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28.01.2026
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Sri Adi Shankaracharya

Sri Adi Shankaracharya non è semplicemente una figura storica o un filosofo del passato: è l’incarnazione dello stesso Signore Shiva, apparso sulla terra in un momento critico della storia della spiritualità indiana. Quando le verità divine dei Veda furono oscurate dagli offuscamenti karmici dell’umanità, quando il buddhismo e il giainismo soppiantarono la tradizione vedica, quando le religioni organizzate, il ritualismo e le dispute filosofiche relegarono in secondo piano l’essenza della conoscenza spirituale — fu proprio allora che sulla terra apparve questo faro di saggezza, per ristabilire l’autorità perduta dei Veda e ricondurre l’umanità sul sentiero della Verità non duale.

Vita e agiografia

Nascita e primi anni (788-820 d.C.)

Secondo le fonti tradizionali, Sri Shankaracharya nacque nel piccolo villaggio di Kaladi (nell’attuale Kerala), in una famiglia di pii bramini, Shivaguru e Aryamba. I suoi genitori rimasero senza figli per molti anni e pregavano nel tempio di Vrishadrinatha (una forma del Signore Shiva) sulle montagne di Trichur. Le loro preghiere furono esaudite, e fu loro concessa una visione in cui il Signore Shiva offrì loro una scelta: vivere una lunga vita con un figlio ordinario, oppure una vita breve con un figlio che sarebbe diventato un grande santo e maestro. Essi scelsero la seconda possibilità.

Già dalla nascita fu chiaro che si trattava di un bambino straordinario. A due anni il piccolo Shankara parlava e scriveva fluentemente in sanscrito. A quattro anni conosceva a memoria tutti i Veda — un risultato che a una persona comune avrebbe richiesto decenni di lavoro assiduo. A sette anni studiava già profondamente i Veda e dimostrava un’eccezionale maturità spirituale.

L’accettazione del sannyasa

All’età di otto anni avvenne un evento che determinò tutto il cammino successivo di Shankara. Secondo tutte le fonti agiografiche, un giorno, mentre faceva il bagno nel fiume con sua madre Aryamba, fu afferrato da un coccodrillo che cominciò a trascinarlo sott’acqua. In quel momento critico Shankara si rivolse alla madre chiedendole il permesso di prendere il sannyasa (il voto monastico di rinuncia), altrimenti il coccodrillo lo avrebbe ucciso. La madre, comprendendo che questo era l’unico modo per salvare il figlio, diede il suo consenso. Non appena pronunciò quelle parole, il coccodrillo lasciò andare il bambino.

Non si trattò di un evento casuale, ma di una manifestazione della lila divina (il gioco divino). Shankara era chiamato al cammino del servizio spirituale, e nulla poteva ostacolare questo destino. Ottenuto il permesso formale della madre, Shankara, a otto anni, lasciò la casa e si mise in viaggio spirituale, un viaggio che avrebbe cambiato per sempre il volto della filosofia indiana.

L’incontro con il Guru Govindapada

Dal meridionale stato del Kerala, il giovane Shankara percorse a piedi circa 2000 chilometri, attraversando fiumi, montagne e foreste, finché giunse sulle rive del sacro fiume Narmada, nell’India centrale. Lì, nel santuario vicino a Omkareshwar, incontrò il suo Guru — il grande maestro dell’advaita Govindapada (noto anche come Govinda Bhagavatpada).

In diverse fonti, il primo incontro tra discepolo e maestro è descritto come un evento di profondo significato mistico. Quando Govindapada chiese al giovane Shankara: «Chi sei tu?», il bambino di otto anni rispose con dieci versi improvvisati, noti come «Dashashloki». In questi versi descrisse la propria vera natura come Atman, la Coscienza non duale che trascende il corpo, la mente e tutti gli attributi temporanei. Colpito dalla maturità spirituale e dal talento poetico del bambino, Govindapada lo accolse come discepolo.

Shankara trascorse quattro anni ai piedi del suo Guru, studiando la «Gaudapadiya Karika» (un trattato filosofico sull’advaita scritto da Gaudapada, maestro di Govindapada), i «Brahma-sutra», le Upanishad, e penetrando le profondità della filosofia vedantica. Sotto la guida di Govindapada, il giovane Shankara padroneggiò tutte le scritture vediche, raggiunse la perfezione nella meditazione e realizzò la natura non duale dell’Assoluto.

