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Visione, consapevolezza, comportamento: i tre pilastri del cammino yogico

05.07.2026
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Visione, consapevolezza, comportamento: i tre pilastri del cammino yogico

Commento al testo «Moksha Dharma», capitolo 275

Yudhishthira disse:
«Della liberazione e del modo per raggiungerla hai parlato, bisnonno; di questo modo voglio sapere in dettaglio, o Bharata».

Bhishma disse:
«C’è una sola via verso la liberazione. Ascoltane i dettagli.

Bisogna recidere l’ira con la pazienza, la concupiscenza con l’assenza di fantasticherie.

Il saggio deve dissipare la sonnolenza, esercitandosi nella chiarezza, nel sattva. Con la vigilanza bisogna proteggersi dalla paura, e con l’attività del conoscitore del campo bisogna governare il respiro.

Bisogna respingere con austerità l’attaccamento, l’odio, la concupiscenza, il vagare, l’illusione.

L’essere presi dalla vanità deve essere allontanato con la pratica; l’essere presi dal sonno e dalle fantasticherie, con l’esercizio nella conoscenza, con la conoscenza del fondamento.

Le avversità e le malattie si vincono con un cibo facilmente digeribile e moderato.

L’avidità e l’accecamento si vincono con la contentezza e con l’esame dell’essenza degli oggetti.

Con la compassione si deve vincere l’ingiustizia.

Con l’osservanza del dharma (dovere) bisogna vincere gli errori.

I desideri di ricchezze si vincono eliminando le aspirazioni.

Con la comprensione della caducità, dell’impermanenza del mondo, si vincono le sventure.

I saggi vincono la fame con lo yoga.

Con la misericordia si vince la presunzione.

Con la contentezza si vince la sete di questa vita.

La pigrizia si vince alzandosi presto.

L’indecisione si vince con la risolutezza.

Con il silenzio si vince la loquacità.

La paura bisogna vincerla con il coraggio.

La parola, che si trova nel manas, deve essere tenuta a freno dall’intelletto (buddhi), e questo viene tenuto a freno dall’occhio della conoscenza.

La conoscenza viene tenuta a freno dal risveglio dell’Atman.

L’osservanza del dharma aiuta a vincere gli errori e ad avanzare lungo il cammino.

L’Atman, invece, tiene a freno se stesso.

Il virtuoso, colmo di pace, deve comprendere tutto questo, recidendo gli ostacoli che impediscono il raggiungimento nello yoga.

I saggi ne distinguono cinque: concupiscenza, ira, avidità, paura e il quinto, la sonnolenza, tamas. Abbandonatili, colui che trattiene la parola dimori nello stato della sadhana yogica.

Riflessioni, studio delle scritture, generosità, rettitudine, scrupolo morale, pazienza, purezza nell’alimentazione, purezza dei sensi, autocontrollo, veridicità: ecco ciò con cui si accresce la forza luminosa e si abbatte il male.

Così si perfezionano le iniziative dello yogin e si sviluppa la conoscenza che conduce alla liberazione (vijnana).

Scossi via i peccati, quel possente yogin, che ha vinto i sensi e ha sottomesso alla volontà la concupiscenza e l’ira, introduca se stesso nella dimora di Brahman.

Assenza di illusione, non-attaccamento, rinuncia alla concupiscenza e all’ira, assenza di tristezza, assenza di indecisione, costanza, incrollabilità: tale è la via verso la liberazione, benevola, immacolata, pura.

Così si elimina la concupiscenza, si tengono a freno la parola, il corpo, il cuore e il manas».

Così recita il capitolo «Descrizione del comportamento yogico» nel libro «Moksha Dharma».

Le tre basi del cammino spirituale

Le tre basi del cammino spirituale: visione, consapevolezza e comportamento conducono lungo la via del Dharma.

Come è noto, oltre alla visione, nell’insegnamento esiste l’aspetto della consapevolezza, così come l’aspetto del comportamento. La sola visione non è sufficiente.

