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Visione del mondo come gioco del proprio «Io»: il cammino del dio creatore

06.07.2026
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Visione del mondo come gioco del proprio «Io»: il cammino del dio creatore

La visione del siddha risvegliato

1. Lo yogin-siddha, entrando nello stato naturale, percepisce il mondo come una porzione e una parte di sé.

Quando si parla di illuminazione o di ingresso nello stato naturale, molti lo associano soltanto alla coscienza, allo stato della mente. A volte ciò può essere percepito come qualcosa di psicologico, qualcosa di soggettivo, perché la natura vuota dell’«Io» viene riconosciuta in modo superficiale. Tuttavia, la realizzazione dello stato naturale non consiste soltanto nella coscienza, non soltanto nella vacuità, ma anche nella padronanza del secondo aspetto della realtà, vale a dire l’energia, cioè il lato manifestato della realtà.

Quando entriamo in contatto con l’energia, scopriamo quanto sia illimitato il potenziale posseduto dalla natura vuota dell’«Io». La natura vuota dell’«Io», la Mente assoluta, possiede la proprietà di manifestarsi. Quando osserviamo queste proprietà di manifestazione, scopriamo che la natura vuota dell’«Io» può manifestarsi come suono, luce e irradiazioni. E la comprensione della profondità dello stato naturale sorge proprio quando entriamo in contatto con l’energia.

2. Tutto ciò che è visibile viene da lui percepito come il gioco del proprio «Io», poiché egli si trova al centro dell’universo.

Prima che un tale stato venga realizzato, deve trascorrere moltissimo tempo nella contemplazione, nella purificazione, nell’assuefazione alla presenza, nel continuo placare le klesha e l’ego, nell’abnegazione, nel ripetuto recidere l’«io», nel cambiamento della visione del mondo e di sé stessi. All’inizio dobbiamo purificarci e recidere l’attaccamento all’ego, e questo non è un atto simultaneo, ma di lunga durata. Se, senza purificarci, tentiamo di entrare profondamente in certi stati, ciò contraddice il cammino spirituale.

La vera natura del tantrismo

L’insegnamento del tantrismo attira spesso persone che possono non essere affatto pronte per esso. Per esempio, molti, avendo sentito che nel tantrismo si usano sostanze narcotiche, rapporti sessuali, pratiche esotiche, e avendo le corrispondenti impurità, ne sono molto entusiasti e pensano che sia proprio la pratica che li aiuterebbe. Al tempo stesso dimenticano completamente che metà dei tantra non è scritta per persone come loro, e l’altra metà è scritta in lingua esopica (sandhya-bhashya), cioè in un linguaggio figurato, simbolico, cifrato.

Il principio originario del tantrismo consiste nel fatto che bisogna diventare divya. Cioè, per i pashu il tantrismo in linea di principio non esiste; per gli yogin-pashu esiste il vedanta-dharma: il cammino del vedachara e del vaishnavachara – vie iniziali di purificazione favorevole. Lo yogin deve diventare, come minimo, un eroe spirituale (vira), e poi diventare divya, acquisire qualità divine e stabilità nella contemplazione, nell’esecuzione della pratica.

Il cammino del tantra come purificazione e prontezza allo stato di divya

Il cammino del tantra è una purificazione continua e costante delle proprie klesha, del proprio «io» e del proprio prana, finché dentro di noi non fiorisca completamente la divinità. Si può dire che, nel cammino dei tantra inferiori, ciò sia la trasformazione in divinità, mentre nel cammino dei tantra superiori sia il riconoscersi come divinità. Noi non ci trasformiamo in divinità come in alcuni tantra (kriya-tantra, charya-tantra o nel vajrayana buddhista); trasformarsi artificialmente in una divinità non è l’approccio più diretto. Noi diciamo che nell’insegnamento dell’anuttara-tantra l’approccio consiste nel riconoscersi come divinità.

