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La forza vitale come fondamento della pratica spirituale

04.06.2026
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La forza vitale come fondamento della pratica spirituale

Canali e venti

«La forza vitale è la vitalità, strettamente connessa alla consapevolezza originaria, allo stato naturale. Come lo stato naturale, la forza vitale è illimitata e impersonale, ma, a differenza dello stato naturale, la forza vitale può essere perduta o accumulata».

Finché abbiamo un corpo fisico, per noi sono molto importanti gli elementi, il prana, cioè la forza vitale. Dal fatto che i nostri elementi siano equilibrati, armoniosi oppure, al contrario, squilibrati, dipende il livello di forza vitale di cui disponiamo. Dal livello del prana dipende quanto profondamente riveleremo lo stato naturale. Naturalmente, ci sono religioni che non prestano affatto attenzione al prana, per esempio il buddhismo theravada, lo zen cinese. Ma il tantra presta attenzione al prana, perciò lavoriamo non solo con la coscienza, ma anche con il prana. Iniziando la pratica, lavorate con il prana. Ciò significa che durante il periodo della pratica i vostri canali si purificano, la forza vitale aumenta, cioè cambia la vostra fisiologia.

I testi talvolta descrivono che, quando si lavora con il prana, le malattie croniche prima nascoste possono persino acutizzarsi per un certo periodo, e poi uscire. Tuttavia ciò accade solo quando vi è un lavoro molto intenso con il prana. Il nostro metodo è dolce. Ciò significa che rafforziamo armoniosamente la forza vitale, purifichiamo i canali e gli elementi nei chakra, facendo tutto questo sullo sfondo della presenza contemplativa.

Visione pura e forza vitale

«Quando proviamo avversione verso ciò che viene percepito, la nostra forza vitale diminuisce. Quando anche nella situazione peggiore vediamo la bellezza, la forza vitale aumenta».

Qui si dice che quando la nostra mente è fortemente afferrata dall’attaccamento o dal rifiuto, quando in noi sorge avversione verso qualcosa, non accettazione, perdiamo forza vitale. Ciò significa che ci distraiamo dalla Sorgente. Al contrario, quando anche in situazioni impure, cattive o irritanti vediamo purezza, bellezza, santità, armonia, la nostra forza vitale cresce e la durata della vita aumenta: questo è un fatto. Perciò si parla così spesso della necessità di praticare la visione pura. Infatti, oltre alla pratica della presenza contemplativa, dovete anche essere molto stabili dal punto di vista della forza vitale.

C’è una storia sul famoso mahasiddha tibetano Drukpa Kunley. Era noto per aver disonorato pubblicamente sua madre. Ma lo fece non per malizia, bensì per compassione; semplicemente, il suo metodo era questo. Raccontava su di lei ogni sorta di indecenti fandonie, ma grazie al fatto che lei riuscì comunque a vedere ciò come una pratica, nella visione pura, la sua forza vitale aumentò, gli stati dualistici della mente scomparvero, la durata della vita si allungò. In questo modo, Drukpa Kunley la condusse al progresso, la aiutò a lavare via i karma impuri e gli stati della mente; poiché i suoi stati dualistici furono eliminati, anche lo stato del prana cambiò.

Allo stesso modo Marpa aumentò la forza vitale di Milarepa, dandogli compiti duri. Milarepa commise un peccato, uccidendo con la magia, in gioventù e per ignoranza, molte persone. Anche in condizioni difficili egli riuscì a manifestare devozione, la visione pura della pratica del Guru. Grazie all’aumento della forza vitale, Milarepa riuscì a liberarsi dal karma dell’inferno che aveva accumulato.

«La bellezza del relativo può rivelarci qualcosa e ispirare la mente, ma se si contempla la bellezza della purezza dell’Essere, ciò nutre la forza vitale a un livello più profondo. Una preghiera sincera, una pura espressione dei sentimenti aumenta la forza vitale; la percezione sensoriale della ricchezza di colori e dello splendore della natura, la capacità di una sensazione viva rafforza la forza vitale. Se non sentite la gioia della vita, generatela con l’aiuto della mente: “Questo è un bel posto, un albero bello, una persona meravigliosa, ecc.”».

