I quattro infiniti sono la migliore protezione quando inviamo: «Io amo tutti, provo compassione per tutti, gioisco per tutto e percepisco tutto con equanimità», dice Swami Vishnudevananda Giri.
La meditazione sui quattro stati infiniti di Brahma — i brahma-vihāra (sanscr. brahma-vihāra, «dimore di Brahma») — è conosciuta in ogni tradizione. I quattro stati sono: maitrī, karuṇā, muditā e upekṣā. Ciascuno di essi è un’intenzione che si estende senza eccezione a tutti gli esseri viventi. Insieme formano un’unica sādhanā meditativa.
La natura dei quattro stati
Maitrī — amore illimitato. Il Guru la spiega attraverso l’intenzione: «Che io possa amare tutti gli esseri viventi, indipendentemente da come si manifestano». La parola chiave qui è «indipendentemente». Maitrī si estende senza distinzione: a chi è vicino e a chi è ostile. Quando l’attenzione è rivolta a questo stato, esso comincia a riempire la vita. Secondo il Guru, i quattro infiniti «si materializzano gradualmente, creano un’aura, un’atmosfera» — questa è la legge dell’attenzione: ciò verso cui è diretta la mente cresce e diventa lo sfondo dell’esistenza.
Karuṇā — compassione illimitata. La sua natura consiste nel vedere la sofferenza degli esseri e rispondervi con il cuore aperto: senza distacco e senza esserne travolti. «Che io possa essere compassionevole verso tutti gli esseri viventi che soffrono», così il Guru formula questa intenzione. Karuṇā sorge là dove maitrī incontra il dolore — e rimane stabile.
Muditā — gioia illimitata. La capacità di gioire del benessere altrui è una rara qualità della mente, che non è facile coltivare. Il Guru la descrive come un’intenzione: «Che io possa gioire per tutti gli esseri viventi e per i loro successi». Muditā è una risposta diretta all’invidia: là dove la mente è abituata a provare inquietudine per il successo altrui, questo stato apre un’altra possibilità.
Upekṣā — equanimità illimitata. «La grande equanimità significa che la mente dello yogin è così profonda e stabile che tutte le coppie duali di opposti sono equilibrate», dice il Guru. Upekṣā è la profondità che sostiene i tre stati precedenti. Senza di essa, maitrī, karuṇā e muditā oscillerebbero insieme alle onde emotive.
Tecnica della pratica
La meditazione dei brahma-vihāra può essere svolta come sessione separata oppure inclusa in altre pratiche.
Il Guru descrive un metodo che inizia con l’espansione del senso di sé. Immaginate che il corpo si dissolva nello spazio infinito: i confini dell’«io» scompaiono, da ogni poro scorre luce. Da questo spazio espanso — senza contrarsi di nuovo entro i limiti abituali — inizia la generazione dei quattro stati.
Nella prima fase rivolgete l’attenzione a tutti gli esseri viventi senza eccezione. Pronunciate interiormente, come intenzione: «Che io possa amare tutti gli esseri viventi» — e lasciate che questa intenzione si espanda in tutte le direzioni, non solo attorno a voi, ma in tutti gli spazi e in tutti i mondi.
Nella seconda fase prendete coscienza della sofferenza degli esseri — manifesta e nascosta, grossolana e appena percettibile. Dallo stesso spazio d’amore: «Che io possa essere compassionevole verso tutti coloro che soffrono».
Nella terza fase vedete la gioia e il successo degli esseri — qualunque essi siano, grandi o piccoli. Rallegratevene sinceramente: «Che io possa gioire per tutti gli esseri viventi e per i loro successi». Lasciate che la gioia sia illimitata quanto lo spazio in cui vi trovate.
Nella quarta fase: percepite tutto — sofferenza e gioia, amore e dolore — come un’illusione in Brahman: «Che io possa percepire tutto con equanimità, nel distacco». Questo è il compimento della pratica — l’equanimità come base che sostiene tutto il resto.
Alla fine il Guru propone una formula di benedizione:
«Che l’amore infinito, la gioia, la compassione e l’equanimità benedicano e avvolgano di luce tutti gli esseri viventi, trasformando le loro menti e i loro destini in meglio».
Come la pratica trasforma la mente
«I quattro infiniti sostituiranno i nostri stati finiti, diversi e condizionati», dice il Guru. E aggiunge: «Bisogna amare moltissimo ciò che non è consuetudine amare, ciò che noi non amiamo — tutto, bisogna divinizzare tutto».
La parola «divinizzare» qui è precisa. Vedere Brahman in tutto — in ciò che attrae e in ciò che respinge — è il contenuto pratico dei quattro infiniti. È un lavoro sulla struttura stessa della percezione.
Per questa ragione la meditazione dei brahma-vihāra agisce anche come protezione. Quando la mente è colma di amore illimitato, compassione, gioia ed equanimità, non vi rimane spazio per gli stati che rendono una persona vulnerabile.
Per chi è questa pratica
«Per iniziare questa meditazione non è necessario essere induisti, buddhisti o cristiani, — dice il Guru. — Può praticarla chiunque». I quattro infiniti sono descritti nell’insegnamento come una sādhanā universale.
L’approfondita assimilazione di upekṣā — la grande equanimità — richiede una certa stabilità della mente. Per chi inizia il cammino, è meglio cominciare da maitrī: è più accessibile e crea il terreno per le altre.
La pratica viene integrata nella sadhana quotidiana: all’inizio o alla fine della sessione principale, per 15–30 minuti. Si combina bene con il pranayama e la meditazione.
Il segno che la pratica funziona non sono esperienze particolari durante la sessione. Cambia l’atteggiamento di fondo verso le persone intorno. Senza sforzo di volontà. Gradualmente, man mano che i quattro stati diventano una qualità abituale della mente.
Lezioni di Swami Vishnudevananda Giri sul tema:


