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21.07.2026
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L’Advaita Vedānta (sanscr. advaita-vedānta, «compimento non duale della conoscenza») è una scuola del Vedānta nel Sanātana Dharma: l’unica realtà è l’Assoluto illimitato e privo di qualità, il Brahman, mentre il vero «sé» dell’essere umano, l’Ātman, è identico a questo Assoluto. L’insegnamento fu sistematizzato da Sri Adi Shankaracharya nel IX secolo, sulla base delle Upanishad; da allora rimane una delle scuole filosofiche più influenti nella storia del Sanātana Dharma.

Etimologia

La parola Vedānta è composta da due parti: veda, «conoscenza», e anta, «fine, compimento, limite». Letteralmente, Vedānta significa «fine della conoscenza», non nel senso di cessazione del conoscere, bensì come suo punto culminante, oltre il quale la conoscenza non necessita più di ulteriori precisazioni. Advaita si traduce come «non-due», non dualità: il prefisso a- nega la dualità (dvaita). L’unione dà «Advaita Vedānta», ossia «il compimento non duale di ogni conoscenza», quella vetta raggiunta la quale il praticante abbandona tutto ciò che è duale e mentale per vedere direttamente la propria natura.

Fondamento dell’insegnamento: Brahman e Ātman

Il postulato centrale della scuola è semplice da formulare e difficile da realizzare: esiste una sola realtà, il Brahman, l’essere-coscienza-beatitudine illimitato e immutabile (sat-cit-ānanda). La molteplicità del mondo non costituisce una seconda realtà accanto al Brahman; è la manifestazione della stessa unica realtà, percepita attraverso i limiti della mente individuale. Il vero «sé» dell’essere umano, l’Ātman, non è separato dal Brahman e non è una sua parte: è identico a esso. L’Advaita colloca la distinzione tra «conoscente» e «conosciuto», tra anima e Assoluto, nell’ambito della conoscenza relativa e non della verità ultima.

«Questo Ātman non è diverso dal Brahman: esso è il Brahman». 

Swami Vishnudevananda Giri

La tradizione sancisce l’identità tra Ātman e Brahman nelle quattro grandi sentenze (mahāvākya), tratte una da ciascun Veda: 

  • «Prajñānam brahma» — «La coscienza è il Brahman» (Aitareya Upanishad, Rig Veda)
  • «Aham brahmāsmi» — «Io sono il Brahman» (Brihadaranyaka Upanishad, Yajur Veda)
  • «Tat tvam asi» — «Tu sei Quello» (Chandogya Upanishad, Sama Veda)
  • «Ayam ātmā brahma» — «Questo Ātman è il Brahman» (Mandukya Upanishad, Atharva Veda)

«Tat tvam asi» — «Tu sei Quello». 

— Chandogya Upanishad, 6.8.7

La natura del mondo: māyā e avidyā

Se la realtà è una, da dove deriva la percezione della molteplicità, ossia dei corpi, delle cose, del tempo e della sofferenza? L’Advaita risponde: la causa risiede nell’ignoranza (avidyā) e nella sua forza manifestante, la māyā. Māyā non significa che il mondo sia un inganno o che non esista affatto; significa che il mondo non possiede una realtà autonoma e indipendente dal Brahman. Proprio come in sogno si vivono eventi del tutto reali per chi dorme, ma che si dissolvono al risveglio, così il mondo fenomenico viene vissuto come reale finché persiste l’identificazione con il corpo e la mente. Avidyā è l’ignoranza della propria natura, non una mancanza di informazioni: l’essere umano non tanto ignora il Brahman, quanto piuttosto scambia per se stesso ciò che non è: il corpo, le emozioni, i ruoli, la biografia.

Fonti e lignaggio di trasmissione

Il fondamento filosofico dell’Advaita Vedānta è costituito dal cosiddetto prasthāna-traya, tre gruppi di testi: le Upanishad (śruti, rivelazione), i Brahma Sutra di Badarayana, chiamati anche Vedānta Sutra (sistematizzazione), e la Bhagavad Gita (smṛti, applicazione pratica). 