Nella nostra terminologia questa è la pratica della visione pura.

«La forza vitale può essere riportata da qualsiasi dimensione, se si è aperti, ricettivi e grati. Le persone che hanno persone amate o almeno animali domestici amati vivono più a lungo e guariscono più rapidamente rispetto alle persone sole».

Quando rivolgete la vostra mente ai santi, ai mahasiddha, provate una grande devozione, praticate il samaya, il Guru-yoga, riflettete sulla riunificazione con la grande Sorgente, spalancate la mente, trascendete il vostro ego, imparate a lasciarvi andare, allora vi aprite a forze impersonali, transpersonali, globali (shakti). Queste forze entrano e cominciano a operare in voi. Al contrario, quando vi chiudete nella vostra personalità, nelle vostre piccole idee, avete una mente fortemente attaccata o non accettante, lasciate una parte della vostra forza nelle sfere sottili. Questo accade a tutte le persone: quando ci sono desideri mondani, il prana se ne va e, al contrario, quando ci spalanchiamo, riceviamo energia dalla Sorgente universale.

Il praticante si apre al flusso di shakti e alla luce della Fonte

«Quando c’è amore, ci sono connessione reciproca e gratitudine. Grazie alla connessione aumenta l’energia dell’elemento terra e si rafforza la forza vitale».

Se avete devozione, venerazione, compassione e amore sincero verso l’Assoluto, verso i santi, verso tutti gli esseri viventi, questo favorisce l’accumulo della vostra forza vitale. Coloro che hanno una collera incontrollata, arrecano danno o procurano problemi agli altri, uccidono animali, interrompono la propria forza vitale. Non hanno una lunga vita, e nelle vite successive incontreranno ostacoli e malattie. Questo è un fatto, è karma. Coloro che nutrono, curano, proteggono e salvano altre persone o animali aumentano la propria forza vitale, accumulando merito. Saranno protetti dagli dèi, dai custodi, dalle divinità interiori sia in questa vita sia nella successiva. Anche questo è un fatto.

Gli elementi e i diversi veicoli

«Poiché il legame con la natura, con gli elementi primordiali e con la bellezza del mondo naturale è molto importante, è utile farne una pratica di atteggiamento consapevole verso la terra, l’aria, il cielo, il calore e l’acqua. Anche i contatti benefici con gli spiriti legati agli elementi possono rafforzare la forza vitale».

Esistono il veicolo sciamanico, il sutra, il tantra e l’anuttara-tantra. Nel veicolo sciamanico si presta molta attenzione alle relazioni con gli elementi, gli spiriti, le divinità e al ripristino della forza vitale. Nell’anuttara-tantra l’approccio è diverso: si ritiene che risolviamo automaticamente tutti gli altri problemi propri dei veicoli inferiori semplicemente entrando nello stato naturale e unendoci all’elemento. Armonizziamo gli elementi e il prana quando ci troviamo nello stato naturale e uniamo la presenza contemplativa agli elementi. Se non siamo ancora abbastanza abili nell’unire la presenza contemplativa, dobbiamo eseguire le pratiche di controllo del vento, cioè tutti i metodi che pratichiamo: canali, venti, kumbhaka, pranayama, asana e così via. Grazie alle tecniche, se le pratichiamo correttamente, i canali si purificano e la forza vitale aumenta.

«I veicoli dello sciamanesimo contengono un gran numero di pratiche, tra cui meditazioni e visualizzazioni».

Lo yoga-tantra studia i cinque elementi, i venti che circolano nel corpo, i prana e il modo in cui, con l’aiuto dei prana, si può dirigere la mente verso il punto necessario. Di fatto lo yoga-tantra insegna a controllare il prana in modo da introdurlo nella sushumna-nadi. Prima è necessario accumularlo in quantità sufficiente, poi permettergli di circolare liberamente nel corpo, e solo dopo introdurlo nella sushumna-nadi. Si presume che un buon monaco, in sei-dodici anni, si prepari energeticamente a tal punto da poterlo fare. Egli padroneggia un pranayama minimo, può ottenere leggerezza nel corpo, vedere la luce durante la meditazione e far uscire il corpo sottile attraverso la sommità del capo o attraverso un chakra; sente i suoni nada, il prana circola nei suoi canali, il suo sonno è breve, ha pochi desideri mondani e quelli che ha sono sotto controllo. Ha pochi desideri mondani perché i canali sono puri, la mente non si disperde. Sperimenta sensazioni piacevoli e può sedere a lungo in meditazione grazie al fatto che il suo corpo è leggero. Naturalmente, questo è lo stato di uno yogin esperto. Bisogna impegnarsi per realizzare un tale stato e poi mantenerlo.

