La grandezza del Guru, del Linga e del Jangama: il cammino della visione pura
25.10.2026
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È proprio il Guru la causa delle azioni coronate dal successo (il conseguimento del risultato desiderato), poiché in realtà è Dio stesso, il Grande, a essere presente qui, incarnato nel Guru. Il Grande Signore (Shiva), oceano della conoscenza eterna, è immanifesto. Egli si incarna nella forma del Guru per manifestare la propria grazia verso tutti.
La grandezza del Guru, la grandezza del linga, la grandezza dei jangama, la grandezza dei devoti e la grandezza di coloro che hanno preso Rifugio: tali sono i cinque oggetti che irradiano grandezza. Percorrere il sentiero del Dharma significa avvicinarsi a tale grandezza, purificarsi attraverso di essa e far nascere la propria grandezza interiore.
Tale grandezza interiore è chiamata brahma-aham-bhava, divya-bhava e, in alcune pratiche, grandezza della divinità o orgoglio divino. In generale, è un termine comune che indica il principio dell'autodivinizzazione. Il principio dell'autodivinizzazione, in questo senso, consiste dapprima nel percepire le vibrazioni divine dall'esterno, poi nello scoprirle dentro di sé, passare completamente a esse e stabilirvisi saldamente.
Il cammino spirituale è un continuo consolidarsi in tale grandezza divina. Ma che cos'è la grandezza? È anche visione pura, sacralità, santità; è anche mistero, per esempio quello legato ai samaya. È particolarmente importante sottolineare che, grazie ai samaya, la grandezza divina cresce, mentre trascurandoli si perde rapidamente.
L'importanza di osservare i samaya e i protettori dell'insegnamento
Per esempio, l'insegnamento segreto della non dualità deve essere trasmesso soltanto a discepoli maturi. Se lo ricevono discepoli immaturi, inevitabilmente non lo comprenderanno, lo interpreteranno in modo errato, non saranno in grado di applicarlo e, di conseguenza, l'insegnamento verrà distorto. Perciò, riguardo agli importanti insegnamenti tantrici, vi è una prescrizione molto rigorosa di osservare i samaya, e i protettori del mondo sottile vigilano su questo: non è una finzione, ma qualcosa di reale.
Se seguite correttamente i samaya e li osservate, essi vi aiutano. Al contrario, se i samaya vengono usati impropriamente, potreste incontrare esseri molto seri del mondo sottile, ed essi vi chiederanno: «Qual è il problema? Che cosa succede con i tuoi samaya?». Cominceranno a rimettere in ordine la vostra mente, perché un tempo hanno assunto tale servizio.
Sono forze: forse un tempo erano esseri umani, sadhu, divinità o spiriti soggiogati dai siddha, ma hanno prestato giuramento, hanno fatto voto di proteggere l'insegnamento e preservare la purezza dei suoi samaya. A quale scopo? Affinché l'insegnamento rechi beneficio.
Vi è un aspetto esoterico di questo genere: esistono i lokapala (custodi dell'insegnamento). Per tale ragione occorre prestare molta attenzione alla trasmissione dell'insegnamento agli altri, alle istruzioni segrete e ai metodi segreti. Perciò i maestri siddha prestano grande attenzione alla scelta dei discepoli in base ai requisiti dell'adhikari, alla loro verifica, alla prova delle loro qualità, alla loro formazione e così via.
In altre parole, l'insegnamento è qualcosa di estremamente serio e importante non soltanto per noi, ma anche per molte migliaia di persone, forse per milioni di esseri viventi. A questo insegnamento partecipano anche i santi e le forze divine, e noi dobbiamo rispettare lo spirito della trasmissione. Non bisogna mai trattare con leggerezza l'insegnamento e ciò che vi è connesso.
La scoperta dell'aspetto sacro della realtà
Se osserviamo la purezza dei samaya, penetriamo gradualmente nello spirito della visione pura e dell'amore divino, della bellezza, della purezza e della grandezza della raffinatezza. Ciò diventa un principio onnicomprensivo di divya-bhava, che si insedia nel nostro cuore e comincia a rivelarci l'aspetto più recondito della realtà.
Pensiamo: «Mio Dio, come potevo prima guardare il mondo con occhi mondani?! Come potevo non capire che il mondo ha un rovescio, un altro lato della vita: sacro, santo, puro. È sempre esistito, è sempre stato qui, ma noi non lo vedevamo».
La visione pura è sempre esistita, i siddha e i santi sono sempre esistiti, la visione trascendente dell'Advaita è sempre esistita. Ma vi fu un momento in cui non lo comprendevamo, e un momento in cui cominciammo a penetrarvi e ciò ci fu rivelato.
