Nell’insegnamento dello Laya Yoga diciamo che è importante non tanto meditare, quanto abituarsi alla visione. Ma è importante comprendere che cosa significa visione. Potete acquisire una visione filosofica studiando autonomamente i testi, per esempio i testi di Shankara, il testo «Viveka Chudamani», «Yoga Vasistha», «Tripura Rahasya», ma questa non è la vera visione. È una visione intellettuale, che costituisce una preparazione alla vera visione.
Per prima cosa bisogna comprendere la visione filosofica dell’Advaita e radicarsi in essa. Se non comprendete la visione dell’Advaita, vi sarà semplicemente impossibile praticare, anche se praticherete la consapevolezza: sarà una consapevolezza rivolta verso qualcosa, una sorta di consapevolezza duale. E non riuscirete ad andare oltre.
La visione dell’Advaita afferma che tutto è Brahman e che questo mondo è un’illusione. E finché non crederete in questo, finché ciò non diventerà il vostro motto di vita, il simbolo della vostra vita e della vostra visione, sarà impossibile procedere verso la realizzazione, almeno sul cammino dell’insegnamento dell’Advaita. Non raggiungiamo l’Illuminazione semplicemente perché non crediamo in queste cose, pensiamo che siano un’astrazione, una filosofia. Quando si crede debolmente, è impossibile anche praticare. Ma se comincerete a credere, vedrete che inizieranno ad accadere miracoli.
La fede nel Maestro e la trasmissione della visione
La fede nel Maestro conduce inevitabilmente alla fede nella sua filosofia. Non si tratta della visione del mondo o della filosofia di un particolare Maestro, ma della filosofia e della visione del mondo di tutti i santi. Se credete nel Maestro, dovete andare oltre. Il Maestro non è un fine in sé, non è una personalità: il suo scopo è trasmettervi qualcosa, qualcosa di molto prezioso. Egli ne è in possesso e può trasmettervelo se vi trovate in uno stato di corretta connessione.
Che cosa può trasmettere? La visione, lo sguardo sul mondo, sull’universo, su se stessi, sulla vita. Questo è ciò che chiamiamo «visione»; viene anche chiamata «jnana». La semplice abitudine a vedere il mondo in modo diverso è già una trasformazione. Nel corso della pratica la visione deve cambiare. E se non cambia, significa che non studiamo abbastanza la visione o non crediamo abbastanza in essa.
La visione filosofica è simile a un fondamento. Il mondo è un’illusione. Tutto è Brahman, l’Assoluto. Io sono l’Assoluto. In queste brevi frasi è contenuta la visione dell’Advaita:
Prajñānam Brahma
Aham Brahmasmi
Tat Tvam Asi
Ayam Ātmā Brahma
Sarvam Eva Brahman
Brahman Sat, Jagat Mithyā
Brahman è reale, l’universo è irreale.
Per padroneggiare la visione, bisogna praticare meditazioni analitiche su queste affermazioni, sia durante il ritiro sia costantemente.
La visione come liberazione dai problemi
La visione significa che tutte le vostre domande devono cadere, almeno a livello della coscienza. Forse i problemi a livello del corpo o della realtà esterna non scompariranno, ma a livello della coscienza queste domande devono cadere. Perché le domande sono diverse: riguardano il mondo, la famiglia, le relazioni, il cammino, ma l’Advaita ha le proprie risposte. Quali sono queste risposte? Tutto questo è un’illusione; a livello della visione non bisogna informarsi su queste cose, bisogna comprendere che tutto è diverso, che il mondo è strutturato diversamente. Potete accettarlo oppure no. Se lo accettate, andate oltre; se non lo accettate, rimanete con questi problemi.

Se volete risolvere i problemi, dovete liberarvi dei problemi. I problemi non si possono risolvere; ci si può liberare di essi cambiando la visione del mondo. Invece risolvere i problemi significa lasciarsi coinvolgere continuamente in essi. Questa non è la via della liberazione, non è moksha. Volete risolvere i problemi delle relazioni armoniose? Li risolverete per sempre. Se questo vi soddisfa, nella prossima vita continuerete a risolverli. Ma se volete risolvere davvero il problema, dovete liberarvi del problema stesso: questa sarà la sua soluzione. Che cosa significa liberarsi del problema stesso? Cambiare la visione del mondo, cambiare completamente la percezione del problema.
