La qualità delle immagini riflesse dipende dalla perfezione della superficie riflettente, come possiamo vedere nel caso dell’acqua e di una superficie lucidata. Gli specchi sono inanimati e non autosufficienti, mentre la coscienza è sempre pura e autosufficiente. Non ha bisogno di un oggetto esterno per creare un’immagine. Gli specchi ordinari sono soggetti alla contaminazione da sporcizia estranea, mentre per la coscienza non esiste nulla di estraneo, poiché essa è sempre una e indivisa. Perciò il suo riflesso è unico nel suo genere. Le cose create non sono auto-luminose: sono illuminate dalla capacità conoscitiva di qualcuno. La conoscenza delle cose implica la presenza delle loro immagini nella nostra mente. Esse sono soltanto immagini. E perciò tutta la Creazione è un’immagine. Non brilla di luce propria e, quindi, non possiede autocoscienza, ma diventa un fatto quando noi la percepiamo. Per questo dico che l’universo è soltanto un’immagine nella nostra coscienza. La coscienza risplende nonostante la formazione dell’immagine in essa. Sebbene sia inafferrabile e impercettibile, è stabilita saldamente e non vacilla. Come le immagini nello specchio non esistono separatamente dallo specchio, così anche la generazione della coscienza non esiste separatamente da essa.
«Tripura Rahasya», capitolo 11 «L’Universo non è altro che mente»
In vari testi dell’anuttara-tantra viene riportato l’esempio dello specchio e del riflesso. In questo caso lo specchio è la nostra essenza originaria: la consapevolezza. Alcuni dicono che la si può definire «simile allo spazio». Altri sottolineano la sua assenza di attributi, la mancanza in essa di qualsiasi qualità.
Si può dire che la superficie dello specchio, di per sé, non possiede nulla. Se si rimuovono tutti gli oggetti posti davanti allo specchio, in esso non si rifletterà nulla, ci sarà soltanto il vuoto. Si può dire che possiamo confermare il fatto dell’esistenza dello specchio solo quando in esso sono visibili degli oggetti. Ma immaginate uno specchio in cui non si rifletta alcun oggetto. Se vi guardate dentro, vi sarà solo il vuoto.

Tuttavia la sorprendente proprietà dello specchio è tale che esso possiede la capacità di riflettere. Può costantemente riflettere in sé qualsiasi oggetto; in esso possiamo vedere la varietà di tutto: persone, paesaggi e così via. Tuttavia, per quanti oggetti lo specchio rifletta, ciò non ha alcun effetto su di esso, non si stanca. Che rifletta dieci oggetti o un miliardo, o cento miliardi; che rifletta oggetti grandi o piccoli; brutti e terribili o meravigliosi, esso non ne sarà in alcun modo macchiato, la sua capacità riflettente non si indebolirà.
Questo è un esempio di come la manifestazione dispiegata di qualsiasi energia non offuschi l’essenza originaria della natura della Mente. Tutto ciò che è manifestato esteriormente è come immagini nello specchio. Le immagini nello specchio sono interessanti perché sembrano visibili e si manifestano in tutta la loro pienezza, e tuttavia non sono reali, poiché sono generate dallo specchio e senza lo specchio non esistono. Cioè l’immagine in sé non è indipendente; benché sembri quasi reale, tuttavia non è altro che il gioco delle proprietà ottiche dello specchio.
Su questo esempio vale la pena riflettere profondamente, per comprendere che la Realtà di cui parla Dattatreya nella «Tripura Rahasya» è la stessa cosa.
Il riconoscimento dello specchio della consapevolezza
Tutti gli oggetti che vediamo non sono altro che simili immagini nello specchio. Di per sé non esistono, ma sono la manifestazione della capacità riflettente dello specchio. Non è facile comprenderlo, poiché gli oggetti ci sembrano esistenti di per sé, dotati di un’esistenza autonoma, mentre lo specchio stesso (la consapevolezza) non è affatto evidente. Tuttavia lo specchio comincia a manifestarsi quando facciamo alcuni progressi nell’attenzione consapevole.
Il problema di praticamente tutti i praticanti principianti è che confondono continuamente lo specchio e i riflessi. A causa della mancanza di attenzione consapevole, i riflessi li traggono in inganno. Ma non appena diventiamo un po’ più attenti, cominciamo a riconoscere lo specchio.