Il prana e i cinque elementi si raccolgono verso il canale centrale

L’approccio tantrico agli elementi

«Nel tantra gli elementi sono considerati principalmente dal punto di vista della loro manifestazione come energie vitali del corpo. Essi non si riducono a energie biologiche o fisiche, sebbene entrambe queste varietà di energia siano manifestazioni degli elementi. Gli elementi sono considerati le sacre energie originarie dell’Essere, che si possono scoprire nella dimensione energetica dell’uomo. A differenza dello sciamanesimo, che stabilisce un legame con le energie degli elementi attraverso i loro aspetti naturali grossolani o con l’aiuto di esseri immateriali, i seguaci del Tantra scoprono le energie degli elementi nel proprio corpo come canali, energie del prana, essenze seminali e sacre sillabe-sorgente del corpo energetico. Nel tantra tali pratiche conducono, in ultima analisi, all’ottenimento del corpo della divinità, il che non è l’obiettivo dello sciamanesimo. Tuttavia il tantra non esclude l’approccio dello sciamanesimo.

Il Tantra è un cammino di trasformazione. Le cinque emozioni nocive corrispondono ai cinque elementi e si trasformano in cinque qualità benefiche: l’ira in amore, l’avidità in generosità, la gelosia in apertura, l’orgoglio in pace, l’ignoranza in saggezza».

Nel tantra si attribuisce un’importanza molto grande alla trasformazione, alla trasfigurazione. Si dice che, lavorando con la mente e con le energie, si possa trasformare qualsiasi cosa in qualsiasi altra cosa. È così. Esistono tantra in cui la visualizzazione viene compiuta gradualmente: la visualizzazione di sé nell’aspetto della divinità, il sorgere dell’orgoglio divino, i mandala della visione pura e la manifestazione dell’aspetto vacuo della divinità. Quanto più alto è il livello del tantra, tanto meno è necessario creare costruzioni artificiali nella mente e visualizzazioni. Nei tantra inferiori la divinità viene costruita gradualmente. Nei tantra più elevati, la visualizzazione di sé nell’aspetto della divinità viene compiuta istantaneamente: un attimo, e avviene la manifestazione. Nei tantra ancora più elevati, la divinità non viene visualizzata, ma viene soltanto generato l’orgoglio divino (deva-bhavana), viene sottolineato il sentimento (questo è ciò che pratichiamo noi). Nei tantra più alti non sorge né l’uno, né l’altro, né il terzo, ma tutto si riduce alla natura della Mente (questo è ciò che costituisce la nostra pratica principale). La trasformazione significa che dobbiamo mutare il sentire umano della percezione di noi stessi in un sentire divino, e poi dissolvere completamente persino questo divino nell’assoluto.

Colui che può realizzare immediatamente lo stato naturale non ha bisogno della pratica dell’orgoglio divino in quanto tale, perché realizza subito il punto finale dell’orgoglio divino: Aham Brahmasmi. Si può dire che questo sia il culmine più alto dell’orgoglio divino. Ma chi non è in grado di ottenere subito il sapore della non-dualità trarrà un grandissimo beneficio trasformando se stesso, praticando il principio delle divinità.

Trasformazione radicale

«L’essere sofferente si trasforma in un essere illuminato, persino il corpo materiale si trasforma in un corpo di luce».

Quando pratichiamo il cammino della trasformazione, ciò significa che dobbiamo cambiare, e non poco alla volta: si presuppone che cambiamo radicalmente a un livello molto profondo. Dentro di noi non deve rimanere nulla che sia vecchio, oscuro, ignorante, aggrappato. Passo dopo passo, dobbiamo gradualmente trasformare completamente la nostra personalità e rivelare al massimo il potenziale delle capacità creative mistiche proprie della divinità. Supponiamo che passino molti anni e un monaco o una monaca mantenga ancora certe idee o attaccamenti: ciò indica una mancata comprensione del fatto che con tutte le cose, persino quelle sottili verso cui esistono attaccamenti sottili, bisogna lavorare, trasformandole, trasmutandole, cambiandole.

