu. Complessi e paure: ecco che cos’è il pashu. E nella società vedica il pashu shastrico rappresenta il cammino delle limitazioni, quando dalla nascita alla morte ci si trova sotto la supervisione dei brahmani nel rituale e nel servizio, si leggono i Veda, si partecipa al culto templare, ci si sviluppa poco a poco e si controllano i propri sensi – questo è il pashu shastrico nell’India vedica. Affinché il pashu shastrico nell’India vedica raggiunga una rinascita superiore, deve sorvegliarsi dalla mattina alla sera, osservare i rituali, rimanendo nella propria casta, gotra e varna, senza fare un solo passo a destra o a sinistra, poiché, non appena ne uscirà, precipiterà al livello del pashu non shastrico, del mahapashu, cioè a uno stato animalesco. Perciò deve sorvegliarsi costantemente, osservare incessantemente la purezza rituale e vivere sempre secondo determinati samskara vedici, anche se è un laico.
Vīra è un altro tipo. Nel vīra sono assenti tutte le limitazioni proprie del paśu. Il vīra è una persona dotata di grande forza di volontà e sicura di sé. È colui che ascolta la voce interiore e la segue. È colui che è capace di praticare una sādhana ascetica, che possiede senso di responsabilità ed è pronto, per mantenere la propria parola, a smuovere le montagne, se ha dato una parola. Il vīra ha altri problemi, per esempio: sopravvalutare le proprie forze, orgoglio, eccessiva autostima, desiderio di gloria. Il vīra è capace di austerità, di tapas, di controllo dei sensi, perché nell’animo è un eroe e un vincitore. Ma allo stesso tempo il limite del vīra è il suo affidarsi a se stesso, all’ego, ai propri sforzi. Questo è al tempo stesso il suo punto di forza e il suo limite, poiché non riesce ad abbandonare se stesso e a dischiudere qualcosa di più sottile. Combatte finché l’ego del vīra non si esaurisce in questa battaglia.
E infine, divya è colui che dimora realmente e in modo sottile nel divino, colui che comprende istantaneamente il principio dello stato originario di assenza di sforzo e apertura, e che è egli stesso un’incarnazione del divino. Deve soltanto rimuovere alcuni veli della mente. Il divya possiede sattva, ne possiede in grandissima quantità, e talvolta essa si manifesta come capacità creative, talvolta come chiarezza. Grazie a questo sattva è capace di lasciar passare attraverso di sé la luce dell’Anugraha, e tutto ciò di cui ha bisogno è abbandonarsi a questa Luce. Il vīra non può farlo, perché è intrappolato nello sforzo personale, nella ricerca personale. Percepisce il dharma in modo troppo personale. Non ha ancora compreso che il dharma ha un carattere impersonale. Il paśu non ne è capace, perché possiede molte limitazioni interiori. Solo il divya, che possiede una grande quantità di sattva, può fare dell’Anugraha un cammino: per lui il sentiero senza sforzo funziona davvero.

Varuṇa come guida della volontà e del pensiero
«Grazie a quell’occhio con cui Varuṇa vede tutte le cose, il simbolo luminoso del sole, egli possiede la capacità di purificare. E finché non guiderà la nostra volontà e non ci insegnerà il discernimento, finché non comprenderemo il pensiero divino, non potremo salire sulla nave degli dèi per attraversare con il suo aiuto l’oceano della vita, oltre tutti questi ostacoli e il male».
Dunque, «finché non guiderà la nostra volontà e non ci insegnerà il discernimento». Varuṇa, in quanto signore dell’infinito, deve assumere il ruolo di maestro, di guida. Se una persona comune è governata in modo del tutto inconsapevole da saṃskāra e vāsanā, e tutta la sua vita non è altro che l’esperienza delle vāsanā e dei saṃskāra, nello yogin Varuṇa, in quanto signore dell’infinito, guida sia la volontà sia il pensiero. Ciò significa che il pensiero, come minimo, si è auto-liberato e viene guidato dall’infinito interiore. La volontà non serve i capricci dell’ego, della mente o di altri elementi esteriori; serve anch’essa l’infinito della consapevolezza naturale.
Il vero yogin ascolta con grande attenzione questo infinito interiore, non fa un solo passo senza di esso. Può fare qualcos’altro, può sacrificare qualcosa, ma non sacrificherà questo infinito e sviluppa costantemente dentro di sé l’obbedienza. Grazie a ciò, la sua mente non è priva di controllo e la sua volontà non è priva di controllo.
La sovranità regale di Varuṇa e la purificazione dal peccato
«Dimorando in noi come pensatore dotato di conoscenza, Varuṇa allontana il peccato da noi commesso. Con la sua autorità regale ci perdona le nostre trasgressioni, commesse nell’ignoranza».