Un giorno degli scienziati condussero un esperimento interessante. Studiavano il comportamento di una scimmia. In una delle fasi dell’esperimento, nella stanza in cui si trovava fu collocato uno specchio. Quando la scimmia vide lo specchio, si eccitò molto. Pensò che fosse una sua rivale e cominciò a mostrare segni di aggressività. Poi capì che ciò che vedeva nello specchio non era reale: lo riconobbe.
Qualcosa di simile accade anche ai praticanti. All’inizio gli oggetti esterni ci eccitano molto, lasciano nella nostra mente un’impressione indelebile, perché riteniamo che gli oggetti siano qualcosa di autosufficiente e indipendente. Man mano che scopriamo lo specchio, comprendiamo che tutti gli oggetti, a quanto pare, si manifestano dallo specchio – dalla sottile essenza della consapevolezza.
E tutto sta nel fatto se tu riconosci questa sottile essenza della consapevolezza oppure non la riconosci. Se non la riconosci, è come se non comprendessi nulla del mondo e della vita; se invece la riconosci, comprendi tutto. I riflessi stessi nello specchio sono soltanto immagini, dietro di essi non c’è una qualche loro essenza, una loro sostanza: sono semplicemente la manifestazione della capacità riflettente e dell’energia dello specchio. Allo stesso modo anche l’energia esterna è manifestazione dello specchio dell’Assoluto.
Applicazione pratica della comprensione dello specchio e dei riflessi
Questa non è tanto filosofia, quanto istruzioni che vanno accolte con profonda comprensione per viverle. Come si possono accogliere per viverle? Immaginate questo esempio. Tutto ciò che accade nel mondo e tutto ciò che ci circonda è manifestazione della nostra stessa coscienza, dei nostri pensieri. Ciò significa che l’universo non è alienato dalla nostra coscienza, che noi, come soggetto, siamo inclusi nel creato. E poiché siamo inclusi, ciò significa che non siamo impotenti: possiamo influire su di esso, possiamo modificarlo.
Immaginate: se vi avvicinate a uno specchio, vedete subito la vostra immagine – così di solito agiscono le leggi della fisica nel nostro mondo. E come agisce l’intenzione legata alla coscienza? Generare un pensiero o un’intenzione è la stessa cosa che avvicinarsi a uno specchio. E dopo un certo tempo nello specchio della consapevolezza apparirà un’immagine connessa ai vostri pensieri. Ciò a cui avete pensato si manifesterà, solo che questo non accadrà così rapidamente come nel mondo dei fenomeni compaiono i riflessi sulla superficie di uno specchio ordinario. In modo più o meno simile funziona il legame tra la realtà esterna e la coscienza.

Tutto ciò che vediamo non è altro che le nostre immagini subconscie e conscie condensate, cioè è quella realtà che noi stessi abbiamo generato con la nostra coscienza. Naturalmente, finché non governiamo la nostra coscienza, generiamo immagini in modo caotico. Per questo alcune anime finiscono negli inferni, altre nei mondi dei preta, altre ancora nei mondi degli uomini. Poiché la loro coscienza interiore è caotica, generano stati impuri di immagini, nei quali esse stesse cadono e si invischiano.
Quando iniziamo a governare la nostra coscienza, cerchiamo di generare un pensiero corretto, una visione corretta, una bhava corretta, immagini corrette, e un giorno esse necessariamente si materializzeranno. E allora di una persona si dice: «Ha raggiunto la liberazione». Detto in modo ancora più semplice, tutte le nostre preghiere e i nostri desideri sottili si avverano, i nostri pensieri si manifestano. La realtà non si adatta subito alla nostra coscienza, ma un giorno questo accade inevitabilmente.
Perché diciamo che bisogna praticare la visione pura? Perché, se praticate la visione pura, col tempo vi ritroverete necessariamente in essa. Se invece non praticate la visione pura, anche la vostra visione karmica impura si materializzerà, e vi ritroverete di nuovo in diverse situazioni indesiderate.
L’arte del sankalpa e la materializzazione delle intenzioni
L’arte del sankalpa, o prakamya-siddhi, è legata proprio alla comprensione del principio dello specchio e del riflesso. Per esempio, quando meditiamo su Aham Brahmasmi, generiamo un tale sankalpa affinché un giorno si avveri. Se meditate correttamente su Aham Brahmasmi, se contemplate correttamente, questo sankalpa un giorno si manifesterà, i vostri pensieri vi trasformeranno necessariamente, avverrà una trasformazione. Questo inizierà a manifestarsi nell’energia, nell’esteriore, nell’interiore, nei sogni, cioè comincerete davvero a percepirlo.
Si può dire che tutti i discorsi sullo stato naturale sono orientati a dirigere costantemente il nostro pensiero verso l’Assoluto, a essere sintonizzati sull’Assoluto. Quando ci manifestiamo così, l’immagine nello specchio cambierà inevitabilmente, tutto si ristrutturerà, e ritroveremo noi stessi nello stato reale dell’Assoluto.