Indipendentemente dal fatto che purifichiamo le klesha e le neghiamo oppure le auto-liberiamo, le klesha devono necessariamente essere purificate. Il nostro carattere deve armonizzarsi, la nostra visione pura deve approfondirsi, la nostra attenzione e consapevolezza nella vita quotidiana devono rafforzarsi. La nostra motivazione nella vita spirituale deve purificarsi sempre di più, diventare sempre meno egoistica e sempre più orientata a portare beneficio a tutti gli esseri viventi. La nostra motivazione egoisticamente personale nella pratica deve trasformarsi in ideali elevati, nel servizio alle forze superiori, all’Assoluto, contemporaneamente alla crescita della visione non duale. Anche i nostri canali e i prana devono purificarsi. E se ciò accade, allora cresciamo gradualmente in divya – in uno yogin divino.

Unità con l’Assoluto

3. Un tale yogin sperimenta la propria coscienza dell’«Io» come non distinta dall’Assoluto.

Quando diventiamo possessori delle qualità di divya, la contemplazione naturale dentro di noi comincia ad aprirsi. E si apre non solo come coscienza vuota, ma anche come unità con l’energia. Accade spesso che una persona, essendo entrata un poco in una certa consapevolezza, dica: «Sono nello stato naturale».

Una volta, a Ekaterinburg, tenevo una conferenza e raccontavo che l’uomo è l’Assoluto, è Dio, e poi parlavo delle divinità che governano il karma. Uno dei praticanti cominciò a fare domande: «Come possono le divinità governare il mio karma, se io sono l’Assoluto?» Gli dissi: «Quando viaggi in automobile, persino un agente della polizia stradale può dirigerti. E il tuo capo al lavoro non sa che sei l’Assoluto. Perché mai le divinità non dovrebbero governare il tuo destino e la tua vita? Ti governano con facilità. Sei forse tu ad accendere il Sole o a dare i comandi “dormire”, “mangiare”? C’è sempre qualcuno che ti comanda: le divinità del prana, le divinità del corpo, le divinità dei cinque elementi e così via. Sei forse tu a stabilire la durata della tua vita?»

Lo yogin realizza l’Assoluto e l’azione del karma, del prana, del corpo e degli elementi

Il governo dal livello dell’Assoluto deve ancora essere realizzato. E per realizzarlo, bisogna placare queste divinità, introdurle nel mandala della contemplazione, farle diventare parte di sé. Ma finché esse non sono parte di te, ti governano, proprio come le divinità mondane. In altre parole, «io sono l’Assoluto» per ora è soltanto una visione, per la quale devi lottare e dimostrarla non solo a te stesso, ma anche alle energie circostanti, illuminarle, affinché queste energie circostanti diventino amichevoli verso di te.

L’aspetto del contatto con l’energia riporta sempre lo yogin alla sobrietà e mostra chi egli sia davvero, perché l’energia agisce secondo il principio di Shakti. Se la consapevolezza agisce secondo il principio di Shiva, allora l’energia agisce secondo un principio molto semplice: «sì» o «no». Qualunque cosa tu pensi di te stesso, qui il principio è questo: o hai trasformato questa energia in un mandala, oppure questa energia semplicemente non ti si sottomette, non viene domata da te.

Realizzazione del mandala della visione pura

Il nostro compito nella pratica è la realizzazione non solo a livello della coscienza, ma la realizzazione del mandala della visione pura, cioè la trasformazione anche dell’energia in un mandala della visione pura. Ciò significa che entrare nello stato naturale vuol dire entrare nello stato di un dio-creatore e, dallo stato puro della mente, creare il mandala della visione pura, instaurandosi in esso come divinità che crea universi.

Che cos’è l’illuminazione? Si può dire che è un passaggio. C’è il mondo del samsara, il mondo della visione impura, cioè quel mondo degli esseri umani in cui viviamo. E c’è il mondo dei santi e degli immortali, cioè il mondo della visione pura, il mandala. Sono due mondi diversi. Nel mondo degli immortali gli elementi sottili, tutto è uno con la mente, ma anche lì l’energia si muove. L’illuminazione non è soltanto un atto di realizzazione della coscienza; se consideriamo l’energia, è il passaggio dal mondo della visione impura al mondo della visione pura completamente, cioè insieme all’energia.