La visione è l’esperienza suprema al livello della ragione intuitiva; tuttavia, se non siamo ancora radicati in essa, bisogna esercitarsi nella consapevolezza.

La consapevolezza è contemplazione, e solo voi potete rispondere a voi stessi se in questo momento dimorate in essa oppure no. Se vi dimorate, avete compreso l’essenza degli insegnamenti del guru. Se non vi dimorate, allora bisogna lavorarci, bisogna a ogni costo vincere l’inconsapevolezza. Come il cacciatore cattura la bestia, come il forte vince il debole, come il re costringe i sudditi a seguire la sua autorità, così anche lo yogin deve sottomettere la mente, i sensi e l’ego con l’aiuto della consapevolezza; e se non può farlo, deve sforzarsi, applicando ancora e ancora la propria volontà. Come la vittoria arriva nelle battaglie, così anche lo yogin, applicando ancora e ancora l’intenzione di essere nella consapevolezza, alla fine la raggiunge.

Tuttavia, anche la consapevolezza non è sufficiente. C’è anche l’aspetto del comportamento, che significa il modo in cui ci manifestiamo nella dimensione relativa: se trattiamo abilmente l’energia, se seguiamo correttamente la routine quotidiana, se ci nutriamo correttamente, se le nostre relazioni sono armoniose, se controlliamo la parola e le azioni, se siamo attenti nel servizio, se ci concentriamo su ciò che deve essere fatto, se scartiamo ciò che non deve essere fatto.

Quando lo yogin ha compreso l’essenza della visione, della consapevolezza, del comportamento e ha imparato a combinarli, diventa un invincibile guerriero del Dharma, elimina tutte le proprie illusioni e si innalza fino al trono celeste. È incredibile che un tale yogin non raggiunga il successo. E al contrario, se una di queste componenti “zoppica”, se da qualche parte ci sono delle lacune, un tale yogin non raggiunge il successo.

Esempi di pratica incompleta

Ad esempio, uno yogin ha avuto successo nella visione, avendo compreso l’essenza dell’advaita di Shankara, ma non sa nulla della consapevolezza, e allora per lui la visione diventa una sorta di fede; egli non si avvicina mai profondamente alla visione attraverso l’esperienza.

Un altro yogin lavora con la consapevolezza e con il sankalpa, ma per quanto riguarda la visione tutto è vago. Sa come essere attento, ma non ha compreso nemmeno con la mente la natura paradossale, non duale e illimitata della visione. E allora la sua attenzione può portare a varie deviazioni, poiché essa non si auto-libera, ma apre nuovi livelli di coscienza. A volte entra nella beatitudine, a volte nella chiarezza, a volte nel vuoto, ma non sa cosa farne.

Un terzo yogin possiede una visione perfetta, pratica la consapevolezza, ma considera poco importante l’aspetto del comportamento. Trascura la purificazione di sé e l’autodisciplina, disperde negligentemente il prana, non applica la volontà a ciò a cui dovrebbe applicarla, ritenendo che la visione e la consapevolezza siano la cosa principale. Un tale yogin, naturalmente, progredirà, ma il suo avanzamento sarà molto lungo, perché nella dimensione relativa le energie non gli si sottometteranno per molto tempo.

L’unità dei tre aspetti

L’unità dei tre aspetti: visione, meditazione e azione rendono sicuro il cammino del Dharma.

La visione è simile alla testa, la consapevolezza è simile al cuore, il comportamento è simile alle gambe. Se questi tre esistono, percorriamo la via del Dharma con grande sicurezza. Se manca qualcosa di questi tre, allora, di conseguenza, la via del Dharma diventa per noi spinosa. Perciò lo yogin controlla sempre se stesso secondo tre parametri: visione, consapevolezza e comportamento. Questo è anche chiamato visione, meditazione e azione (jnana, dhyana e kriya).