Dunque, la realtà è simile a uno specchio che riflette noi stessi. Siamo responsabili della realtà, poiché è proprio la nostra coscienza a riflettersi all’esterno. Naturalmente, tutto questo non avviene molto rapidamente: nel mondo materiale la materializzazione della realtà è ritardata.
Avendo compreso che la realtà cambia sotto l’influsso dei vostri pensieri, ottenete la chiave per raggiungere la liberazione. Nelle Upanishad si dice così:
«Chi medita sul Brahman luminoso diventa il Brahman luminoso. Chi medita sul Brahman infinito diventa il Brahman infinito».
La realtà diventa tale quale voi la concepite. Quali pensieri generate, tale è la realtà che si dispiega davanti a voi. Naturalmente, se non concepite nulla intenzionalmente, se non manifestate alcuna intenzione cosciente, la realtà si forma sulla base di frammentarie samskara delle vite passate.
La contemplazione come modo di formare la realtà
Che cosa significa riflettere sulla realtà? Dal punto di vista del laya-yoga, riflettere sulla realtà non significa dedicarsi a qualche analisi, sebbene ciò, naturalmente, sia utile. L’analisi, quanto meno, indica che avete chiarezza. Ma riflettere sulla realtà non è altro che contemplare correttamente. Perché? Perché il modo migliore di riflettere sulla realtà è dimorare nella consapevolezza non concettuale, percepire direttamente l’Assoluto, sintonizzarsi su di esso e cercare di manifestare l’Assoluto nel proprio corpo, nel proprio ambiente, nei propri pensieri.
Se contemplate correttamente, questo col tempo si manifesterà inevitabilmente nella vostra vita. Se praticate la divya-bhava (orgoglio divino), meditate su Aham Brahmasmi, col tempo questo si materializzerà nella vostra vita. E se non si materializza, evidentemente nella pratica contemplativa vengono commessi degli errori.

Se meditate affinché il vostro corpo sia sempre forte, robusto, sano e giovane, oppure desiderate acquisire i siddhi della longevità, col tempo tale bhava vi cambia. Se meditate su un qualche santo o siddha, e ne fate una sankalpa costante, col tempo il vostro corpo fisico diventa simile a colui su cui meditate, perché nel mondo esterno si manifesta ciò che abbiamo nella coscienza.
Qualcuno può dire: «Non sembra proprio che, quando ci inchiniamo a Dattatreya o a qualche siddha, diventiamo simili a loro». La ragione è che la mente non ristruttura subito la realtà. Esiste una grande inerzia, una lentezza: questo si chiama tamas. Tuttavia ciò accade, anche se lentamente.
Per esempio, a santa Teresa si aprivano le stigmate quando meditava sul Cristo crocifisso: nella zona delle mani e dei piedi, dove c’erano i segni dei chiodi, nella zona della fronte, dove c’erano i segni della corona di spine, e nella zona del fianco, dove il soldato romano colpì Cristo con la lancia. In molti stigmatici, sinceramente devoti a Cristo e meditanti sulla sua immagine, comparivano fori nelle mani e nei piedi proprio nei punti in cui, durante la crocifissione, venivano conficcati i chiodi. Cioè la loro mente materializzava nel loro corpo l’idea della sofferenza di Cristo, e questo si manifestava fisicamente. È un esempio di come la coscienza manifesti l’intenzione. Allo stesso modo, se meditate su qualcosa, vi concentrate costantemente su di essa, prima o poi essa si manifesterà nella vostra vita.

Il principio della materializzazione delle intenzioni
Quando meditiamo sul Brahman, assumiamo la posizione più alta, accogliamo la sankalpa più elevata, perché non ci interessano particolarmente cose più piccole. Se voleste arricchirvi, basterebbe semplicemente concentrarsi costantemente su questo. Esistono molti libri simili al libro «Pensa come un miliardario». In essi si dice quanto segue: se vuoi diventare ricco, genera semplicemente l’intenzione corrispondente, e diventerai certamente miliardario, perché tutto dipende proprio dalla tua intenzione.
Se una persona genera tale intenzione e si concentra fortemente su di essa, le sue abitudini cominciano a cambiare, cambia il suo ambiente, compare un pensiero di un altro livello. Gradualmente la dea Lakshmi risponde a lui, cioè la shakti materiale comincia a inviargli Anugraha.
Perché porto l’esempio della ricchezza? Semplicemente perché è un esempio più materialistico e comprensibile, ma il principio qui è lo stesso: pensi a qualcosa, ti concentri su di essa, trasmetti nello spazio esterno una determinata bhava, e allora dallo spazio esterno appare una risposta. Cioè le forze universali rivolgono la loro attenzione verso di te e cominciano a manifestarsi nella tua vita. Quando entrano abbastanza bene nella tua vita, ti sposti su altre linee del destino, in quella variante dell’universo in cui tutto ciò è materializzato. Cioè il laico che sogna la ricchezza si sposta nello spazio della ricchezza, e così la sua intenzione si incarna. Il monaco che medita sull’ottenimento dei siddhi li ottiene. Lo yogin che medita su Aham Brahmasmi lo sperimenta realmente.