Esiste una leggenda secondo cui un giorno la grotta in cui Govindapada meditava fu minacciata dall’inondazione causata dallo straripamento del fiume Narmada. Gli altri discepoli non osavano disturbare il maestro, immerso in un profondo samadhi. Allora il giovane Shankaracharya pose il suo kamandalu (recipiente per l’acqua) all’ingresso della grotta e disse che esso avrebbe contenuto tutte le acque del diluvio. Le sue parole si avverarono — le acque della piena non riuscirono a disturbare la meditazione del Guru. Compiaciuto da questa manifestazione di potere spirituale, Govindapada benedisse Shankara con queste parole: «Così come hai contenuto le acque del diluvio nel tuo kamandalu, tu dovrai scrivere commentari nei quali sarà esposta l’essenza delle scritture vedantiche».

Il periodo letterario (12–16 anni)

Quando Shankara compì dodici anni, il Guru Govindapada riconobbe che il discepolo era pronto a scrivere commentari ai principali testi vedantici. Su indicazione del maestro, Shankara iniziò la creazione dei suoi monumentali bhashya (commentari). All’età di sedici anni aveva completato la stesura di tutti i trattati principali: un risultato davvero sovrumano.

In questo periodo furono creati:

  • Brahma-sutra-bhashya — commentario ai «Brahma-sutra» di Badarayana, che sistematizza l’insegnamento delle Upanishad
  • Bhagavad-gita-bhashya — commentario alla «Bhagavad-gita»
  • Commentari alle dieci principali Upanishad: Isha, Kena, Katha, Prashna, Mundaka, Mandukya, Aitareya, Taittiriya, Chandogya e Brihadaranyaka
  • Commentario alla «Mandukya-karika» di Gaudapada
  • «Upadesha Sahasri» (Mille insegnamenti) — opera filosofica originale

Queste opere rappresentano il vertice del pensiero filosofico indiano. In esse Shankara espose sistematicamente l’insegnamento dell’Advaita Vedanta, risolse le apparenti contraddizioni tra i diversi testi vedantici e creò un sistema filosofico coerente della non-dualità.

Periodo di peregrinazioni e dispute (16–32 anni)

Dai sedici ai trentadue anni Shankaracharya compì diversi viaggi a piedi attraverso l’India: dall’Himalaya a nord fino a Capo Kanyakumari a sud, da Dwaraka a ovest fino a Puri a est.

Vinse nelle dispute filosofiche

Shankara entrò in dibattito con i rappresentanti di tutte le principali scuole filosofiche dell’epoca: buddhisti, giainisti, mimamsaka, nyayika, vaisheshika, sankhya e altri vedantisti. La sua superiorità intellettuale, l’acume logico e la profondità della realizzazione spirituale erano tali che usciva invariabilmente vincitore da queste dispute.

Una delle dispute più celebri ebbe luogo con Mandana Mishra, eminente filosofo della scuola Purva Mimamsa. La disputa durò diversi giorni e a fare da giudice fu la moglie di Mandana, la dotta Ubhaya Bharati. Quando Mandana Mishra fu sconfitto, Ubhaya Bharati, desiderando continuare la disputa, iniziò a porre a Shankara domande sui rapporti coniugali e sulla sensualità — temi sui quali Shankara, essendo un brahmachari (osservante del voto di celibato), non aveva esperienza personale.

Allora avvenne un fatto sorprendente. Shankara chiese una proroga di un mese e, usando le sue capacità yogiche, lasciò il proprio corpo in un luogo sicuro (sotto la protezione dei discepoli) ed entrò nel corpo di un re morto da poco. Vivendo per un mese nel corpo del re, acquisì l’esperienza necessaria e, tornato nel proprio corpo, poté rispondere a tutte le domande di Ubhaya Bharati. Dopo ciò, sia Mandana Mishra sia sua moglie riconobbero la superiorità di Shankara. Mandana prese il sannyasa e divenne uno dei principali discepoli di Shankara con il nome di Sureshvaracharya.

Incontro con il chandala: una lezione di autentico Advaita

A Kashi (Varanasi) avvenne un episodio che influenzò profondamente lo stesso Shankara. Un giorno, dirigendosi verso il fiume Gange per le abluzioni, incontrò un chandala (una persona della casta più bassa, considerata «intoccabile») con quattro cani. Shankara, temendo l’impurità rituale, gli ordinò di cedergli il passo.