I santi dell’Advaita affermano radicalmente: non esistono problemi, esiste soltanto la nostra visione errata, l’illusione. Noi scambiamo l’illusione per la realtà. Ciò che è illusorio lo prendiamo per reale. Per esempio, se c’è una corda, ma vi sembra un serpente, dovete risolvere i problemi affinché il serpente non vi morda. Ma se capite che è una corda, perché mai fare domande sul serpente e averne paura? Oppure, se al buio vedete un cespuglio, dovete averne paura o armarvi, se camminate di notte pensando che sia una persona? Ma se capite che è un cespuglio, tutto questo non vi serve.
La visione dell’Advaita non risolve alcun problema: semplicemente li annulla. Nessun problema può essere risolto finché non cambiamo la nostra visione.
La visione non duale come punto di controllo
I cambiamenti nel mondo, l’armonizzazione delle relazioni, il cambiamento di se stessi, il raggiungimento del successo: è impossibile risolvere questi problemi al livello della loro interpretazione ordinaria. Perché quando interpretiamo i problemi in modo ordinario, non riusciamo mai a liberarci di essi: assumiamo lo stesso punto di vista della problematica. Ma la soluzione di qualsiasi problema è possibile da un punto di vista più elevato. Questo punto di vista più elevato è la visione dell’Advaita.
Non potrete controllare né costruire armoniosamente i rapporti con le altre persone finché vi troverete allo stesso livello di tutto il resto. Questo non è il punto di controllo su tutto ciò, né il punto dell’armonia: è il punto dell’assenza di controllo, il punto della disarmonia. Non potrete risolvere i problemi del mondo se vi trovate allo stesso livello del mondo. Questo non è il punto della soluzione, il luogo in cui i problemi vengono risolti: bisogna elevarsi a una visione più alta.
Per esempio, molti dicono che esista un governo mondiale, una commissione trilaterale, che si riuniscono segretamente e decidono le sorti del mondo, e che tutto sia sotto il loro controllo. Se ne parla molto. Io ne dubito. Perché, per risolvere i problemi del mondo, bisogna possedere una visione non duale. Questo è il livello degli dèi, dei siddha, dei santi, ma ai santi importa poco di questo mondo, tanto da riunirsi in auto costose e in frac per discutere dove far crollare il tasso di cambio e dove farlo salire. Non ne hanno affatto bisogno: vivono in una realtà diversa. Tuttavia possono influenzare le cose in modo invisibile, con la forza del pensiero, senza uscire dalla loro caverna o dalla loro cella. Agiscono diversamente. Non li vedrete né li sentirete mai.

Il punto di soluzione di qualsiasi problema, compresi la vita, la morte e i limiti, si trova sul piano della non dualità, dove non esistono soggetto e oggetto. Non appena scendete a un piano inferiore, vi ritrovate nel pieno dei problemi samsarici, ed è impossibile risolverli. Voi stessi diventate il problema: come potete risolvere i problemi, se voi siete il problema? Un problema non può risolverne un altro, può crearne due. Due problemi possono crearne tutti gli altri.
Ma quando vi elevate al di sopra, sul piano della non dualità, dove non esistono relazioni soggetto-oggetto, smettete di essere un problema. Diventate il vuoto, lo spazio dell’Advaita. Diventate un buco nero: allora tutti i problemi, entrando in voi, si dissolvono e scompaiono. In un buco nero può entrare la luce, che scompare; non può muoversi al suo interno. Nel buco nero il tempo scompare. Un buco nero è un punto di singolarità che assorbe tutte le leggi della fisica: lì nulla può esistere. Quando smettete di essere un problema per voi stessi, smettete di essere un problema per gli altri e per questo mondo, e diventate voi stessi una fonte di armonia e felicità. Perciò, quando parliamo della visione dell’Advaita e del fatto che essa ci libera, parliamo del passaggio a una visione diversa.