In che modo dunque si compie questo passaggio? Il punto da cui si compie questo passaggio è la sahaja-tattva, cioè la Ragione pura, nella quale entriamo, la pura presenza inattiva «Io sono», realizzata in tutta la sua profondità, l’essenza naturale di tutto ciò che vive sulla terra. Quando essa si realizza come vacuità, luce, orgoglio divino o spazio, allora comincia a creare energie. Essa comincia necessariamente a rielaborare le energie, e da queste energie lo yogin, già dall’interno di sé, crea un nuovo mondo.

Così come il ragno emette un filo e tesse la ragnatela, allo stesso modo lo yogin, assumendo nello stato naturale lo status di dio-creatore, crea un nuovo mondo: il mandala. Lo crea a quel livello in cui può già farlo, quando, entrando nella presenza, assume tale status. Gradualmente questo mandala si dispiega come manifestazione della sua mente nella purezza. Nessuno, tranne lo yogin, è responsabile di questo mandala; soltanto lui stesso.

In sostanza, entrare nella presenza significa assumere lo status di dio-creatore e assumersi la responsabilità di un tale mandala. Ecco che cosa accade quando la vostra Mente è illuminata.

Lo yogin crea un mandala dalle energie interiori della presenza

Lo stadio successivo è l’illuminazione delle energie e la creazione del mandala della visione pura. Una tale creazione del mandala della visione pura avviene da sé, naturalmente, semplicemente grazie alla forza del mantenimento della presenza. Questo è ciò che viene chiamato «il grande passaggio» (kaya-vyuha).

La vera conoscenza e il gioco dell’Assoluto

4. Vedere il proprio gioco in tutto è segno del raggiungimento della liberazione suprema, è la vera conoscenza.

Perché lo yogin vede il gioco del proprio «Io» in ogni cosa? Perché non vive più nel mondo ordinario, ma nel mondo del mandala, creato dalla visione pura, dalla presenza. In che modo si crea questo mandala? Grazie alla forza del mantenimento della contemplazione stessa, appare un livello sottile di consapevolezza che si dispiega, penetrando in tutti gli aspetti della vita, e allora il mondo, tutti i legami e le relazioni vengono percepiti in modo diverso. Si può dire che il mandala sia un mondo divino o fantastico, creato dalla coscienza stessa dello yogin, nel quale lo yogin è il centro della percezione. La sua coscienza è vuota, mentre le energie sono sempre legate alla sua coscienza e giocano attorno alla sua coscienza. All’inizio questo avviene soltanto come conoscenza chiara, come stato di vacuità, e poi vi partecipano anche le energie, c’è il movimento delle forme.

5. Colui che non vede il mondo come la propria Mente, come il proprio «Io», colui che non vede che tutto ciò che accade in esso è il gioco delle energie del suo «Io», dimora nel sonno dell’ignoranza, è legato dai vincoli del karma ed è soggetto alla dualità.

Quando pratichiamo il sentiero della contemplazione non duale, ci viene data una grandissima libertà nella visione del mondo, ma ciò significa anche accettare una grande responsabilità per la propria scelta. Di solito una persona non si assume la responsabilità della propria scelta: si trova sempre o nel ruolo del persecutore, o nel ruolo della vittima, o nel ruolo del salvatore, identificandosi con uno di questi ruoli. Lo yogin, sapendo che tutto si trova in lui stesso, si assume la responsabilità della propria scelta e non si trova in nessuno dei ruoli.

Quando non sappiamo che tutto il mondo è il gioco delle energie del nostro «Io», dimoriamo nel sonno dell’ignoranza. Quando dimoriamo nel sonno dell’ignoranza, ci sembra che esistano cause esterne che sono la causa della nostra insoddisfazione, sofferenza o irritazione. Tuttavia non è così. La causa si trova sempre proprio in noi stessi e in nessun altro. In noi stessi è racchiusa la causa sia della condizione di legame sia dell’illuminazione. Quando comprendiamo questo segreto, semplicemente sorridiamo al mondo, agli amici e ai nemici; per noi non ci sono più né amici né nemici. Per noi esistono semplicemente energie più amichevoli, più pure, e altre instabili o rigide, che è opportuno evitare finché non abbiamo potere su di esse.