Che cos’è dunque questa autorità regale di Varuṇa? L’autorità regale dello spazio infinito, quando ne prendiamo coscienza, è tale da poter liberare ogni cosa, da poter disperdere tutte le oscurazioni e le costruzioni mentali. Per quanto la mente possa essere oscurata o catturata da pensieri peccaminosi, nel momento in cui riconosciamo l’essenza infinita di Varuṇa dentro di noi ed entriamo in uno stato mentale simile allo spazio, tutto ciò, come i cerchi sull’acqua, è come se non esistesse: si auto-libera.
Spesso accade che, se una persona è limitata dalla propria mente o dagli organi di senso, abbia troppi dubbi. La sua mente può facilmente oscurarsi, può facilmente cadere nell’impurità e soffrirne, chiedendosi se abbia commesso un atto peccaminoso, per quanto tempo dovrà portarlo dentro di sé e come purificarsene.
Ma qui si dice che Varuna possiede il potere regale di purificare dalla peccaminosità e dall’impurità. Ciò avviene nel momento in cui ci apriamo al darshan di Varuna attraverso la contemplazione naturale, quando, invece di permanere al livello del corpo mentale o astrale, iniziamo a percepire la luce che proviene dal corpo causale (anandamaya-kosha) e poi dall’Atman. Allora tutti gli appigli della mente, i nodi della mente e gli stati oscurati si dissolvono senza sforzo in questa luce, perché per essa non è affatto difficile dissolverli, così come per un elefante non è difficile spaventare un insetto, per esempio una cavalletta.

Si dice che, quando l’elefante va ad abbeverarsi, tutti gli insetti fuggono terrorizzati. L’elefante non ha nemmeno l’intenzione di spaventare gli insetti, non pensa: «Bene, adesso gliela farò vedere io!» Semplicemente va a bere, non li vede nemmeno e non sospetta della loro esistenza.
Allo stesso modo, la posizione regale e il potere di Varuna consistono nel fatto che, non appena rivolgiamo l’attenzione all’infinito, tutti gli stati oscurati, le klesha che ci tormentavano o impedivano alla mente di essere in pace, vengono immediatamente placati.
Migliaia di guaritori di Varuna
«Utilizzando un’altra immagine, il Veda ci dice che questo re ha al suo servizio migliaia di guaritori e che, grazie al fatto che essi curano i nostri difetti mentali e morali, otteniamo una solida base nell’esistenza retta e illimitata di Varuna».

E chi sono queste migliaia di guaritori al servizio di Varuna? Si possono elencare.
Sono:
la saggezza discriminante;
la chiarezza conferita dalla contemplazione naturale;
l’ispirazione dell’orgoglio divino che sorge come risultato della shambhavi mudra;
l’auto-liberazione dei pensieri, delle emozioni e delle klesha;
l’esperienza delle diverse forze creative che nascono nel nostro flusso unicamente grazie al fatto che rivolgiamo l’attenzione a questo stato illimitato;
la consapevolezza impeccabile che permette di comprendere qualsiasi fenomeno.
Tutto questo sono i guaritori di Varuna, cioè l’antidoto che si accende naturalmente nella mente non appena rivolgiamo l’attenzione all’essenza dell’infinito e dell’atemporale dentro di noi. Anche se vi trovate in uno stato di collera e rivolgete l’attenzione all’infinito dentro di voi, vi verrà da ridere della vostra rabbia, e la rabbia diventerà nient’altro che un gioco.
Riflettete: una persona in un piccolo corpo si è arrabbiata con un’altra persona in un piccolo corpo, mentre da qualche parte, in questo momento, l’intero sistema solare non è altro che un granello di polvere nella galassia, e l’intera galassia non è altro che un granello di polvere nell’intero universo. E l’intervallo di tempo durante il quale viviamo non è altro che un lampo istantaneo nel corso del giorno di Brahma o della nostra manvantara, in termini temporali. Tra un miliardo di anni tutto sarà ridotto in polvere; nessuno sospetterà nemmeno che forse ci sia stata questa lezione, che ci siano state persone che si occupavano di queste cose, che avessero dei sentimenti. E un miliardo di anni per Brahma è uno stato del tutto impercettibile: egli non vede nemmeno tali intervalli temporali come intervalli, tanto sono piccoli. E se riflettete dal punto di vista dell’infinito, i vostri attaccamenti e le vostre emozioni scompaiono immediatamente.