La visione dell’unità e il gioco divino
Qual è questa visione? Nella visione dell’Advaita esistete soltanto voi e non esistono gli altri. E quando comprendete che il Brahman è un unico essere e che questo è il Brahman, potete per la prima volta assumervi la responsabilità della vostra vita e di tutto ciò che accade in questo mondo. Nella visione dell’Advaita il mondo intero viene considerato un’illusione. Ramana Maharshi diceva che non esiste altra via verso la liberazione se non imparare ad accettare questo punto di vista e lavorare con esso.
Nella visione dell’Advaita non accade mai nulla, nulla è mai accaduto. Esiste semplicemente la lila, il gioco divino del Brahman, dell’Assoluto. L’Assoluto, il Brahman, Dio: ciò che è al di là dei pensieri, al di là della mente, al di là dei concetti, al di là del tempo, al di là dello spazio, al di là dell’odore, del gusto, dell’olfatto e del tatto; colui che non viene mai contaminato, colui che non dipende da nulla. È impossibile pensare a lui, è impossibile percepirlo. È colui che non agisce mai, l’inattivo. Dio, Ishvara, l’Assoluto, il Brahman sono la stessa cosa. È colui che è sempre unico: in lui non esiste un altro.
Per sperimentarlo, bisogna imparare a collocare la propria coscienza in questo punto. La filosofia non è sufficiente. È bene leggere i testi e studiare qualcosa delle diverse religioni, per poi andare oltre. Ma è impossibile entrare in questo punto finché non avrete lasciato tutto, finché non avrete abbandonato ogni cosa: è necessaria una grande rinuncia a tutto.
La grande rinuncia a tutti i concetti
In un certo senso bisogna rinunciare all’induismo, al cristianesimo, al buddhismo, alla società, alla cultura, alla nazione, al genere: bisogna rinunciare a tutto, lasciare tutto. Non dico che si debba negare, dico che si debba rinunciare. Etica, morale, filosofia, psicologia, leggi della fisica, tutti i concetti: tutto questo è la mente. Finché non andremo oltre questi limiti, ci troveremo su piani inferiori.
Cultura, lingua, identificazione con la nazione, con l’umanità, con la natura umana, con la non-umanità, con la non-umanità, con qualsiasi concetto, con le categorie soggetto-oggetto. Bene-male, interno-esterno, mondo interiore, mondo esteriore, cattivo-buono, maschile-femminile, qualsiasi categoria polare: questa è il samsara, la dualità. Tutta la multiforme divisione dell’umanità nasce perché ci si identifica con qualcosa.

In alcuni Paesi viene esaltata la religione, l’identificazione con la religione; in altri viene esaltato il potere statale, la civiltà, l’identificazione con la civiltà. In alcuni viene esaltata la cultura, l’identificazione con l’appartenenza nazionale. In altri il culto del consumo, l’identificazione con la persona che consuma. La cosiddetta società occidentale dei consumi.
Svami Abhishananda una volta disse molto bene: «Le persone dell’Occidente pensano che il mondo intero sia un grande negozio». L’India è il Paese del dharma, il Paese della cultura spirituale. Ma dal punto di vista dell’Advaita bisogna liberarsi e lasciare andare ogni concetto. Perché anche questo è identificazione, è anch’esso un legame della mente, dell’ego, una certa maya, un’illusione. Solo quando lasciamo tutto ci viene data una coscienza pura, nuda, spoglia, e ci avviciniamo alla visione dell’Advaita.
Quando sentirete di lasciare tutto, il vostro ego potrebbe spaventarsi, oppure diventare triste o annoiato, oppure potreste provare una grande solitudine. Ma quando sentite avvicinarsi la solitudine totale, è proprio da questo momento che inizia il vostro vero cammino spirituale verso la non-dualità, verso la visione dell’Advaita.