Risveglio dal sonno dell’ignoranza e riconoscimento del gioco delle energie dell’Io

Il principio dello specchio e dei riflessi

6. La Coscienza originaria è simile a uno specchio, tutto ciò che è visibile nel mondo è simile ai riflessi in esso. Colui che è entrato nello stato naturale e ha lasciato la presa dei riflessi assume la posizione dello specchio, della fonte dei riflessi.

Quando ci troviamo nello specchio, i riflessi appaiono come il gioco delle energie dello specchio. Quando siamo afferrati dai riflessi, lo specchio stesso non si vede. Entrare nel centro dell’Essere significa lasciare la presa dei riflessi, assumere la posizione dello specchio, della fonte dei riflessi. Tutto ciò che è visibile è costituito da riflessi, dal gioco dell’energia della vacuità. Entrare nello specchio significa entrare nel centro di questi riflessi.

In sostanza, accettare il principio dell’autoriconoscimento naturale o il principio dell’orgoglio divino non è altro che tentare di entrare nello status di dio-creatore almeno a un livello minimo. Naturalmente, semplicemente proclamando che entriamo nello status di dio-creatore, non lo otterremo subito, certo, perché esistono livelli di jnana-yoga: kriya-jnana e shuddha-jnana.

Kriya-jnana è la jnana che pratichiamo come allenamento. Shuddha-jnana è la jnana che è già realizzata. E all’inizio ci esercitiamo semplicemente a entrare nello status di dio-creatore, cioè nello stato naturale. Serve molto tempo prima che ci stabiliamo in questo status. Questa è appunto la kriya-jnana, quando semplicemente ci alleniamo. Ma shuddha-jnana presuppone che vi siamo già entrati e che possiamo realmente operare con il tempo, lo spazio, gli eventi, i samskara, i prana, soltanto grazie alla forza di questo status.

Il percorso dalla kriya-jnana alla shuddha-jnana

Il cammino verso il centro del mandala

Ognuno di voi, sul proprio cammino, deve trasformarsi in un tale dio-creatore, il signore del mandala, inseparabile dalla coscienza non duale. Ognuno di voi, con il tempo, occuperà un determinato status nella gerarchia delle energie universali. Sarete mente al di là della dualità, al di là di ogni definizione; tuttavia la vostra energia vivrà comunque secondo le leggi relative, sarà sottoposta alla gerarchia, conoscerà le proprie dimensioni, il proprio status e avrà le proprie funzioni in conformità con le inclinazioni del karma, con l’appartenenza alla famiglia di qualche divinità.

Alcuni di voi guideranno o dirigeranno i praticanti spirituali, salvandoli nei momenti difficili nel corpo sottile. Alcuni governeranno gli eventi che avvengono in diverse dimensioni. Alcuni manterranno l’equilibrio nell’universo. Alcuni emaneranno i propri corpi illusori nel mondo degli uomini sotto forma di maestri, santi e altri esseri. Alcuni, nelle terre pure, svilupperanno determinati progetti divini nella visione pura. È un’altra vita, molto complessa, molto sottile. È una vita nella dimensione del gioco (lila), ma scaturirà dallo stato del dio-creatore, naturalmente, per colui che lo raggiungerà. Per colui che non lo raggiungerà, non scaturirà da questo stato, ma semplicemente da uno stato più puro. E allora egli sarà una divinità del seguito o una divinità periferica di qualche divinità, siddha o santo nel luogo in cui rinascerà nella prossima vita o in questa vita, se sarà immortale. Pressappoco come accade ora, forse in forma più ampliata. Ma se è realizzato lo status di dio-creatore e la pienezza dello stato naturale, allora qualsiasi energia e le sue manifestazioni scaturiscono sempre dalla vacuità interiore, e allora lo yogin vive come una divinità al centro del mandala.

Si può dire che da un essere samsarico impuro avviene l’inclusione nel mandala, la pacificazione. Perciò spesso nel tantrismo gli allievi vengono chiamati “coloro che devono essere pacificati”. La loro coscienza è stata in qualche modo attratta e purificata dalla forza dei santi o dalla forza del dharma. Poi, da esseri da pacificare, essi diventano parte del mandala, le cosiddette divinità periferiche o divinità del seguito. E la pratica ulteriore consiste nel movimento verso il centro del mandala. Da divinità del seguito si muovono verso il centro del mandala.