Per esempio, qui, nel terreno, corrono spesso topi e talpe, e talvolta si aggirano degli scoiattoli. E gli scoiattoli non sanno che qui vi sono un altare, Shiva e Dattatreya, che si cantano i bhajan e si studia la filosofia dell'Advaita. Per loro è soltanto un terreno sul quale possono correre, scavare una tana e mangiare le noci messe da parte come provvista. L'ashram esiste, ma per loro non esiste. Qual è la differenza? La differenza sta nel fatto che è inaccessibile alla coscienza.
Allo stesso modo, il lato sacro della vita è precluso, inaccessibile nel samsara. Non è che venga vietato deliberatamente: sono i nostri limiti a impedirci di accedervi. Il Rifugio offre la possibilità di entrare nel lato sacro della vita, se lo seguiamo correttamente.
Può accadere che, con il passare degli anni, dimentichiamo di dover seguire correttamente il sentiero del Rifugio, e le nostre tendenze abituali e la nostra mente ci seducono e ci tentano. «Il karma reclama ciò che gli spetta», si dice. All’inizio una persona cercava profondamente di penetrare nel Dharma, ma poi le sue tendenze abituali, i suoi giudizi e l’esperienza mondana accumulata tornano a prevalere, ed essa assume una posizione ambigua, né da una parte né dall’altra: per metà nel Dharma, ma con una mente mondana.
Ma un sadhu non lo permette, non concede tregua alla propria mente mondana. La purifica continuamente, la libera continuamente, la dissolve e la controlla, e la sottomette allo yukti, ossia al ragionamento secondo la logica e lo spirito del Dharma. E, cosa più importante, la sottomette al divya-bhava (l’amore divino e la maestà divina).
La grandezza delle fonti del Rifugio
Queste fonti del Rifugio, la comprensione della grandezza di queste fonti del Rifugio, costituiscono un metodo talmente potente da permetterci di purificare il nostro karma attraverso le relazioni ordinarie. Infatti noi, come tutte le persone, viviamo, ci muoviamo, comunichiamo: apparentemente non c’è nulla di speciale. Ma se agiamo correttamente nello spirito del samaya, quelle stesse relazioni ordinarie possono diventare un sentiero di liberazione.
Due persone vivono in una stanza e comunicano, oppure tre persone, cinque persone: accumulano karma e klesha e rinascono. Qui ci sono le stesse persone, eppure sono persone diverse: comunicano in modo diverso, generano una visione diversa, meditano, contemplano e raggiungono la liberazione. Questa è la differenza.
Sappi che colui che è conosciuto come Shiva è il Guru stesso, e colui che è il Guru è Shiva. Una persona saggia che desidera conseguire la conoscenza non deve fare distinzioni tra loro.
Guru Yoga e persuasione della mente
Sul sentiero del Guru Yoga è molto importante convincere la propria mente che il tuo Guru è Shiva, oppure che il Guru è Dattatreya. Proprio come i buddhisti si convincono che il proprio Guru sia il Buddha. Hanno un’intera e complessa catena di ragionamenti logici.
Supponiamo che non sia il Buddha, ma potrebbe esserlo: sì, questa possibilità esiste. Ma se potesse essere il Buddha, perché non dovrebbe esserlo? Dal punto di vista della liberazione, è comunque più utile che il tuo Guru sia il Buddha. Ma se potesse essere il Buddha, perché non considerarlo tale ai fini del sentiero dell’illuminazione, dal momento che così si può ricevere la benedizione? Se è possibile considerarlo il Buddha, allora lo si può considerare il Buddha. Se lo si può considerare il Buddha, allora è il Buddha; e poiché è il Buddha, allora è certamente il Buddha. E se è certamente il Buddha, coltiva l’ammirazione, pratica il Guru Yoga e ricevi la benedizione.
Si tratta di un’intera catena costruita in modo logicamente complesso: dopotutto sono intellettuali e fanno grande affidamento sulla mente. Nel Sanatana Dharma ci affidiamo maggiormente al bhava, non alla mente, mentre loro si affidano di più all’intelletto; ma il principio è lo stesso: alla fine, per il proprio bene, bisogna arrivare a questo.
Allo stesso modo, il discepolo deve generare una tale fedeltà affinché la sua mente non dubiti mai e affinché possa essere connesso alla fonte di questa grandezza. Il Guru, come gli altri oggetti del Rifugio, è una determinata fonte. E se siete connessi a essa, questa fonte vi colma di shakti e di benedizioni.
Non è una fonte di denaro o di successo mondano, ma talvolta in India il Guru viene percepito in questo modo. Sì, e il Guru dice: «Bene, ti do la mia benedizione, diventa un uomo d’affari», e la persona diventa un uomo d’affari. Ma questo significa usare il Guru, la Guru-shakti, per uno scopo diverso da quello cui è destinata.