La vera rinuncia e il nichilismo spirituale
Lasciare tutto non significa assumere una posizione negativa, non significa negare. È forte la tentazione di assumere una posizione nichilista, di diventare un punk spirituale. Esiste questo atteggiamento: né maestri, né autorità, né sutra, niente, nego tutto, nego tutto. Ma quando guardi in profondità, ti chiedi: e te stesso, lo neghi? «No, caro mio, me stesso non lo nego»: questa non è l’Advaita.
Lasciare, rinunciare a tutto significa anche lasciare se stessi, comprese le proprie aspirazioni, le proprie preferenze, il proprio ego. Quando questo accade, ci avviciniamo un po’ alla visione, alla prospettiva dell’Advaita. Vi entriamo gradualmente. Possiamo scoprire che, in una simile prospettiva, tutto appare diverso.
Dal punto di vista dell’Advaita, voi non siete voi: siete il Brahman; io non sono io: sono il Brahman; il mondo intero non è il mondo: è il Brahman. Siamo un unico essere, tra noi non vi sono separazioni. Non vi è alcuna separazione tra voi e i santi dell’Himalaya. Il santo saggio vede con gli stessi occhi un gatto, un cane, un mangiatore di cani, uno studioso, un brahmano, un santo: tutto questo è uno. Perché vede così? Perché la sua visione è diretta, pratyaksha. Non vede con gli occhi dell’ahamkara, dell’ego, ma con gli occhi della presenza contemplativa, che non valuta e non emette giudizi.
La visione diretta e la presenza contemplativa
Quando ci avviciniamo a una simile visione, essa stessa ci introduce nella contemplazione, nella presenza. Non è filosofia, né una serie di affermazioni con cui assumiamo posizioni logiche e le giustifichiamo. È consapevolezza. È la visione diretta di Dio, quando non avete bisogno di forme, templi, mantra, visualizzazioni o di alcun intermediario per percepire Dio direttamente. Quando vi trovate in una simile visione, parlate attraverso Dio, senza un parlante, e Dio parla con voi. Questa è la visione diretta. L’arte di dimorare nello stato di consapevolezza consiste nell’essere continuamente in Dio.
Spesso ciò che ci impedisce di essere in Dio è la morale, a volte l’etica, a volte la filosofia, una costruzione mentale; tutte queste cose non sono cattive, sono necessarie a un certo livello. A volte ci impediscono di essere in Dio le sadhana, quando ci identifichiamo con esse. Naturalmente, non sono queste cose a ostacolarci: ciò che più di tutto ci impedisce di essere in Dio sono l’ego, i desideri mondani, gli attaccamenti, il tamas; tutte queste sono diverse limitazioni, gabbie mentali che ci limitano.

Ma gradualmente tutto questo scompare e noi isoliamo una coscienza molto sottile, molto essenziale, al di là della mente, dei pensieri e del corpo. Quando la distinguiamo, conseguiamo la libertà da ciò che ci tratteneva, dalle concezioni, dalla memoria del passato, dall’ideologia, dalla mente, dai pensieri: tutto questo è mente. Allora si dice che in noi nasce il sakshi, il testimone interiore, la consapevolezza interiore.
Liberarsi dall’esperienza e dalla memoria
La nostra esperienza, la nostra memoria non ci permettono di liberarci, perché siamo condizionati dalla nostra memoria; tutte le nostre reazioni provengono dalla memoria. Vorremmo raggiungere la moksha, ma la mente ricorda: «Tu sei questo, sei nato in quel momento, hai questi legami e queste relazioni, queste abitudini», e nasce l’attaccamento a tutto ciò. Questa è la memoria, i samskara, l’esperienza accumulata.
Il risveglio all’Advaita è la distruzione dell’esperienza, l’uscita dai limiti dell’esperienza. Oppure, se non si tratta di distruggere l’esperienza, è liberarsi dall’identificazione con essa. L’esperienza non ci permette di vedere direttamente, ci costringe a giudicare partendo da una determinata posizione, da un determinato punto di vista. Ogni volta che formuliamo giudizi e valutiamo sulla base dell’esperienza passata, perdiamo questo punto dell’Advaita.