Impeccabilità nel comportamento, attenzione nella consapevolezza, apertura e incomprensibilità nella visione: questo è lo yogin migliore.

Com’è lo yogin peggiore? Apertura nel comportamento, ignoranza della visione, assenza di impeccabilità nella consapevolezza. Una persona del genere spreca il proprio tempo e non raggiunge i frutti del Dharma, pur chiamandosi una persona del Dharma.

Il migliore degli yogin cerca sempre di approfondire la propria visione, comprendendo che essa è illimitata e che, per quanto la si approfondisca, persino gli dèi hanno ancora dove approfondirla.

Il migliore degli yogin è sempre raffinato nella consapevolezza, lavorando con i sankalpa, con diversi tipi di consapevolezza. Egli comprende come unire la coscienza con il corpo, con i prana, con le azioni, con la parola, con il sonno. Per lui la consapevolezza diventa destino.

Il migliore degli yogin è impeccabile nei vari tipi di comportamento: è impeccabile nel vinaya e nel samaya, impeccabile nel servizio e nelle relazioni, impeccabile nel ritiro, da solo con se stesso e in mezzo alla gente.

L’autocontrollo come base del comportamento

L’autocontrollo come base del comportamento: attenzione e volontà dissolvono le reazioni nella chiarezza.

Da dove nasce tale impeccabilità del comportamento? Dall’abitudine di essere attenti e da una forte volontà. Se la vostra volontà è forte, vi spinge a essere attenti, e se siete attenti, potete sempre tenere conto delle circostanze e delle vostre azioni.

Una tale impeccabilità significa che non agiamo come persone comuni, soggette all’ira, all’avidità, all’invidia, ai dispiaceri, agli attaccamenti e a tutto il resto, ma agiamo in uno stato di autocontrollo.

Autodisciplina e autocontrollo: ecco il destino e la sorte dello yogin. Che cosa significa?

  • Quando volete adirarvi, non dovreste adirarvi, ma dovete a ogni costo controllare l’ira.
  • Quando provate attaccamento, non dovete seguire l’attaccamento, ma dovreste controllare l’attaccamento.
  • Quando provate risentimento, non dovreste offendervi come le persone ignare del Dharma, ma, scrutando l’essenza del risentimento, vederne la vacuità. Vedere che il risentimento è conseguenza delle pretese e delle ambizioni del falso ego, che desidera autoaffermarsi e immaginarsi qualcosa, senza comprendere che esso è già autoaffermato nell’Assoluto.

Quando provate invidia, irritazione, autocommiserazione oppure, al contrario, godimento, la sorte dello yogin è il costante autocontrollo. E se riuscite a realizzare un tale autocontrollo, allora la vita per voi diventa gioiosa, leggera e piacevole; non vi dividono né conflitti né contraddizioni.

Conseguenze della perdita dell’autocontrollo

La perdita dell’autocontrollo conduce alla perdita della forza, del regno e dei frutti del Dharma.

Tutte le sofferenze derivano dalla perdita dell’autocontrollo.

A causa della perdita dell’autocontrollo, Duryodhana fu sconfitto nella battaglia contro i Pandava, perse un intero regno e venne egli stesso ucciso.

A causa della superbia e della perdita dell’autocontrollo sull’orgoglio, il rishi Yayati fu precipitato da Indra giù dal paradiso celeste.

La perdita dell’autocontrollo portò Yudhishthira a perdere ai dadi il proprio regno, i propri fratelli, se stesso e la propria sposa.

Molti rishi dicono che dall’autocontrollo nascono tutte le qualità necessarie. Questa è una verità ben nota nello yoga. Ma la questione è in che misura applichiamo questo autocontrollo nella vita quotidiana. Infatti spesso accade che ascoltiamo una lezione sull’autocontrollo, ma subito dopo la sua conclusione ce ne dimentichiamo.