Con suo stupore, il chandala rispose: «O venerabile maestro! Tu predichi l’Advaita Vedanta, l’insegnamento della non-dualità, ma tu stesso fai distinzioni tra le persone. Forse nell’Atman esistono differenze tra un brahmano e un chandala? Come si concilia questo con il tuo insegnamento della non-dualità? Oppure l’Advaita è soltanto teoria?»

Shankara capì immediatamente che il chandala non era altri che lo stesso Signore Shiva, che aveva assunto quella forma per impartirgli una lezione. Cadde ai piedi del chandala e compose subito cinque versi, noti come «Manisha Panchaka» (Cinque versi sulla saggezza). Ogni verso termina con le parole: «Colui che ha imparato a vedere tutti i fenomeni alla luce dell’Advaita è il mio vero guru, sia egli un chandala o un brahmano».

Questo episodio mostra che persino il grande maestro dell’Advaita Shankara era pronto a imparare e a riconoscere i propri limiti. Egli non solo comprendeva intellettualmente la non-dualità, ma viveva anche in conformità a questo principio.

Creazione dei quattro matha

Per preservare e diffondere l’insegnamento dell’Advaita Vedanta, Shankaracharya fondò quattro principali monasteri (matha) ai quattro angoli dell’India:

  1. Sringeri Sharada Pitha (Dakshinamnaya) nel sud dell’India, nel Karnataka, — custode dello Yajurveda. A capo di questo matha fu posto Sureshvaracharya (l’ex Mandana Mishra). Mahavakya: «Aham Brahmasmi» (Io sono Brahman).

  2. Govardhana Pitha (Purvamnaya) a Puri, a est — custode del Rigveda. Fu guidato da Padmapadacharya. Mahavakya: «Prajnanam Brahma» (La pura coscienza è Brahman).
  3. Sharada Pitha (Pachchimamnaya) a Dvaraka, a ovest — custode del Samaveda. Ne assunse la guida Hastamalakacharya. Mahavakya: «Tat Tvam Asi» (Tu sei Quello).
  4. Jyotir Math (Uttaramnaya) a Badrinath, a nord, nell’Himalaya, — custode dell’Atharva Veda. Fu guidato da Totakacharya. Mahavakya: «Ayam Atma Brahma» (Questo Atman è Brahman).

Questi quattro matha, situati ai quattro estremi del subcontinente indiano, simboleggiano il carattere onnicomprensivo dell’insegnamento di Shankara e il suo desiderio di unire tutta l’India sotto il vessillo della conoscenza spirituale. Ancora oggi questi matha continuano la tradizione fondata da Shankaracharya, e i loro capi portano il titolo di «Shankaracharya».

Organizzazione della Dashanami Sampradaya

Shankara riorganizzò tutti i sannyasin dell’India, dividendoli in dieci gruppi principali (Dashanami Sampradaya) e distribuendoli tra i diversi matha:

  • Giri, Puri e Bharati — appartengono al matha di Sringeri
  • Vana e Aranya — appartengono al matha di Govardhana a Puri
  • Tirtha e Ashram — appartengono a Dvaraka
  • Sarasvati, Sagara e Parvata — appartengono al Jyotir Math a Badrinath

Questa organizzazione creò una struttura unitaria per gli ordini monastici e contribuì alla diffusione dell’Advaita Vedanta in tutta l’India. I sannyasin di Mata Amritanandamayi, ad esempio, appartengono alla tradizione Puri, collegata al matha di Sringeri.

I principali discepoli di Shankara

Sebbene Shankara avesse molti discepoli, quattro di loro raggiunsero le vette più alte e furono nominati capi dei quattro matha:

1. Padmapadacharya

Nacque con il nome di Sanandana e divenne uno dei seguaci più devoti di Adi Shankaracharya. Ricevette il nome «Padmapada» (colui i cui piedi sono simili al loto) grazie a un miracolo. Quando Padmapadacharya seppe che il suo Guru aveva bisogno di lui e si trovava sulla riva opposta del Gange, senza esitazione si gettò in acqua. La sua devozione era così grande che, là dove posavano i suoi piedi, apparivano dei loti che lo sostenevano sulla superficie dell’acqua. Padmapada divenne il capo del Govardhana Pitha a Puri.