La pratica dello stato amanaska
Come trovare questo punto? Se per un po’ vi immobilizzate, interrompete il flusso dei pensieri, mantenete immobile il corpo e lo sguardo e ripetete mentalmente più volte: «Amanaska». Amanaska significa non-mente, uno stato non mentale. Poi: «Niralambha», privo di sostegno. E semplicemente ascoltate il vostro «Io» interiore, che si trova al di là dei pensieri: a poco a poco inizierà a rivelarsi. Amanaska, niralambha, non mentale, privo di sostegno.
Per aprire questo stato, dovete fidarvi di voi stessi, fidarvi del vostro Satguru interiore. Dovete avere una fiducia immensa in voi stessi, una fede grandissima. Se non credete nel Satguru interiore, dovete rivolgervi a un Guru esterno e chiedergli come trovare il Satguru dentro di voi, per imparare a fare affidamento su di lui, finché non avrete chiarito ogni cosa. E praticare, praticare, praticare la sadhana.
Ma quando arriverà il momento in cui avrete fiducia nel Satguru interiore, vi basterà appoggiarvi a lui. Se non vi affidate al Satguru interiore, come potete liberarvi? La morale, l’etica, la filosofia e la religione vi incanteranno e vi sedurranno immediatamente, si impadroniranno della vostra mente e non apparterrete mai a voi stessi. Migliaia di persone potranno influenzare la vostra coscienza come vorranno. I demoni interiori, gli spiriti, i devata mondani: chiunque potrà impadronirsi della vostra coscienza. Non apparterrete mai a voi stessi.
Ma il cammino dell’Advaita consiste nell’appartenere a se stessi. A se stessi al di là dell’ahamkara, al di là dell’egoismo, oltre l’ego. Per l’ahamkara esiste una grande tentazione: appartenere a se stessi in quanto persona. Questo, naturalmente, è un’illusione. L’ahamkara non ha futuro, l’ego non ha futuro.
Il cammino verso la solitudine assoluta
Quando riuscirete a fidarvi del Satguru dentro di voi, vi muoverete verso una solitudine assoluta e totale. Lì non potranno venire con voi né la vostra famiglia, né i vostri figli, né i vostri parenti, né la vostra filosofia, né la vostra ideologia, né le vostre concezioni. Nulla affatto, solo la vostra coscienza. Neppure il vostro yoga e i vostri metodi potranno arrivare fin lì. Perché tutti i metodi che implicano uno sforzo, una qualche costruzione, si dissolvono prima ancora di raggiungere questo stato. La consapevolezza può arrivare fin lì, la bhava può arrivare fin lì, la coscienza senza forma può arrivare fin lì, ma nient’altro può farlo.
Il nome e la forma (nama, rupa) devono essere abbandonati per poter entrare in questa coscienza. Allo stesso modo, per entrare in questa coscienza, bisogna lasciare l’ego (ahamkara), l’egoismo, che consistono in giudizi valutativi, riflessioni, speranze per il futuro, paure e attaccamento al passato. Ciò significa accettare qualsiasi situazione vi accada, senza aggrapparsi a tutto il proprio passato, imparando a vivere soltanto sullo strato essenziale della coscienza. Lo strato essenziale della coscienza, nel quale non esistono nama e rupa, nome e forma.

È simile all’avvicinarsi a un abisso. All’inizio potreste sentirvi molto soli e molto a disagio. Ma poco a poco questo abisso inizierà a concedervi il darshan, a inviarvi l’Anugraha, la grazia discendente. E la vostra libertà inizierà a crescere sempre di più.
La visione della libertà completa
La vostra vita esteriore può rimanere la stessa. Ma devono cambiare l’atteggiamento e la visione del mondo. Una simile visione del mondo significa: io sono Dio, io sono Brahman e non sono legato a nulla. Non alla razza, né alla cultura, né alla religione, né alla filosofia, né alla famiglia, né al mio ego, né alle nozioni, né ai pensieri, né ai concetti, né alle percezioni, né alle gioie, né ai piaceri, né al corpo. Sono completamente libero: questa è la libertà completa. Posso essere chiunque, ma non sono attaccato a nulla.