Nel vero senso della parola, la Guru-shakti è la fonte di una sottile energia spirituale capace di nutrire il corpo sottile del discepolo con le benedizioni dell’Anugraha-shakti, con la sua grandezza interiore, la sua purezza interiore, la sua bellezza interiore e il suo amore divino interiore. È capace di nutrire la devozione interiore, la sublimità interiore, la trascendenza e l’armonia.
Ma è possibile nutrirlo correttamente solo se comprendiamo che il Guru è Shiva e se abbiamo un legame di samaya: allora questo funzionerà. Se non abbiamo tale comprensione o non abbiamo un legame di samaya, non possiamo connetterci in questo modo a questa fonte. Perciò chi è connesso a una simile fonte è sempre ispirato, perché si nutre di questa shakti grazie alla sua corretta Guru-yoga.
Lo stesso vale per l’ishta-devata, per i jangama e, in generale, per il principio della visione pura. Il principio è questo: la visione pura, in quanto principio, è diffusa ovunque e può nutrirvi oppure non nutrirvi; non esiste una terza possibilità. Tutto dipende dal punto di vista che adottate e da come educate la vostra mente.
L’unicità del Guru
Il maestro dona la conoscenza. È puro. È l’incarnazione di Shiva. Non si può paragonarlo agli altri esseri umani solo perché ha mani, gambe e così via simili alle loro.
Con il progredire della pratica, quando vi convincete che il Guru è una manifestazione di Shiva o una manifestazione di Dattatreya, la fase successiva consiste nel far nascere, grazie a tale convinzione, la capacità di ricevere le benedizioni. Vale a dire: se il Guru è Shiva o il Guru è Dattatreya, allora io sono sempre accanto alla fonte della grazia, e questa grazia fluisce sempre su di me. Sono sempre in grado di riceverla; allora perché non riceverla per la pratica spirituale, dal momento che proprio questo è il mio scopo? La capacità di essere un recipiente vuoto e di accogliere la grazia è una qualità del discepolo.
Infine, la terza fase: grazie alla discesa della grazia e alla dissoluzione dell’ego, dobbiamo iniziare a penetrare negli aspetti più profondi della natura della nostra anima e giungere gradualmente alla convinzione che noi stessi siamo Shiva, che noi stessi siamo Dattatreya. Questa è la cosa più difficile: l’autoliberazione, l’abbandono di sé e l’autoriconoscimento.
Quando inizieremo a convincerci di essere Shiva e di essere Dattatreya, le strutture sottili della coscienza opporranno una resistenza disperata. Capiranno che la loro ignoranza e i loro klesha giungeranno alla fine, che non troveranno compimento, che le vite future potrebbero non aver luogo, che i desideri futuri potrebbero non essere egoistici e potrebbero non essere esauditi. Shiva non ha neppure un desiderio egoistico, e Dattatreya non ha neppure un klesha. Queste strutture tremeranno e resisteranno con forza, dicendo: «No, non siamo Shiva; qualunque cosa, ma non Shiva. Non siamo Dattatreya. Siamo semplicemente esseri umani, siamo semplicemente qualcuno, perché altrimenti non troveremo compimento, non realizzeremo le nostre intenzioni, i nostri desideri e le nostre tendenze».
E continueranno a resistere: «Che Shiva sia Shiva, che Dattatreya e il Guru siano Shiva, che lo siano i santi, ma noi vogliamo essere ancora esseri umani». Ecco come si comporteranno. A volte gli akhari parlano così. I sadhu vengono, si inchinano e dicono: «Che siano i grandi a meditare; noi difendiamo il Dharma. Questo ci basta».
Ma qui, se pratichiamo correttamente, riusciremo a unire questa coscienza, questa visione di noi stessi come Shiva e come Dattatreya, con i nostri klesha in modo tale che essi si sottomettano, si plachino e si trasformino, diventando gradualmente saggezze grazie a questa purezza interiore.
Offese e aparadha
L’offesa arrecata al maestro impedisce di conseguire il bene supremo; pertanto, chi aspira al bene supremo deve adorare il maestro con concentrazione.
Un’offesa è chiamata aparadha. Esistono Guru-aparadha, sadhu-aparadha, sangha-aparadha e dharma-aparadha. L’offesa significa che generiamo qualcosa che contraddice nettamente l’essenza di ciò di cui si parla.
Per esempio, se il Guru esprime il principio di Shiva, dello splendore spirituale, della saggezza e così via, mentre noi dipingiamo bruscamente nella nostra mente l’immagine di qualcosa di negativo e mondano, formulando giudizi di valore di carattere mondano. Lo stesso avviene se il Dharma rappresenta la luce suprema, la più alta purezza trascendente e la santità, mentre noi generiamo qualcosa di basso riguardo al Dharma, oppure lo diciamo o lo manifestiamo: tutto questo costituisce aparadha.
