Commento al testo «Yoga Vasistha», «Sulla liberazione»
«Questo messaggero della coscienza è la saggezza (viveka). Essa dimora nella caverna del proprio cuore. Questa saggezza conduce al graduale risveglio di colui che è condizionato dall’ignoranza».
Come abbiamo esaminato nella lezione precedente, la saggezza è una manifestazione di viveka, la saggezza discriminante, il discernimento. Viveka riconosce 24 categorie. I 24 riconoscimenti costituiscono il fondamento teorico dell’insegnamento del prajna-yantra. In altre parole, il risultato della nostra meditazione e contemplazione deve essere viveka. Non possiamo dire di aver indagato la mente, di aver scoperto che essa non esiste e accontentarci di questo. Si può porre la domanda: «E se essa non esiste, chi ha indagato la mente? Chi si trova allora nell’ignoranza?»
L’approccio dell’insegnamento consiste nel fatto che, indagando la mente, non ci limitiamo ad affermare o negare qualcosa riguardo alla mente, ma generiamo viveka, la saggezza discriminante. E con il suo aiuto separiamo chiaramente la mente in quanto tale dai cinque tattva, dai cinque kosha, dai tre guna, dal tempo, dallo spazio, dalla causalità e dalle tre shakti principali. Alla fine scopriamo la mente come chiarezza luminosa, come vacuità, la riconosciamo come principio dello spazio, come stato privo di sostegno. Scopriamo la mente come causa efficiente dell’autoliberazione, ossia come ciò che libera sé stesso, così come un serpente scioglie i propri nodi. Dopo aver riconosciuto queste diverse categorie, alla fine riconosciamo la mente come l’Assoluto, la cui essenza è sat-chit-ananda (essere, coscienza, beatitudine), come la fonte dei tre corpi illuminati.

Realizzare i 24 riconoscimenti, inclusi l’orgoglio divino, la visione pura e l’unico «sapore», significa conseguire la pienezza dell’illuminazione, raggiungere l’apice di viveka-vidya. Senza la realizzazione di viveka è impossibile la generazione dei tre corpi illuminati. Le affermazioni secondo cui la mente è di per sé vuota, non esiste o possiede determinate qualità non sono, di per sé, né jnana né una via verso la liberazione. Soltanto la generazione di viveka e il riconoscimento delle 24 categorie costituiscono la via della liberazione.
Naturalmente, le 24 categorie di viveka esposte nell’insegnamento «Viveka Chintamani» sono soltanto una classificazione utile ai fini della spiegazione. In realtà, con un esame più approfondito se ne potrebbero individuare molte di più, per esempio 108 categorie di viveka. Ciononostante, queste 24 categorie descrivono tutti i possibili stati in cui ci troviamo in quanto esseri condizionati.
Il processo di sviluppo di viveka
Come avverrà tutto questo? Non si può dire che prima riconoscerete una categoria e poi un’altra, né che ciò seguirà un qualche ordine. Avviene simultaneamente in tutte le direzioni.
Per esempio, meditate e riconoscete la mente come spazio; in voi sorge il riconoscimento della mente come spazio privo di qualità. Avete avuto una buona meditazione di mahashanti, durante la quale siete riusciti ad arrestare i pensieri, e avete avuto un’esperienza profonda dello spazio nel quinto dhyana.

In un altro momento avete avuto l’esperienza dell’orgoglio divino e avete riconosciuto che la mente ne è la fonte. Così è sorto il seme di questo viveka.
In un terzo caso si è verificato il riconoscimento della mente come distinta da jagrat, svapna e sushupti, ed è sorto il seme di questo riconoscimento.
In un quarto caso siete riusciti ad andare oltre l’elemento dello spazio, nel maha-tattva, nell’elemento della coscienza, e avete compreso chiaramente: «Io non sono i cinque elementi. Questo corpo grossolano, preso in prestito dagli elementi materiali, contiene la mia coscienza, ma la mia coscienza stessa è separata dai cinque tattva». Così è sorto questo tipo di riconoscimento.
In un altro momento avete riconosciuto la natura della Mente come principio del non-agire che pervade tutte le azioni, quando avete compreso: «Oh, a quanto pare non faccio nulla quando dimoro nella consapevolezza. Ciò che avviene è il movimento dei prana e del vento». La saggezza ha avuto un guizzo ed è sorta viveka, la chiarezza al riguardo.