Potete vivere in qualunque modo, avere una famiglia oppure no, essere esteriormente un sannyasi o un laico; non stiamo parlando della vita esteriore, stiamo parlando della visione del mondo, dello stato psicologico interiore. Questa visione è descritta nei testi «Viveka Chudamani» e «Yoga Vasistha». Non è qualcosa di nuovo: è stata celebrata tradizionalmente per millenni. Ma bisogna prestarvi attenzione.
Contemplazione e rinuncia
E quando entrerete in una simile visione, inizierà il vostro processo di contemplazione, il vostro processo di consapevolezza. La consapevolezza può sorgere solo quando avete lasciato tutto, solo quando avete rinunciato a tutto: questa è la rinuncia totale. Perché, se non c’è rinuncia, cose estranee penetreranno costantemente nel vostro cuore. Competeranno con la vostra consapevolezza.
Il mondo esteriore vi offre molta beatitudine, ananda, ed è per questo che è così attraente. Ma ricevere ananda dalla consapevolezza è una grande cosa, è un’arte; bisogna diventare molto sottili, molto sensibili alla consapevolezza, per ricevere da essa l’ananda. All’inizio il vostro ego potrebbe non ricevere ananda. E nel processo di purificazione potrebbe persino rattristarsi o annoiarsi. Ma, man mano che si affinerà, l’ananda aumenterà e aumenterà anche la libertà interiore. Questo può essere chiamato lo stato della visione.
Quando ci abituiamo a una simile visione e la sosteniamo, questo viene chiamato contemplazione. Non è l’illuminazione, è solo l’inizio: semplicemente, siamo entrati sulla strada giusta.
Purificazione dei samskara e del karma
Poiché, per raggiungere l’illuminazione, è necessario purificare moltissimi samskara presenti nella memoria. Sebbene la nostra mente sia entrata nello stato corretto, la nostra memoria per molto tempo non ci lascerà passare. Ci sono molti samskara, vasana, e tutti richiedono di manifestarsi, richiedono nuove connessioni, nuove persone, nuove azioni; bisogna nutrirli. Sono come spiriti affamati e insoddisfatti nel corpo sottile. Vi è il desiderio di percepire, il desiderio di fare esperienza nel corpo, il desiderio di comunicare: tutto questo si trova nella chitta.
I samskara contengono tutte le nostre vite future, che non sono ancora state esaurite: tutti i legami che dobbiamo instaurare, tutte le malattie che dobbiamo attraversare, per qualcuno i crimini che deve commettere, oppure la ricchezza che dobbiamo ottenere, i libri che dobbiamo scrivere — tutto questo è contenuto nei samskara; tutte le nostre vite future non sono ancora state esaurite.
Il karma è simile a un grande contenitore e in questo contenitore vi sono moltissimi dischi con file che devono ancora essere aperti dalla nostra coscienza. Ma moksha, la liberazione, è l’esaurimento del karma: l’esaurimento del karma-phala, dei risultati karmici. Karma-phala sono i frutti dei nostri pensieri passati. Ciò a cui pensavamo in passato, ora lo riceviamo, poiché la mente crea con la forza del pensiero tutto ciò che riceviamo. Per esempio, questo corpo, la nostra situazione familiare, i parenti, la nazione, la cultura: tutto questo viene creato dalla mente. Essa continuerà a creare finché il karma-phala, i frutti del karma, non si saranno esauriti.
Ma dobbiamo esaurire questo karma se poniamo come nostro obiettivo moksha, la liberazione. Se non ci poniamo un simile obiettivo, possiamo non esaurirlo e utilizzare i frutti del karma.

I tre tipi di moksha
La moksha è di tre tipi: salokya, sarupya, sayujya.
Salokya-mukti significa rinascere in una dimensione superiore, insieme all’ishta-devata, la divinità che si adora.
Sarupya-mukti significa ottenere un corpo uguale a quello di una divinità, un corpo di luce, divino, illusorio. Tuttavia, questi due tipi di moksha sono considerati iniziali.