Perciò un sadhu deve essere sempre vigile, per non commettere mai aparadha, né consapevolmente né inconsapevolmente. Per esempio, non deve usare parole inappropriate quando parla degli oggetti del Rifugio. Non appena usate parole inappropriate in un bhava inappropriato, in uno stato di disprezzo, anche questo è aparadha.
Perché? Perché questa percezione maestosa, purissima ed elevata, che dovrebbe benedirvi, viene distrutta; in altre parole, viene distrutto il canale e, invece di connettervi, per esempio, alla prima tattva, vi connettete alla sedicesima tattva. Vale a dire, guardando il Guru, Dattatreya, una murti o qualsiasi santo, potete percepirlo attraverso la prima tattva. Questa è la percezione nella visione assolutamente pura, e allora essa vi benedirà.
Si può abbassare la propria percezione e percepire dalla ventesima tattva, o persino dalla trentaseiesima. Guardare una murti dalla trentaseiesima tattva significa pensare: «Oh, bronzo, argilla, vernice, non ci sarà alcuna benedizione», oppure percepirla dal punto di vista dell’ego, nella sedicesima tattva, nell’ahamkara-tattva: «Ma guarda che insolente».
È tutto: non appena avete proiettato la vostra visione in modo umano. Un sadhu deve essere molto vigile per non commettere mai aparadha nei rapporti con il Rifugio: all’inizio ciò richiede una grandissima vigilanza, se non siete esperti. Quando siete esperti, per voi è così naturale che non occorre nemmeno pensarci. Diventa la vostra cultura e la vostra etica, talmente radicate in voi da penetrare fin nel midollo delle ossa; ma all’inizio è necessario prestare attenzione.
È come entrare in una cabina di trasformazione, in una sottostazione dove ci sono 380 volt: soltanto con i guanti e gli strumenti, con estrema cautela, quando ogni azione deve essere accuratamente calibrata. È così che bisogna entrare in contatto con gli oggetti del Rifugio.
La devozione come via di dissoluzione dell’ego
In colui che non prova devozione per il Guru non può nascere neppure la devozione per Shiva; perciò la stessa devozione che si prova per Shiva deve essere rivolta anche al Guru.
La devozione e l’attaccamento non sono la stessa cosa. Anche una persona comune può provare attaccamento. L’attaccamento si ha quando un ego vede un altro ego e instaura una relazione per ottenere qualcosa da quell’altro ego, per esempio attenzione, sostegno o amore mondano.
Ma il Guru-yoga non è attaccamento. Il Guru-yoga è devozione, uno stato molto più elevato. Per esempio, se vi attaccate al Guru come a un ego, non ne ricaverete grande beneficio; forse ci sarà indirettamente qualche benedizione, ma non sarà corretto.
Devozione significa che discerniamo la prima tattva e contempliamo Dio attraverso l’oggetto al quale siamo devoti, e questa devozione deve dissolvere il nostro ego. La devozione, anche se ha inizio sul piano dell’ego, non termina mai al livello dell’ego, perché l’ego si scioglie nella devozione, l’ego si dissolve. Il processo della devozione è un potente elemento capace di fondere, come i raggi del sole che illuminano un disco di ghiaccio: con il tempo, questo disco di ghiaccio si scioglie e si dissolve.
Il fuoco dell’amore devoto scioglie il cuore di ghiaccio del sadhu, e sotto questo cuore di ghiaccio si rivela la luce purissima del lingam divino, lo splendore dell’unico bindu. Il cuore di ghiaccio: il ghiaccio rappresenta gli strati del karma; essi sono tutti composti di ghiaccio, sono tutti congelati. Ma aspettano il momento opportuno per manifestarsi. La devozione, tuttavia, è simile ai raggi concentrati del sole: scioglie tutto ciò e lo fa evaporare.
Dobbiamo far nascere in noi una devozione capace di aiutarci a sciogliere il ghiaccio del nostro karma. Se la devozione è scarsa, è impossibile fondere questo ghiaccio. Non è poi così difficile sciogliere il ghiaccio del karma: basta indirizzarvi il sole e comincia già a fondersi. Ma se questi raggi sono molto deboli, il karma non si scioglierà. Perciò un sadhu deve sempre aver cura che la sua devozione sia sufficientemente profonda, forte e pura; allora non sarà difficile sciogliere il ghiaccio del suo karma.
Come avviene questo? È semplice: in voi sono sorti avidità, orgoglio o invidia, ma in quel momento avete pensato al Guru-bhava, a Dattatreya, a Shiva, a un qualsiasi oggetto di Rifugio, e in voi è sorto un sentimento elevato.