Sri Adi Shankaracharya (788–820) conferì all’insegnamento una forma sistematica, componendo commenti a tutti e tre i gruppi di testi e trattati autonomi quali «Viveka Chudamani», «Atma Bodha», «Tattva Bodha» e «Aparoksha Anubhuti». Shankaracharya abbracciò il sannyasa all’età di nove anni e in seguito organizzò dieci ordini monastici (daśa-nāmi-sannyāsa) per preservare e trasmettere l’insegnamento. Il lignaggio di successione, che la tradizione fa risalire a Brahma, prosegue attraverso Shiva, Dattatreya, il rishi Vasishtha, i quattro Kumara guidati da Sanatkumara, Vyasa, Shuka, Gaudapada e Govindapada, maestro di Shankaracharya, fino ai sistematizzatori successivi, tra i quali Vidyaranya, autore del «Vedānta Panchadashi».

Il cammino della realizzazione

L’Advaita Vedānta classico non propone un metodo istantaneo: la realizzazione della non dualità si sviluppa attraverso tre stadi consecutivi: 

  • śravaṇa (ascolto dell’insegnamento da parte di un maestro qualificato)
  • manana (riflessione e chiarimento dei dubbi)
  • nididhyāsana (contemplazione ininterrotta di quanto ascoltato, finché non diventa esperienza diretta)

Lo sviluppo della capacità di discernimento (viveka) tra l’eterno e il transitorio e del distacco (vairagya) dagli attaccamenti è considerato dalla tradizione una condizione necessaria per iniziare la pratica. Uno dei metodi più noti che risalgono a questa tradizione è l’atma-vichara, l’autoindagine, riscoperta nel XX secolo dal santo dell’India meridionale Sri Ramana Maharshi (1879–1950). Egli invitava il ricercatore a non cercare speculativamente una risposta alla domanda «Chi sono io?», bensì a risalire da ogni pensiero che sorge alla sua fonte, finché la fonte stessa dei pensieri non si riveli come coscienza pura e incondizionata.

L’Advaita Vedanta nell’insegnamento del Guru

Nella tradizione del pratyaksha advaita trasmessa da Swami Vishnudevananda Giri, l’Advaita Vedanta non è considerato un sistema filosofico tra gli altri, bensì il fondamento dell’intero cammino spirituale: la visione non duale costituisce la base su cui poggiano sia la pratica contemplativa sia il comportamento consapevole. Indicando il posto dell’Advaita nella più ampia struttura dell’insegnamento, il Guru chiarisce il rapporto tra i livelli della tradizione:

«Il Sanatana Dharma è l’involucro dell’insegnamento; l’Advaita, l’Advaita Vedanta, è la carne dell’insegnamento; il Laya Yoga è il cuore dell’insegnamento; lo stato di sahaja è il suo spirito».

— Swami Vishnudevananda Giri

Si raccomanda di iniziare lo studio dell’Advaita Vedanta classico dalle Upanishad e dai testi di Shankaracharya, poiché sono proprio questi a fornire il linguaggio e la precisione ai concetti senza i quali è difficile procedere oltre, sia nella comprensione della natura di Dio e di se stessi, sia di ciò che viene chiamato liberazione.

Il significato per il praticante

Riconoscersi identici al Brahman non annulla la vita quotidiana e non richiede di ritirarsi dal mondo: cambia ciò con cui la persona si identifica. Finché una persona considera se stessa come il corpo, la mente e le circostanze, dipende inevitabilmente dalla loro mutevolezza: il corpo invecchia, la mente oscilla tra il piacere e il dolore. L’Advaita Vedanta non promette una liberazione istantanea e facile da questa dipendenza: il cammino del discernimento richiede una pratica prolungata e sincera sotto la guida di un maestro. Tuttavia, indica che la fonte della libertà non si trova da qualche parte all’esterno e non deve essere acquisita nuovamente: essa è già presente, e il compito del praticante non è crearla, bensì smettere di occultarla con le identificazioni.

Concetti correlati

Ulteriori informazioni sui concetti chiave dell’Advaita Vedanta — Brahman, Atman, maya, moksha e la figura di Sri Adi Shankaracharya — sono disponibili in articoli separati del glossario del sito.

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