Il cammino della profonda trasformazione interiore del praticante

Il cavallo, il cammino, il cavaliere e l’armatura

«In termini generali, la pratica del tantra si suddivide in due livelli: le pratiche dello stadio di generazione e le pratiche dello stadio di completamento. Per comprendere queste pratiche, è necessario possedere una certa comprensione della struttura energetica del corpo.

Il cavallo, il cammino, il cavaliere e l’armatura.

Il cavallo, il cammino, il cavaliere e l’armatura che si incontrano nel tantra aiutano a comprendere le parti costitutive della pratica e le relazioni tra di esse».

Nei concetti del tantra esistono metafore: un linguaggio particolare che decifra, fornisce immagini più comprensibili per noi nella pratica. Il cavallo è il prana che circola nei nostri corpi. Il cammino sono i canali energetici (nadi) lungo i quali si muove il prana. Il cavaliere è la mente, cioè la nostra coscienza, che viaggia sul prana lungo le strade dei canali. Perciò si dice: «Il cavaliere della nostra mente viaggia sul cavallo del prana lungo le strade dei canali del nostro corpo». E dal modo in cui governiamo il prana dipende il nostro completo risveglio o la nostra consapevolezza.

La natura del prana

«Il prana è l’energia che nutre tutto e la sostanza di tutte le cose, materiali e immateriali. È l’energia originaria da cui tutto è derivato. Questa energia è il fondamento dell’Essere. Al suo livello più sottile è non-duale, integra e non ha ubicazione. La prima distinzione che in essa sorge sono le cinque pure luci degli elementi, anch’esse estremamente sottili, e perciò non possiamo percepirle con la mente ordinaria. Tuttavia possiamo percepire il prana direttamente a un livello più grossolano, nell’aria che respiriamo. Inoltre, possiamo sentire il suo fluire nel corpo».

Come percepisce il flusso del prana una persona comune? Sente che il prana esercita pressione nei punti in cui le nadi sono ostruite. In questi punti sorgono desideri, ed egli sente che, se non soddisferà questo desiderio, la sua mente si sentirà male. Il praticante sente che il prana non si arresta da nessuna parte, ma, invece di esercitare pressione sui chakra e provocare desideri, circola liberamente attraverso il canale centrale, nutrendo il cervello. Da ciò nascono gioia, diversi stati di ispirazione e chiarezza; è sempre presente una consapevolezza vigile, non c’è mai tamas. Una persona simile è piena di forza vitale, la sua mente è sempre chiara; se dorme, il suo corpo dorme, ma la mente rimane sveglia; si risveglia molto facilmente, di fatto non ha bisogno di svegliarsi: semplicemente apre gli occhi, si alza e si mette subito a fare qualcosa, come se non avesse dormito affatto.

Il lavoro con il prana e gli elementi

«Nel tantra si utilizza proprio questo livello, nel quale il prana può essere percepito nel suo movimento e negli effetti che produce. Acquisiamo sensibilità al flusso del prana e lo sviluppiamo, utilizzando la mente, l’immaginazione, il respiro, le posture e il movimento. Dirigendo le manifestazioni più grossolane del prana, possiamo influire sui livelli più sottili. Man mano che cresce la nostra sensibilità, possiamo percepire direttamente il prana delle dimensioni sottili. In generale, il prana è legato all’elemento dell’aria. È l’elemento più vicino allo spazio, il primo a sorgere dallo spazio e l’ultimo a dissolversi nella base durante la morte. Esso permea tutto e tutti.

Parlando dei cinque elementi come dei cinque prana, intendiamo l’aspetto del fuoco e dell’aria di ciascuno degli elementi. Secondo una delle definizioni degli elementi del corpo, la carne è terra, il sangue è acqua, il calore digestivo è fuoco, il respiro è aria, la coscienza è spazio. Questo è l’approccio agli elementi nel loro aspetto più terreno, nell’aspetto materiale più sostanziale della manifestazione degli elementi nel corpo. Le cinque energie-prana sono manifestazioni più aeree, meno sostanziali, delle energie degli elementi nel corpo».