Sayujya-mukti è considerata la vera liberazione. Sayujya significa fusione, completa dissoluzione nel Brahman.

Inizialmente il nostro cammino si svolge proprio in questo modo: grazie alla pratica della visione non duale, ascendiamo verso una dimensione superiore. Per esempio, nella vita successiva potremmo vivere non nel mondo degli esseri umani, ma nel mondo di Dattatreya, nel mondo dei santi. Continuando a mantenere questa visione, praticando la contemplazione e purificando le nostre concezioni, dopo un certo periodo potremmo acquisire un corpo simile a quello di una divinità, per esempio come quello di Dattatreya o di Lakshmi.
Questo corpo sarà illusorio, immortale, composto di luce, potrà viaggiare nello spazio cosmico e cambiare forma a piacimento. Non conterrà più intestino, stomaco, cervello e ossa; non si ammalerà, non avrà bisogno di essere nutrito, di andare in bagno o di dormire. Sarà un corpo immortale di luce e di elementi sottili. Tuttavia, anche ottenere un corpo simile non è ancora la Liberazione suprema, la sayujya-mukti.
Laya-yoga e dissoluzione dei corpi
Per raggiungere la sayujya-mukti, bisogna entrare nel processo della laya, la Laya-yoga. È necessario dissolvere il proprio corpo sottile, perché le dimensioni paradisiache e gli stati divini vengono comunque sperimentati attraverso il corpo sottile. Il corpo sottile contiene l’ego; in esso vi sono l’intelletto, la mente, manas, buddhi, ahamkara, chitta e i ricordi passati.
La laya, la liberazione, è il processo di dissoluzione del corpo sottile. Anche quando siamo entrati in una certa esperienza di non dualità, questo è solo l’inizio. Perché devono verificarsi due tipi di laya:
Antahkarana-laya-chintana — dissoluzione del corpo sottile, dello strumento interiore
Panchabhuta-laya-chintana — dissoluzione degli elementi grossolani di cui è costituito questo corpo
Per prima cosa dissolviamo il corpo sottile. Quando la presenza contemplativa, simile allo spazio, penetra nel corpo sottile, la nostra memoria, le nostre false concezioni e i nostri sogni si dissolvono: tutto questo si dissolve. Ci avviciniamo alla luce, e questa luce cresce. Colui che ha dissolto il corpo sottile, cioè ha realizzato il processo dell’antahkarana-laya-chintana, al momento della morte raggiunge immediatamente la liberazione: il corpo fisico viene abbandonato ed egli si fonde con l’Assoluto. Se il corpo sottile non è dissolto, egli entra nei mondi degli dèi, nei livelli paradisiaci, ma in seguito dovrà comunque continuare a dissolverlo.

Infine, quando il corpo sottile è dissolto, inizia un processo ancora più profondo, chiamato panchabhuta-laya-chintana, la dissoluzione dei cinque elementi. Anche quando è stata raggiunta l’illuminazione, esiste ancora un corpo fisico, nel corpo vi sono i chakra e i cinque elementi; è necessario dissolvere anche gli elementi del corpo fisico:
Il chakra Muladhara, l’elemento terra, la carne, i muscoli e le ossa
Il chakra Svadhisthana, l’elemento acqua, i liquidi corporei, la linfa e altro
Il chakra Manipura, l’intero elemento fuoco, il fuoco digestivo e gli altri tipi di fuoco
Il chakra Anahata e tutti i tipi di vento: prana-vayu, apana-vayu, udana-vayu
Tutti questi elementi devono essere dissolti. Si ritiene che udana-vayu sia collegata a turya, mentre vyana-vayu sia collegata a turyatita. Tutti gli altri tipi di vento sono considerati più grossolani e devono dissolversi nel processo della laya.
Il percorso completo verso la liberazione
In questo modo si compie il percorso della liberazione: dallo studio della filosofia all’esperienza, all’andare oltre ogni consapevolezza non concettuale, poi al mantenimento della presenza contemplativa, alla dissoluzione del corpo sottile e alla dissoluzione degli elementi grossolani.