Questo sentimento elevato attiva l’anahata-chakra e il sahasrara-chakra, e si apre un mondo purissimo, uno stato purissimo e profondamente ispirante. Allora le vibrazioni del manipura-chakra, del muladhara-chakra o dello svadhisthana-chakra vengono attirate nel canale centrale e anch’esse salgono verso l’alto, e sentite che nessun sentimento negativo vi turba più. Le klesha si sono trasformate in stati saggi, puri e beati: è avvenuta la loro resa.
Se avete una forte devozione, grazie alla grazia e all’ispirazione potete facilmente cambiare il vostro stato impuro con un semplice schiocco di dita. Ma se la devozione non c’è, mentre ci sono le klesha e le emozioni negative, allora è molto difficile cambiarle. Ve le porterete dietro a lungo, pensando: «Che cosa devo fare? È uno stato offuscato, non mi piace». Poi deciderete di recitare un mantra, applicare un’upaya, fare qualche offerta, ma tutto ciò avverrà comunque in uno stato privo di grazia, e questo stato persisterà. Poi leggerete un testo, rifletterete su tutto questo, ma comunque non se ne andrà. Poi contatterete il Guru e il Guru vi consiglierà qualcosa. Lo farete ancora una volta e, con grande difficoltà, quello stato si placherà dopo uno o due giorni. Ecco la differenza tra quando non c’è devozione né un tale bhava e quando invece ci sono.
Quando ci sono, tutto scompare con uno schiocco di dita e vi trasferite istantaneamente in uno stato spontaneamente libero, naturale e giocoso. Il Guru dice spesso: «Non esprimere giudizi. Non attaccarti alla tua opinione, accetta con leggerezza, mantieni il brahma-aham-bhava, attieniti alla pura visione, conserva il divya-bhava, guarda con equanimità, non respingere, ma integra. Considera tutto in modo puro, accoglilo come il darshan delle divinità. Consideralo con leggerezza come un gioco: dov’è il problema? Consideralo un’illusione, consideralo vacuità».
Se c’è devozione, potete facilmente seguire questo consiglio e ciascuno di questi consigli funzionerà all’istante. Se non c’è, sarà molto difficile per voi: queste parole saranno irraggiungibili. Rappresenterete mentalmente la vacuità e il gioco, penserete che sia un’illusione, ma l’anima non si può ingannare: l’anima percepisce il prana e in essa vi sono i samskara, la forza del karma; e con la mente direte: «È tutto un’illusione. È tutto vacuità», ma nulla funzionerà.
Ma se c’è devozione, entrerete immediatamente in uno stato elevato, puro, divino e meraviglioso, e semplicemente dimenticherete tutto. Quando comprenderete questo stile, esso diventerà vostro sempre, ovunque e in modo naturale. Libererete e dissolverete il karma come in un gioco, dissolverete giocosamente qualsiasi percezione, e la vita diventerà per voi leggera, giocosa, spontanea e vuota; il mondo sarà percepito come illusorio. Vedrete il mondo con equanimità, mantenendo il divya-bhava, senza attaccarvi ad alcuna opinione e senza legarvi ad alcun aspetto inferiore della coscienza. Ovunque e in ogni cosa vedrete il darshan delle divinità e nient’altro che purezza. Allora la vita diventa grazia che si riversa: ecco lo stato ininterrotto di grazia, il ricordo autoilluminato.
La pratica nella grazia
Da uno stato ininterrotto di grazia è facile chiudere il ciclo della giornata, contemplare e conseguire esperienze elevate, e la meditazione procede agevolmente. Sarà così: siete entrati in un ritiro di sette giorni — siete entrati nella luce, siete entrati nel samadhi, avete ottenuto un’esperienza. Avete avuto un ritiro di tre mesi — durante quel ritiro avete realizzato dhyana elevati, avete ottenuto l’esperienza del corpo illusorio, l’esperienza del samadhi del mondo senza forme e ne siete usciti con una coscienza profonda. Siete entrati in un ritiro annuale — avete raggiunto l’illuminazione iniziale, la quarta terra della saggezza. Questa è la pratica nella grazia.
Se la grazia non c’è: siete entrati in un ritiro di sette giorni — avete dormito. Siete entrati in un ritiro di un mese — avete impiegato venti giorni per riprendervi e per dieci giorni avete cercato di concentrare la mente; alla fine qualcosa ha cominciato a funzionare, ma il ritiro era già terminato e vi è stato detto di uscire. Siete entrati in un ritiro di tre mesi — per due mesi avete cercato di entrarvi davvero, nel terzo mese avete praticato, lottando come meglio potevate. Siete entrati in un ritiro annuale — qualcosa ha cominciato a funzionare, ma non avete avuto il tempo di riconoscerlo adeguatamente.
Capite, esistono diversi modi di praticare, e tutto dipende dal bhava in cui vi trovavate prima del ritiro, dalla presenza o meno della grazia nella vostra vita e dal fatto che abbiate lavorato o meno alla purificazione della mente.