Ostacoli alla materializzazione delle intenzioni
Perché dunque la materializzazione della nostra coscienza avviene con tanta difficoltà? Qualcuno può dire: «Da quattro anni mi concentro su Aham Brahmasmi, ma per ora sono ancora soltanto un novizio o un monaco». La ragione è che gli obiettivi globali richiedono una concentrazione molto lunga. Se vi concentraste su piccoli obiettivi, essi si realizzerebbero in un mese. Ma quanto più globale è l’obiettivo, tanto più lungo è il periodo della sua manifestazione, poiché la materializzazione di questo obiettivo globale richiederà cambiamenti radicali, il passaggio in una regione molto remota, in un universo variabile completamente diverso.
Un’altra ragione per cui la materializzazione dell’intenzione non avviene subito è la debole concentrazione, cioè una coscienza dispersa, che si distrae continuamente verso molti altri obiettivi. Per esempio, se meditiamo per un’ora su Aham Brahmasmi e poi per otto ore su aham dehasmi (i miei parenti, il mio corpo, i miei attaccamenti, i miei pensieri, i miei desideri), allora davanti a noi, naturalmente, c’è un cammino molto lungo. In altre parole, se ci distraiamo continuamente, la nostra intenzione Aham Brahmasmi non si materializza.
E in che modo superiamo questo? Cerchiamo di introdurre il principio di Aham Brahmasmi in ogni azione, in ogni passo, in ogni istante, affinché tale meditazione non si interrompa mai. Perciò è molto importante osservare dove è diretta la nostra coscienza.
Esempi di materializzazione delle intenzioni
Quando meditiamo in modo concentrato, la materializzazione della nostra sankalpa avviene con grande forza. Si può fare questo esempio. Una monaca, dopo aver ascoltato una lezione in cui si diceva che bisogna andare verso l’illuminazione come il corno di un rinoceronte, fu molto ispirata da questa immagine, il rinoceronte le piacque. Quando per questioni di servizio si recò a Nižnij Novgorod, lungo la strada vide un rinoceronte su un’insegna pubblicitaria, poi si imbatté in una ditta chiamata «Rinoceronte», e in seguito le capitavano anche altri rinoceronti. Cioè, con la forza della sankalpa, si spostò un po’ in una tale visione, in cui cominciò a manifestarsi l’immagine che le era piaciuta.
Forse ognuno di voi ha sperimentato qualcosa di simile. Se avete una buona concentrazione e vi fissate su un certo pensiero, la vostra sankalpa comincia letteralmente a piegare lo spazio, ad attirare certe cose, che sembrano venirvi direttamente tra le mani. Tutte le circostanze si dispongono in modo tale che sembra che le attiriate a voi dal nulla.
Carl Jung, il celebre psicologo occidentale, diceva che un giorno fece un sogno con un certo insetto. Rifletté a lungo su che cosa potesse significare. Poi venne da lui in consultazione una donna che aveva sul cappellino una spilla proprio con quello scarabeo. Quando la donna se ne andò, un tale scarabeo entrò volando dalla finestrella. Dopo di ciò uscì in strada e vide un’immagine pubblicitaria con uno scarabeo su un’auto di passaggio. Cioè da tutte le parti tale energia veniva attratta molto fortemente verso di lui. Questo è un esempio di come avviene la materializzazione di un’intenzione che casualmente penetra nella nostra coscienza.

Il richiamo della coscienza assoluta
Allo stesso modo, per materializzare la coscienza assoluta, dobbiamo anche attrarla. Dobbiamo invocare questa forza universale, che riempia la nostra vita, circondi di orgoglio divino, di visione pura, di brahma-aham-bhava ogni istante, ogni cellula nel corpo e nel prana – tutto intorno. Dobbiamo stabilire un contatto costante con questa forza, affinché ci sposti su altre linee di vita, dove tutto è possibile, dove gli dèi adorano incessantemente l’Assoluto, dimorando nella coscienza non duale, affinché ci renda uno di loro.