E se non abbiamo autocontrollo, allora altre forze cominciano a controllarci. Quali? Le forze del karma. In altre parole, il controllo c’è sempre, ma è o il vostro controllo, o il controllo dei demoni, dei demoni interiori, delle forze del karma, di altri esseri, ecc. E lo yogin deve necessariamente intercettare questo testimone del controllo dalle mani dei signori del karma e dalle proprie illusioni, per cominciare lui stesso a controllare la propria energia.

Se il re non controlla i ministri, i mercanti, i commercianti e l’esercito, allora nel suo Stato cominciano ad acquisire il controllo i briganti e i malversatori; alla fine essi spodestano dal trono lo stesso re. Allo stesso modo, se lo yogin non controlla i propri sensi, la propria energia e la propria mente, allora nella sua «città» del corpo, della parola e della mente cominciano a ottenere il controllo altri esseri, e allora egli subisce una sconfitta.

Proprio come un re custodisce con cura il proprio trono regale, il proprio potere, e vigila affinché lo Stato prosperi, allo stesso modo anche lo yogin vigila con grande attenzione sulla mente e sugli organi di senso, verificando se essi lo introducano nell’illusione, nell’errore. Tale vigilanza diventa per lui qualcosa di naturale e abituale. Allora, anche nei momenti di esperienze difficili, nei momenti di prova, quando i pianeti lo minacciano con aspetti del tutto sfavorevoli, la forza del suo autocontrollo gli permette di rapportarsi con grande leggerezza ai karma che sta vivendo.

Esempi di autocontrollo perfetto

Autocontrollo perfetto: la libertà interiore si conserva anche in mezzo agli sconvolgimenti esteriori.

Per esempio, quando prese fuoco la città di Mithila, governata dal re Janaka, egli non si agitò, ma disse: «Là non c’è nulla di mio che possa bruciare. Tutto ciò che è mio si trova all’interno della mia coscienza». Poiché era un videha, cioè aveva raggiunto l’autorealizzazione, egli poteva controllare perfettamente la propria mente anche in situazioni così difficili.

Quando un’apsara, su incarico di Indra, cercò di sedurre Arjuna, Arjuna, osservando il proprio dharma, non si lasciò sedurre dai suoi poteri magici.

Questi sono appunto esempi di autocontrollo.

Di norma, a coloro che sono abituati a controllarsi, il Dharma viene dato facilmente: essi hanno successo e sviluppano tutte le loro qualità. A coloro per i quali il controllo è difficile, anche il Dharma, il servizio e l’osservanza del vinaya risultano difficili.

Viveka – il fondamento del vero autocontrollo

Viveka come fondamento del vero autocontrollo: discernimento del corpo, dell’energia, del pensiero, del buddhi e dell’Atman.

In che modo, dunque, imparare l’autocontrollo continuo? Solo attraverso viveka – la saggezza discriminante, che permette di distinguere i movimenti grossolani della coscienza da quelli sottili e di collocarli al loro posto.

Il semplice rifiuto, lo sforzo di volontà, una vigilanza contratta senza viveka non porteranno un vero risultato. Solo viveka – una saggezza impeccabile e discernente, che scaturisce dall’immersione nella presenza contemplativa – permette di controllare l’energia del pensiero e del desiderio.

Viveka significa la capacità di guardare qualsiasi esperienza, vederne la vacuità e placarla con la forza di questa stessa vacuità.

Viveka significa l’insegnamento a distinguere il corpo dall’energia, l’energia dal pensiero, il pensiero dalla consapevolezza del buddhi, e il buddhi dall’Atman. Nel processo di tale distinzione ci radichiamo nel buddhi e nell’Atman, mentre tutte le altre parti diventano subordinate – servitori del buddhi e dell’Atman.

Coloro in cui la saggezza discriminante (viveka) è debole non riconoscono il buddhi e l’Atman, e perciò per loro è difficile controllare i sensi. Da ciò si può dire che il fondamento del controllo non risiede innanzitutto nella volontà, ma precisamente nella saggezza e nella consapevolezza.

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