Così termina lo sthala «la grandezza del Guru».
Lo sthala «la grandezza del linga»
Come risultato della conoscenza della grandezza del Guru e grazie alla piena conoscenza di sé, si realizza anche l’insuperabile grandezza del linga.
Dunque, quando il divya-bhava è sorto grazie alla devozione al Guru-bhava e al Guru-yoga, e grazie alla meditazione si è avuta l’esperienza della luce, si è avuta l’esperienza del samadhi. La prima esperienza della luce può avvenire persino allo stadio dell’incontro con la luce: è proprio così che viene chiamato. È uno dei sedici kala. Chi ricorda, tra i sedici kala, quale stadio è questo? Il quarto, sì.
Può accadere così: stavate semplicemente leggendo e meditando, poi vi siete coricati, nell’anahata chakra è divampata una luce abbagliante e avete compreso che dentro di voi c’è la luce. È scomparsa, ma ne è rimasto il ricordo; sapete verso cosa orientarvi e sapete che in seguito bisogna portare questa luce all’esterno e abituarsi a essa, per passare allo stadio della trasmissione. Bisogna applicarla in qualche modo per dissolvere i pensieri.
Grazie a queste esperienze primarie del Guru-yoga e dell’incontro interiore con la luce, lo yogin può percepire il principio del lingam. Comincia a riconoscere Brahman, Shiva, come principio della luce. Comincia a percepire questa luce come qualcosa che permea l’intero universo: questa è la linga, la grandezza della linga. Il lingam esteriore è soltanto il riflesso dell’illimitato lingam interiore, perciò i veri yogin adorano innanzitutto il bhava-lingam interiore. Il bhava-lingam è la luce del corpo causale e, in generale, il principio della luce come Brahman interiore, e questa luce possiede una grandezza illimitata. Praticare significa entrare sempre più profondamente in questa grandezza.
Con l’aiuto della mente risvegliata dal maestro, si deve comprendere che il simbolo di Shiva è lo shiva-linga, la causa prima di tutto ciò che esiste. Il linga supremo, sacro e puro è l’antico Brahman. Lo chiamano Shiva. Egli è pura coscienza, beatitudine eterna senza limiti. Egli è la causa di tutti i mondi, nonché la causa di tutti i Veda. Egli è ciò che pervade tutti gli elementi (tattva). Egli è il mezzo per attraversare l’oceano delle rinascite. Viene visto come uno splendore. Non può essere espresso a parole. Egli dimora nei cuori degli yogin. Come si può dunque conoscerlo in questo mondo senza l’aiuto di un grande Guru?
Tipi di lingam
Esistono diversi tipi di lingam. Il tipo supremo di lingam è chiamato brahma-lingam o maha-lingam: è Brahman stesso in forma di luce. La luce nel corpo causale è chiamata bhava-lingam. Il corpo energetico, la struttura dei chakra e dei canali, e la luce percepita attraverso il corpo sottile energetico sono chiamati prana-lingam. Infine, il lingam esteriore mobile, trasportabile, oppure immobile, è chiamato chara-lingam.
In tal modo, il sadhu si trova all’interno di un intero sistema di adorazione di diversi lingam appartenenti a differenti livelli:
Al lingam esteriore viene offerta la puja
Durante il lavoro con il prana-lingam interiore, il sadhu visualizza le divinità nei chakra e riconosce la luce nei canali e nei chakra
Il prana-lingam, più in dettaglio, si divide in tre:
Nel muladhara chakra e nello svadhisthana chakra si trova lo svayambhu-lingam
Nell’anahata chakra, il bana-lingam
Nel punto tra le sopracciglia, l’itara-lingam
Esiste anche un quarto lingam: la sushumna
Questi tre lingam, in senso esoterico, sono i Tre Tesori; vale a dire che, a livello esteriore, vi sono il Rifugio, i Tre Tesori, il Guru-linga, il jangama o Guru, il Dharma e il Sangha; a livello interiore vi sono questi tre lingam e il quarto. Praticare significa unire questi tre lingam attraverso l’unico lingam della sushumna: tutto questo è il prana-lingam.
Bhava-lingam significa penetrare, attraverso la contemplazione, nello stato di jagrat-sushupti, nello stato di sonno senza sogni. Gli jnana-yogi di alto livello sono devoti al bhava-lingam attraverso la naturale presenza contemplativa. Per noi, la meditazione sul bhava-lingam è precisamente il sentiero della consapevolezza naturale. Iniziamo dallo stato di familiarizzazione, dallo stato di jagrat-sushupti. Non è possibile penetrare subito in jagrat-turya, ma è possibile penetrare in jagrat-sushupti, nello stato di consapevolezza non concettuale simile allo spazio. Questo è il bhava-lingam. Infine, conoscendo il bhava-lingam come luce del corpo causale, procediamo sempre più in profondità per conoscere il maha-lingam, lo stato di turya: questo è lo stato del Brahman.