Capita che le persone si fermino semplicemente al livello della filosofia. Ma la filosofia dell’Advaita e l’Advaita non sono la stessa cosa. Si possono discutere e interpretare i testi sacri, ma questo non aiuterà in alcun modo. Ci sono altre persone, più fortunate, che sono andate oltre la filosofia. Hanno fatto esperienza, l’esperienza della libertà della mente, l’esperienza della consapevolezza non concettuale. Poi espongono questa esperienza, considerandola il vertice, il punto più alto. Ma è solo una visione, semplicemente pratyakṣa-darśana, una visione diretta. Non è il punto finale. Dopo di ciò avviene la dissoluzione del corpo sottile, il corpo sottile deve dissolversi.
La combinazione di visione e metodo
Su questo cammino potete applicare qualsiasi metodo, ma la visione è il metodo principale e il dimorare nella visione è il metodo principale. A volte una persona che dimora nella visione dice: «Non servono più altri metodi. Bisogna abbandonare tutto». Ma se una persona non contempla ancora e abbandona tutto, senza applicare alcun metodo, non percorrerà il proprio cammino spirituale. Rimarrà senza nulla. L’arte consiste qui nel combinare visione e metodo.
A volte una persona, dopo aver ascoltato lezioni sulla visione, comincia a chiedere: «Se si parla di pratica, chi deve praticare? Se io sono Brahman, perché allora praticare?»
Sorgono domande di questo tipo, nelle quali si mescolano visione e comportamento. Allora rispondo: «Colui che non mangia, non dorme, non ode, non annusa, non sente al tatto, non ha bisogno di praticare. Colui che mangia, dorme, va in bagno, annusa e sente al tatto, pratichi».
La persona pone la domanda: «Chi sono io?», poi si chiede: «Chi pratica, chi aspira alla liberazione?», e non riesce a capire. Qui bisogna semplicemente separare il corpo dal Sé superiore. Il Sé superiore è già libero originariamente. Non ha bisogno di praticare, può rimanere rilassato, che faccia ciò che vuole. Il «Sé» superiore si esprime nella visione. L’ego, ahaṃkāra, la mente, il corpo che mangia, che vuole qualcosa, che dorme e va in bagno, pratichi. Ciò che è limitato pratichi, ciò che è illimitato rimanga nel proprio stato naturale, originario, spontaneo, puro, luminoso e perfetto per natura.

Se non separiamo questi aspetti, avremo sempre confusione tra visione e comportamento. Quando li separeremo, tutto sarà armonioso.
Stabilirsi nella visione
Non ha senso costruire relazioni con gli altri. Non ha senso raggiungere qualcosa senza la visione. Ha senso soltanto stabilirsi nella visione. Questa è l’occupazione più importante. Tutto il resto, in sostanza, non ha senso.
Ma quando vi sarete stabiliti nella visione, potrete fare qualsiasi cosa. Sarà già un gioco, non sarà una vostra azione, non sarete colui che agisce. Il gioco è semplicemente un gioco: in esso non vi sono né negazione né attaccamento.
La libertà ci è già propria, ma per qualche ragione vogliamo limitarci. Lo vogliamo perché confondiamo noi stessi con l’ego. Non sappiamo se questo sia l’ego oppure noi. Perciò spesso agiamo partendo dall’ego, seguiamo gli impulsi dell’ego. Questo ci ostacola.
L’ego possiede un tamas naturale, un’ignoranza naturale. Ha desideri diversi. Seguirlo significa sempre perdere la propria libertà, vale a dire assecondarlo significa sempre perdere la propria libertà. Qualunque cosa gli assecondiamo, può trattarsi di attaccamento, desiderio di possesso, senso di sicurezza, concetti, aggrapparsi a qualsiasi cosa. Non appena scenderete a compromessi e permetterete all’ego di legarvi a qualcosa, gli darete il vostro cuore, perderete la vostra libertà, perderete la vostra spontaneità e consapevolezza naturali e innate.