E la volta successiva avete compreso la mente come soggetta alla legge del karma, come fonte della causalità che non è soggetta al principio di causalità, e avete compreso le parole di Vasistha nell’esempio del corvo e della noce di cocco.
Un'altra volta avete riconosciuto la mente come qualcosa di naturale, spontaneo, privo di sforzo, e avete compreso perché la mente venga chiamata sahaja (naturale).
La volta successiva avete riconosciuto la mente come ciò che libera se stesso, come causa efficiente. Se le si presta attenzione, essa libera ogni cosa: a questo riguardo è sorta la viveka.
Un'altra volta avete riconosciuto la mente come un unico «sapore», quando, distogliendola dal pensiero concettuale e dimorando semplicemente nella visione diretta della realtà, avete improvvisamente visto la situazione come equanime, sebbene avreste voluto vederla tutt'altro che equanime.
E gradualmente accumulate tutti questi tipi di viveka. È come quando colpite una pietra, per esempio il granito, con un martello e ne sprizzano scintille. Allo stesso modo fate sprizzare scintille dalla vostra consapevolezza, e queste scintille, divampando, generano i rasa (sapori). Un «sapore» appartiene a una saggezza, un altro «sapore» a un'altra viveka, e tutti questi sapori illuminano i 24 aspetti della vostra mente. E quando la totalità dei 24 aspetti della viveka è illuminata, si verifica la completa dissoluzione degli errori, la cessazione delle limitazioni e l'eliminazione delle illusioni essenziali.
Per esempio, una profonda esperienza della presenza contemplativa ha portato alla comprensione che la Mente suprema dimora in ognuno e che, pertanto, non ha senso giudicare gli altri da posizioni impure: occorre vedere con gli occhi della visione pura, poiché la mente è fondamentalmente pura e perfetta.
Il risveglio della coscienza interiore

«Ciò che si risveglia in questo modo è la coscienza interiore, che è la Coscienza suprema, il cui nome è “OM”. Egli è l'essere onnipresente. L'universo è, per così dire, il suo corpo. Tutte le teste, gli occhi, le mani e così via appartengono a lui. Egli è appagato dalla ripetizione dei mantra, dalla beneficenza, dall'adorazione rituale, dallo studio e da pratiche simili».
I 24 riconoscimenti comprendono anche il riconoscimento della mente come essenza della coscienza visiva, della coscienza uditiva, della coscienza gustativa, olfattiva e tattile. Questo riconoscimento avviene quando sappiamo integrare la nostra consapevolezza con le esperienze visive, olfattive, tattili e di altro genere. Se non realizziamo tale integrazione, si verificano percezioni ordinarie: percezioni di forme visibili, suoni udibili, sensazioni tattili o odori percepiti.
Che cosa rappresenta dunque un simile riconoscimento? Esso manifesta il principio chiamato siddha-yogini.
In questo caso, siddha è il principio di Shiva, il principio della consapevolezza e dell'integrazione che introducete nell'energia dei sensi.
Yogini è il principio dell'energia (shakti), ossia la percezione stessa: visiva, uditiva od olfattiva.
Il momento in cui questi due principi si uniscono viene chiamato mahamelana, il grande incontro; vale a dire, il momento dell'integrazione dell'oggetto e del principio della coscienza con la consapevolezza stessa è chiamato grande incontro, quando avviene il riconoscimento della mente come ciò che pervade la vista, l'olfatto o il tatto.
Il metodo kama-kala
Il metodo kama-kala significa che, nell'istante della percezione visiva, nel primo momento in cui vediamo una forma, nel primo momento in cui udiamo un suono o percepiamo un odore, si genera la sahaja-spanda, la coscienza integrativa attiva. Questo momento del kama-kala significa che, anziché scivolare nella percezione ordinaria della forma, dell'odore o del suono, avviene una generazione attiva della sahaja-spanda. E quando la sahaja-spanda si unisce, avviene anche l'unione della siddha-yogini. Questo momento viene colto e rivela la tattva essenziale, chiamata anche kama-tattva. Alcuni interpretano la kama-tattva come l'essenza del desiderio, ma in realtà può essere intesa in senso più ampio, come l'essenza della percezione in quanto tale.