Nell’antichità Brahma e Vishnu non riuscirono a comprendere il linga, che per sua natura è luce. Chi dunque riuscirà a comprenderlo? A che serve spendere tante parole? Il linga è l’antico Brahman. In esso si dissolvono gli yogi liberatisi dai legami.
Questo linga pervade l’intero universo: all’interno della pietra, della terra, dell’acqua, in tutti e cinque gli elementi, dentro ogni essere umano troverete un oceano di luce sconfinata: questo è il maha-lingam, il Brahman in forma di luce. Su di esso meditano tutti gli yogi. Questo lingam è l’essenza del cuore e il recondito mistero interiore di Dattatreya, di Shiva e di tutti i grandi dèi. Possiede un’immensa maestà, una purezza incomparabile, uno splendore incomparabile, una bellezza incomparabile, trascendente e sublime.
Essere devoti a un simile lingam significa impregnarsi di tale maestà e nutrirsi della sua grazia. Il sadhu, contemplando, riceve sempre la grazia da uno dei lingam: dal maha-lingam, dal bhava-lingam, dal prana-lingam; e se non ne è capace, riceve la grazia dal lingam esteriore, eseguendo la puja, guardando il lingam e facendo sorgere un sentimento di devozione. Se guardate il lingam durante l’upasana (adorazione) o il bhajan-mandala e fate sorgere un sentimento di devozione, riceverete ispirazione. Questa è la grazia iniziale proveniente dalla maestà del lingam.
La base è la Shakti suprema. Il linga è lo stesso Shiva trascendente. Si dice che l’unione di Shiva e Shakti sia il linga dell’universo. Tutti gli dèi, Brahma e gli altri, nonché i santi, come Shaunaka e altri, hanno ottenuto le loro elevate posizioni soltanto grazie all’adorazione del linga. Il dominio sul mondo è la proprietà naturale di Ishvara, incarnato nel linga. Perciò le antiche scritture (i Veda) affermano che la sua maestà non è paragonabile a quella degli altri dèi.
Così termina lo sthala «la maestà del linga».
Dunque, avendo riconosciuto, attraverso il Guru-yoga e il Guru-bhava, la visione pura, avendo ricevuto la grazia dal legame con la maestà del Guru e avendo riconosciuto in noi stessi la luce interiore, giungiamo alla maestà del linga. L’esperienza della maestà del linga è brahma-vichara, è la contemplazione dell’Assoluto sempre e ovunque attraverso lo stato di jagrat-sushupti, attraverso la corretta presenza contemplativa, attraverso nididhyasana. Nididhyasana (il mantenimento dello stato naturale) non significa altro che contemplare la maestà del linga, familiarizzarsi con il contatto con la maestà del linga e immergersi nel divya-bhava che scaturisce dalla maestà del linga. La consapevolezza naturale, infatti, non è fine a se stessa, né è volta alla pienezza dell’attenzione o all’osservazione: il suo scopo è la percezione ininterrotta della maestà del Brahman, la percezione della grazia che emana da questa maestà.
Sthala «la maestà del jangama»
La maestà del jangama consiste nel fatto che egli ha conosciuto in ogni cosa la coscienza suprema (Chit-Shiva). Questa conoscenza scaturisce dalla maestà del linga, che dimora nel legame tra il Guru e il discepolo.
Dunque, dal legame tra il Guru e il discepolo nasce la percezione della maestà del linga. Il discepolo riceve la grazia dalla contemplazione. A questo stadio è già capace di percepire la maestà del jangama. Che cos’è la maestà del jangama? È la visione pura nei confronti dei sadhu, dei santi, dei fratelli e delle sorelle del samaya; una profonda visione pura che permette di ricevere grazia e misericordia da tale percezione. Per esempio, se un sadhu del sangha raggiunge un livello elevato e voi gli mostrate rispetto, attraverso ciò ricevete la grazia e vi purificate. Nello stato di visione pura siete capaci di percepire Shiva in lui.
Sono chiamate jangama quelle persone che hanno pienamente conosciuto come propria essenza Shiva, colui che illumina il mondo.
Quando lo yogin consegue la piena conoscenza, cioè completa il ciclo del giorno e della notte o si avvicina a farlo, viene chiamato jangama. Quando raggiunge il quarto livello della saggezza (sattvapatti) dell’autorealizzazione, viene chiamato jangama. Quando è un sadhu forte, con la mente disciplinata, e pratica ininterrottamente, viene chiamato jangama.