2. Sureshvaracharya

Come già menzionato, Sureshvara (l’ex Mandana Mishra) era un eminente filosofo della scuola Purva Mimamsa prima di diventare discepolo di Shankara. Dopo la sconfitta nel celebre dibattito, accettò il sannyasa e divenne uno dei più grandi rappresentanti dell’Advaita Vedanta. Scrisse molte opere importanti, tra cui il «Naishkarmyasiddhi» e la «Brihadaranyaka-upanishad-bhashya-vartika». Sureshvara guidò il matha di Sringeri e fondò il «Naduvil Matham» a Thrissur.

3. Totakacharya

Nacque con il nome di Giri e divenne discepolo di Adi Shankaracharya in età molto giovane. Gli altri discepoli di Shankara lo consideravano un sempliciotto: non mostrava particolare interesse per lo studio, ma era completamente devoto al suo guru. Un giorno, quando Shankaracharya rimandò l’inizio dell’insegnamento in attesa di Giri, Padmapada insistette perché cominciassero.

Allora Shankaracharya decise di ricompensare Giri per la sua devozione sconfinata. Con la forza della propria volontà, trasmise mentalmente a Giri tutta la sua conoscenza. All’improvviso Giri compose un poema intitolato «Totakashtaka» (otto versi nel metro «totaka»), che dimostrava una profonda comprensione dell’Advaita Vedanta. Da allora divenne noto come Totakacharya. Fondò il monastero «Vadakke Modam» a Thrissur e guidò il Jyotir Math a Badrinath.

4. Hastamalakacharya

Quando Shankaracharya visitò un villaggio vicino a Kollur (Karnataka), un brahmano di nome Prabhakara si presentò da lui con suo figlio, che sembrava mentalmente ritardato e non sapeva parlare. Shankara chiese al ragazzo: «Chi sei? Di chi sei figlio? Da dove sei venuto? Dove vai? Come ti chiami?». Questi rispose inaspettatamente con dodici versi, noti come «Hastamalaka Stotra», nei quali espose la pura filosofia dell’Advaita.

Shankara riconobbe immediatamente in lui una grande anima (jnani) e lo accolse come discepolo con il nome di Hastamalaka (colui per il quale la conoscenza dell’Atman è chiara come un’amalaka — il frutto dell’uva spina — sul palmo della mano). Hastamalaka divenne il capo della Sharada Pitha a Dvaraka.

Altri importanti discepoli e incontri

Oltre ai quattro discepoli principali, Shankara ebbe molti altri seguaci illustri:

  • Anandagiri — autore di glosse (sottocommentari) alle opere di Shankara
  • Shri Harsha — grande poeta e filosofo dell’Advaita
  • Chitsukha — autore della «Chitsukhi», un importante trattato sull’Advaita

Secondo la tradizione, Shankara incontrò anche lo stesso rishi Vyasa, autore dei Veda, dei Purana e compilatore dei «Brahma Sutra».

Il legame di Shankaracharya con Guru Dattatreya

Dattatreya — l’Adi Guru della tradizione

L’Avadhuta Dattatreya occupa un posto speciale nella tradizione spirituale dell’Advaita Vedanta e dello yoga. Egli è l’incarnazione dei tre principali dèi — Brahma, Vishnu e Shiva — in un unico corpo. Dattatreya è considerato l’Adi Guru (maestro originario) di tutti i santi e dei giovani, un avadhuta immortale.

Nella tradizione della Juna Akhara (ordine monastico fondato da Shankaracharya), Dattatreya è venerato come Ishta Devata (divinità prescelta).

Due storie sul legame mistico

1. La benedizione dell’ordine dei sannyasin

Secondo il racconto di Guru Chakradhar, un giorno Shankara chiese a Shri Dattatreya la benedizione affinché l’ordine dei sannyasin da lui fondato fosse ben accolto dalla società. Dattatreya esaudì il suo desiderio. Questo spiega perché i sannyasin godano di rispetto e riconoscimento nella società indiana.