Per esempio, vi sono la coscienza visiva e la percezione visiva; vi sono l’occhio e la coscienza dell’occhio. Nel processo percettivo vengono percepite le forme, e il desiderio di percepire le forme è chiamato kama, vale a dire che proviamo attrazione per le immagini visive. Ma se, nel primo istante della percezione visiva, ci integriamo con esse, si genera la sahaja-spanda e avviene l’integrazione. E il momento della mahamelana significa che lo stato naturale si unisce alla coscienza dell’occhio e si integra con la vacuità della forma, ossia non con la forma stessa, bensì con la sua vacuità.
Se guardo una colonna con occhi ordinari, per me è semplicemente una colonna; se invece guardo una colonna nello stato di integrazione, l’immagine visiva della colonna si unisce al mio principio di consapevolezza. È un principio attivo che si genera, è spanda, è vibrazione. E nel momento dell’unione con l’immagine avviene il loro grande incontro. La mia coscienza è il siddha, mentre la colonna ha natura femminile (shakti): è la yogini. E quando si uniscono, colgo il primo istante, la mahamelana. In altre parole, il primo atto percettivo non penetra nella mia coscienza. Prima che il principio della forma della colonna penetri nella mia coscienza, quest’ultima riesce a generare la sahaja-spanda e, grazie a ciò, vengono riconosciute l’essenza della colonna, la kama-tattva, l’essenza dell’immagine visiva e il desiderio di vedere; vengono riconosciute la vacuità della colonna e la sua inseparabilità dalla coscienza. Allora la colonna, in quanto tale e di per sé, non esiste: esiste invece una colonna la cui essenza è vuota e che viene riconosciuta come inseparabile dalla coscienza. In questo modo avviene la percezione di tutti i suoni uditi, delle sensazioni tattili, degli odori percepiti e così via. E lo yogin che comprende questo può essere definito un contemplativo.
L’essenza della contemplazione

Qual è dunque il principio fondamentale in tutto questo? Il principio fondamentale è precisamente viveka, la saggezza discriminante. Per esempio, quando ho guardato la colonna, l’ho riconosciuta; mediante la mia saggezza ne ho riconosciuto la tattva essenziale.
Se vi chiedono che cosa sia viveka, quale sia l’essenza della contemplazione, quali siano i suoi frutti e che cosa sia la libertà, dovete rispondere così: «L’essenza della contemplazione consiste nell’acquisizione delle 24 categorie di viveka. Viveka è il processo di penetrazione della coscienza integrativa nell’essenza delle cinque coscienze e dei cinque organi di senso. È il processo di liberazione della vacuità della kama-tattva nel momento della percezione di kama, nel primo istante della percezione, chiamato kama-kala, quando avviene il grande incontro (mahamelana) di due esperienze: l’energia esterna e la consapevolezza essenziale e vacua».
Spesso si dice che viveka-vidya significhi semplicemente distogliere gli organi di senso dagli oggetti esterni, praticare pratyahara e comprendere di non essere i cinque kosha, oppure che si tratti di una meditazione analitica. Per esempio, alcuni dicono pressappoco così: «Viveka-vidya significa riflettere: “Io non sono questo corpo, non sono i prana, non sono la mente e non sono la volontà”, per poi giungere alla conclusione “neti-neti”, secondo cui io sono il Brahman incondizionato». Di solito viveka viene interpretata proprio così nel Samkhya o nel Raja Yoga. Tuttavia, nell’insegnamento del Laya Yoga, viveka ha una propria interpretazione del tutto peculiare, connessa precisamente all’integrazione e alla presenza contemplativa durante la percezione. E quando, nel corso della percezione, riconoscete le 24 categorie che ho menzionato nella lezione precedente, questa è la vera viveka. Colui che, mediante viveka, ha dischiuso le 24 categorie nel momento dell’integrazione è un vero jnani; chi invece non lo ha ancora fatto è soltanto un candidato a diventare jnani. Può essere un buon meditatore, un raja-yogin, tuttavia, se non possiede le 24 categorie di viveka dischiuse nell’integrazione, non può ancora aspirare al titolo di jnani.
Viveka come barca per attraversare l’oceano del samsara

«Quando questa coscienza si risveglia mediante la saggezza, o viveka, avviene un dischiudersi interiore, e la mente e la coscienza individuale scompaiono. In questo terribile oceano del samsara, soltanto la saggezza è la barca che permette di attraversarlo».