Coloro che, grazie all’unione con Shiva, vedono la rete del mondo come una manifestazione della coscienza suprema e che si sono liberati da ogni contatto con le impurità sono chiamati Shiva yogin.
Liberarsi da ogni contatto con le impurità significa stabilirsi nella visione pura a tal punto che non sorgano mai più stati oscurati. C’è un detto: «Su un’isola d’oro non si trova neppure l’ombra della sporcizia». Per esempio, sbarcate da una barca e approdate su un’isola interamente costituita d’oro: qualunque cosa troviate su quest’isola, ovunque andiate, vi è solo oro, semplicemente non esiste nient’altro.
Allo stesso modo, quando vi siete stabiliti nella visione pura, sempre e ovunque vedete ogni cosa come pura, divinizzata, sacrale, sacra. Nella vostra visione non vi è nulla di materialmente grossolano o profano. Nella vostra visione esiste soltanto il sacro. Nessun vostro pensiero, nessun movimento del corpo, nessuna emozione e neppure alcun desiderio sono mondani o profani. Tutto viene sacralizzato a tal punto che ogni cosa diventa pura. Persino il corpo e tutte le sue funzioni vengono percepiti come puri. Anche ciò che prima era percepito come impuro e suscitava jugupsa (avversione) viene percepito come puro e sacro.
Per chi è stabilito nella visione pura, nella grazia, non esiste più alcuno stato oscurato. Supponiamo che qualcuno vi insulti con parole oscene: anche in questa situazione vedete in modo puro, vedete semplicemente un bija mantra irato, una divinità irata, tutto qui; ciò non vi offende, avete ricevuto la benedizione di Bhairava.
Domanda: Ma nonostante ciò si ha la sensazione di essere, per così dire, compressi, e il corpo energetico comincia a contrarsi?
No. Non comincia a contrarsi. Il corpo energetico assorbe questa energia come una spugna, la trasforma e, attraverso il muladhara chakra, la fa assorbire dalla sushumna nadi, convertendola in luce pura; il sahasrara chakra riceve così un impulso supplementare sotto forma di estasi e grazia. In altre parole, avete ricevuto il darshan, la grazia, la benedizione, perché avete visto in modo puro e siete capaci di nutrirvi di tali cose. In realtà sono veleni, cose nocive per una persona comune. Come si dice: «Solo il pavone può nutrirsi di veleno». Il pavone è un animale nobile che incarna la purezza dei tattva.
A questo stadio diventate un simile pavone trascendente, capace di nutrirsi di veleni. Potete trasformare il karma negativo in karma puro, perché voi stessi siete puri. Se non siete puri, inciamperete inevitabilmente. Ciò segnerà sicuramente e profondamente il vostro corpo energetico, creerà oscuramento nella mente e molte altre conseguenze.
Ma a questo stadio ciò non accade grazie alla vostra purezza: qualunque cosa vi tocchi, per voi è rugiada divina, tutto è puro. La interpretate come un gioco divino: «È un gioco divino, perché preoccuparsi?». Spesso il Guru dice: «Non c’è nulla da temere. È un gioco divino, qual è il problema?», ma il discepolo non capisce: «Come sarebbe a dire che non c’è nulla da temere? Com’è possibile?». Il Guru dice: «Rilassati, non prenderla troppo a cuore, considerala con leggerezza: è un’illusione», mentre nella mente del discepolo accade di tutto.
Perché? Perché il Guru e il discepolo vedono le cose in modo diverso, e il compito del discepolo non è insistere sulla propria visione, bensì cercare di entrare nella visione di cui parla il Guru, cercare di inviare la propria coscienza su quell’isola d’oro. Allora anch’egli potrà vedere, e il problema scomparirà. Allora vedrà la purezza, la bellezza, la spontaneità e la benedizione divina in ciò che accade, e la sua integrità energetica si strutturerà in modo nuovo.
Coloro che, grazie all’unione con Shiva, vedono la rete del mondo come una manifestazione della coscienza suprema e che si sono liberati da ogni contatto con le impurità sono chiamati Shiva yogin. Shiva dissolve le tenebre del terribile ciclo del samsara; coloro che possiedono la conoscenza di Shiva sono considerati Shiva yogin.
Quando conoscete questo stato di purezza e felicità onnicomprensive, la grandezza del primo tattva, la grandezza del secondo tattva, e questa conoscenza è costantemente con voi, siete un sadhu che purifica questo mondo con la sua sola presenza.
Gli Shivayogin sono persone rette che hanno vinto le proprie passioni e l’ira, e hanno reciso i nodi delle illusioni; considerano allo stesso modo l’argilla, la pietra e l’oro. Gli Shivayogin trattano allo stesso modo il nemico e l’amico, hanno percepito direttamente Shiva dentro di sé e sono liberi dall’avidità e dall’egoismo.
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Autore Гуру
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