2. L’incontro nell’ashram di Dattatreya

Shankara era un grande devoto di Bhagavan Dattatreya. Gli viene attribuita la paternità di vari inni, come il «Dattatreya-bhujanga stotra». Nel testo «Guru-vamsha kavya» si racconta di come, alla fine della sua vita, Shankara si recò nell’ashram di Dattatreya a Mahur (Maharashtra). Lì avvenne un miracolo: Shankara conficcò il suo bastone (danda) nel terreno, ed esso si trasformò in un albero che cresce lì ancora oggi.

La scomparsa finale

Prima della scomparsa di Shankara, Dattatreya gli apparve a Badrinath. Lo yogin immortale lo portò con sé in una grotta vicina, dalla quale non uscirono più. Questo indica che Shankara raggiunse il mahasamadhi e continua a esistere in un corpo sottile. Alcune fonti indicano la grotta dietro il tempio di Kedarnath come il luogo del samadhi finale di Shankara.

La linea di successione

La linea di successione seguita da Shankara passa attraverso:

Shankaracharya → Govindapada → Gaudapada → Shuka → Vyasadeva → Brahma il Creatore → Vishnu/Shiva/Parabrahman

L’insegnamento filosofico di Shankara

L’essenza dell’Advaita Vedanta

La filosofia di Shankara può essere espressa nella sua celebre formula:

«Brahman è reale — il mondo è irreale (illusorio). La jiva (anima individuale) è identica a Brahman».

Questa formula contiene tre affermazioni fondamentali:

  1. Brahman satyam (Brahman è l’unica realtà): la Coscienza Assoluta è l’unica vera realtà.
  2. Jagat mithya (il mondo è illusorio): il mondo fenomenico è maya (illusione) o mithya (apparenza). Possiede una realtà pratica, ma non assoluta.
  3. Jivo Brahmaiva naparah (l’anima individuale non è distinta da Brahman): la vera natura di ogni essere è il puro Atman.

Le quattro mahavakya

Shankaracharya individuò nelle Upanishad quattro grandi enunciazioni (mahavakya):

  1. "Prajnanam Brahman" — "La pura coscienza è Brahman"
  2. "Aham Brahmasmi" — "Io sono Brahman"
  3. "Tat Tvam Asi" — "Tu sei Quello"
  4. "Ayam Atma Brahma" — "Questo Atman è Brahman"

Il cammino verso la liberazione

Shankara insegnava che la liberazione (moksha) si raggiunge attraverso jnana (conoscenza).

Le quattro qualità necessarie (sadhana-chatushtaya):

  1. Viveka (discernimento) — la capacità di distinguere l’eterno dal non eterno.
  2. Vairagya (distacco) — assenza di attaccamento agli oggetti dei sensi.
  3. Shatsampatti (i sei tesori spirituali):
    • Shama (calma della mente)
    • Dama (controllo degli organi di senso)
    • Uparati (distacco dagli oggetti mondani)
    • Titiksha (capacità di sopportare gli opposti)
    • Shraddha (fede nell’insegnamento e nel maestro)
    • Samadhana (unidirezionalità della mente)
  4. Mumukshutva (ardente desiderio di liberazione).

Le tre fasi della conoscenza:

  1. Shravana (ascolto) — studio dell’insegnamento sotto la guida di un guru.
  2. Manana (riflessione) — comprensione ed eliminazione dei dubbi.
  3. Nididhyasana (meditazione) — meditazione costante sulla verità dell’Atman.

L’unione dei tre sentieri

Shankara unì genialmente i tre sentieri dello yoga:

  • Jnana-yoga (sentiero della conoscenza) — il sentiero supremo.
  • Bhakti-yoga (sentiero della devozione) — mezzo di purificazione del cuore.
  • Karma-yoga (sentiero dell’azione) — modo per eliminare l’egoismo.

Shanmata: l’unione delle sei forme di culto

Shankara introdusse un sistema di culto delle sei divinità principali:

  1. Shaiva — Shiva

  2. Vaishnava — Vishnu

  3. Shakta — Devi

  4. Ganapatya — Ganesha

  5. Saura — Surya

  6. Kaumara — Kartikeya

Eredità letteraria

Opere autentiche

Commentari (bhashya):

  • Brahma-sutra-bhashya
  • Bhagavad-gita-bhashya
  • Commentari alle dieci principali Upanishad
  • Gaudapada-karika-bhashya

Opere filosofiche originali:

  • Upadesha Sahasri (Mille insegnamenti).