Dunque, viveka è l’essenza dello jnana yoga: bisogna amare viveka, bisogna letteralmente esserle devoti. È proprio grazie a viveka che ci si libera dal samsara, ed è proprio a causa della sua assenza che si precipita nelle rinascite inferiori.
Tutto avviene per mezzo di viveka.
Gli dèi vivono felicemente nei cieli, essendo immortali, proprio perché la loro viveka è molto profonda. Gli asura subiscono sconfitte nelle battaglie contro gli dèi e combattono incessantemente con la mente inquieta proprio a causa della debolezza della loro viveka. In altre parole, una persona priva di viveka è simile a uno stolto che è molto facile ingannare.
Il Sutra di Angulimala
Esiste un sutra sulla saggezza e sulla stoltezza che narra la storia di uno dei discepoli del Buddha. È chiamato anche «Sutra di Angulimala».
Questo discepolo era nato in una buona famiglia e suscitava grandi speranze. In gioventù era robusto, agile e intelligente. Quando fu mandato nella casa del guru come brahmachari, apprendeva bene i Veda ed era uno dei migliori discepoli.
Un giorno il brahmano decise di partire per un pellegrinaggio e chiese alla moglie:
— Chi potremmo lasciare come discepolo responsabile?
Alla moglie del brahmano quel discepolo piaceva molto e lei cercava continuamente un modo per avvicinarsi a lui, perciò disse al brahmano:
— Oh, certo, lascia questo discepolo!
Il brahmano partì per il pellegrinaggio con il cuore puro, mentre sua moglie cominciò ad avvicinare il discepolo in vari modi e a tentare di sedurlo. Ma il discepolo disse:
— Ti considero come una madre. Non posso trattare la moglie del mio guru in altro modo, perché sarebbe un peccato.
Ciononostante, la moglie del brahmano non rinunciò ai propri tentativi. Infine, quando si presentò direttamente da lui, il discepolo disse:
— Non devo avere alcun rapporto con te; racconterò tutto al mio guru.
Lei andò su tutte le furie, poiché si sentì profondamente offesa, e decise di vendicarsi. Si graffiò il viso, si strappò le vesti, simulò delle ferite sanguinanti e finse di soffrire proprio nel momento in cui arrivò il brahmano. Vedendola in quello stato, egli le chiese che cosa fosse accaduto, e lei disse:
— Guarda un po’ che razza di discepoli hai. Hai lasciato qui il tuo miglior discepolo, ed ecco che cosa mi ha fatto.
Poiché il discepolo proveniva da una famiglia nobile, il brahmano pensò: «Se ora lo maledico o lo punisco, potrei subirne le conseguenze da parte di suo padre. Devo punirlo di nascosto. Mi vendicherò sicuramente di lui, ma non subito». Allora il brahmano, controllando i propri sentimenti, represse l’ira, si avvicinò al discepolo e gli disse:

— Caro discepolo, mi hai servito così bene! Intendo rivelarti le conoscenze più segrete, quelle che non svelo agli altri.
E il discepolo, con il cuore puro, chiese:
— Quale conoscenza vuoi dunque rivelarmi? Parla presto.
Il brahmano disse:
— Esiste un insegnamento segreto. Devi raccogliere mille mignoli da mille esseri, farne una collana e mettertela al collo. Non appena li avrai raccolti e avrai compiuto il rituale, acquisirai immediatamente grandi mahasiddhi e, dopo la morte, diventerai Brahma.
Il discepolo rimase sconvolto e disse:
— Non credo che uccidere esseri viventi e tagliare loro le dita possa condurre all’illuminazione e ai siddhi.
Ma il brahmano continuò a insistere, dicendo:
— Se non mi credi, ti maledirò. Ti ho affidato un insegnamento così segreto, e tu lo tratti in questo modo.