Il trono regale di Varuna e la forza universale
«Il trono regale del grande Varuna significa la sua autorità suprema e illimitata su tutto ciò che esiste. Egli è il potente signore del mondo, l’autocrate. Varuna possiede ampiezza e tutta la varietà delle forme e delle manifestazioni; tra i suoi epiteti consueti vi sono: sconfinato, abbondante, colui la cui dimora è l’ampiezza, colui che ha molte nascite. Ma il suo essere possente comprende non solo l’immensità universale, bensì anche la forza e la potenza universali.
«La tua forza, la tua potenza e il tuo impeto non possono essere raggiunti né da questi uccelli nei loro voli migratori, né da queste acque che scorrono incessantemente, senza sonno, né da coloro che si nascondono nell’immensità del vento».
Questa è la forza dell’esistenza universale, che si muove in modo pervasivo e agisce in tutto ciò che è vivo. E dietro questa immensa forza universale e l’essere sconfinato agisce, osservando ogni cosa, la conoscenza universale illimitata».

Dunque, Varuna è anche forza e potenza. La pratica dello stato naturale sembra soltanto sottile; in realtà vi rende uno shaktiman, il signore della shakti. A poco a poco, il principio della consapevolezza si rivela come bhava sconfinata, che invoca, pacifica e sottomette qualsiasi forza dell’universo. Quando questa bhava sconfinata viene scoperta, le forze universali iniziano spontaneamente a venire dallo yogin con le mani giunte in namaste, chiedendo: «Come possiamo servirti?»
Perché vengono dallo yogin? Perché lo yogin ne ha acquisito il diritto, ha ricevuto un artefatto divino: questa perla della consapevolezza. Ma se la perla della consapevolezza non è stata dischiusa e lo yogin non ne è padrone, naturalmente le forze divine non verranno da lui con le mani giunte in namaste e non chiederanno: «Come possiamo servirti?» Al contrario, invieranno i loro aspetti seducenti e diranno: «In che modo puoi servirci?» (attraverso i desideri mondani).
Lo yogin diventa uno shaktiman quando si stabilisce nella shambhavi-mudra e nella bhava come centro del proprio essere, senza mai abbandonarlo.
Le prove degli esseri divini
Spesso gli esseri divini, osservando il modo in cui praticano gli esseri umani, guardano agli uomini con scetticismo. Da un lato, sanno che l’esistenza umana è preziosa e che per molti di loro sarebbe preferibile per raggiungere la liberazione. La vita in un corpo umano, a differenza della vita degli dèi nei cieli della passione, offre la possibilità di raggiungere la liberazione in breve tempo. D’altro lato, dotati di orgoglio, guardano agli esseri umani con scetticismo, pensando: «Che cosa possono fare questi mortali? Quale forza di coscienza possiedono, quali forze creative, quale volontà? Sono soltanto esseri inferiori».
E quando lo yogin comincia a praticare, non lo accettano subito come shaktiman, ma lo mettono alla prova. Dapprima gli danno la possibilità di dimostrare il proprio valore, seducendolo con esperienze, capacità o persino benedizioni mondane di vario genere, pensando: «Diamogli una benedizione mondana e vediamo come reagirà».
E quando una persona aspira a diventare monaco o si dirige verso la liberazione, le viene data la possibilità di ottenere questa benedizione mondana: ricchezza, fama o onori giungono a lei, che diventa molto celebre. Tutto questo, in realtà, è una prova da parte dei deva mondani.
Chi possiede meno meriti riceve, invece delle benedizioni mondane, alcune difficoltà, per mettere alla prova la sua volontà e la sua forza d’animo.

«Varuna possiede molte energie, che incarnano una potenza eroica, nonché la capacità di un’ampia espressione propria del pensatore. Viene a noi come divinità della grandezza e della forza, ma al tempo stesso riconosciamo in lui lo spirito di una visione ampia. Varuna domina se stesso e il mondo intero. Nell’essere umano si manifesta come regalità del pensiero e dell’azione, pienezza di saggezza e di volontà.
Acquisite nella divinità, in Varuna, «onnipotente, onnisciente, la cui visione è molteplice come mille occhi, la cui forma è la verità», queste qualità ci elevano al livello dei principi supremi e universali dell’esistenza. Dinanzi a noi si dischiudono la grandezza divina ed eterna, l’illimitatezza della coscienza e l’immensità della forza, la saggezza onnipotente, la forza onnisciente, la legge affermata, la verità realizzata».