Opere di attribuzione incerta

Prakanara granthi (testi introduttivi):

  • Atma Bodha (Conoscenza dell’Atman)
  • Viveka Chudamani (Il gioiello del discernimento)

  • Tattva Bodha (Conoscenza della verità)
  • Aparoksha Anubhuti (Realizzazione diretta)
  • Sadhana Panchakam (Cinque strofe sulla sadhana)

Stotra (inni):

  • Bhaja Govindam
  • Dakshinamurti Stotra
  • Saundarya Lahari
  • Shivanandalahari
  • Nirvana Shatkam
  • Guru Ashtakam
  • Kanakadhara Stotra
  • Manisha Panchaka

Traccia nella storia e nella cultura

Rinascita spirituale e culturale dell’India

Shankara realizzò:

  1. Rinascita intellettuale — creò un sistema filosofico coerente.
  2. Rinnovamento spirituale — riportò l’attenzione sull’esperienza diretta dell’Atman.
  3. Unificazione culturale — fondò quattro matha in diverse estremità del paese.
  4. Riforma sociale — gettò i semi dell’uguaglianza sociale attraverso la filosofia della non-dualità.
  5. Base istituzionale — creò ordini monastici.

I segreti dei testi di Shankaracharya

Uno dei testi sacri — «Atma Bodha» — benedice in modo speciale i seguaci. Su questi testi bisogna meditare. Nel corso dei decenni i segreti di questi testi si riveleranno sempre di più, perché non esiste una conoscenza definitiva di quella realizzazione che Shankara espresse nelle sue opere.

Jnana e viveka

Nel primo verso dell’«Atma Bodha» Shankara dice:

«La saggezza è ciò che è essenziale e favorisce la liberazione. Come senza fuoco non si può cuocere il cibo, così senza saggezza non si può raggiungere la perfetta libertà».

Jnana giunge al sadhu quando in lui appare viveka, che permette di separare la propria coscienza da ciò che essa non è. Viveka è la saggezza discriminante. Il sadhu non è schiavo dei desideri: tutti i desideri sono in suo potere, come i sudditi sono sotto il potere di un re saggio.

Conclusione: il messaggio eterno di Shankaracharya

Il messaggio di Shankaracharya può essere espresso in alcuni appelli fondamentali:

Primo messaggio: la natura non-duale della realtà

Brahman è l’unica realtà, il mondo è un’illusione, e il vostro vero «Io» è Brahman. Questa non è una teoria filosofica, ma una verità viva da sperimentare direttamente.

Secondo messaggio: la necessità della liberazione

«A Dio aspira, stolto, alla liberazione dal ciclo di nascita e morte aspira! Risvegliati!» Queste parole esprimono la necessità della ricerca spirituale. Shankara esortava ad aspirare alla moksha come al fine supremo della vita.

Terzo messaggio: l’unità di tutti i cammini

Shankara mostrò che non vi è contraddizione tra i diversi cammini dello yoga e il culto delle diverse forme di Dio. Tutti i cammini conducono a un’unica Verità non-duale.

Quarto messaggio: l’importanza del Guru e della parampara

Shankara sottolineò invariabilmente la necessità di una guida personale e di una linea ininterrotta di trasmissione della conoscenza.

Tradizione vivente

Shankara lasciò dopo di sé:

  • Una porta verso l’infinito, sempre aperta
  • Quattro matha che continuano la tradizione
  • Testi che rivelano il cammino verso la liberazione
  • Una linea di successione che conduce alla Verità

Come si dice nell’«Atma Bodha»:

«Così come uno specchio coperto di polvere ricomincia a risplendere quando la polvere viene rimossa, allo stesso modo l’essere incarnato, vedendo la verità dell’Atman, diventa uno, raggiunge la meta e si libera dal dolore».

Questo è il messaggio eterno di Sri Adi Shankaracharya: Tu sei già libero. Sei sempre stato libero. Conosci te stesso come Atman, e ogni sofferenza cesserà. Om Sri Guru Shankaracharyaya Namaha


Sri Shankaracharya è l’incarnazione di Shiva, il grande riformatore dell’insegnamento dell’Advaita. Tutta la sua attività e le sue opere furono rivolte al raggiungimento di un unico scopo: restaurare l’autorità perduta dei Veda, riportare l’umanità sul cammino della Verità. Non ha eguali. Om Namah Shivaya Om Tat Sat

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