Mentre continuavano a discutere, il brahmano lo maledisse davvero, e così la mente del discepolo si offuscò. In seguito egli fu preso da una violenta ira e, sguainato un pugnale, cominciò a uccidere esseri viventi e a tagliare loro le dita. Tutti gli abitanti di quella regione erano terrorizzati e cominciarono a nascondersi. Presero a chiamarlo Angulimala («angula» significa «dito»). In breve tempo aveva già tagliato 999 dita e ne aveva fatto una collana, che portava al collo immaginando di essere Bhairava, cioè il grande Shiva irato e distruttore. Esistono forme irate di Kala Bhairava in cui le divinità irate indossano una gonna fatta di mani mozzate oppure una collana di teschi umani.
La notizia giunse perfino al re.
Angulimala si nascondeva nelle foreste, poiché gli arcieri del re gli davano la caccia, e non mangiava nulla da molti giorni. Allora sua madre andò da lui e disse:
— Figlio, almeno mangia qualcosa.
Ed egli disse:
— Madre, ora ti ucciderò, perché mi serve ancora un dito e non c’è nessun altro, non incontro più nessuno. Devo farlo in breve tempo, entro la fine di questa settimana.
La madre cominciò a rimproverarlo e a cercare di persuaderlo. Il Buddha, che ne aveva sentito parlare, in quel momento stava attraversando il boschetto in cui si trovava Angulimala. Cercarono di dissuaderlo dall’andarvi, ma egli vi andò ugualmente e salvò la donna. E quando Angulimala (colui che portava una collana di mille dita) si lanciò al suo inseguimento, il Buddha continuava a scomparire e a riapparire in un altro luogo, perciò era impossibile raggiungerlo.
Allora Angulimala disse:
— Asceta, fermati!
Il Buddha disse:
— Io mi sono fermato già da molto tempo. Ora fermati tu.
Dopo queste parole, il Buddha si voltò e gli andò incontro. Raccontò ad Angulimala quanto fosse funesto uccidere, dell’accumulo di cattivo karma, del fatto che era stato ingannato e maledetto dal brahmano e che tutto ciò era accaduto a causa di un perfido intrigo. Tutta la verità si rivelò immediatamente ad Angulimala, la sua mente entrò in uno stato di equilibrio, egli si sottomise e chiese al Buddha di concedergli Rifugio e di accoglierlo tra i monaci.
Il Buddha disse:
— Allora vieni con me, o monaco.
Quando gli rasò il capo e lo accolse tra i monaci, la gente continuava ad avere paura di avvicinarsi a lui, perché ricordava che era proprio quell’Angulimala che aveva ucciso mille persone. Ma poiché era sotto la protezione del Buddha e apparteneva alla sua comunità, non gli fu inflitta alcuna punizione, in quanto si riteneva che si fosse completamente pentito.
Un giorno, quando il re venne a far visita al Buddha, entrò nella capanna che si trovava accanto a quella in cui viveva Angulimala e udì terribili gemiti di sofferenza. Chiese:
— Chi c’è là?
Il Buddha rispose:
— Là c’è un discepolo che ha ucciso molti esseri viventi. Sebbene si sia pentito e la sua mente sia pura, le conseguenze di quel karma si manifestano in lui, ed è per questo che soffre.
Il Buddha spiegò ad Angulimala che il suo errore era dovuto alle incarnazioni passate. Gli raccontò perché tutto ciò fosse accaduto, chi fossero le persone che aveva ucciso e perché Angulimala avesse agito proprio in quel modo. Il Buddha disse che la causa risiedeva nelle vite passate: già allora Angulimala dava la caccia a quelle persone, poiché era stato offeso da loro. E in questa vita l’intera vicenda, conclusasi con la maledizione del brahmano, era stata soltanto un catalizzatore che aveva fatto manifestare i karma preesistenti.
L’azione del karma e la saggezza discriminante

Pertanto, il karma agisce quando manca viveka, ossia la saggezza che riconosce e discrimina. Allora la mente viene fortemente soggiogata dalle cause e dai loro effetti, e si innesca una sequenza irreversibile di cause ed effetti che costringe rigidamente l’essere umano entro determinati limiti. Il conseguimento anche di una minima saggezza discriminante rende invece lo yogin quanto meno felice e libero; perciò si dovrebbe sempre aspirare ad acquisire tale saggezza discriminante.
Di solito utilizziamo anche il termine «chiarezza». Tuttavia, la chiarezza si riferisce maggiormente al principio generale della contemplazione. La saggezza discriminante, invece, è ciò che permette di distinguere la mente nella sua essenza (la natura della Mente) da ciò che essa non è.