Quando una persona nasce, per primo appare il canale centrale. Esso compare nel grembo materno come organo embrionale. Poi appaiono gli occhi, in essi entra la forza vitale della dimensione più sottile. Poi appaiono i cinque prana, e cominciano a formarsi gli organi del corpo. Dal punto di vista dello yoga, la liberazione completa nel corpo arcobaleno avviene nell’ordine inverso, cioè lo yogin deve introdurre i cinque prana nel canale centrale. Ora essi si trovano all’esterno e hanno la tendenza a fuoriuscire in caso di uno stile di vita scorretto o di assorbimento nei sensi. Se pratichiamo correttamente, il prana non fuoriesce, ma al contrario si accumula e circola. Tuttavia, la realizzazione suprema è la capacità di introdurre nel canale centrale la massima quantità di prana. Di fatto, l’esperienza meditativa, lo stato di salute, la durata della vita, l’ispirazione, la capacità di samadhi, i livelli di chiarezza, la coscienza ininterrotta e la separazione del corpo sottile dipendono da quanto i prana si raccolgono presso il canale centrale e vi entrano.

I cinque prana entrano nel luminoso canale centrale dello yogin

Si ritiene che i praticanti di classe superiore (divya), per esempio il santo Ramalinga, possano introdurre i prana nel canale centrale senza eseguire alcuna pratica, ma soltanto con la forza della contemplazione o con la forza dell’abbandono di sé. Naturalmente, in questo caso devono esserci una vera contemplazione e un vero abbandono di sé. Allora l’originaria Chiara Luce prende nelle proprie mani la guida dei prana e della mente, dirigendoli nel luogo necessario nel modo più armonioso. Perciò ciò che gli yogi ottengono con la forza del tapas e del pranayama, un tale santo può ottenerlo soltanto con la forza dell’abbandono di sé o della contemplazione. Tuttavia la mente di un tale yogin, dalla mattina alla sera, deve essere assorbita nell’Assoluto, e allora in lui sorge una gioia immensa, poiché l’Assoluto dona sempre un’ispirazione straordinaria.

Segni di uno yogin avanzato

Potete stabilire con precisione se vi trovate di fronte a uno yogin avanzato oppure a uno non molto avanzato. La mente di uno yogin avanzato, qualunque cosa egli stia facendo, è sempre saldamente fissata sull’Assoluto; per questo riceve una shakti enorme e prova una grande gioia.

Uno yogin non molto avanzato fissa saldamente la mente su se stesso, perciò ha poca shakti e, di conseguenza, poca gioia. Vive costantemente calcolando che cosa gli sarà utile e che cosa no, si preoccupa continuamente della propria personalità, di come proteggerla o affermarla, si trova sempre immerso in una moltitudine di scelte meschine. Può litigare con un altro monaco per il posto in cui sedersi, scegliere il prasada o indignarsi perché il prasada non è gustoso, rattristarsi quando viene rimproverato e intenerirsi quando viene lodato, pensare: «Che matadji niente male, bisogna osservarla meglio».

Questo è lo stato di uno yogin non molto avanzato, che pensa a qualunque cosa tranne che a Dio. Naturalmente, con pensieri simili ha poca gioia, e anche la sua forza vitale è limitata al livello umano.

Ma un vero santo non pensa a nulla di tutto questo, e se ci pensa, lo fa solo pochissimo. Vale a dire che da qualche parte, alla periferia, una parte della sua mente ci pensa, se in senso relativo vive in una comunità, ma la parte più grande della mente è rivolta solo all’Assoluto. Egli vede ovunque soltanto l’Assoluto, contempla l’infinita Chiara Luce, perciò si colma di una gioia, di un’ispirazione e di un prana incredibili, immensi, perfino nel corpo; non ha neppure un pensiero che lo distragga, che lo porti a fare qualcosa separatamente dall’Assoluto o ad aggrapparsi al proprio ego. Sa di essersi attaccato a ciò che vi è di più grande, e tutto il resto viene da sé.

Ogni volta che agite, dovreste orientarvi verso lo yogi supremo.

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