Questo non somiglia a una carriera mondana, del tipo: «Sono diventato impiegato in un’azienda, e poi diventerò direttore. E poi, chissà, diventerò anche amministratore delegato». È qualcosa di completamente diverso: l’affinamento della coscienza, l’ingresso, grazie alla presenza contemplativa, in una percezione più sottile, nel centro dell’Essere. Il movimento verso il centro del mandala non è in alcun modo legato agli aspetti esteriori.

Movimento dalla periferia al centro del mandala attraverso l’affinamento della coscienza

Si può essere al centro del mandala lavando i piatti in cucina, e si può essere alla periferia occupando grandi incarichi, anche se ciò accade raramente, perché un incarico importante semplicemente non vi verrà affidato se siete alla periferia. Ma in realtà non è una questione esteriore; il movimento verso il centro del mandala è un processo soggettivo. È un sempre maggiore approfondimento nel principio della vacuità originaria, quando questo principio della vacuità trasforma il mondo esterno in un mandala e pone voi al centro di questo mandala. Nel processo di spostamento verso il centro di questo mandala si realizza questo passaggio dalla visione impura alla visione pura, dal karma alla lila.

Lo yogin siddha e il gioco

1. Lo yogin che ha realizzato la conoscenza della natura della Mente ha compreso che «Io sono il Creatore, la Fonte Suprema dell’universo visibile», allora vede tutto ciò che è manifestato, tutti gli eventi e le cose come il gioco della propria energia.

2. L’intero mondo nella sua visione è uno spazio sacro (mandala) – il campo in cui si dispiegano i giochi trascendentali delle sue energie.

3. Lo yogin, essendo l’Assoluto, nella sua essenza illimitato da nulla, apparentemente accetta tutte le limitazioni imposte dalla partecipazione al gioco per sostenerlo. Queste limitazioni per lui non esistono e sono viste come limitazioni solo dagli altri, le cui menti non possono comprendere la libertà dello yogin.

4. Lo yogin non è mai vincolato dalle limitazioni apparenti, conoscendone la fonte. Le vede come un gioco. Inoltre, solo lui può conoscere il vero significato delle limitazioni.

Lo yogin siddha vede il mondo come il sacro gioco delle proprie energie

Quando entrate nello stato del creatore, nella presenza profonda, ciò significa che uscite dai riflessi e siete immersi nello specchio. Allora, con la forza dell’intenzione, potete governare le leggi del tempo o dello spazio, modificare le energie, allora gli eventi cominciano a essere collegati alla vostra coscienza. È proprio in questa fase che inizia a crearsi il mandala.

Ho sentito da qualche parte questa espressione: «Le cose esistono indipendentemente da noi finché voi siete d’accordo con questo». Nella fase della visione pura, del mandala e della lila, lo yogin è chiaramente consapevole: «Le cose non esistono indipendentemente da noi, esse dipendono sempre da noi». Tutto avviene per via dell’interdipendenza. Il guru esiste a causa del discepolo, il discepolo esiste a causa del guru. Gli eventi si dispiegano perché una persona interagisce con un’altra, interagiscono i suoi karma sottili. Il karma esiste a causa dell’ignoranza. Il mondo esiste a causa del soggetto. Persino il sole non esiste di per sé; esiste grazie al fatto che voi avete una visione karmica del sole.

La differenza tra uno yogin e una persona comune consiste nel fatto che egli comprende ogni cosa come interdipendente e connessa alla sua coscienza.

2. Nella sua visione, il mondo intero è uno spazio sacro (mandala) – il campo in cui si dispiegano i giochi trascendentali delle sue energie.

La sottigliezza della coscienza e la visione del mondo come spazio sacro

Quando vediamo il mondo come uno spazio sacro? Quando abbiamo raffinatezza della coscienza, una grandissima sottigliezza. Una coscienza grossolana non può vederlo. Spesso, quando tengo lezioni su temi complessi, come l’auto-liberazione, vedo alcuni discepoli laici cominciare ad assopirsi apertamente, come se fosse stato loro somministrato un sonnifero. Non possono nemmeno farci nulla. È un processo normale. Una mataji diceva: «Durante il bhajan mandala mi addormento così bene». Ciò accade perché la persona entra nel subconscio, l’udana-vayu viene stimolato e la coscienza superficiale semplicemente si spegne. Questo accade quando la coscienza è ancora grossolana e non riesce ad afferrare le cose sottili. Se invece la vostra coscienza diventa davvero sottile, può riconoscere questa visione pura, questo mandala e la lila.

La sottigliezza della coscienza apre la visione del mondo come mandala e lila

Grazie a che cosa la coscienza si affina? Grazie alla saggezza discriminante (viveka), che vi accompagna costantemente durante la contemplazione. Viveka è la capacità di distinguere una cosa dall’altra: le emozioni, i pensieri dalla consapevolezza vuota. E vedete sempre: «Ecco, sono stato catturato, ed ecco, mi sono liberato. Ecco, lui è stato catturato, ed ecco, lui non è stato catturato». In realtà, non osservate gli altri, ma voi stessi. Semplicemente, anche gli altri vi sono visibili come sul palmo della mano. Una tale viveka deve essere coltivata per anni. Quando apparirà, la vostra coscienza diventerà molto sottile.

Che cosa significa coscienza sottile? La coscienza sottile è propria delle divinità. Vi rende armoniosi, flessibili, sfaccettati, multilivello nella coscienza. È proprio questa coscienza sfaccettata che permette di creare un tale mandala. Il mandala, il mondo della visione pura, è qualcosa di molto sottile. È un’energia che è strettamente mescolata al principio vuoto della coscienza, che emana da esso. Quando viene creata da una coscienza così sottile, si considera che lo yogin abbia compiuto questo passaggio. Cioè voi stessi, entrando nello stato di dio-creatore, create il mondo del mandala. Se lo creerete o no dipende dal fatto che entriate nello stato dello specchio oppure continuiate ad aggrapparvi ai riflessi, da quanto siate attenti in ogni secondo della vostra vita. Coloro che sono impeccabilmente attenti in ogni secondo della loro vita, vivendo nello specchio, creano necessariamente un tale mandala, diventano dèi che operano con le categorie dell’eternità e dell’infinito, oltrepassano i limiti della loro piccola personalità.

La pratica dello stato divino nella vita quotidiana

Quando vi dedicate al servizio, sentitevi sempre come una divinità che ha la propria responsabilità personale nel servizio, che compie il servizio non perché glielo ha detto un monaco più anziano, non perché così deve essere fatto, ma perché è una sua scelta consapevole e interessata, perché vuole contribuire al mandala. Quando praticate, sentitevi anche dèi che meditano con scopi diversi da quelli di un essere limitato, perché la loro essenza è meditazione.

Il servizio come contributo consapevole al mandala della vita quotidiana

Quando vi confrontate con l’incomprensione, la disarmonia, l’impurità degli altri, sentitevi anche dèi. Non reagite come una personalità mediocre, ma reagite come una divinità che prova compassione e il desiderio di aiutare l’altro nel suo problema, che vede il problema non nel fatto che qualcuno l’abbia offesa o insultata, ma nel fatto che non può aiutare l’altro a superare il proprio problema. Se qualcuno vi dice parole cattive, non bisogna pensare: «Che farabutto, devo rispondergli allo stesso modo». Bisogna pensare così: «Poveretto, ha ancora un problema spirituale. Che peccato che io non possa aiutarlo, poiché il mio livello non me lo permette ancora». Così pensa una divinità. Una divinità possiede sempre lo stato di chi dà, elargisce, salva, prova compassione. Ha sempre un eccesso di consapevolezza, di energia. Ha abbastanza di questo eccesso per controllare se stessa e aiutare gli altri. Se avrete un tale stato, vi avvicinerete a questo status di dio-creatore, alla autentica contemplazione naturale.

Non dualità
Contemplazione
Stato naturale
Visione pura
Lila
Shakti
Assoluto
Tantrismo
Shiva
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